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11.07.2009

                           
Adolf Reinach: La visione delle idee

 

 

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Adolf Reinach

La visione delle idee
a cura di Stefano Besoli e Alessandro Salice

Quodlibet, Macerata 2008
pp LXXIV-228
Euro 30,00

di Invito alla lettura


( a cura di Gianmaria Merenda )


Allievo e assistente di Edmund Husserl, Adolf Reinach sarebbe stato sicuramente un esponente di spicco della filosofia del Novecento, accanto a Scheler e Heidegger. Purtroppo morì al fronte nel 1917 durante la Prima guerra mondiale. Il testo che proponiamo in lettura è una raccolta degli scritti filosofici. Questa specificazione è importante perché Reinach ebbe anche una formazione giuridica (cfr. p. LXX) e il suo lavoro ‘giuridico’ non è presente in questa raccolta.
Reinach, da assistente, aiutò Husserl nella revisione delle ‘Ricerche Logiche’ rimanendone ovviamente influenzato. Fu dopo la pubblicazione delle ‘Ideen’ di Husserl, avvenuta nel 1913, che Reinach insieme ad altri anziché seguire il maestro nella fenomenologia trascendentale decise di rimanere più vicino al lavoro precedente di Husserl.

«La tesi secondo cui le idee si vedono non ricorre a un modo di dire incontrollato, frutto di spurie reminescenze platoniche, ma esprime il nucleo più autentico della dottrina fenomenologica di Husserl» (p. IX), così l’attacco di Stefano Besoli nel suo approfondito saggio introduttivo: "La pregnanza del metodo descrittivo e il rispetto delle datità. Adolf Reinach e la traccia di una vera «fenomenologia»".
Il centro della filosofia fenomenologica di Reinach è la visione delle idee: ovvero il superamento dell’apparire delle cose con un rigoroso metodo d’analisi filosofica per una visione d’essenza: il suo fu «un ampliamento di orizzonti che portò a rimuovere le restrizioni ontologiche e le implicazioni soggettivistiche dello psicologismo, estendendo la nozione di esperienza al di là di ciò che è empirico in senso stretto» (p. XIII). Ecco perché le idee si vedono. Le idee possono e devono essere trattate, si potrebbe dire analiticamente, come se ci si trovasse di fronte a degli oggetti reali. Si devono eliminare i possibili impedimenti, ontologici o soggettivi, che possono nuocere alla visione d’essenza. Reinach intendeva la fenomenologia come un discorso che servisse a vedere le cose e non un insieme di concetti che potesse solo ingabbiare il significato «con rigide definizioni». Ci siamo riferiti ad un discorso fenomenologico perché la ricerca reinachiana partì sempre da un’attenta analisi delle parole utilizzate nelle proposizioni e del loro significato. Per questo motivo si può definire Reinach un precursore della filosofia analitica.

Nel primo breve saggio della raccolta: William James e il pragmatismo, Reinach affronta la filosofia di James. Dapprima sembra seguire e far sue le teorie del pragmatismo, ma è chiaro da subito che l’analisi dei termini e delle conseguenze dell’impiego di quei termini è solo il metodo fenomenologico messo all’opera. Infatti, sul finire dello scritto Reinach, dopo aver messo in luce i limiti della filosofia pragmatica di James (…«ridurre la verità a una qualsiasi utilità e accordare il significato solo ai problemi da cui risultano conseguenze pratiche»), mette in evidenza l’esistenza di una particolare scienza che affianca le altre scienze. Questa scienza è la fenomenologia: essa senza andare oltre i fenomeni, anzi proprio perché sa coglierli, può colmare le lacune delle scienze positive.
Kant in questa raccolta è presente ed è studiato senza timori reverenziali da Reinach. Un saggio concerne la critica alle regole delle inferenze razionali e un secondo l’interpretazione kantiana del problema di Hume. La problematicità sta nel fatto che Kant attribuisce a Hume la definizione che le proposizioni matematiche sono analitiche. Reinach pesando parola per parola, scompone due proposizioni kantiane tratte dallo scritto 
La falsa sottigliezza delle quattro figure sillogistiche. La prima proposizione: «Una caratteristica della caratteristica è una caratteristica della cosa stessa» per le inferenze razionali positive e la seconda: «Ciò che contraddice la caratteristica di una cosa, contraddice la cosa stessa» per le inferenze negative (p. 11). Le proposizioni vengono smontate con il seguente ragionamento: «Se assegniamo a un oggetto singolo (questo libro) una caratteristica di proprietà (rosso) e poi a questa caratteristica di proprietà assegniamo di nuovo una caratteristica di proprietà (intenso) o una caratteristica di genere (colore), allora non possiamo attribuire all’oggetto né la seconda caratteristica di proprietà né la caratteristica di genere senza cadere in errore» (p. 15). È evidente che il concetto libro non ha niente ha che fare con il concetto rosso, quindi il concetto rosso, caratteristica di una caratteristica, non può essere una caratteristica del concetto libro. Nel secondo caso (il problema di Hume) apprendiamo con stupore che Kant avrebbe ascritto a Hume, sbagliando, l’opinione che le proposizioni matematiche sono analitiche. Anche qui con il solito piglio analitico Reinach mette in luce il fatto che in Hume una simile qualificazione porterebbe a delle aporie nella sua filosofia (p. 37).
Il saggio che più mette in chiaro il metodo reinachiano, la sua fenomenologia, è quello che si intitola, appunto, Sulla fenomenologia. Le parole, l’espressione e il significato sono i motivi da cui l’analisi fenomenologica deve iniziare la propria indagine. Questo per evitare equivoci «che si trovano in particolare nella terminologia filosofica» (p. 178). Le stesse cose che Reinach evidenziava proprio nei saggi su Kant. Particolare punto su cui Reinach si concentra è la conoscenza a priori. Si è detto che la sua intenzione di fenomenologia deve superare i limiti ontologici e soggettivistici, perciò Reinach prima chiarisce la problematicità dell’a priori e poi indica il possibile superamento di quella problematicità: «Ciò che ci si fa incontro per così dire dall’esterno nella percezione sensibile, pare debba essere presente «nell’interno». Così le conoscenze a priori sono trattate da proprietà dell’anima, da qualcosa di innato – anche se solo virtuale – a cui il soggetto ha solo bisogno di rivolgere lo sguardo per rendersi conto di esso con indubitabile certezza. […] Vi sono delle connessioni a priori indifferentemente dal fatto se tutti o molti o nessun uomo o altri soggetti le riconoscano. Esse sono universalmente valide al massimo nel senso che chiunque voglia giudicare correttamente, deve riconoscerle» (pp. 180-81). E poco oltre: «Solo una cosa è corretta: ovvero che ogni conoscenza a priori è capace, senza eccezione, di un’evidenza inconfutabile, cioè di un’intuizione offerente ultima del suo contenuto. Ciò che si fonda nell’essenza di oggetti può essere portato a datità ultima nella visione d’essenza. Certo ci sono delle conoscenze a priori che non possono essere conosciute in se stesse, ma necessitano di essere dedotte da altre. Ma anche riconducono, infine, a connessioni ultime in se stesse evidenti. Non le si acceterà certo ciecamente, non si farà affidamento su un mitico consensus omnium o su un’enigmatica necessità del pensiero – nulla è più lontano dalla fenomenologia di ciò; esse devono invece essere portate a chiarificazione, alla datità ultima […]» (p. 183). Un lavoro di chiarificazione eseguito con un metodo rigorosissimo che porterebbe la filosofia al limite di una scienza positiva. Ma come dice Reinach alla fine del suo saggio, la filosofia non è un ‘lavoro’ del singolo ma è l’espressione di un lavoro di molti, ripetuto, rivisto, corretto, emendato per secoli: «Essa diverrà una scienza rigorosa – non imitando le scienze rigorose, ma riflettendo sul fatto che i suoi problemi richiedono un modo di procedere proprio, la cui attuazione richiederà il lavoro di secoli» (p. 188).

La raccolta è chiusa da un saggio di Alessandro Salice, Agganciarsi a un’anima. Il domandare e i vissuti sociali della coscienza in Adolf Reinach. L’atto di domandare è visto come un’agganciarsi all’anima della persona a cui si pone la domanda, e ciò è possibile perché il domandare ha una veste corporea e investe l’altro a cui si chiede, personalmente (cfr. in particolare pp. 204-05). L’atto di domandare in Reinach è alla base dei suoi studi sugli atti sociali. È la manifestazione di un bisogno che ha necessità dell’altro per essere soddisfatto. Salice attribuisce a Reinach «il pieno merito di riconoscere e descrivere la natura specifica di tutte quelle esperienze vissute che, come la promessa, il comando, la richiesta ecc., per essere compiute con successo richiedono la soddisfazione delle medesime condizioni ritrovate per la domanda. […] la struttura ontica, la necessità di intendimento e il riferimento personale al destinatario dell’atto» (p. 206). Gli studi reinachiani sugli atti sociali, sulla domanda, sono per Salice ancora in statu nascendi. Si farebbe un torto a Reinach e alla filosofia considerarli come marginali alla storia della filosofia. La raccolta dei saggi di Reinach proposta da Besoli e Salice ha anche il compito di andare oltre agli studi specialistici e di far conoscere la figura del giovane filosofo tedesco a più persone. 


                                                                                        Gianmaria Merenda



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