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28.11.2008

Giorgio Agamben:
Il sacramento del linguaggio
Archeologia del giuramento

 

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Giorgio Agamben

Il sacramento del linguaggio
Archeologia del giuramento

Editori Laterza
Roma-Bari, 2008


di Invito alla lettura


( a cura di Gianmaria Merenda )

«Che cos’è il giuramento, di che cosa ne va in esso, se esso definisce e mette in questione l’uomo stesso come animale politico? Se il giuramento è il sacramento del potere politico, che cosa, nella sua struttura e nella sua storia, ha reso possibile che esso fosse investito di una simile funzione? Quale livello antropologico in ogni senso decisivo è in esso coinvolto, perché tutto l’uomo potesse, nella vita e nella morte, essere in esso e da esso chiamato in causa?» (p. 5).

Questi sono i quesiti che Giorgio Agamben pone a sé stesso e ai suoi lettori. La sua affascinante indagine attorno al giuramento trasporta il lettore in un viaggio storico, antropologico e filosofico. Lo spunto utilizzato da Agamben per avviare la propria archeologia filosofica è un libro di Paolo Prodi, Il sacramento del potere: «il declino irreversibile del giuramento nel nostro tempo non può che corrispondere, secondo Prodi, a una "crisi che investe l’essere stesso dell’animale come animale politico"» (p. 3).

Dalla crisi contemporanea del ‘politico’ Agamben si pone immediatamente sul filo dell’antico. Il giuramento è analizzato soprattutto dal punto di vista etimologico e grammaticale: «Conviene prestare attenzione ai verbi che esprimono la funzione del giuramento […]. Tanto in Licurgo che in Ierocle, il giuramento non crea, non pone in essere, ma mantiene unito (synechō) e conserva (diatēreō) ciò che qualcos’altro (in Ierocle, la legge; in Licurgo, i cittadini o il legislatore) ha posto in essere» (p. 6). Il giuramento per questa sua caratteristica di non porre in essere si situa, enigmaticamente, tra la sfera civile, i cittadini hanno posto delle leggi su cui giurare, e quella religiosa, Dio è il verbo, il nomos che pone in essere: «L’ipotesi è, cioè, che l’enigmatica istituzione, insieme giuridica e religiosa, che designamo con il termine "giuramento", diventi intelleggibile solo se la si situa in una prospettiva in cui essa chiama in causa la stessa natura dell’uomo come essere parlante e come animale politico» (p. 16). Ecco che lentamente, Agamben, sposta il problema del giuramento sulle tematiche del linguaggio, del suo senso e delle modalità di significazione.

Agamben ci mette sull’avviso di non commettere l’errore di attribuire al giuramento categorie giuridiche, religiose e semantiche che utilizziamo nel nostro presente. È sua l’idea che, essendo il giuramento una istituzione antichissima, preceda tutte le categorie cognitive che oggi utilizziamo per definire la realtà che ci circonda. Il termine è talmente antico e radicato che può benissimo dirsi come fondamento di tutti i termini che verranno poi, nella storia, ad essere utili all’uomo che deve suddividere tassonomicamente il mondo perché non più capace di governare il linguaggio.
 
«Ogni giuramento giura sul nome per eccellenza, cioè sul nome di Dio, perché il giuramento è quell’eperienza di linguaggio che tratta tutta la lingua come un nome proprio. La pura esistenza – l’esistenza del nome – non è né il risultato di una constatazione, né una deduzione logica: è qualcosa che non può essere significato, ma solo giurato, cioè affermato come nome» (p. 73).
 
Nell’atto del giuramento la persona coinvolta giura, come abbiamo visto sul nome, ma immediatamente affianca alla professione di fede, lo spergiuro, ad esempio: Io giuro davanti a Dio che governerò bene il paese, che io sia maledetto se ciò non accadrà. Agamben dedica diversi paragrafi per definire meglio questa ambiguità del giuramento. Esso infatti chiama a testimonianza Dio, o gli dei, per avallare il giuramento, ma chiama ancora Dio, o gli dei, per punire chi commette spergiuro – vale ricordare che nell’ebraismo e nel cristianesimo basta pronunciare il nome di Dio invano per spergiurare. «In un caso, il nome del dio esprime la forza positiva del linguaggio, cioè la giusta relazione fra le parole e le cose ("potente giuramento sia testimone Zeus"), nel secondo una debolezza del logos, cioè lo spezzarsi di questa relazione. […] Il nome del dio, che significa e garantisce la commettitura fra le parole e le cose, si trasforma, se questa si spezza, in maledizione. Essenziale è, in ogni caso, la cooriginarietà di benedizione e maledizione, che sono costitutivamente compresenti nel giuramento» (p. 50).

«Il giuramento ci presenta, piuttosto, in unità ancora indivisa ciò che siamo abituati a chiamare magia, religione e diritto, che risultano da esse come le sue frazioni» (p. 59).

Il problema del giuramento sta in questa sua caratteristica di portare con sé tutto lo scibile umano, sacro e profano. Errore delle ‘scienze moderne’, rispetto ad un termine così arcaico, è stato quello di scindere, parcellizzare, ciò che mai avrebbe dovuto essere diviso. L’errore appartiene alla religione, nel caso analizzato da Agamben quella cristiana, che ha contravvenuto ad un principio evangelico che vieta il giuramento - non si pronuncia il nome di Dio invano, «malgrado il perspicuo divieto di ogni forma di giuramento dei Vangeli (Mt. 5, 33-37 e Iac. 5, 12)» (p. 8) – «tecnicizzando giuramento e maledizioni in istituti giuridici specifici» (p. 90) – si veda il diritto canonico; e appartiene allo jus essendo esso «legato alla maledizione» (ibidem) - colui che non rispetta la legge sarà punito.

«Quando il nesso etico – e non semplicemente cognitivo – che unisce le parole, le cose e le azioni umane si spezza, si assiste infatti a una proliferazione spettacolare senza prcedenti di parole vane da una parte e, dall’altra, di dispositivi legislativi che cercano ostinatamente di legiferare su ogni aspetto di quella vita su cui sembrano non avere più alcuna presa» (p. 97).

Giorgio Agamben non problematizza solo i fondamenti della cultura occidentale, religione e diritto, ma propone anche di guardare ad una ‘esperienza di parola’ per tentare una svolta nel corso della storia del mondo:

«Alle origini della cultura occidentale, in un piccolo territorio ai confini orientali dell’Europa, era apparsa un’esperianza di parola che, tenendosi nel rischio tanto della verità che dell’errore, aveva pronunciato con forza, senza né giurare né maledire, il suo sì alla lingua, all’uomo come animale parlante e politico» (p. 98).

Quell’esperienza si chiama filosofia. 


                                                                                            Gianmaria Merenda



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