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25.10.2009

Christoph König

Strettoie. Peter Szondi e la letteratura

 


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Christoph König
Strettoie. Peter Szondi e la letteratura

a cura di Massimo Pizzingrilli

Quodlibet, Macerata 2009
pp. 120, € 16,00


di Invito alla lettura

C’è qualcosa di molto importante che si può apprendere dalla lettura di questo breve testo introduttivo al metodo di lavoro e alla vita di Peter Szondi, l’egemonia dell’ermeneutica di Heidegger e di Gadamer ha un’alternativa: «L’ermeneutica di Szondi procede in effetti ad una analisi del testo che si scontra con le precedenti teorie, in prima linea con l’ermeneutica filosofica inaugurata da Heidegger e professata ancora da Gadamer. L’attenzione di Szondi per la cifra testuale, per il particolare, il frammento secondo la lezione di Benjamin, implica una distanza critica che permette all’interprete di considerare in una volta sia la complessità dell’opera completa che la complessità degli oggetti particolari all’interno dell’opera stessa» (p. 12).
Non è un caso che nella vita del critico Szondi, [basta scorrere la sua bio-bibliografia (pp. 97-110)] ci si imbatta spesso nello sguardo, che tutto coglie, della filosofia. Al di là dei nomi che ricorrono, Heidegger, Gadamer, Adorno e Benjamin, basterebbe solo la loro evocazione per comprendere la portata della ricerca di Szondi: la dialettica che necessariamente viene ad essere messa in opera dallo stesso sguardo dell'interprete sull’opera. Cercando di comprendere il testo nella sua totalità e nella complessità dei particolari che lo formano, necessariamente si deve tener conto di come il testo completo e i frammenti che lo compongono dialoghino fra loro. È la sintassi interna del testo, oltre la sintassi della lingua scritta, a produrre la geometria che dona un senso al testo. Citando una frase di Paul Valéry, tradotta da Szondi come prova di traduzione per un editore, «la syntaxe est une faculté de l’âme», König ci sta indicando il punto nevralgico del sistema ermeneutica del critico ungherese. Szondi implica e complica nell’atto della critica letteraria l’anima, sua e dell’opera da criticare. Una implicazione, scelta o imposta dalla sua stessa anima, che Szondi pagherà con il suicidio. Portare con sé il peso della propria anima è certo un esercizio difficile ma necessario. Fare propria anche l’anima di un’opera letteraria, come può essere ad esempio la poesia di Celan, non deve essere stato facile. Sono gravi, pesanti, i fattori messi in gioco dal rapporto con Celan: l’ebraismo e la diaspora, lo stermino nazista, il rientro in Germania dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Questi sono problemi epocali, ma Szondi «nella sua interpretazione «tecnico-psicologica», vorrebbe proprio portare allo scoperto il carattere impersonale che definisce le poesie di Celan. Di conseguenza, distoglie lo sguardo dall’autore. Non l’autore parla, bensì il testo che testimonia Auschwitz senza farsene per questo immagine» (p. 78).
 
                                                                        

                                                                    Gianmaria Merenda



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