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28.05.2009


Il rapporto tra norme e spazi economici

LE NUOVE REGOLE CONTRO LA CRISI


di Natalino Irti

La crisi mondiale dell’economia suscita l’attesa di nuove regole. Viene usata la parola "regola" con qualche pudore linguistico e paura ideologica: ma essa non può non designare la norma giuridica, emanata da una volontà che sia provvista di forza sanzionatoria. L’appello alle regole, se non vuole sfumare nell’impotenza del desiderio o nella fiducia più credula, è schietto appello ad un’autorità vincolante e coercitiva.
Incalza qui una prima notazione: che così si riconosce la capacità conformatrice del diritto nei confronti degli atti economici. Vecchia disputa, che vede, da un lato, i teorici di un’economia auto-regolantesi, i quali chiedono allo Stato soltanto sicurezza delle strade e difesa delle frontiere; e, dall’altro, i teorici (e, fra di essi, l’autore del presente scritto) della priorità logica del diritto, cioè della decisione politica che configura i singoli assetti dell’economia mediante permessi e divieti e sanzioni. Le crisi segnano ore di riscoperta dei poteri pubblici, di ritorno alla politica, di invocazione di norme.
Ma chi ha questa potestà regolatrice, capace di emanare norme e di garantirne la pratica e concreta applicazione? La crisi è mondiale, e il "mondo" della produzione e degli scambi, dell’economia reale e della finanza, non combacia più con il territorio di singoli Stati. Si è rotta la coincidenza territoriale fra politica diritto economia, e, mentre le prime due forze si sciolgono a fatica dal vincolo dei luoghi, l’ultima è indefinita e sconfinata. Le norme giuridiche sono così chiamate ad un’efficacia spaziale, che superi le antiche frontiere degli Stati, e stringa Paesi lontani e diversi.
Il problema sta nel rapporto fra norme e luoghi, nella dissociazione di territorio statale e spazio economico. Ne ebbe piena e lucida consapevolezza il fondatore della scuola italiana di diritto pubblico, Vittorio Emanuele Orlando, che, risalendo nell’aprile del 1947 la cattedra romana, teneva uno splendido discorso su "La rivoluzione mondiale e il diritto".
Il grande vegliardo – allora ottantasettenne – enunciava l’alternativa: o la supremazia di uno Stato o un accordo fra Stati; o "con un procedimento di forza o per manifestazione di libere volontà o in una combinazione, la cui misura può essere indefinitamente varia, delle due maniere". Orlando non mostrava preferenze, e consegnava al futuro la scelta dell’una o dell’altra maniera.
Il problema ha oggi assunto uno straordinario rilievo: l’unità globale dell’economia esige, o sembra esigere, l’unità globale del diritto. Il bisogno è di ristabilire la coincidenza spaziale tra norma regolante e fatto regolato, sicchè l’economia non dilaghi in spazi vuoti di diritto (a-nomici), e dunque di responsabilità e di sanzioni. Forse l’alternativa non è così secca, poiché è pur concepibile che il mondo si divida in aree economico-politiche, occidentali e orientali, industriali e agricole, e che ciascuna – come teorizzava Carl Schmitt – esprima un proprio nomos, un proprio criterio di ordine e di diritto. La dottrina dei "grandi spazi", ancorché enunciata o piegata al servizio dell’espansione germanica, coglie un’esigenza profonda del nostro tempo, cioè il dilatarsi dell’economia, e di ogni umana attività, oltre i confini degli Stati e la nascita di connessioni spaziali secondo criteri diversi dagli antichi. Quello che un tempo si diceva "mondo", e ci appariva comprensibile e preciso, è ora in attesa di una nuova definizione: è ancora un mondo o si scompone nella pluralità dei mondi?
Quale che ne sia l’esito, è da credere che il processo storico volgerà ad altre configurazioni spaziali, instaurando, sull’intero pianeta o su singole frazioni, il profondo rapporto fra diritto e luoghi, fra àmbiti del potere politico-giuridico e àmbito dell’economia. La definita e chiusa territorialità cede alla spazialità, che suscita nuovi criteri di determinazione politica e nuovi tipi di ordinamento giuridico. La crisi economica, non diversamente da ogni altro periodo di disordine e discontinuità, avrà, anche sotto il riguardo giuridico, una sicura efficacia creativa.    

                                                                                                        
                                                                                                     Natalino Irti    


L’articolo sopra riprodotto è stato pubblicato il 4 marzo 2009 da Il Corriere della Sera. Ringraziamo l’autore e la direzione del giornale per la gentile concessione.