CULTURA POLITICA    
  FILOSOFIA    
  SOCIOLOGIA   

  Critica minore
  Direttore responsabile: Arnaldo Guarnieri
  Sede: Via Cacciadenno, 18 - 25133 Brescia
  Tel / Fax 030.2004662
  CF: GRNRLD34E16E897F

  info@criticaminore.it


  CREDITS
31.05.2009

Daniel C. Dennett

Coscienza. Che cosa è.

_____________________________

Daniel C. Dennett
 
Coscienza. Che cosa è
Laterza, Roma-Bari 2009
pp. 608, € 20.00
  


di Invito alla lettura


( a cura di Gianmaria Merenda )

«La coscienza umana è praticamente l’ultimo mistero che ancora sopravvive» (p. 31).

Daniel C. Dennett in questo suo saggio cerca di affrontare il mistero della coscienza umana e propone una sua ipotesi come tentativo di avvicinamento alla verità. Il suo è un approccio diverso da quello che, a suo parere, ha contribuito a formare dei falsi miti attorno alla coscienza umana. Egli non fornisce una soluzione al mistero, sarebbe impossibile, cerca però di togliere i possibili impedimenti teoretici, i dogmi del pensiero, che possano mettersi di traverso alla risoluzione del problema coscienza.

Il libro è frutto di una lunga analisi attorno al concetto. Dennett se ne occupa dopo aver dialogato a lungo con psicologi, psichiatri, neurofisiologi, filosofi e scienziati in genere. Le discipline scientifiche appena elencate si occupano, ognuna per sé, dello stesso problema: quando diciamo ‘io’ cosa intendiamo? Chi dice io’? Chi o che cosa decide di muovere un braccio o percepisce l’immagine che l’occhio ha inquadrato?
Secondo Dennett non ci si deve fermare alla prima evidenza: "è ovvio che ‘io’ muovo il mio braccio, che io posso dire io". La formazione del pensiero cosciente va oltre la semplice auto percezione dell’evento. Un primissimo chiarimento che Dennett vuole far comprendere al suo lettore, passa attraverso la considerazione della filosofia di Cartesio e della sua concezione dualistica mente-corpo. Il grande accusato, infatti, sarà sempre il dualismo cartesiano: ovvero la separazione delle facoltà mentali dalla fisicità del cervello, attributi cartesiani che comunicano fra loro grazie all’invenzione della ‘ghiandola pineale’. Cartesio con la sua ideazione dualistica ha segnato la storia della filosofia e della scienza. Il grosso dubbio che si può rilevare all’analisi del dualismo cartesiano si trova appunto nella dinamica del dialogo tra mente e cervello. Se il cervello, la parte fisica, è facile da analizzare - oggi sempre di più grazie all’evoluzione della diagnostica per immagini - la mente, che invece non si trova nella fisicità del cervello – se non nei segnali di un’attività neuronale -, pone dei problemi per la comprensione di cosa sia la coscienza umana. Dennett chiede: se la mente, l’io che parla nei nostri soliloqui, non ha sede nel cervello - infatti Cartesio deve escogitare la ghiandola pineale per connettere i ‘due mondi’ - dove è? Una volta che l’io ha occupato il ‘mio’ cervello, come può governare il ‘suo’ stesso cervello?

Il percorso che Dennett imprime alla sua ricerca è doverosamente ampio ma non particolarmente difficile da seguire. Egli infatti, per la fortuna del suo lettore, adotta uno stile colloquiale e diretto, ricco di esempi e contro-proposte. Dennett utilizza concetti ed esempi tratti dalla neurofisiologia, dalla fisica o dalla cibernetica, ad esempio sono spiegati i tempi ed i modi di reazione del nostro cervello agli stimoli esterni. La cosa più difficile da fare è eliminare ogni possibile residuo del «Teatro cartesiano» - il cervello è un luogo in cui una mente può agire, può interpretare la vita di qualcuno -. Fulcro di questo teatro è l’idea che un sedicente soggetto abbia il potere di governare il cervello. Un trascendente grande dittatore, un’eminenza grigia, «Autore Centrale» o «Quartier Generale» occuperebbe e governerebbe la mente umana. Questo suo potere potrebbe chiamarsi coscienza. Dennett propone altro:
«Non c’è un unico e definitivo «flusso di coscienza», perché non c’è un Quartier Generale centrale, un Teatro Cartesiano dove «tutto converge» per essere attentamente scrutinato da un Autore Centrale. Invece di un unico (per quanto ampio) flusso del genere, ci sono canali multipli in cui i vari circuiti specializzati tentano, in un pandemonio parallelo, di fare varie cose, creando man mano delle Molteplici Versioni» (pp. 283-84).

Quindi non un unico autore della coscienza, ma una molteplicità di versioni che nella loro intrinseca differenza produrranno il racconto migliore dell’io del soggetto. Ogni stimolo produce nella mente tutta una serie di possibili soluzioni, risposte fisiologiche e cognitive allo stimolo, che vengono via via vagliate ed eliminate lasciando alla fine solo la risposta più coerente con l’integrazione del corpo con la mente.
Dennett arriva a questa sua idea di coscienza attraverso la fisiologia. L’ambiente fisico è, spinozianamente, idea della mente e quindi è un modo differente di intendere il mondo psichico, per questo motivo non richiede un «Autore Centrale». Dennett, esempio dopo esempio, rivela al lettore la complessità sottostante ogni nostro atto percettivo e al conseguente atto cognitivo (c’è un oggetto, si forma l’immagine retinica, si forma la stimolazione neuronale che mi ‘rende cosciente’ di quell’oggetto, si forma in me la possibile reazione all’immagine di quell’oggetto). Atto cognitivo che si definisce nel sé di ognuno di noi. L’io coscienza che narra incessantemente, ad ognuno di noi, la miglior storia possibile: la nostra. Forse la metafora del racconto è un po’ esausta ma coglie effettivamente il senso di una raffinazione delle risposte multiple che il sistema della molteplici versioni richiede. Il dialogo incessante e rapidissimo, sono ‘decisioni’ che la nostra mente prende in frazioni infinitesime di secondo, che si sviluppa continuamente nell’incontro della nostra coscienza con il mondo fenomenico.
Proprio per la complessità di nozioni che la teoria di Dennett mette all’opera e per quell’imponderabile resto che non può che rimanere all’analisi dell’io umano, il nostro autore ci avvisa dell’incompletezza del suo lavoro. Ma, correttamente, Dennett aveva avvisato che la coscienza umana rimane un grande ed inspiegato mistero e che tutt’al più egli avrebbe potuto fornire un nuovo strumento di indagine.
 
«La mia spiegazione della coscienza è tutt’altro che completa. Si potrebbe perfino dire che è stato solo un inizio, ma è un inizio perché rompe l’incantesimo creato dalle idee che fanno sembrare impossibile una spiegazione della coscienza. Io non ho sostituito una teoria metaforica, il Teatro Cartesiano, con una teoria non metaforica («letterale, scientifica»). Tutto quello che ho fatto, realmente, è stato sostituire una famiglia di immagini e metafore con un’altra: ho rimpiazzato il Teatro, il Testimone, l’Autore Centrale, il Figmento con il Software, le Macchine virtuali, le Versioni Multiple, un Pandemonio di Homunculi» (p. 508).

Ciò che rimane al lettore è l’affascinante idea che l’io sia un racconto da ascoltare incessantemente. Punto fermo per ascoltare senza impedimenti è l’abbandono della filosofia cartesiana per una concezione più spinoziana della relazione mente-corpo, una concezione che tratta la mente e il corpo come differenti definizioni di un’unica sostanza e non come due mondi completamente distinti. 

                                                                                            Gianmaria Merenda


© Copyright Critica minore - Tutti i diritti sono riservati