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27.01.2009


Simon Levis Sullam

L'archivio antiebraico.
Il linguaggio dell'antisemitismo moderno


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Simon Levis Sullam
L'archivio antiebraico
Il linguaggio dell'antisemitismo moderno

Laterza, Roma - Bari 2008
pagg 101, € 14,00




di Invito alla lettura


( a cura di Gianmaria Merenda )

Simon Levis Sullam è uno storico. Un giovane storico che si occupa «della formazione e del funzionamento del discorso antisemita». Il fatto che uno storico si interessi particolarmente alla funzione linguistica è molto importante. Sono altrettanto importanti le indicazioni che in questo scritto Levis Sullam mette in luce per il trattamento futuro di quello che egli stesso definisce «l’archivio antiebraico».
Mettiamo immediatamente in primo piano un aspetto di questo archivio, anche se l’autore aspetta di proporlo dopo le dovute indagini e il conseguente sviluppo nelle pagine del saggio: l’archivio antiebraico fa parte della storia dell’Europa e del cristianesimo, dalla sua fondazione in quel di Nicea fino al delirio novecentesco quando, l’archivio, assume la patente di «licenza di genocidio» (pp. 15-21).
Detto così come ve lo proponiamo può apparire una semplice invettiva, una provocazione, di un giovane storico. Non è il caso. Levis Sullam non butta il sasso nel retorico stagno e non ritrae la mano. Sulla base di testi e documenti il nostro autore ci accompagna in un percorso storico affascinante anche se non privo di aspetti inquietanti. Gli aspetti che più fanno pensare, che mettono un tarlo nella testa, sono quelli non collegabili direttamente con un’aperta ostilità antisemita – l’autore preferisce il termine antiebraico perché non sovraccarico e non abusato rispetto a quello più in uso di antisemitismo, in una parola perché non retorico (p. 8).
L’archivio, il termine è mutuato dal filosofo Michel Foucault, infatti, è composto di molteplici ed eterogenee fonti.

«Proponiamo di considerare l’antiebraismo, non solo nelle sue forme contemporanee ma anche in quelle storiche, come una pratica discorsiva e ideologica, che si avvale di un archivio – che chiamiamo archivio antiebraico -, costruitosi e trasformatosi nel tempo, di luoghi retorici, convenzioni, meccanismi concettuali o pseudoconcettuali, teorie o pseudoteorie, che hanno per oggetto gli ebrei e il mondo ebraico come motivazione, causa, spiegazione apparente» (p. 10).

Un ‘indice’ potente di questa capacità adattativa e perniciosa dell’archivio sono i «famigerati Protocolli dei savi di Sion» (pp. 42-54). Il testo di grande diffusione è notoriamente un falso costruito ad arte nella Russia di inizio Novecento. Ancora oggi è scaricabile da certi siti, l’autore ne indica uno di matrice islamica, ed è disponibile in una ventina di lingue, giapponese incluso. Una versione italiana degli anni Trenta aveva l’introduzione di Julius Evola. Il tema cardine dei ‘Protocolli’ era la storia della possibile conquista della terra da parte di una oscura internazionale ebraica. Il successo planetario dei ‘Protocolli’ è da ritrovarsi nella adattabilità che la storia trovava ad ogni singola traduzione. Adolf Hitler conosceva il testo a memoria e lo utilizzò per compilare il Mein Kampf.
Punto cruciale dell’antiebraismo moderno è la nascita dello stato di Israele, scandalo evidente dell’impossibilità di una ‘teologia della sostituzione’ che vorrebbe il cristianesimo come ‘Nuovo Israele’ da sostituire all’antico e biblico Israele.

«Il 14 maggio 1948, l’«Osservatore Romano» scrisse: ‹Il sionismo moderno non è il vero erede dell’Israele della Bibbia, ma uno stato secolare […]. Perciò la Terra Santa e i suoi luoghi santi appartengono al cristianesimo che è il vero Israele›» (p. 79).

Un problema non solo teologico ma anche un serio problema per gli ebrei che vivono in Israele: lo stato di Israele è identificato con tutti gli ebrei e, di conseguenza, con tutto l’antiebraismo e le sue azioni, che possono arrivare fino al paradossale riconoscimento, da parte di quei partiti culturalmente di destra e xenofobi, delle politiche conservatrici dei governi di Israele, per affrancarsi nel terreno della democraticità grazie all’ostentazione del proprio, moderno, filosemitismo (p. XIV).

Un interessante paragrafo è intitolato: "L’era del testimone e l’ebreo come vittima" (pp. 82-86). In questo finale di saggio Levis Sullam, continuando nella sua intensa analisi, sempre mantenuta fuor di retorica, mette in evidenza un aspetto della memoria della Shoah che si evidenzia dopo il crollo del muro di Berlino nel 1989: «si potrebbe sostenere che la cosiddetta fine delle ideologie ne abbia prodotte di nuove o di sostitutive, tra cui quella della memoria. Alcuni l’hanno definita la nuova religione civile dell’Occidente» (p. 83). L’immagine della vittima dei campi di sterminio ha sostituito quello «eroicizzante» di ogni ideologia.

In chiusura, tre pagine dense per il particolare approccio linguistico di cui si era accennato all’inizio di questo invito alla lettura, l’interesse di Levis Sullam per il linguaggio. Il percorso per un incontro dell’‘altro’, il «giudeo», il «negro», il «terrone» (p. 90), inizia da Jacques Derrida che parla di ‘invenzione’ come di «reiscrizione» di un evento all’interno di un sitema di convenzioni famigliari, arriva a Emmanuel Levinas che dice che l’‘altro’ si manifesta, e a Tzvetan Todorov che afferma che l’‘altro’ non si deve né scoprire né concepire come se fosse un’astrazione (p. 92). Simon Levis Sullam afferma che l’‘altro’:
 
« – lasciatici alle spalle, se non chiusi per sempre, gli archivi del passato e le loro «invenzioni» - deve essere piuttosto conosciuto e riconosciuto» (p. 93). 


                                                                                        Gianmaria Merenda

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Il nostro collaboratore dott.Gianmaria Merenda ha rivolto alcune domande all'autore del libro, Simon Levis Sullam, che è Max Weber Postdoctoral Fellow all’Istituto Universitario Europeo di Fiesole e si occupa di nazionalismi, antisemitismo, storia degli Ebrei.
Simon Levis Sullam è nato a Venezia nel 1974. Si è formato in Italia e negli Stati Uniti, ha insegnato alla University of California, Berkeley, e ha pubblicato inoltre: "Una comunità immaginata: gli Ebrei a Venezia 1900-1938" (Milano 2001) nonché "Storia della Shoah" (a cura di Sullam e altri – Torino 2005-2006). 

 
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Gentilissimo Simon Levis Sullam le vorrei chiedere alcuni chiarimenti, sulla sua terminologia, per aiutare i nostri lettori alla lettura del suo testo.
Nelle pagine del suo saggio lei utilizza il termine 'olocausto' e non 'shoah', potrebbe spiegarci questa scelta controcorrente?

Preferisco generalmente usare il termine Olocausto una volta chiarito che non ne condivido il significato etimologico di "sacrificio". Nella storiografia angloamericana, punto di riferimento negli studi sul periodo, si è ormai affermato questo termine in senso neutro, si parla ad esempio di Holocaust Studies come di un settore di studi universitari. Shoah è più corretto da un punto di vista del significato in quanto il termine ebraico significa semplicemente "distruzione" senza ulteriori connotazioni. In realtà, l'uso del termine ebraico sottolinea anche la specificità di questa distruzione che riguardò in primo luogo gli ebrei. Tuttavia anche da questo punto di vista preferisco usare un termine più comune, entrato dal greco antico in tutte le lingue, come Olocausto, perché ciascuno sappia e percepisca che non si tratta di una tragedia che riguarda solo gli ebrei e la memoria ebraica, ma di un evento storico che dovrebbe coinvolgere la memoria collettiva di tutti.  


Con la scelta di utilizzare il termine 'antiebraismo' invece di 'antisemitismo' è sembrato che lei volesse uscire da ogni possibile discorso retorico, dallo svuotamento di significato che ciò comporta, di un termine logoro. E'questo il senso?

Preferisco il termine antiebraismo a quello di antisemitismo, poiché il secondo è spesso abusato, anche attraverso un uso generalizzato e a volte politico dell'accusa di antisemitismo. Inoltre, il termine è talora usato anacronisticamente, dato che strettamente parlando esso dovrebbe riferirsi solo all'antisemitismo politico moderno con connotazioni razziali emerso particolarmente attorno agli anni 1880-90 in Europa centrale e poi in Francia. Il termine stesso fu coniato per la prima volta in Germania negli anni 70 dell'Ottocento. L'uso indiscrimanto del termine antisemitismo lo ha quindi reso un po' logoro e lo ha certamente sovraccaricato sul piano retorico e simbolico.


Come si può conciliare un invito al dialogo tra cristiani ed ebrei dell'attuale Papa Benedetto XVI con la sua scelta, molto criticabile, di reinserire nella comunità cristiana il vescovo che pochi giorni fa in un'intervista alla televisione svedese ha negato la shoah? Questa mossa 'politica' contribuisce ad aumentare l'ampiezza dell'archivio antiebraico?

Credo in effetti che la "riabilitazione" del vescovo negazionista da parte della Chiesa cattolica sia stata una scelta infelice, fondata forse sul piano teologico e religioso (non entro nel merito di questo), ma politicamente e culturalmente sbagliata e di cui non sono state valutate le implicazioni e conseguenze. Sfortunatamente è un ulteriore passo indietro compiuto dalla Chiesa, nell'ultimo periodo, nei suoi rapporti con il mondo ebraico.

Spero che le mie brevi risposte siano soddisfacenti.