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10.12.2008


Teologia antropologica


A 25 anni dalla voce scritta da Jürgen Moltmann per l’"Enciclopedia del Novecento" il concetto stesso della disciplina che "studia" Dio è profondamente cambiato. Fino al dialogo con la politica.


di Gianfranco Ravasi

La voce "Teologia", per l’Enciclopedia del Novecento (Istituto dell’Enciclopedia Italiana), fu affidata nel 1984 a uno dei maggiori teologi viventi, il protestante tedesco Jürgen Moltmann, il quale propose una curiosa tripartizione nella storia secolare di questa disciplina: quella medievale era una "teologia della carità"; la modernità protestante impose una "teologia della fede"; Il Novecento si contraddistinguerebbe per una "teologia della speranza" (non per nulla l’opera maggiore di Moltmann s’intitola Teologia della speranza ed è del 1964, mentre è dello scorso anno la Spe salvi di Benedetto XVI).
Certo è che il Novecento è stato un secolo fecondo per la teologia: alle spalle abbiamo figure del calibro di Barth, Bultmann, Bonhoeffer, Cullmann, Pannenberg, dello stesso Moltmann, per fare qualche esempio nell’orizzonte protestante, e ci imbattiamo in personalità cattoliche straordinarie come de Lubac, Daniélou, Guardini, Chenu, Congar, Rahner, von Balthasar e lo stesso Ratzinger, solo per accennare ai maggiori.
Ebbene, in questi ultimi 25 anni, quali linee di sviluppo ha imboccato la teologia con le discipline a essa correlate come l’esegesi, la morale, la storia ecclesiastica, la spiritualità? Non ci si può nascondere che un certo allentamento ideale ha un po’ abbassato sia l’altissimo profilo dell’investigazione sistematica e "positiva" della prima metà del secolo sia il vigoroso e appassionato rinnovamento provocato dal Concilio Vaticano II, che aveva costretto i teologi cattolici a reimpostare i loro trattati e aveva lasciato campo aperto alle ricerche di taglio biblico. Una delle onde che si allungano ancora in questi ultimi decenni è proprio quella riguardante la teologia della Parola di Dio o della Rivelazione e il recente Sinodo dei Vescovi ne è stato una conferma esplicita.
Naturalmente attorno a questo asse s’annodano varie ramificazioni. Ne evoco solo alcune. Innanzitutto l’affiorare e il consolidarsi di nuovi approcci al testo sacro, al di là dell’imperante metodo "storico-critico": si pensi soltanto al rilievo della prospettiva "canonica" che considera la Scrittura nella sua compattezza finale, così come essa è accolta nella Chiesa, al termine del suo tragitto formativo, oppure alle varie letture retoriche, semiotiche, femministe, sociologiche applicate al testo biblico. C’è, poi, l’attenzione riservata al complesso rapporto tra Parola di Dio – che precede ed eccede la Bibbia -, Scrittura e Tradizione. E a proposito di quest’ultima, ecco affacciarsi l’interrogazione ermeneutica che non è solo una questione specifica intraecclesiale di decodificazione del messaggio autentico delle scritture, ma è anche un problema più generale di linguaggio e soprattutto è, a livello pastorale più ampio, l’interazione tra i valori irrinunciabili della Tradizione e le conquiste della modernità o lo spaesamento della post-modernità.
Quest’ultimo aspetto ci introduce in un ulteriore ambito in cui la teologia si è recentemente insediata, l’orizzonte dell’esistenza: in pratica è quella che è stata chiamata "la svolta antropologica". Essa concepisce la teologia in correlazione tra due poli. Da un lato, si hanno la Rivelazione e la Tradizione; d’altro lato, la situazione dell’essere umano, così da costituire una "fede che si fa solidale col suo tempo", per usare un’espressione di Chenu. E’ evidente che questa interazione dà origine a percorsi ulteriori come quello del dialogo con la politica o con la scienza, con la globalizzazione e con l’ecologia, ma anche quello ecumenico-interreligioso che ha registrato una particolare vivacità proprio in questi ultimi decenni.
Si ha, così, una teologia sempre più coinvolta con le agende sociali per cui – come è stato scritto – "l’ortoprassi diventa il prezzo dell’ortodossia". E, come spesso accade nella storia, per una sorta di legge dei contrappesi, si produce una reazione necessaria, quella del ritorno verso le radici ideali. Un ripiegamento che, però, può essere meccanico e apologetico, come nel caso del fondamentalismo, ma che può anche essere benefico quando impedisce la lenta ma inesorabile estenuazione della teologia in mera antropologia spirituale (e in questa linea è evidente l’impronta che il progetto di Benedetto XVI sta lasciando nella stessa teologia contemporanea).
Il nostro è stato solo una sguardo dall’alto su una "terra promessa" che è in verità molto variegata, fitta di oasi, ma anche striata da deserti e che però merita pur sempre alla teologia quel giudizio che le ha riservato uno dei suoi maggiori esponenti nel ‘900, Barth: "Tra le scienze la teologia è la più bella, la sola che tocchi la mente e il cuore arricchendoli, che tanto si avvicini alla realtà umana e getti uno sguardo sulla verità. Ma è anche la più difficile ed esposta a rischi; in essa è più facile cadere nella disperazione o, peggio, nell’arroganza; più di ogni altra scienza può diventare la caricatura di se stessa".   


                                                                                                Gianfranco Ravasi


L'articolo sopra riprodotto è stato pubblicato il 16 novembre 2008 da "Il Sole24Ore - Domenica".
Ringraziamo l'autore e la direzione del giornale per la gentile concessione.