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30.05.2008


Le città Letterarie

NOVARA



di Invito alla lettura


Le Città Letterarie

Marco Adriano Perletti

NOVARA
Sebastiano Vassalli
tra città e paesaggio globale
Presentazione di Roberto Cicala

Edizioni Unicopli

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Il testo che si vuole proporre in lettura fa parte della collana Le città letterarie, edizione Unicopli, Milano 2008. La collana abbina ad una certa città il suo scrittore di riferimento. Il saggio è scritto dall’architetto Marco Adriano Perletti e si intitola Novara, Sebastiano Vassalli tra città e paesaggio globale. Come indicato nel titolo il saggio tratta dell’esperienza letteraria di Sebastiano Vassalli tra la città di Novara e il mondo che la circonda, l’intero mondo non solo quello limitrofo alla città.

Perletti ci informa del fatto che in Vassalli lo spazio e il tempo si mescolano e mutano assieme, questo è importante in uno scrittore come Vassalli perché le storie che nascono dai due kantiani a priori uniti in un unico amalgama, raccontano di fatti che tutto sommato non si possono dire né di ieri né di oggi, sono probabilmente nuclei di eternità che raccontano l’italico modo di fare: "Nel girovagare fra le pieghe del passato, Vassalli si trasforma in un archeologo che pazientemente scova, raccoglie e ricompone i cocci che poi vengono depositati nel resoconto dei suoi romanzi, senza enfasi, a volte con un po’ di malinconia, di certo con ricercata obiettività" e poco sotto, "la città provinciale è utilizzata come prisma ottico nel quale il raggio di luce della storia si frammenta, mettendo a nudo l’intrinseca natura che lo forma" (p. 18).

Questo passaggio può apparire superficiale, di poco conto, forse di raccordo tra un periodo e l’altro. In realtà palesa quello che pare essere il motivo che darà il ritmo a tutto il testo. Quello di Vassalli non è un semplice stile di scrittura che recupera oggetti dal passato per farli "giocare" con la luce del moderno. Anzi. Qui Perletti ci sta dicendo che "l’intrinseca natura" di una città di provincia di quella lunga pianura padana, oltre a Novara una vale l’altra, è una natura che porta con sé fin da principio una particolare visione dello sfruttamento antropico del territorio. Sfruttamento che nell’odierna padania ha ormai raggiunto livelli da collasso. Un esempio di tale affanno dell’uomo di fronte alla possibilità di convivenza con la natura del luogo, vedi più sotto il meccanismo del genius loci, si trova nel brano che illustra la Mole antonelliana di Torino e la cupola di San Gaudenzio in Novara. L’architetto Perletti ci fa notare che la delicata armonia della Mole, e della cupola del Santo, cede alla forza ipertrofica, machista, degli anni trenta con l’imbrigliamento con cavi d’acciaio e al rinforzo con cemento armato della base che stava cedendo: "A distanza di molti anni dal loro concepimento le cupole antonelliane, oltre a rappresentare alti esempi di architettura neoclassica italiana, possono essere lette malinconicamente come la metafora di un paese, l’Italia, che ha inseguito il progresso ma che non è stato in grado di comprendere le conseguenze del suo peso" (p. 44).
 
Un edificio che cede. Una parte di paese che si crede motore dell’intera nazione, ma che in realtà è l’epifenomeno della disfatta antropocentrica del padanisimo. Non si può ignorare, e Vassalli e Perletti non lo fanno, quel lugubre paesaggio che staglia ai fianchi dell’autostrada A4: i capannoni senza soluzione di continuità, le città, i centri commerciali, gli aeroporti e lo smog. Questi oggetti antropologici si possono anche chiamare progresso, si possono vedere come oggettivazione di una delle aree più ricche dell’intera Europa, e per giustificarli si può chiamare in causa il Pil, ben sapendo che non è adatto per comprendere le esigenze degli uomini e della natura (solo un esempio: l’aumento della vendita di automobili e della benzina necessaria a farle muovere aumenta il Pil, l’aumento dei problemi respiratori dei bambini, a causa dell’inquinamento causato dagli scarichi delle automobili, non rientra nel computo del Pil). Il problema con il mondo rimane.
"L’inquinamento e il caos ambientale sono improvvisamente apparsi come una spaventosa nemesi" (p.76). Il genius loci, lo spirito del luogo, non più ascoltato si vendica dell’uomo e lo soffoca con le polveri sottili.

Ora si capisce cosa sia il battito di un cuore di pietra. Il testo di Vassalli, Cuore di pietra, ha come suo personaggio non protagonista una casa novarese. Un edificio che vede passare per le sue stanze la storia d’Italia, dall’unità fino alla fine del novecento. Perletti in una nota, la numero 46, cita dal romanzo: "La politica non è l’arte di far andare avanti le cose reali, come credono gli ingenui: perché le cose reali vanno avanti da sole. La politica è l’arte di dirigere i sogni degli uomini, come si dirige un’orchestra". Se è vero che l’analisi di un testo deve procedere nella ricerca di indizi, di piccoli indizi, che possano chiarire alcune cose, probabilmente questo è un indizio.

Vassalli nella sua ultima raccolta di racconti, L’italiano, cerca di mettere a fuoco quel quid che si può definire come italianità: tristissimo. È angosciante leggere certi brani, un incubo. Se la politica è veramente il saper gestire i sogni degli uomini, allora ha perfettamente ragione l’antropologo Marc Augé, autore citato da Perletti per inquadrare il problema dei non-luoghi padani, quando ci intima all’estrema all’erta rispetto ai nostri sogni. È parere di Augé che nel momento in cui qualcuno, un politico magari, riesce in qualche modo, con il concorso della narcotica televisione ad esempio, a governare il nostro immaginario conscio e incoscio, la vita non può che essere vissuta come un eterno incubo da cui non ci si può risvegliare. "La tentazione dell’immagine è il calappio ideale per la società dell’Apparenza: lo ha capito bene la politica di oggi che, sull’immagine, sempre di più basa le proprie campagne elettorali" (p. 114). 

                                                                                            
                                                                                            Gianmaria Merenda


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