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18.12.2008


Il dolce calpestio privato     
Novembre 2008

di Elga Friedman


Si ammassavano proprio sotto il nostro balcone.
Nella grande piazza e lungo i viali confluenti.
I primi gruppi già alle sette del mattino, appena la luce diveniva più chiara.
Molti ragazzi e ragazze incominciavano a stendere striscioni di tela bianca. Sopra, prendevano forma slogans e figure. Lavoravano in ginocchio sull’erba umida delle aiuole.
Alle otto, la piazza era completamente gremita e vociante.
Avevo deciso di scendere e confondermi con loro, almeno fino al momento della formazione del corteo.
Io, nel ’68, avevo nove anni. Mi sembrava, allora, che il cuore in gola l’avessero tutti, quei giovani: voglia di partecipare e di fuggire, contemporaneamente. Gli scontri con la polizia erano ineluttabili.  


"E’ ora di scendere" - mi dissi – "sciarpa e piumino come i ragazzi". Inciampai subito in alcuni di loro seduti davanti al portone.
Li scavalcai.
Qua e là volti noti. Studenti del mio corso. Scrutai i loro occhi sfuggenti.
Ne conoscevo un buon numero.
I loro sguardi scivolavano su di me.
Si posavano, poi, ridenti, sui compagni, sugli zaini, sugli striscioni. C’erano i problemi del corteo, la sua organizzazione.
Il giovane che comparve d’un tratto davanti a me, era alto quasi due metri.
L’avevo visto qualche volta al mio corso, sempre con la stessa ragazza.
Se ne stavano in fondo all’aula ad amoreggiare.
 "Ti do il megafono" – mi disse – "questi sono i fogli con gli slogans…accanto trovi il nome delle vie che percorreremo…scandisci bene e tieni il ritmo".
"Non posso" – replicai subito con un filo di voce – "non ne ho più per nessuno…ho speso tutto" – e mi tambureggiavo la gola, con le dita, sorridendo e arrossendo un poco - .
Mi girò le spalle.
"Ci vuole una donna…una voce femminile..".
Si avvicinò ad una ragazza bruna che stava infilandosi un paio di guanti di pelle chiara.
"Tu puoi farlo?". La ragazza annuì.
Le spiegò tutto rapidamente, incominciando dal funzionamento del megafono.  


Lo spilungone mi aveva guardato.
Mi aveva parlato ma non mi aveva visto. I suoi occhi fotografavano soltanto la situazione generale. Non si era accorto che ero una donna di quasi cinquant’anni?
E quante volte mi deve avere incontrato in Università! Durante i seminari, per esempio.
Vedeva solo la "situazione generale" e la indiscutibile autorevolezza del momento. Come tutti gli altri, del resto..  


Il corteo si mosse davanti a me.
Per alcuni minuti si sentì soltanto lo scalpiccio di migliaia di piedi: uno stridio crescente, poi imponente, il tutto immerso in un silenzio di parole, mistico, quasi fatale. Nessuno parlava.
Dopo un centinaio di metri e lunghissimi secondi, vidi la ragazza bruna, col megafono e i guanti di pelle, che usciva dal corteo. Con voce sicura incominciò a scandire gli slogans.
La grande colonna rispose con un boato. Finalmente era rotto quel silenzio innaturale!
Il corteo aveva ritrovato la propria anima e il proprio destino.  


Nel rientrare a casa, Hans, mio marito, mi raggiunse con gli occhiali sul naso e un libro in mano: "Qualche nostalgia del ’68? Li avevi osservati solo dal balcone, allora, vero?".
"Forse" – risposi -.
"Anche ai tuoi tempi, Hans, i ragazzi guardavano con occhi spalancati senza vederti?".
"Eccome!". "Guardavano solo le ragazze durante le occupazioni…forse non vedevano davvero neppure quelle!".
Hans si diresse verso lo studio, sorridendo.
Lo sentii scivolare vicino alla libreria. Un passo leggero, un calpestio tenue, discreto, del tutto ...privato, con le sue pantofole colorate vistosamente di lana.  


Mi prese un bel sonno, meritatamente protetto.   


                                                                                                            Elga Friedman    


Traduzione dal tedesco
di Frida Giermhayr


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