CULTURA POLITICA    
  FILOSOFIA    
  SOCIOLOGIA   

  Critica minore
  Direttore responsabile: Arnaldo Guarnieri
  Sede: Via Cacciadenno, 18 - 25133 Brescia
  Tel / Fax 030.2004662
  CF: GRNRLD34E16E897F

  info@criticaminore.it


  CREDITS
20.11.2008


LA VOCAZIONE OLIGARCHICA

di Arnaldo Guarnieri

L’Italia, in modo particolare, tra i Paesi di civiltà occidentale più storicamente legittimati, risente di questa tendenza e delle conseguenze storico sociali di questa forma di governo pubblico – il regime oligarchico – che tanta parte ha avuto nell’antichità classica, sia greca, sia romana.
A parte, comunque, la corresponsabilità "genetica" nella formazione della "vocazione oligarchica", l’attuale predisposizione al governo dei "pochi" nella conduzione della cosa pubblica, rivela antecedenti molto più recenti che derivano da alcune caratteristiche predominanti della nostra storia risorgimentale fino ad arrivare a tutto il periodo compreso nella definizione di "post-fascismo" nel quale l’Italia non può certo vantare di aver realizzato una esperienza di democrazia totale e integrale.
Anche, in parte, nella storia politica della Grecia classica (V secolo a.c.) ma soprattutto in quella della Roma della seconda metà del secolo IV, con la costituzione dello stato patrizio-plebeo, si diede via via spazio e autorevolezza ad una classe dirigente che proveniva da quelle famiglie che riuscivano a far eleggere i propri membri alle magistrature più elevate.
Elementi determinanti, per la elezione, erano il censo e la clientela (previsti dalla costituzione).
La "modernizzazione" (se così si può dire) pragmatica dell’ideale aristocratico imponeva lo slittamento nella più realistica condizione oligarchica, nella quale, al posto del diritto al potere per nascita (accompagnato da conclamati impegni nei confronti di una antica tradizione morale) subentrava quello di diritto al governo della cosa pubblica, da parte della nuova classe egemone della nobilitas (cioè la classe di coloro che provenivano da una "dinastia" consolare o di altra equivalente eccellenza magistratuale).
Anche nella Grecia del V e IV secolo si attraversò una esperienza analoga che lo stesso Aristotele giudicò negativamente perché considerata una forma degenerativa dell’ideale aristocratico.

Per tornare ai tempi più recenti, molti sostengono che, soprattutto dal riassettamento istituzionale napoleonico in poi, la Francia potrebbe vantare di essere la depositaria dell’esperienza oligarchica più significativa, profonda e moderna.
La Francia, soprattutto con Napoleone, ha costituito, in Europa, l’esempio più coerente di laicizzazione dell’istituto dell'oligarchia. La garanzia dell’Illuminismo, alle spalle, e quella della Rivoluzione, hanno assegnato alle oligarchie di ispirazione napoleonica, quel tasso di demitizzazione che permise di costruire strutture istituzionali tese alla realizzazione di una gestione pratica dei rapporti sociali, nelle quali emergesse la continua razionalizzazione dei processi di formazione delle strutture statuali, pur dichiarando insistentemente di voler mantenere il baricentro della politica non nelle mani dei "nobiles" e dei "pauci" ma in quelle del popolo.
La Francia, dunque, si è sempre distinta, su questo punto, dall’Italia perché mentre il nostro Paese si caratterizza tuttora per una vera e propria "vocazione" all’oligarchismo, la Francia dispone di strutture oligarchiche senza riconoscere ad esse nulla più che una valenza d’ordine gestionale.
La "vocazione" è sempre una matrice pericolosa perché è facile il passaggio rapido alla mitizzazione ed al suo naturale sbocco, in questo caso, che è la dittatura.
La Francia, Paese serenamente oligarchico, sembra fatto apposta, invece, per dimostrare che proprio l’oligarchia è il miglior antidoto contro le dittature, a patto però che il popolo (soprattutto!) ma anche le classi dirigenti sappiano ben distinguere tra oligarchia e oligarchismo.
E tentazioni, in questo senso, la Francia non ne ha mai avute neppure (anzi tanto meno!) ai tempi del Generale De Gaulle.
Mentre in Italia c’è bisogno, ad ogni tratto del percorso politico delle classi dirigenti, di una sterzata e di una continua vigilanza popolare per impedire la concentrazione progressiva del potere politico in poche mani, in Francia la gestione dello Stato e dell’Amministrazione pubblica è fornita di elementi strutturali di autoregolamentazione e di antinquinamento culturale, psicologico e politico con i quali ogni degenerazione in forme dittatoriali è radicalmente da escludere.

Se Francia e Italia sono, dunque, nell’ambito delle nazioni di più coltivata cultura occidentale, i due paesi depositari di maggiore esperienza di gestione oligarchica del governo della cosa pubblica, esse costituiscono anche, però, le due aree culturali nelle quali è sempre più improbabile un’alternativa radicale alle classi dirigenti formatesi nell’ambito di un’esperienza oligarchica esaustiva e durevolmente ipotecata da vere e proprie dinastie di professionisti della politica (con qualche maggiore elasticità in Francia).
Si sta verificando, In Italia, qualcosa di sostanzialmente analogo a quello che si attuò nel periodo della tarda Repubblica della Roma antica. Anche a quei tempi ci fu una fase nella quale i cosiddetti "Homines novi" andarono all’assalto della nobilitas soprattutto dell’oligarchia senatoria (i pauci di Sallustio) ma l’assalto non era diretto contro il principio oligarchico ma contro aspetti degenerativi dello stesso, incarnati da alcuni senatori e alti funzionari corrotti.
I cosiddetti "Homines novi" intendevano in sostanza sostituire la classe dirigente degenerata senza intaccare la continuità dello Stato rappresentata sempre dalla nobilitas, il ceto sociale dell’alto funzionariato depositario del "mos maiorum".
L’analogia con i nostri giorni, soprattutto in Italia, è assicurata.
In che misura, infatti, sono "Homines novi" quei numerosi giovani che in Italia premono per sostituire i vecchi "leones" della politica e del potere?
E’ appurato che la grande maggioranza di costoro (ad eccezione del settore degli addetti alla ricerca universitaria che, in Italia, rappresenta una delle pochissime cose totalmente positive ed – ovviamente – tra le più ottusamente perseguitate dai vari governi della Repubblica) si batte vigorosamente per la continuità delle varie "caste" e, nel contempo, per la necessità di un ricambio generazionale nell’ambito, però, delle stesse strutture così come sono, senza alcuna …pretesa di cambiarle o di rifondarle.

Questo del "ricambio generazionale" che non ha, però, affatto l’intenzione di costituire una vera e propria alternativa culturale e morale è una comprovata tendenza che si sta verificando in molti Paesi a struttura sociale complessa . Ma in Italia essa è addirittura conclamata dalle nuove generazioni di " grimpeurs" sociali che assicurano la loro totale fedeltà ai "mores maiorum" mentre cercano ed esigono spazi individuali sempre maggiori.
Ma il problema (per alcuni aspetti anche tragico) consiste nel fatto che i ceti sociali al potere hanno accumulato, nei decenni, strati pietrificati di potere corrotto, in vario modo legittimato e consolidato. Gli "Homines novi" vedono tutto, sanno tutto e non obiettano alcunché.
Parlano di necessità di razionalizzazione e di ammodernamento delle procedure.
Il recupero di un patrimonio di eticità, nell’agire sociale, non è, per costoro, sufficientemente urgente e rilevante (a parte, sempre, l’area dell’alta intellettualità per la quale l’alternativa funzionale è, dichiaratamente, strettamente parallela all’alternativa morale per una vera e propria disinfestazione dell’ambiente universitario in alta misura corrotto e improponibile).
I veri "Homines novi" in Italia, sono, dunque, rinchiusi (e non inconsapevolmente!) dal potere, in un ghetto privo degli elementi fondamentali per la sopravvivenza, mentre viene concesso, sempre più spazio, (con calcolata prudenza) ai giovani rampanti che propongono di aggiornare senza rifondare.

In tutto il continente culturale che va sotto il nome di "Civiltà Occidentale" questa condizione sociale è sembrata tragicamente definitiva fino a pochi giorni fa. Sono stati ancora una volta gli Stati Uniti d’America che, dal profondo di rimorsi lancinanti per le numerose, gravissime colpe legate alle ripetute tentazioni imperialistiche, ha saputo ritornare alle radici della propria natura, con un sussulto liberatorio travolgente.
E’ nota da tempo ormai, ai lettori di "Critica minore" la riluttanza della nostra rivista ad inseguire l’attualità e commentare a caldo gli avvenimenti.
La nostra consuetudine e la nostra filosofia sono quelle di esaminare gli accadimenti quando essi hanno attenuato la loro incandescenza e sono gestibili con una sufficiente dose di razionalità.
Ciò dicasi, per esempio, dell’evento Obama, appunto, negli Stati Uniti.
In tutte le considerazioni fin qui espresse , c’è un filo conduttore abbastanza evidente: la ricerca di avvenimenti che, in nuce o conclamati, rappresentino almeno una novità autentica, la svolta storica, il salto di qualità se non, addirittura, l’alternativa radicale.
Negli Stati Uniti d’America, con l’elezione del presidente Obama, sembra proprio che queste aspettative, da parte di mezzo mondo, possano appoggiarsi ad un vero evento visibile, concreto e completo.
Ciò che la cultura politica europea non aveva saputo costruire, (soprattutto nelle coscienze) dalla fine della seconda guerra mondiale in poi, l’America della grande rivoluzione liberale (e della conseguente democrazia come sistema politico profondamente vissuto), ha saputo creare, quasi improvvisamente, nonostante un contesto di potere pressoché totalmente impenetrabile.
Il presidente Barack Obama è un evento, dicevamo. Qualche cosa che ha le caratteristiche di una forza storica oggettiva non ostacolabile perché completamente libera dal consueto incubo delle culture politiche, soprattutto europee, rappresentato dal principio della "novità nella continuità" per rassicurare gli interessi acquisiti e per lusingare, contemporaneamente, i cultori del prudente e contenuto progressismo.
Obama si è presentato subito come un patriota americano che dispone, però, di un patrimonio genetico diverso; che rappresenta la volontà generale proprio perché realizza una ormai rassegnata ma diffusissima (in tutto il mondo) aspirazione popolare: cioè una interpretazione radicalmente diversa del concetto di potere: non un potere sulla gente ma un potere della gente.
Aspirazioni non nuove, ovviamente, nella storia degli ideali umani, ma "nuovissime" se si pensa al contesto attuale in cui esse appaiono, in un Paese nel quale i "centri del potere" sono di una incontrastabilità a prova di bomba e rappresentano consapevolmente tutte le logiche dominanti del resto del mondo, soprattutto del continente europeo.
La crisi economica planetaria, in atto, sta dando una mano a questo nuovo Presidente che attecchisce in un humus socio-politico ancora fondato su di una sostanziale sincerità.
I grandi centri di potere tradizionali, in America, non è che abbiano abdicato, ma avendo tirato troppo la corda fino a spezzarla, ora hanno bisogno di un Presidente tutto nuovo per impedire l’assalto definitivo ai propri "Palazzi d’inverno".
La riscossa dei vecchi centri di potere è solo rinviata …a giorni migliori. Il presidente Obama dovrà adeguatamente attrezzarsi per la propria incolumità fisica e politica.

La vocazione oligarchica in Italia è ormai un’istituzione consolidata senza alcuna possibilità di alternative credibili. Da molti anni la gente italica non assapora più il gusto di una democrazia autentica e non riesce più nemmeno ad immaginare un Parlamento eletto ma si deve accontentare di un Parlamento nominato, appunto, da un sistema di oligarchie. E’ una conseguenza a volte diretta, a volte indiretta, di un sistema capitalistico che deve escludere, per principio, ogni contaminazione con la dimensione etica, se vuole continuare a chiamarsi "Capitalismo".  
Se dovesse accettare, costretto dai tempi e da una società civile in profonda e sostanziale rigenerazione, di accogliere gradualmente questa contaminazione con la dimensione etica, il sistema capitalistico decreterebbe la propria fine. Perderebbe cioè quei caratteri di autonomia funzionale che tanto cinismo ha esercitato nei rapporti sociali ma che (anche se spesso inconsapevolmente) ha determinato anche un’area di laicizzazione immune da ideologismi e corrivi moralismi. Si aprirebbe (si è aperta…!) l’era del post capitalismo nella quale sia il privato che il pubblico non hanno più i numeri e il prestigio necessari per svolgere un ruolo da protagonisti determinanti nei processi di formazione delle strutture sociali.

                                                                                                 Arnaldo Guarnieri


© Copyright Critica minore - Tutti i diritti sono riservati