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29.01.2009


LIBRO I DELLA REPUBBLICA DI PLATONE
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Il tema della giustizia


di Platone - Dialoghi



Intervento di Trasimaco:
"La giustizia è il vantaggio del più forte"

Trasimaco di Calcedonia era un sofista vissuto e operante verso la fine del secolo V a.C. I suoi interessi erano prevalentemente di tipo politico e le sue posizioni, in merito, erano caratterizzate da lucido intento estremistico e provocatorio.
Non di rado, durante il duro confronto, Socrate stesso mostra qualche difficoltà.
Ad un certo punto del dialogo le posizioni si radicalizzano. L’utilitarismo spavaldo e incalzante di Trasimaco che, non solo non prova alcuna soggezione intellettuale nei confronti di Socrate ma ostenta anche scherno e qualche insolenza nei suoi confronti, lo porta a dire che: "la giustizia… è una specie di nobile stupidità".
 


I fatti, per Trasimaco, dimostrano che l’ingiusto ha più successo del giusto.

Si era appena giunti a questa fase del discorso in cui fu a tutti manifesto che la definizione del giusto era ormai stata letteralmente capovolta, quando Trasimaco, anziché rispondere, se ne uscì con questa domanda: "Dimmi, Socrate, ce l’hai una balia?" "Ma che c’entra? – gli risposi -. Non è meglio che tu dia risposta piuttosto che fare simili domande?"
"Perché – disse – non ti accudisce mentre hai il moccio al naso e non te l’asciuga; e ne avrebbe pur bisogno uno come te che non sa distinguere le pecore dal pastore".
"E in particolare a che proposito?" domandai.
"Tu sei convinto che pastori e bovari si propongano come obiettivo il bene delle pecore e dei buoi e li ingrassino e li allevino avendo altra mira che non il proprio tornaconto e quello dei padroni. E, inoltre, ti illudi che i potentati degli Stati – coloro, si intende, che hanno davvero in mano il potere – siano mossi da intenzioni diverse da quelle che animano il pastore nei confronti del suo gregge, e che essi ad altro mirino giorno e notte, che a trarre un vantaggio personale. Eppoi sei così lontano dal giusto e dalla giustizia, dall’ingiusto e dalla ingiustizia da ignorare che giusto e giustizia sono sì un bene, ma per gli altri, in quanto sono di vantaggio a chi è più forte e ha il potere, mentre, per chi è costretto a ubbidire, costituiscono in senso proprio un danno personale. Al contrario, l’ingiustizia la fa da padrona su quei veri ingenui che sono i giusti, dato che i sottomessi fanno l’interesse di chi è più forte, e in questo loro servire sono strumenti della sua felicità, e non certo della propria.
Inoltre, sciocco di un Socrate, devi considerare che il giusto, a confronto con l’ingiusto, ci perde sempre. Innanzitutto nei reciproci rapporti di affari, quando uno stipuli un contratto con un altro, non troveresti mai, a operazione conclusa, che l’onesto abbia avuto di più del disonesto; ne avrà anzi sempre di meno. E poi anche nei rapporti con lo Stato, quando ci sia da pagare delle tasse il giusto, a parità di censo, pagherà di più, e l’ingiusto di meno. E se poi ci fosse da guadagnar qualcosa, il primo resterebbe a bocca asciutta, e il secondo farebbe lauti guadagni.
In effetti, posto che l’uno e l’altro assumano una data carica, al giusto, ben che gli vada, capita che i suoi affari, per il fatto di non essere seguiti, vadano alla malora, mentre dal denaro pubblico, proprio a motivo della sua rettitudine, non trae alcun vantaggio. A ciò si aggiunga che egli finisce per incrinare i rapporti con conoscenti e parenti, per il fatto di non voler rendere loro alcun illecito favore. Per il disonesto, invece, le cose vanno in tutt’altro modo".  


Trasimaco radicalizza le sue tesi: la felicità piena si realizza attraverso l’assoluta ingiustizia della tirannide.

"E dico quel che ho detto, riferendomi a chi sa farsi valere sugli altri.
A costui devi fare riferimento, se davvero vuoi valutare quanto più sia proficuo nella sfera privata essere ingiusto piuttosto che giusto. E te ne renderai conto ancor meglio, se ti orienterai verso la forma di ingiustizia più radicale, quella che rende chi la compie in sommo grado fortunato e chi la subisce e si rifiuta di compierla, in particolar modo disgraziato. E’ questo il caso della tirannide, la quale non si limita a depredare i beni altrui – consacrati o profani, pubblici o privati che siano – un poco alla volta, con subdola violenza ma arraffa tutto in un colpo.
Eppure se uno non riuscisse a farla franca in uno qualsiasi di questi reati preso isolatamente, non solo incapperebbe nella punizione, ma anche si tirerebbe addosso gli epiteti più infamanti. Non per nulla sacrileghi, schiavisti, scassinatori, rapinatori e malandrini sono chiamati quelli che si macchiano di siffatte colpe una alla volta.
Al contrario, se qualcuno, oltre che appropriarsi dei beni dei cittadini, si appropriasse anche delle loro persone, facendoli schiavi, al posto di questi epiteti vergognosi si guadagnerebbe la nomea di uomo felice e fortunato, e non solo da parte dei concittadini, ma anche di tutti gli altri che siano a conoscenza della sua perfetta ingiustizia. In effetti, quelli che son soliti condannare l’ingiustizia, la condannano non perché abbiano paura di farla, ma di subirla.
Ecco, Socrate, perché l’ingiustizia, quando sia in sé perfetta, è più forte più libera, più autorevole della giustizia. Vale, insomma, quel che dicevo agli inizi, cioè che il vantaggio del più forte è il giusto, e che l’ingiustizia procura vantaggio e profitto a se stessa".

A questo punto del discorso Trasimaco aveva l’intenzione di andarsene, dopo averci versato addosso, a secchiate, questo profluvio di parole, giù per le orecchie. I presenti però non glielo consentirono, ma l’obbligarono a restare per dare dimostrazione di quanto aveva sostenuto. E in verità io stesso (Socrate) lo pregai non poco con queste parole: "Divino Trasimaco, dopo averci travolto con questo po’ po’ di discorso non crederai forse di andartene, prima di averci a sufficienza istruito o di avere tu stesso verificato se le cose stanno o non stanno così come dici? O credi che sia un affare da poco il definire la linea di condotta di tutta una vita, seguendo la quale ciascuno di noi potrebbe vivere la sua vita nella maniera più vantaggiosa?"
"E proprio io – rispose Trasimaco – dovrei pensare che le cose stiano in modo diverso da questo?".  


Socrate si oppone: "…E tu Trasimaco sei proprio convinto che i reggitori degli Stati, in quanto veri reggitori, esercitino il potere perché a loro piace?".

"Quel che mi pare (parla Socrate) – gli dissi – è che a te non importa nulla di noi, e che non ti preoccupi minimamente se viviamo nel modo migliore o peggiore, essendo all’oscuro di quel che tu affermi di sapere. E dunque, grand’uomo, trova la voglia di insegnarlo anche a noi perché non mancherà di giovarti il renderci un favore, dato che, dopotutto, siamo un bel gruppo. Per quanto mi riguarda, io ti confesso che né sono persuaso né credo che l’ingiustizia sia più vantaggiosa della giustizia, neppure se la si lasci dilagare non ponendo argini alle sue iniziative. Ma, buon amico, prendiamo pure un individuo ingiusto, che abbia il potere di fare il male o subdolamente o scendendo in campo a viso scoperto; ebbene, neppure costui riuscirebbe a persuadermi di essere avvantaggiato rispetto a chi è fautore della giustizia.
Ora, in queste condizioni, forse si trova anche qualcun altro di noi, oltre a me, e quindi, benedetto uomo, cerca di persuaderci una buona volta che non è una buona idea la nostra di stimar più la giustizia che l’ingiustizia".
"E come potrò convincerti? – domandò (Trasimaco). Se non ti ha persuaso quello che ho appena detto, che cosa ancora potrei fare? Posso forse prendere il mio discorso e ficcartelo dentro nell’anima?"
"Per Zeus! – esclamai - . Non farlo! Ma almeno, come prima cosa, puoi mantener saldo quello che hai detto, oppure se vuoi cambiarlo, fa’ ciò apertamente e non in modo da trarci in inganno. Perché vedi, caro Trasimaco – tanto per tornare al problema indagato prima -, se all’inizio hai definito cos’è il vero medico, a un certo punto per il vero pastore hai ritenuto di non dovere più attenerti allo stesso rigore, ma ti sei convinto che egli, in quanto pastore, facesse pascolare il gregge, non prefiggendosi il bene del gregge medesimo, ma ponendosi nell’ottica del commensale, di chi si dispone a mangiare le sue bestie, preparandole per un banchetto, oppure anche, nell’ottica di un mercante, che intende venderle; in tutti i casi, non dal punto di vista del pastore.
 L’arte del pastore in effetti non si prefigge altro scopo che quello di provvedere al meglio a ciò per cui è stata preordinata, dato che i caratteri che la fanno essere perfetta sono pienamente acquisiti fintanto che essa non manca di nessuno dei connotati essenziali della pastorizia. Per questo motivo io ancora poco fa ritenevo per noi necessario riconoscere che ogni forma di comando, in quanto tale, deve proporsi come scopo il bene maggiore non di qualche altra cosa, ma proprio di quella che essa domina o cura, sia che si tratti di un potere politico, sia di un potere privato. E tu sei proprio dell’avviso che i reggitori degli Stati, nella misura in cui sono veri reggitori, esercitino il potere perché a loro piace?"
"No, per Zeus! – esclamò (Trasimaco) – Non sono dell’avviso, ne sono assolutamente certo". 


Nessuna arte possiede, quale fine specifico, il guadagno, tanto meno la politica (tesi di Socrate)

Al che ribattei: "Orsù, Trasimaco, non vedi che tutte le altre cariche pubbliche non c’è chi vorrebbe assumersele spontaneamente, ma ognuno pretende una ricompensa, perché è convinto che esse non avvantaggino chi comanda, ma chi è comandato?
Dimmi un po’ questo: non sosteniamo noi che, caso per caso, ogni arte è diversa dall’altra, per il fatto che ha una differente funzione? Però, benedett’uomo, non darmi risposte assurde, così, per lo meno, concluderemo qualcosa".
"Ma sì – ammise -, differisce proprio per questo".
"E allora, non è forse vero che ciascuna di esse procura a noi un vantaggio specifico, e non tutte lo stesso vantaggio? Ad esempio, la medicina ci renderà la salute, l’arte del nocchiero una navigazione sicura, e così le altre".
"Certamente".
"Dunque, non diresti che la professione del mercenario procura denaro? E d’altra parte questa è la sua funzione. Oppure chiameresti con lo stesso nome la medicina e la tecnica della navigazione? E volendoti attenere all’esatta definizione che ti proponevi, nel caso che uno guidando la nave guarisse, per il fatto che il viaggiare per mare gli giova alla salute, per questo preferiresti chiamare quell’arte, arte medica?"
"Sicuramente no", disse.
"Né, io penso, chiameresti medicina l’arte del mercenario, se nel praticarla uno ritrovasse la salute".
"No assolutamente".
"E allora? Daresti il nome di arte mercenaria alla medicina, se uno nel curare si facesse pagare?"
 "No", rispose.
"Eppure non avevamo convenuto che ciascun’arte ha una sua specifica utilità?"
"Sia pure", ammise.
"Ora, se gli artefici nel loro complesso avessero in comune un certo vantaggio, chiaramente ciò significherebbe che tutti insieme usano anche di un’altra arte, sempre la medesima, e che da questa, appunto, traggono profitto".
"Sembrerebbe di sì".
"Diciamo dunque così: il vantaggio della ricompensa viene agli artefici dal fatto che sfruttano oltre alla loro anche la professione del mercenario".
Mi diede ragione però ce ne volle!
"Pertanto, quello di far soldi, è un vantaggio che a un uomo non viene dalla sua arte specifica. Ma, se si vuol essere precisi, la medicina produrrà la salute, e l’arte di far soldi, la mercede; e così pure l’architettura produrrà la casa, ma sarà ancora l’arte di far soldi, quando a essa si accompagni, a produrre profitto. E lo stesso vale per tutte le altre professioni: ciascuna esercita la sua funzione e offre quei vantaggi a cui è predisposta. In conclusione, se non gli venisse un compenso economico, credi che l’artefice saprebbe trarre qualche vantaggio dall’arte che gli è propria?"
"Non sembra davvero", disse.
"E se l’esercitasse in forma gratuita, non è vero che non ne trarrebbe alcun profitto?"
"Lo credo bene!"
"E dunque, Trasimaco, questo, almeno, risulta chiaramente, che non esiste arte né forma di governo che rechi vantaggio a se stessa, ma come già da un pezzo affermiamo, ognuna fa e impone l’interesse di chi le è sottoposto, mirando all’utile del più debole e non del più forte.
Non per nulla, caro Trasimaco, anch’io poco fa sostenevo che nessuno vorrebbe volentieri assumere il governo e farsi carico dei problemi altrui per risolverli, ma ciascuno pretende di essere pagato, perché chi ha intenzione di ben esercitare un’arte, non fa mai il proprio interesse, né lo impone ad altri – se davvero le sue disposizioni sono in sintonia con la sua arte -, bensì persegue l’interesse di chi gli è sottoposto. Pertanto è logico che ci debba essere un profitto – sia esso di tipo economico o valutabile in termini di prestigio personale – per quelli che hanno l’intenzione di dedicarsi al comando, oppure che ci sia una sanzione pecuniaria per chi rifiuti di dedicarsi a esso".
 

L’onesto non è interessato ai vantaggi della politica (tesi di Socrate).

"Che cosa dici, Socrate? – chiese Glaucone - . Capisco i due tipi di ricompensa, ma mi sfugge il senso della sanzione di cui parli, e che nel discorso hai posto come corrispettivo della mercede". "Invero - soggiunsi -, tu non comprendi la ricompensa dei migliori, per la quale gli uomini più degni assumono il comando, quando proprio si decidano a farlo. Ignori forse che l’essere amante degli onori e del guadagno ha fama di essere vergognoso, ed effettivamente lo è?"
"Io sì", disse lui.
"Allora – seguitai – i cittadini onesti non accettano di comandare né per le ricchezze né per gli onori. In effetti, né vogliono guadagnarsi la nomea di uomini venali perché ricevono legittimamente una mercede in cambio della funzione di governo, né vogliono prendersi del ladro per il fatto di essersi procacciata questa mercede per vie oscure. Ma neppure per la fama accettano di comandare, perché non sono mossi da ambizione. Non resta quindi che imporre una multa, se si vuole che essi si dispongano all’esercizio del comando. Perciò avviene che l’offrirsi volontari ai ruoli di governo, senza esservi costretti, sia preso in senso negativo. D’altra parte, la più grave punizione consiste nell’essere governati dall’individuo peggiore, perché noi stessi ci rifiutiamo di farlo. Ed è proprio perché paventano una tale eventualità che gli uomini dabbene mi sembrano accettare il comando, quando l’accettano. Ma in tal caso essi si volgono al potere, non come se si muovessero verso un bene, per trovare in esso una qualche soddisfazione, ma come verso una necessità, perché non trovano nessuno a cui cedere questo impegno che sia migliore di loro, o per lo meno alla loro altezza. In questo senso si può ipotizzare che se si desse una Città di uomini onesti, si farebbe a gara a fuggire il comando, esattamente come oggi si fa a gara per averlo; e in tale società sarebbe finalmente manifesto che il vero uomo di comando non è quello naturalmente portato alla ricerca del proprio tornaconto, ma quello che cerca il vantaggio di chi gli è sottoposto. E’ logico, quindi, che chiunque abbia il bene dell’intelletto preferirebbe trarre vantaggio dall’azione degli altri, piuttosto che farsi carico dell’altrui vantaggio.
Quindi, su questo punto – e cioè sul principio che il giusto è l’utile del più forte – non posso essere assolutamente d’accordo con Trasimaco.
Ma su ciò torneremo ancora in seguito".  


Per Trasimaco la giustizia è una forma di "nobile stupidità" e, di contro, il vizio è saggezza.

 "Tuttavia, a me sembra essere ancor più grave l’affermazione di Trasimaco che la vita dell’uomo ingiusto sia migliore di quella del giusto.
E tu, Glaucone – domandai – quale delle due posizioni sceglieresti? E quale affermazione ti sembra più consona alla verità?"
"Da parte mia ritengo di gran lunga più vantaggiosa la vita dell’uomo giusto".
"Eppure – aggiunsi – hai anche tu ascoltato quante meraviglie Trasimaco ha messo sul conto dell’ingiusto?"
"Certo, l’ho sentito – disse -, ma non mi ha convinto".
"Vuoi, dunque, che cerchiamo di persuaderlo – se mai ne troveremo il modo – del fatto che si sbaglia?"
"E come potrei non volerlo?" rispose.
"Se dunque ci opponessimo a lui, ribattendo parola per parola – mostrando noi quanti vantaggi offre l’essere giusti, ed egli replicandoci, e noi, a nostra volta, ancora rispondendogli – si porrebbe la necessità di tirare le somme dei beni e di soppesarli, quanti ne abbiamo detti noi e quanti lui; e a tale scopo avremmo bisogno di arbitri addetti al giudizio. Se, invece, come abbiamo fatto finora, porteremo innanzi la ricerca sulla base di reciproche concessioni, noi stessi saremo a un tempo giudici e avvocati".
"Ottimamente", disse.
"Orbene – domandai -, quale delle due soluzioni preferisci?"
"Questa ultima", rispose.
E io: "Suvvia, Trasimaco, riprendi dal punto di partenza e rispondici.
Tu affermi che una perfetta ingiustizia sarebbe più utile di una perfetta giustizia?"
"Senza dubbio – replicò – e ho anche spiegato il perché".
"E a tal proposito sei d’accordo nel dire che l’una realtà ha il nome di virtù e l’altra di vizio?"
"Come no?"
"Dunque, la giustizia la chiami virtù e l’ingiustizia vizio?"
"Ma, caro mio – ribattè -, dovrebbe essere ovvio, dal momento che io sostengo che l’ingiustizia serve a qualcosa, mentre la giustizia a nulla".
"E allora che cosa dirai?"
"L’esatto contrario", fece lui.
"Ossia che la giustizia è un vizio?"
"Questo no, ma una specie di nobile stupidità".
"E l’ingiustizia la diresti una forma di malizia?"
"No, la direi assennatezza", precisò.
"E allora, Trasimaco, ai tuoi occhi gli ingiusti risulteranno anche essere saggi e virtuosi".
"Sì – ammise - , ma solo quelli che attuano l’ingiustizia fino in fondo e sanno piegare al proprio volere popoli e stati. Tu forse pensavi che io parlassi del tagliaborse. Certo – aggiunse – anche una siffatta pratica può tornare utile se la si fa franca; ma non sono queste le cose importanti, bensì quelle che dicevo poc’anzi".
"Non mi sfugge quel che vuoi dire, ma ciò che mi lascia sbalordito è il fatto che tu voglia equiparare l’ingiustizia alla sapienza e alla virtù, e la giustizia ai loro rispettivi opposti".
"Eppure è proprio questa la mia posizione".
"Caro mio – gli obiettai -, la tua tesi è davvero dura da accettare, e non è facile trovare un argomento da contrapporle. Se tu avessi posto che l’ingiustizia rende bene, nel contempo ammettendo, come fanno gli altri, che essa è un vizio e un qualcosa di turpe, argomenti da opporti ne avremmo avuti senza bisogno di scostarci dal comune buon senso. Ora, invece, pare davvero che tu all’ingiustizia attribuisci forza e bellezza, nonché tutti gli altri pregi che noi riserviamo alla giustizia, proprio perché non ti è mancata l’audacia di metterla in conto alla virtù e alla sapienza".
 "Hai pienamente indovinato", disse.
"Ma – ripresi – non è il caso di perdere lo slancio nel proseguire la ricerca sulla base della ragione, finchè non sia certo che tu dica davvero quel che hai in mente. Effettivamente, Trasimaco, ho la netta impressione che tu ora non stia affatto scherzando, ma stia invece esprimendo il tuo punto di vista sulla verità".
"Ma che ti importa quel che a me pare o non pare, non è forse il mio ragionamento che tu devi confutare?"  


Se perfino i criminali sono costretti ad adottare criteri di giustizia, l’ingiustizia si rivela perlomeno inefficace.

(…) Trasimaco finì con l’acconsentire a tutte queste verità (commento di Socrate), ma non fu un’impresa facile come ora la racconto: lo dovetti trascinare a forza, grondante di sudore, anche per il fatto che si era d’estate. E allora ebbi l’occasione di vedere – fatto del tutto inusitato – Trasimaco arrossire.
In ogni caso, una volta trovato il consenso sul fatto che la giustizia è virtù e sapienza e l’ingiustizia, vizio e ignoranza, seguitai in questo modo: "Su tale punto restiamo d’accordo così; però avevamo anche detto che l’ingiustizia ha un gran potere. Oppure, Trasimaco, te ne sei dimenticato?"
"Me ne ricordo eccome! – esclamò - . Ma a me non va neppure quello che ora vai dicendo, e avrei di che obiettare. D’altra parte se io mi mettessi a parlare, so bene che tu m’accuseresti di fare un discorso da parata. E allora, delle due l’una: o mi lasci dire quello che voglio, oppure, se vuoi far domande, falle pure. Da parte mia, mi comporterò come si fa con le vecchie quando raccontano le loro storie: dirò "bene", e farò sì e no con la testa".
"Purchè – obiettai – tu non dica cose che non pensi".
"Se è per farti piacere – disse - . D’altra parte tu non mi lasci parlare. E poi, insomma, che altro pretendi?"
"Nulla, per Zeus – risposi -, ma se vuoi fare così, fallo pure. Io ti porrò le domande".
"Chiedi pure".
"Come già prima, allo scopo di procedere per ordine nella ricerca, ti chiedo quale sia il rapporto fra la giustizia e l’ingiustizia. A un certo punto, infatti, si era affermato che l’ingiustizia aveva più potere ed efficacia della giustizia. Ora però – continuai – se è vero che la giustizia è una forma di sapienza e di virtù, mi par ovvio che essa sia anche più forte della ingiustizia, non foss’altro perché l’ingiustizia è ignoranza: un punto, questo, su cui nessuno potrebbe ancora eccepire. E tuttavia, Trasimaco, io non vorrei banalizzare un tale argomento, ma vederlo in quest’altra prospettiva.
 "Ammetti l’esistenza di uno Stato ingiusto che cerca di soggiogare illegalmente altri stati, che altri ne abbia già sottomessi, e molti ancora ne tiene in una condizione di soggezione?"
"E come no! – esclamò - . Anzi, proprio questo dovrà fare lo Stato che sopravanza ogni altro e che ha realizzato l’ingiustizia nella sua forma più piena".
"Capisco – dissi - . D’altra parte era questa la tua tesi. Tuttavia, a tale riguardo, faccio la seguente considerazione: lo Stato che conquista la supremazia su un altro, reggerà questo potere senza la giustizia, o con necessario apporto della giustizia?"
"Se le cose stanno come tu dici – rispose -, ossia se la giustizia è sapienza, lo reggerà con giustizia; se invece stanno come io sostengo, lo reggerà con ingiustizia".
"Meriti i miei più vivi complimenti, Trasimaco! – esclamai -. Perché non ti limiti a far sì e no con la testa, ma anche rispondi in modo molto pertinente".
"Per farti contento", disse.
"E fai bene. Ma allora rendimi anche quest’altro favore e dimmi: ti sembra che una Città, o un esercito, o una banda di delinquenti o di ladri, o qualsiasi altra associazione che si formi allo scopo di delinquere, potrebbe combinare qualcosa, se al suo interno si comportasse al di fuori di ogni principio di giustizia?"
"Sicuramente no" rispose.
"E se evitassero di comportarsi fra loro ingiustamente, non otterrebbero forse migliori risultati?"
 "Molto migliori".
"L’ingiustizia, Trasimaco, è fonte di sedizioni, di odi, di conflitti fratricidi, la giustizia, invece, produce concordia e solidarietà. O non è così?"
"Facciamo che lo sia – rispose -, così non dovrò stare a litigare con te".
"Ottima scelta, carissimo! Ma intanto dimmi anche questo: se l’effetto tipico dell’ingiustizia è quello di suscitare odio dovunque essa si manifesta, posto che si generi fra liberi e schiavi, non susciterà fra loro odi e sedizioni sì da rendere impossibile ogni forma di reciproca collaborazione?"
"Senz’altro".
"E che? Anche se si insinua fra due persone, non diresti che costoro tosto prenderanno le distanze, si odieranno e, infine, diverranno nemici fra loro e dei giusti?"
"Certo, lo diverranno", rispose.
"E poi, uomo eccelso, se l’ingiustizia insorgesse in una sola persona, perderebbe la sua caratteristica o la manterrebbe inalterata?"
"La manterrebbe inalterata", rispose.
"Ecco, dunque, con quali caratteri si rivela l’ingiustizia. Quando essa si genera, sia in uno Stato, sia in un popolo, o in un esercito, o in qualsiasi altra istituzione, in primo luogo toglie la possibilità di agire in una condizione di intrinseca armonia, per effetto delle discordie e delle divergenze; in secondo luogo, rende odiosi a se stessi, agli avversari e agli uomini giusti. O non è così?"
 "Senz’altro".
"E anche nel caso che si generasse in un solo individuo, io credo che avrebbe gli stessi effetti che per natura è solita avere. In primo luogo gli toglierebbe la possibilità di agire, suscitando nel suo intimo contrasto e divisione, e poi lo renderebbe inviso a se stesso e ai giusti. Non ti pare?"
"Sì".
"Ma, caro amico, non sono anche gli dèi giusti?"
"Ammettiamolo pure", disse.
"E così, Trasimaco, l’ingiusto sarà inviso agli dèi, e invece il giusto sarà loro amico".
E lui: "Buon pro ti faccia questa scorpacciata di parole. Non sarò certo io a contraddirti, col rischio di inimicarmi i presenti".  


Socrate contesta e rivolta le tesi di Trasimaco: "gli uomini giusti sono anche più sapienti, moralmente superiori, e più efficaci nelle loro azioni..".
 
"Suvvia – ripresi - , finisci di imbandirmi anche le altre portate del pranzo, rispondendomi come hai fatto finora.
A conti fatti, risulta che gli uomini giusti sono anche più sapienti, moralmente superiori, e pure più efficaci nelle loro azioni, e che gli ingiusti, invece, non sono capaci di collaborare fra loro. Anzi quando affermiamo che uomini ingiusti, operando insieme, talora combinano qualcosa di importante, non ci esprimiamo in un modo fino in fondo corretto. In effetti, se fossero totalmente ingiusti non si rispetterebbero l’un l’altro; è quindi chiaro che in loro rimaneva una certa qual forma di giustizia che faceva sì che essi non si arrecassero vicendevole danno, mentre erano intenti a far torto agli avversari. Pertanto, è proprio in virtù di questa giustizia che essi potevano fare quel che facevano, e il successo delle loro imprese illecite dipendeva solo dal fatto che erano ingiusti a metà, dal momento che l’uomo totalmente malvagio e quello radicalmente disonesto, sono altresì del tutto impotenti e inconcludenti. E che le cose stiamo in questi termini, e non come tu supponevi, questo l’ho ben compreso".  


Una vita beata può essere conseguita soltanto da un’anima giusta che opera nella pienezza delle sue facoltà (Socrate ribadisce il suo motivo ispiratore).

[A questo punto, Socrate sembra approfittare di un momento di stanchezza polemica di Trasimaco che si mostra fin troppo indulgente e concessivo.
L’argomentazione socratica diventa pedante e macchinosa.
Trasimaco se ne rende conto.
Conclude, beffardo, affermando: "..Con questo – caro Socrate – ecco imbandito il tuo pranzo celebrativo per le Feste Bendidie".
Anche Socrate non è del tutto soddisfatto di se stesso.
Compie, a conclusione, un’autocritica radicale: non si doveva discutere delle varie articolazioni applicative del giusto.
Bisognava, prima, coglierne l’essenza. (E qui è evidente la "lezione" di Platone che rifiuta di cadere nei lacciuoli sofistici dove anche il suo Socrate era momentaneamente inciampato)].
  


Socrate procede ad una ponderata autocritica: non si doveva procedere a valutare i caratteri del giusto prima di averne colto l’essenza.

(…) Al che risposi (parla Socrate)
: "Ma è merito tuo, Trasimaco, dal momento che mi hai usato gentilezze, e hai smesso di trattarmi villanamente. Anzi, se non ho mangiato proprio bene, il responsabile sono io e non tu. Infatti, come gli ingordi si buttano su ogni portata, prima ancora di aver potuto gustare a pieno il piatto precedente, così, a quanto mi sembra, ho fatto anch’io. Effettivamente, prima di aver trovato l’oggetto originario della nostra ricerca, ossia l’essenza del giusto, mi sono allontanato da esso e mi sono buttato a capofitto nell’impresa di ricercare se esso sia vizio e ignoranza, piuttosto che virtù e sapienza, e poi dopo di ciò, essendoci imbattuti nel problema se l’ingiustizia sia più vantaggiosa della giustizia, non m’è riuscito di trattenermi dal passare da quell’altro argomento a questo, col bel risultato, dopo tanto discutere, di non essere approdato ad alcuna cognizione certa. Perché, se io non conosco con precisione che cosa sia il giusto, è difficile che mi riesca di sapere se per caso sia anche una virtù, oppure no, e se, possedendolo, esso mi renda infelice, o, invece, felice".  


Il Corriere della Sera, recentemente, ha aperto la collana dei classici, a completamento della sua "Storia della Filosofia dalle origini a oggi", con la "Repubblica" di Platone (da ediz. Bompiani: Classici del pensiero occidentale Vol.I – Platone, Repubblica – ediz. speciale per il Corriere della Sera). Traduzione e note sono di Roberto Radice e, in parte minore, di Giovanni Reale.