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08.07.2009

Aldo Capitini da Perugia al mondo.
Andata e ritorno.



"La vita non è una foto, ma è l'attimo che se ne va
e insieme porta via i colori e porta via la verità.
E la cultura è un ideale e il sogno è quasi già realtà"
(Stefano Rosso)

di Giuseppe Moscati

«Sono nato a Perugia il 23 dicembre 1899, in una casa nell’interno povera, ma in una posizione stupenda, perché sotto la torre campanaria del palazzo comunale, con la vista, sopra i tetti, della campagna e dell’orizzonte umbro, specialmente del monte di Assisi, di una bellezza ineffabile» [1]. Così esordisce Aldo Capitini nella sua nota autobiografia intitolata Attraverso due terzi del secolo, le cui bozze egli, morto il 19 ottobre 1968, non ebbe il tempo di rivedere e le cui pagine costituiscono una sorta di testamento ‘spirituale’ – e tuttavia profondamente laico – del filosofo umbro. Ma il testo era stato da lui comunque consegnato in buone mani, quelle dell’amico fraterno Guido Calogero [2] che lo avrebbe ospitato nella sua prestigiosa rivista "La Cultura".
Ventuno anni prima Capitini aveva dedicato alla sua città un volumetto, che aveva chiamato Perugia. Punti di vista per una interpretazione, apparso per la prima volta all’interno della collana "Città italiane" de La Nuova Italia di Firenze. Di quel testo, ripubblicato a cura della Regione dell’Umbria nel 1986 con l’aggiunta di una preziosa prefazione di Walter Binni, fine letterato e altro grande amico di Capitini, è uscita una terza edizione nel luglio 2008. Tale riedizione, curata dal Comune di Perugia su progetto della Fondazione Centro Studi Aldo Capitini, era stata suggerita da Luciano Capitini, nipote del filosofo e presidente dell’Associazione nazionale "Amici di Aldo Capitini".
Come chiarisce lo stesso sottotitolo di questo libello, l’autore intende proporre dei punti di vista attraverso i quali "leggere" la città di Perugia, che naturalmente è vista nel suo insieme inscindibile di città propriamente fisica e comunità civica in senso lato, ovvero come «qualche cosa di vivente e di rinnovatesi» [3]. Questi punti di vista rappresentano dunque dei veri e propri ponti grazie ai quali gettare sulla città delle ipotesi interpretative, che, se da una parte si arricchiscono degli sviluppi culturali della formazione che Capitini ha maturato con le sue esperienze tanto di autore di testi filosofici e religiosi che di docente universitario di Filosofia morale e di Pedagogia (a Pisa, Cagliari e Perugia), in realtà nascono anche da tutta una serie di osservazioni e partecipazioni dirette alla vita perugina: con le parole di Capitini, «alcuni punti di vista dai quali ho guardato e sento la città» [4].
 Già dalle prime battute emerge con evidenza la caratteristica fondamentale di questo scritto, quella cioè di una riflessione filosofico-antropologica di ampio raggio: la campagna che circonda il centro urbano non si limita ad essere luogo meramente naturale e materico, ma agli occhi di Capitini è anche – e forse soprattutto, direi – campagna "tutta storica" come in generale il paesaggio umbro è paesaggio "tutto umano" perché tutto marcatamente inscritto nella storia [5]. Del resto è lo stesso Binni a sottolineare quanto grande fosse l’affetto di Capitini per le zone più campagnole e popolari del comprensorio perugino, zone la cui peculiarità è la semplicità e che tuttavia nascondono una "forza dentro" che coincide con quella che per Capitini è l’"armonia umbra" [6].
Ma Binni è particolarmente attento anche alla cura capitiniana per la storia della tradizione laica e democratica di Perugia, città dall’acceso spirito d’indipendenza e dalla forte vocazione all’autonomia e alla centralità politica contro l’assolutismo papale [7]. Perugia città, soprattutto, forte di quell’identità civile medievale e primo-rinascimentale e poi ottocentesca [8] che torna assai fertile per il lavoro contemporaneo cui Capitini si dedica a trecentosessanta gradi. Ed è a Perugia e da Perugia che Capitini «svolse la sua fecondissima attività di lotta, di organizzazione, di educazione contro la dittatura fascista e a favore di quell’originale "liberalsocialismo" di cui egli fu primo ideatore […], per poi, dopo la guerra e la liberazione, farsi, a Perugia, geniale inventore di quei "Centri di orientamento sociale" che rappresentavano per lui l’inizio di un "potere dal basso", di un "potere di tutti", di una politica e di un’amministrazione che cominci nella libera discussione di assemblee popolari» [9].
Perugia è allora, scrive ancora Binni, il centro concreto e ideale dell’attività capitiniana tutta; è l’appoggio costante dell’ispirazione di un intellettuale radicato nella sua origine e peraltro portato dalla sua stessa più intima persuasione a rivolgersi ad innumerevoli altri centri, anzi a ricreare egli stesso in ogni dove un centro che possa portare con sé condivisione, comunità, socialità. Perugia è «il luogo o l’intreccio di luoghi (quei colli, quelle vie, quelle piazze che percorreva solo od insieme agli amici più cari) su cui collocare le sue intuizioni più alte, le sue immagini più intense, i suoi sentimenti e i suoi affetti più intimi e sacri e insieme un vivo nucleo di tradizione cui collegare lo sviluppo della sua stessa prospettiva spirituale e della sua prassi coerente» [10].
Ma quali sono veramente "le sue intuizioni più alte"? Sicuramente quelle che ritroviamo nel cuore del lavoro che, da Capitini auspicato per una condivisione di tutti e da lui svolto in prima persona, si concentra sull’educazione democratica, vale a dire il lavoro di coraggiosa rottura nei confronti di quegli schemi etico-politici del passato che sono diventati inadeguati. E allo stesso tempo il lavoro di apertura della realtà in direzione di un orizzonte di libertà, responsabilità e giustizia sociale.
Ecco la "realtà liberata" di cui ci parla insistentemente Capitini nel corso di tutta la sua produzione, tesa a riscrivere una nuova etica e una nuova politica che finalmente si pongano come fortemente critiche del realismo di trazione machiavellica. Ecco l’"aggiunta" che, sotto varie forme e ognuno come può, tutti siamo chiamati ad offrire a questa realtà da liberare (da liberare dai limiti della realtà attuale): aggiunta religiosa; aggiunta politica e sociale; aggiunta filosofica, letteraria, culturale. Quella cui guarda Capitini è dunque una realtà liberata, ma è una realtà che parte necessariamente dal basso e che è di tutti e per tutti, altrimenti non è, non si dà.
Al modo in cui Capitini interpreta le relazioni che danno vita alla città sono collegati a doppio filo diversi elementi della sua filosofia, che vale la pena di richiamare qui seppur per sommi capi.
 Innanzitutto dobbiamo aver presente l’elemento fondamentale della nonviolenza, che Capitini trae da Gandhi e, però, originalmente rielabora in persuasione nonviolenta anche in virtù della frequentazione della pagina di Carlo Michelstaedter, con il cui singolare esistenzialismo egli colloquia intensamente.
Poi va ricordata la ferma opposizione di Capitini al fascismo e in generale al male con cui egli invita a non collaborare, insieme all’impianto teorico-pratico del movimento liberalsocialista, co-ideato insieme al già ricordato filosofo romano Guido Calogero.
Ancora, la vicinanza del pensiero di Capitini con la filosofia dialogica di un Martin Buber; le sue posizioni dell’antistoricismo e dell’antidogmatismo; le sue battaglie contro il potere della più deteriore "cattolicità", che gli sarebbero costate scomunica e censura: il 1929, con il Concordato con il regime fascista – regime di repressione, violenza, guerra e annullamento di ogni libertà – secondo il suo modo di vedere non poteva che segnare il "tradimento del Vangelo" da parte della Chiesa cattolica.
Si può così continuare con l’atteggiamento ‘religioso’ di fondo di Capitini: la sua è una religione aperta ai tutti, compresi gli animali, le piante e le cose (Elementi di un’esperienza religiosa, 1937; Religione aperta, 1955); con l’idea altrettanto originale della compresenza (La compresenza dei morti e dei viventi, 1966); con l’orizzonte e ideale regolativo dell’omnicrazia o potere di tutti, nessuno escluso, a partire dalla considerazione ‘kantiana’ dell’altro come fine e non soltanto come mezzo, ancora una volta in chiave anti-machiavellica.
Da tutto ciò non sono dunque scollegate le riflessioni che Capitini elabora sulla vita umile, comune e affettuosa e sulla religiosità aperta, popolare ed eretica del Duecento umbro, che muove da Francesco d’Assisi e giunge a Iacopone di Todi.  


Note:

[1] A. Capitini, Attraverso due terzi del secolo, in Id., Scritti sulla nonviolenza, a cura di L. Schippa, Protagon, Perugia 1992, p. 3.

[2] Come si legge nelle ultime lettere del loro carteggio, edito nell’ambito dell’epistolario capitiniano che si deve alla Fondazione Centro Studi Aldo Capitini: cfr. A. Capitini – G. Calogero, Lettere (1936-1968), a cura di Th. Casadei e G. Moscati, Carocci, Roma 2009, p. 598 e segg.

[3] A. Capitini, Perugia. Punti di vista per una interpretazione, Tipografia comunale, Perugia 2008, p. 29.

[4]  A. Capitini, Perugia…, cit., p. 17 (corsivo mio).

[5] Cfr. ivi, p. 22.

[6 ] Cfr. W. Binni, Prefazione, in A. Capitini, Perugia…, cit., pp. 5-6.

[7] Emblematico è il caso del XX giugno 1859 quando «circa duemila soldati svizzeri […] effettuarono le famose stragi "per ricondurre la città al dominio papale"» (A. Capitini, Perugia…, cit., p. 43), il cui ricordo ogni anno rinnovava in Capitini un eccezionale sentimento civile accompagnato da "mestizia e un senso solenne" (cfr. ibidem).

[8 ] Cfr. W. Binni, Prefazione, in A. Capitini, Perugia…, pp. 5-8.

[9 ] Ivi, pp. 7-8.

[10] Ivi, p. 8.

                                                                                         Giuseppe Moscati



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