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31.01.2009

Gli edifici alti: il rapporto aperto tra tecnico ed estetico.


Se di una forma si annuncia l’eterno crepuscolo.
Brescia e Bergamo nel dibattito sui modelli culturali.


                            «I grattacieli sono il trionfo dell’ingegneria e la morte dell’architettura» 

                            Frank Lloyd Wright 


                            «Solo i grattacieli in costruzione mostrano ardite idee costruttive, 
                            e l'effetto di questi scheletri d'acciaio che si stagliano contro il cielo 
                            è sconvolgente. Con il rivestimento delle facciate tale effetto 
                            scompare completamente, l'idea costruttiva che sta alla base 
                            della creazione artistica è annientata e soffocata per lo più da un caos 
                            di forme prive di senso e banali. Nel migliore dei casi, oggi, risultano 
                            esclusivamente le dimensioni grandiose, eppure queste costruzioni 
                            avrebbero potuto essere qualcosa di più di una semplice manifestazione
                            delle nostre possibilità tecniche». 

                            Ludwig Mies van der Rohe.





di Andrea Canclini


L’aforisma di Wright, dimostra come ogni equivoco consista in una sostituzione, in questo caso nella sostituzione della parte con il tutto. L’aspetto tecnologico della progettazione, sottoforma di ingegneria, si sostituisce alla responsabilità compositiva dell’architettura, così che la componente tecnica non sarà più una parte costitutiva del progetto dell’edificio ma ne diventerà l’unica componente dotata di senso; anzi, il trionfo dell’ingegneria, che rende possibile l’esistenza dell’edificio, secondo Wright, annulla la portata progettuale dell’architettura, che invece sempre e per definizione dovrebbe assumere in sé ogni responsabilità sull’edificio. Viceversa, se si suppone che sia vero che il tema progettuale dell’edificio alto sia il luogo della morte dell’architettura e del trionfo dell’ingegneria, sarà necessario concedere alla tecnica la vera supremazia culturale.
Oppure, e infine, come scrive Mies, «… queste costruzioni avrebbero potuto essere qualcosa di più di una semplice manifestazione delle nostre possibilità tecniche» se, cioè, il rapporto tra «l’idea costruttiva» e la«creazione artistica» fosse stato indagato dal progettista come una necessità progettuale, se architettura e ingegneria non avessero trionfato l’una in funzione dell’altra.

A sud del centro storico di Brescia due tracciati si valicano: il ponte stradale supera dal novembre del 1961 il corridoio ferroviario e, scelta la fascia a sud come zona di espansione della città, il collegamento deve riuscire a neutralizzare il confine fisico e psicologico costituito dal bastione dalla linea ferroviaria stessa. L’area, a ridosso del versante meridionale della ferrovia, ha mantenuto fino allora la destinazione agricola, nonostante l’effettiva vicinanza al resto della città. La storia di quella scelta, che appare ora come inevitabile vista anche la pre-esistenza di altri attraversamenti del tracciato ferroviario (da sotto, però, come via Cremona e via Corsica), fu molto lunga, non sempre limpida ma comunque emblematica per le questioni sia urbanistiche sia architettoniche che ha, per sua stessa natura, provocato, a volte in anticipo in relazione al dibattito, altre volte con qualche ritardo. Inoltre e di nuovo, l’interesse suscitato in questi mesi e non solo in Italia dal dibattito sugli edifici alti, inserisce le scelte compiute per Brescia Due in più generali ed ampie questioni, ancora aperte e forse ancora senza soluzione definitiva.
La progettazione del quartiere inizia ottant’anni fa. Nel Piano urbanistico fascista di Marcello Piacentini del 1927, al centro storico di Brescia viene assegnata una definizione urbana diversa da quella progettata dallo stesso Piacentini nel piano urbanistico per la città di Bergamo: per l’acropoli della Bergamo alta si prevedeva lo svuotamento dalle funzioni al fine di consentirne una conservazione completa con le caratteristiche della differenza rispetto al nuovo tessuto urbano che si andava pianificando nella parte bassa della città, Il centro storico bresciano, invece, avrebbe dovuto adeguarsi ad accogliere tutte le funzioni di una città, anche attraverso sventramenti urbani, in modo da non rendersi indipendente dalle altre espansioni previste per Brescia dal Piano. Nel successivo Piano del 1941, invece, per la prima volta viene prevista, con la realizzazione del cavalcavia da parte delle Ferrovie dello Stato, un’ampia area a sud della città a destinazione residenziale, estesa fino alla tangenziale sud in progetto; ma altre speculazioni, legate alla realizzazione sia del tunnel sotto il colle sia del nuovo ospedale, spingeranno la prima espansione post-bellica verso nord, e solo esaurita quella spinta, consentiranno di rivolgersi verso le zone a sud. Successivamente, dopo l’inserimento nel 1954 di Brescia nell’elenco ministeriale dei Comuni obbligati a dotarsi del Piano Regolatore, si arriva ad una bocciatura nel 1958 da parte dell’allora competente Ministero dei Lavori Pubblici del Piano Regolatore Generale redatto dal piacentiniano tecnico comunale Oscar Prati, accompagnata dalle polemiche di Bruno Zevi e di Antonio Cederna sul Mondo per i confermati sventramenti nel centro. Si procedette poi nel 1958 all’affidamento dell’incarico per la redazione del nuovo Prg; il risultato fu il Piano del professor Morini, approvato dal Comune nel 1960-61 e dal Ministero nel 1962. Questo modesto nuovo strumento urbanistico, articolato in una serie di Piani Particolareggiati da approvare singolarmente, conteneva alcune indicazioni progettuali tipiche della dottrina di quegli anni, compresa l’incompatibilità della presenza delle "funzioni direzionali" con il centro storico; funzioni da collocare, dunque, in luoghi definiti "centri direzionali", ammettendo sulle aree riservate a tali destinazioni d’uso indici di edificabilità molto elevati con l’interdizione, contemporaneamente, ad operare ulteriori sventramenti simili a quelli già in atto in via Tosio e nell’area dell’ex Ospedale.
Il Piano prevedeva dunque lo sviluppo del centro a sud, quale area strategica per la realizzazione della città contemporanea, criticando così implicitamente le scelte piacentiniane miranti al riutilizzo completo del centro storico anche come "centro direzionale". Nel dibattito politico di allora si pensò trattarsi di una possibile «perdita di identità» (urbanistica o tout court?) della città stessa. Anche con gli indici urbanistici del Piano Morini, espressi attraverso la concessione di notevoli volumetrie ed altezze nella zona compresa tra città esistente e zona di espansione, non si sarebbe potuta realizzare una vera e propria ricucitura del tessuto urbano, inottenibile a causa della profondità del tracciato ferroviario interposto (circa 150 metri di "vuoto urbano" lungo circa un chilometro). Tuttavia pare non esserci alternativa al costituirsi delle periferie, come sempre e necessariamente "altro" da ciò di cui sono, appunto, periferia. Se si fosse invece scelta la direzione dello sviluppo completo del centro storico secondo le indicazioni del Piano Piacentini, sarebbe stato necessario intervenire con ulteriori sventramenti, oltre a quelli già attuati nel Ventennio, probabilmente nella zona del Carmine, contribuendo alla temuta «perdita di identità» in modo ancor più radicale.
Nel dibattito politico e sociale degli anni 1962-63 quest’occasione d’espansione a sud viene considerata come la prova decisiva per misurare la capacità della città di superare se stessa cercando di ordinarsi meglio di quanto abbia saputo fare nei primi anni Cinquanta nei quartieri a nord, tra il colle e l’ospedale; il dibattito però non supererà mai le dinamiche di ambito comunale e non assumerà mai spunti originali né di natura prettamente progettuale (nemmeno in modo pretestuoso) né sul tema degli edifici alti che sarebbero dovuti sorgere proprio di fronte al centro storico, seppure siano già passati quasi novant’anni dalle prime realizzazioni di grattacieli. Anzi, nonostante importanti soggetti della società civile facessero pressione sull’Amministrazione affinché la progettazione del nuovo quartiere venisse affidata attraverso un concorso di progettazione di livello nazionale, si preferirà sostenere la scelta del 1960 dell’istituzione di una commissione, poi trasformata in una super-commissione consultiva in unione all’ufficio tecnico comunale, con il compito di vagliare il progetto, già affidato per incarico privato a professionisti locali.
Si pianifica così l’espansione a sud della ferrovia attraverso l’adozione nel 1964 del Piano Particolareggiato contenuto nel Piano Morini per il "Centro direzionale Brescia 2"; a sud troverà manifestazione il nuovo insediamento: quattro zone residenziali e un nucleo centrale a funzione direzionale tra via Malta e via Cefalonia su una superficie di circa 70 ettari, con la previsione di percorsi su più livelli, con quello pedonale al primo piano, alla quota delle funzioni commerciali. Ma ancora nemmeno un intervento a porre il rilievo del tema progettuale dei previsti edifici alti come una questione di qualche importanza su cui riflettere.
Nel 1965 inizia il nuovo governo urbanistico della città, con la nomina per supplenza all’assessorato competente di Luigi Bazoli, che influenzerà con la sua politica urbanistica i successivi 15 anni, riportando, dopo gli anni della speculazione, il controllo dell’Amministrazione sulle dinamiche di sviluppo del territorio; paradossalmente, quando negli anni Settanta Bazoli affiderà l’incarico della redazione dello strumento urbanistico a Leonardo Benevolo, proprio gli stessi che a lungo avevano fatto proposte per la "sprovincializzazione" della materia a favore della presenza operativa in città di architetti e urbanisti di livello nazionale si trasformarono in strenui oppositori del professor Benevolo.
La pianificazione attuata con il Piano del 1980 (complici: la nuova normativa sugli standard urbanistici che comportò il riequilibrio tra lotti privati e spazi pubblici; l’eliminazione dell’articolata rete dei percorsi, ma soprattutto la drastica riduzione, a meno della metà, di quegli indici edificatori che nelle intenzioni originali lo avrebbero caratterizzato come un vero quartiere direzionale) diede finalmente inizio ad una progettazione urbanistica basata su attente valutazioni anche sulla natura degli edifici alti che sarebbero sorti a "Brescia 2", seppure in presenza delle incoerenze dei progetti già realizzati.
A metà degli anni Ottanta e dopo il Piano attuativo del 1986, per ovviare alla confusione creatasi e per scongiurare la riduzione della questione ad un problema di pura speculazione privata, l’Amministrazione riuscì a rendere cogente il Piano guida della viabilità, che impose, quantomeno in sede di convenzione urbanistica con gli operatori privati, una minima coerenza nella realizzazione della rete viaria. Seguirà nel 1987 il Documento direttore per l’area, contenente indicazioni tipologiche e d’occupazione del suolo obbligatorie, con cui si tenterà di dare coerenza alle molte proposte che si stavano delineando, sostanzialmente impostate, in base all’assetto proprietario, sul solo principio della dimensione del lotto edificatorio. Come in molte altre città europee, l’Amministrazione pubblica stabilisce precise indicazioni a garanzia della coerenza e della qualità degli insediamenti privati, ponendosi questioni anche circa la dimensione degli edifici e il loro rapporto con il resto del quartiere e della città; centrale, ad esempio, la presenza vincolante dei "coni ottici", specie di direttrici visive che dovrebbero dare continuità percettiva a chi percorra la periferia a sud della città con gli elementi peculiari della città storica.
Con la Variante al Prg per il quartiere del 1997, la schietta destinazione terziaria viene ampiamente mitigata; da allora aumenta la previsione della presenza residenziale dal 10% al 50%, annunciando anche la realizzazione del parco Tarello e definendo l’altezza massima dei quattro previsti edifici centrali, di cui verrà realizzato solo quello che oggi ospita la sede di un istituto bancario, a 45 metri; definizione arbitraria, da cui però traspare un impianto ideologico a sostegno della scelta. La sintesi del dibattito era incentrata sulla pragmatica analisi dello stallo del comparto immobiliare commerciale e su considerazioni progettuali attorno al nodo concettuale del superamento dello zoning più ortodosso, per approdare a posizioni in cui la compresenza delle funzioni urbane classiche potesse dare alla zona vivacità sociale nuova. La concessione agli operatori immobiliari di monetizzare gli standard urbanistici consentì di acquisire nuove aree per ampliare il sedime del parco stesso, tale da renderlo effettivamente un luogo con funzione di ricucitura con la città esistente, verso nord.
Ma la polemica contro gli edifici alti che sarebbero dovuti sorgere nel quartiere iniziò subito ed emblematicamente con la critica al primo progetto del cosiddetto 
Crystal Palace: esso avrebbe acuito, con la sua mole, la predominanza nel quartiere della funzione terziario-direzionale, nonostante la presenza per un totale di circa un migliaio di alloggi, degli edifici residenziali Iacp di Lamarmora. Gli indici edificatori erano già stati ridotti nel 1969, con le revisioni del 1973-74 e del 1977 e ancora con il Piano del 1980, ogni volta con intenti diversi, ma sempre con un occhio rivolto alla dimensione e all’altezza degli edifici. La polemica seguìta alla presentazione del progetto per il Crystal Palace nel 1987 sarà di livello nazionale, sull’Espresso con Antonio Cederna e sul Corriere della Sera con Cesare de Seta, mentre a livello cittadino motivazioni precise furono portate dall’assessore Bazoli, sulla base della considerazione che un edificio alto 131 metri (nel suo progetto originale) nel nuovo centro direzionale, speculare a quello storico, avrebbe costituito un potere rappresentativo e d’incontro solo privato e non pubblico, e quindi non condiviso, e un potere simbolico troppo grave per una città di lunga storia, eccentrica rispetto alle dinamiche di costruzione tipiche delle nuove città. Una contrapposizione insostenibile, alterazione di rapporti priva di senso e quindi non applicabile, che avrebbe impoverito, dunque, la rappresentatività delle preesistenti emergenze architettoniche storiche e pubbliche. Il problema quindi non riguardava l’edificio in sé, ma il suo rapporto con il contesto: la critica è semmai urbanistica, e non architettonica. Infatti, nel quartiere di San Polo sarà scelta anche la tipologia dell’edificio alto, senza criticare di per sé la dimensione architettonica.
La realizzazione degli edifici alti è sempre stata accompagnata da interventi critici, tranne forse in due casi: i grattacieli della prima generazione statunitense, a causa del loro carattere innovativo e fortemente liberista, e alcuni dei principali tra quelli realizzati successivamente; che essi siano un mosaico di contraddizioni è ormai opinione diffusa, opinione che sempre più di frequente viene esposta in modo pretestuoso e pregiudiziale, e che forse dimostra la presenza di una ormai consolidata profondità storica del tema. Sicuramente una delle questioni principali rimane quella simbolico-significativa, centrale nella definizione della città. Diversa la visione newyorkese del XIX secolo per cui il grattacielo costituiva l’alfabeto per la costruzione della nuova città, da quella in voga oggi a Dubai o a Milano-Fiera; nella cosiddetta torre di Piazza Vittoria a Brescia, realizzata in epoca fascista, è indiscutibile una funzione positiva di carattere riassuntivo di tutta la piazza sottostante: superata così una volta per tutte la risposta più scontata, quella che dice che l’edificio, qualunque esso sia, è «estraneo» al panorama, che non rispetta quella cupola o quell’altra torre, che però è medioevale. Ma l’architettura è fatta di materia, e la materia è spesso il pretesto per cercare di afferrare un passato che non esiste più, se non nella memoria e, appunto, negli edifici.
In questi mesi sono trasversali le posizioni critiche rispetto ai progetti di grattacieli: il Sindaco di Parigi Delonoë, dopo averli concordati con Sarkozy, ha visto bocciati dai propri elettori i piani di "sviluppo verticale", e i parigini si sono espressi in massa contro l’aumento dei 37 metri attualmente in vigore come limite per l’altezza dei nuovi edifici (sempre con un occhio rivolto alla tour Montparnasse e ai nuovi progetti nelle aree dismesse, anche se tra pochi anni sarà concluso Le Phare, 300 metri); a Pechino si comincia a puntare sullo "sviluppo orizzontale" delle città (anche se non mancheranno nuovi altissimi edifici, come lo Shangai Center, 632 metri per 120 piani); a Londra, a Southwark sopra la stazione della metropolitana di London Bridge Station, si è fatta molta fatica a far accettare, a conclusione della public enquiry, la shard of glass, nuova opera di Piano, una scheggia di vetro a piramide alta 310 metri; sempre a Londra la successione di Johnson a Livingston alla carica di sindaco si è giocata anche sul campo delle visioni dello sviluppo architettonico della città; in Italia sono stati bocciati a Fuksas i progetti sia per la nuova sede della Regione Liguria sia per il cosiddetto Faro di Savona, 125 metri di polemiche iniziate ancor prima del progetto. Ancora Piano ha serie difficoltà con il progetto della Torre San Paolo a Torino, già una volta abbassata in onore alla Mole. Insomma, gli edifici alti sembrano essere ancora una sfida culturale se e solo in chiave negativa; vengono percepiti, nel generale clima di ricerca di certezze identitarie, come un pericolo alla definizione stessa di città, come elementi estranei ai sistemi urbani. Anche se forse potrebbero essere proprio loro, con il loro "verticalismo", ad essere gli elementi per una possibile scelta, ponendosi criticamente alternativi ai modelli di sviluppo più diffusi, sapendo che la qualità architettonica ed urbanistica non è né garantita né pregiudicata dal solo fatto di essere alti e che pensare gli edifici alti significa oggi occuparsi degli spazi pubblici e, contemporaneamente, affrontare le domande sorte con i recenti e rapidi cambiamenti sociali e demografici.
Continuare a considerare il grattacielo come il paradigma della sfida tecnologica, anche senza più sfumature progressiste, rimane un atteggiamento coerente; anzi, la questione dell’utilizzo della tecnica e della tecnologia hanno, come noto, reso possibili concetti di cui fino a pochi decenni fa ancora non si sentiva la necessità. Rem Koolhaas, applicando all’analisi architettonica il termine bigness (grandezza, grande dimensione), ha disvelato nozioni nuove; l’indipendenza della quantità dalla qualità e, anzi, la certezza che la quantità faccia di per sé qualità, negli edifici di grande dimensione ha, secondo Koolhaas, reso indipendenti questi grandi oggetti architettonici dal contesto, di fatto facendoli autori della propria vita architettonico-urbanistica: sono essi stessi la propria ragion d’essere. Essere qualità in funzione della quantità significa perciò affrancarsi dalle categorie moral-estetiche finora utilizzate, significa essere al di là del bene e del male, gettando, di fatto, l’onestà architettonica nel baratro del proprio destino. La sola possibilità di avere aria condizionata, ascensori, elettricità e ottimo acciaio hanno tecnicamente permesso la realizzazione di edifici che così si danno a noi con l’inevitabilità di ciò che è possibile. Superfluo osservare che il disegno architettonico, nel suo senso più accademico, è stato reso così completamente insignificante ed inutile, annullando, ad esempio, il rapporto compositivo tra facciata ed interno, forse separandone addirittura l’approccio progettuale: di nuovo, addio ad ogni possibile rapporto con il contesto. Bigness però, non solo altezza: il grattacielo, sostiene Koolhaas, è tipologicamente morto, mai più ridefinito. Oltre i brividi, non si può restare indifferenti a queste analisi, che indagando argomenti radicali obbligano ad un’attenzione sincera riguardo alla questione della tecnica, come sempre in architettura. In questa ottica, il superamento delle questioni legate alla sociologia, all’antropologia e alla spettacolarizzazione dell’evento è necessario, per comprendere il significato degli edifici alti; e superamento anche dell’attenzione esclusiva alla funzionalità (già Gropius affermava che l’architettura non si può esaurire nella fedeltà alla funzione), inteso come sganciamento dei limiti concettuali della necessità, come sempre meno ineluttabilmente presenti. Ancora e infine, considerazione che l’estetica, essendo vincolo epistemico della disciplina, non è mai completamente superabile, ma ne è invece sempre lo stimolo: crocianamente, coincidenza di forma e contenuto, teoria di un’architettura liberata dal concetto di necessità. Combattendo contro ogni forza di gravità questa forma architettonica potrebbe essere intesa come il modo per ribadire la possibilità di liberarsi dai vincoli imposti dalla presenza di un contenuto lirico.
Sul piano puramente formale pare invece che il grattacielo abbia sviluppato, e continui a farlo, il tema della persistenza della forma, in questo caso della torre, proponendo la ricomparsa del tipo architettonico da sempre deputato alla rappresentanza, anche vuota, del potere, che sia rappresentativo, di controllo, di persuasione, di egemonia. In una concezione dialettica del tempo e della storia si inverano le opere declinate nel nome della forma ricorrente, nel repertorio delle forme classiche. È il tema aperto legato alla problematica del simbolo e quindi del rapporto, ancora, tra forma e contenuto; questi modelli sono costruzioni intellettualistiche o esistono solo le forme singole, ogni volta realizzate, con i propri specifici problemi esecutivi e realizzativi, progettuali e compositivi? La tecnica come ierofania delle forme? Ma la Rivelazione, si sa, quasi mai viene riconosciuta. La cupola, ad esempio, ha coperto, a turno, spazi sacri, monumenti trionfali, poi borse, teatri, casinò: perché è stata svuotata di significato dal Neoclassicismo o perché invece è così piena di significato da assumersi responsabilità anche gravi?
Il valore della tecnica in senso espressivo, e nei grattacieli la tecnologia ne consente la stessa esistenza, è da tempo un nodo concettuale, da quando attorno al 1830 si intravide la fine dell’"arte bella" come la chiamava polemicamente Hegel, cioè quella totalmente sradicata dalla realtà, auspicando la comparsa di una "tecnica nuova", con la nuova arte.
Solo quando le innovazioni tecnologiche vengono degradate ad espedienti diventano inaccettabili, carenti di coerenza nella propria stessa natura, in nome della coerenza in un canone diverso, spesso tipologico o compositivo, a cui venire piegate. E in questi casi qualsiasi edificio, non solo gli edifici alti che si piegano da un lato, rappresentano sforzi fuori scala, design o moda, traduzione in simbolo architettonico di alcuni tratti esteriori della tecnica, come semplice soggetto o addirittura come tema ispiratore.
Però solo dopo che la cultura filosofico-scientifica si è occupata della tecnica è avvenuto, in modo deterministico, il passaggio al piano estetico, anche solo con l’uso stesso di un linguaggio tendenzialmente tecnico e speciale invece che comune.
Esiste certamente un’autonomia della ricerca estetica, ma esiste anche una corrispondenza paradigmatica tra un’esperienza compositiva importante per la storia dell’architettura, il tema del grattacielo, e il discorso filosofico-scientifico sulla tecnica, sullo sfondo della consapevolezza di una comune ricerca conoscitiva: non si può che essere così. Essendo, infatti, impensabile che nessuno arretri dalla propria posizione, originariamente neutrale, forse solo l’accoglimento di istanze ontologico-metafisiche che non si diano nel discorso tecnico come soli vincoli, renderà possibile evitare scivolamenti sui piani inclinati nichilisti del formalismo tecnicista. Nonostante l’abitudine diffusa di considerare l’estetico in contrapposizione al tecnico anche in una cultura dove sia fondata una scienza, le parti sembrano stare in stretto rapporto, e la ricerca e la presenza ancora diffusa degli edifici alti non fa che confermare che possono essere ancora e sempre più una sfida culturale, e ormai dovunque, dato che l’architettura non mente.


                                                                                            Andrea Canclini
                                                                                                Architetto


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