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04.01.2009

Alberto Arbasino

La vita bassa

 

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Alberto Arbasino

La vita bassa
Adelphi
Milano 2008
pagg 112

di Invito alla lettura


( a cura di Gianmaria Merenda )

«Questo nuovo libretto «sui fatti del 2008» si proporrà (ancora una volta) come una obiettiva ‘deposizione’ testimoniale a caldo su un altro snodo o svincolo di eventi italiani probabilmente epocali, nel mesto corso del loro svolgersi» (p. 103).

Esce per i tipi di Adelphi un nuovo libro di Alberto Arbasino. Lo scritto è densissimo come è solito per l’autore. La presenza degli elenchi, di oggetti, persone, luoghi e modi di dire, si fa sempre più pressante, le connessioni sono lasciate allo sforzo cognitivo del lettore. Tutto è teso, tutto sembra tendere allo sfilacciamento del testo, sfilacciamento che potrebbe compromettere la leggibilità. Ma Arbasino sa come contenere questo ricercato pericolo.
 
«E «la vita bassa», da noi, non diventerà una Metafora illuminante e dirigibile, nella pubblicistica ‘easy’ satura e beata di cose che sono sempre metafore di altre cose? […] E se «la vita bassa», per i prossimi Lévi-Strauss e Mauss e Bataille e Leiris e Caillois (in un aggiornato Musée de l’Homme con foto in bianco e nero di ‘indigeni’ autentici con addomi e glutei ridondanti odierni esibiti di fronte e di profilo), diventasse Segno antropo- ed etnometodo-logico strutturale e culturale di tutto un Inconscio o Conscio tribale ed elettorale non solo giovanile e sgargiante, come i totem e tabù e le penne e gonnelle e facce dipinte di più rinomati aborigeni? «Funzione segnica» un pochino ruffiana o equivoca?... Feticcio peraltro pochissimo studiato, per ora, nonostante la prensilità così ‘easy’ e ‘quick’ degli apparati mediatici specializzati» (pp. 26-27).
 
Il libro è dedicato, anche se ciò non è detto apertamente, ai quarant’anni che separano il 1968 dall’odierno 2008. Quarant’anni sono una cifra tonda. Quarant’anni per chi allora aveva vent’anni sono quasi l’intera vita, quindi un tondo che si chiude. Arbasino con il suo sguardo antropologico fa il pendolo tra i due anni, cruciali a suo parere nella storia degli italiani: «Costanti antropologiche, caratteri etnici originali e originari, ancestrali e atavici, connaturati e congeniti (G. Fortunato, G. Salvemini, C. Lévi-Strauss et al.) » (p. 12).

«Così, risulterà anche stavolta un ‘tornante’ o ‘tormentone’ epocale – tipo il commemoratissimo Sessantotto, e il fatale ’78 della Vicenda Moro – questo 2008 già tanto carico di flashbacks memoriali e slogan politici o stupidi luoghi comuni ormai abituali sul costume e il carattere nazionale e civile degli Italiani?» (p. 20).

Apparentemente i testi di Arbasino si potrebbero catalogare come un esercizio di ‘chiacchiera colta’, gossip sopraffino e questo testo non sfugge alla catalogazione. Ma egli si scosta non poco dalla chiacchiera vuota e orfana di senso ben descritta da Martin Heidegger [cfr. Essere e Tempo, Milano: Longanesi, 1976, p. 213]. La sua chiacchiera riesce, infatti, travolgendo il lettore con una quantità enorme di ‘dati’, a legare il detto con il senso che esso porta con sé. Sono proprio i nomi, le cose, le situazioni elencate di continuo che assicurano una immediata classicità allo scritto arbasiniano. La sua chiacchiera non si perde nella ricerca di un senso. È immediato senso. Un segno, forse banale, forse solo di costume, come la banalissima «vita bassa» dei pantaloni è preso a cifra di questo primo decennio del Duemila. «E veline, veline, naturalmente: accuratamente sciammanate, con numerose obese giovanissime assai vivaci e sciamanti che golosamente leccano gelati molto nutrienti per i pannicoli d’adipe fra la maglietta breve e i jeans XXL. […] Qualche vecchietto forse del ’68, giacché coi capelli bianchi tuttora indossa le antiche magliette slavatissime col «69» sulla schiena, accompagnato da aggettivi trasgressivi d’epoca. […] E nipotini tutti alla moda «più e più estrema» che sfoggiano i jeans stracciatissimi d’ordinanza appunto con «la vita bassa» - sempre più bassa – sotto le chiappe e la necessità di tirarseli su a ogni passo» (p. 30).

«Chi poteva prevedere un Duemila tutto strusciante di stili, tendenze, mode, mostre, eventi, bellezza, benessere, festival e tsunami di pensatori e ricercatori in fibrillazione esponenziale di iniziative paradigmatiche per il Terzo Millenio» (p. 13).   

                                                                                            
                                                                                        Gianmaria Merenda

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