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14.12.2008


Claudio Magris: Alfabeti, Saggi di letteratura


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Claudio Magris
Alfabeti, Saggi di letteratura
Garzanti, Milano 2008
pp. 490, € 19,60



di Invito alla lettura


( a cura di Gianmaria Merenda )

Il libro che proponiamo in lettura è la raccolta di dieci anni di articoli che Claudio Magris ha pubblicato per la maggior parte nelle pagine del Corriere della sera, in altri quotidiani e in alcune riviste. Magris tiene a precisare in una breve nota d’apertura che i testi non hanno ricevuto alcuna revisione, «col facile senno del poi».

Il libro si preoccupa di libri e non è uno sterile esercizio tautologico. I saggi che lo compongono possono essere letti singolarmente, anche perché non sono stati sistemati in un ordine diacronico, oppure possono esser letti tutti d’un fiato, dall’inizio alla fine della raccolta. Entrambe le letture possono portare a piacevoli scoperte. La singola lettura, invogliata dall’indice dei nomi citati, è certamente pratica. Ma anche il percorso da capo a coda del testo può far scoprire una lettura della vita degli uomini sotto la luce di altri libri, i libri di Claudio Magris.
C’è di tutto. «La letteratura, come un avvoltoio – pur tante volte benemerito, come quando fa sparire le carogne – può nutrirsi di tutto» (p. 134), così Magris in chiusura di un articolo dedicato a Leopold von Sacher-Masoch.


Ci sentiamo di segnalare, tra i settantasei saggi della raccolta, quello intitolato Città e malinconia (pp. 238-44). Il saggio è la Prefazione al testo di Walter Benjamin Immagini di città, ed inizia così: «In una celebre e fulminea parabola Borges parla di un pittore che dipinge paesaggi; regni, montagne, isole, persone. Alla fine della sua vita si accorge di aver dipinto, in quelle immagini, il suo volto; scopre che quella rappresentazione della realtà è il suo autoritratto. La nostra identità è il nostro modo di vedere e di incontrare il mondo: la nostra capacità o incapacità di capirlo, di amarlo, di affrontarlo e cambiarlo. […] Forse nessuno come Benjamin ha tracciato questo autoritratto attraverso le cose e le figure del mondo, che il corso della storia individuale e collettiva – il progresso – fa a pezzi» (p. 238). Forse una delle migliori definizioni disponibili di Walter Benjamin, scritta in una lingua non benjaminesca e che invoglia alla lettura di un grande pensatore.


Oppure l’articolo intitolato I santi che ridono di Dio (p.275), nel quale Magris scrive del teatrante, difficile definirlo in una sola parola, Moni Ovadia e del suo libro Oylem Goylem. Nello scritto si trovano i riferimenti che possono far comprendere la bellezza dell’ironia. «Io rido di Dio, perché vedo com’è fatto il mondo» dice un santo ebraico, il rabbi David di Lelov. Un saggio avvertimento contro l’idolatria. «Se si è idolatri, superstiziosamente e feticisticamente succubi di falsi e oscuri ordini, divieti, poteri, convenzioni e fantasmi che si proclamano assoluti, non si è capaci di amare, perché non si è liberi. […] Non a caso l’ebraismo, così anti-idolatrico, è tanto pervaso di ironia. L’ironia è la consapevolezza della relatività di ogni cosa umana e storica rispetto all’unico assoluto […]» (p. 277).


O, ancora: Elogio della follia: Plaza de Mayo (p. 348). L’articolo del 26 gennaio 2006 è dedicato alle madri di Plaza de Mayo, le donne che ad un certo punto della dittatura argentina decisero di ritrovarsi di giovedì in piazza per chiedere conto della scomparsa dei loro figli, i tristemente famosi desaparecidos. Magris non fa sconti a nessuno in questo articolo. Non allo stato dittatoriale, non alla chiesa cattolica che non fece molto per contrastare il terrore. Certo Magris non si riferisce all’impegno pagato con la morte di «padre Longueville e padre de Dios Murias o i vescovi Angelelli o Ponce de Léon, vittime dell’efferata violenza contro cui avevano levata alta la voce, come monsignor Romero o i sei gesuiti a San Salvador, forse ora dimenticati nelle beatificazioni ecclesiastiche, ma – come il baccello sepolto nella fiaba di Andersen – non certo dimenticati da Dio» (p. 349). La tattica flessibile, intelligente, scaltra ma non violenta delle donne argentine è descritta come la migliore strategia possibile per fronteggiare l’ottuso nemico, neanche Clausewitz avrebbe osato tanto. Da leggere nei momenti di sconforto.


Ne’ L’alfabeto del mondo (p. 26) Claudio Magris tratta del libro per eccellenza: «la grandezza di un testo che dice brutalmente e senza indorare la pillola la nuda verità della vita e della morte, l’eros e la violenza, l’incanto e il sapore della cenere, l’altezza cui possono arrivare gli uomini salendo al di sopra di sé stessi fino a concepire un assoluto che li trascende, li sorregge o li annienta, e l’infame bassezza cui quegli stessi uomini possono giungere» (p. 26), la Bibbia.


Un testo potenzialmente infinito tanti sono gli spunti che ogni saggio può fornire. Una lettura non priva di rischi: «La letteratura è anche una discesa agli Inferi – anche a quello che Flaubert chiamava ‹la latrina del cuore›» (p. 480). 


                                                                                        Gianmaria Merenda

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