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09.11.2009

Daniele Benati

Opere complete di Learco Pignagnoli

 


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Daniele Benati
Opere complete di Learco Pignagnoli

Alberti Editore
Reggio Emilia 2006
pag. 172
€ 13,00



di Invito alla lettura

Il libro di Danile Benati è divertente, caustico e costringe il lettore a pensare. È l’esempio - letteralmente: "ciò che si tira fuori" - più lampante di cosa può fare la letteratura quando è «di buzzo buono». Al limite del non-sense, Benati (professore universitario in Italia e all’estero, traduttore e scrittore) riesce a dire certe indicibili realtà della critica letteraria (cfr. l’Opera 111) e scrivere una vera letteratura critica. Benati sfodera un’autoironia che spesso servirebbe al mondo della critica letteraria per non prendersi troppo sul serio, ovvero, alla critica l’ironia sarebbe utile per non rendere opaca l’opera letteraria. Benati per compiere questa impresa si inventa il personaggio: lo scrittore Pignagnoli e tutta la sua opera. Di questo fantomatico scrittore, leggero e colto ad un tempo, si sa poco o nulla: «Learco Pignagnoli è nato a Campogalliano e a San giovanni in Persicelo (…). Lavora pressa la ditta Scoppiabigi e Figli, dove tiene dietro al loro lupo» (dal risvolto di copertina). Leggendo le 245 Opere di Pignagnoli, però, si può capire che è una brava persona, semplice, diretta e mai scontata. In inglese esiste una perifrasi che può farci comprendere meglio chi sia Pignagnoli: larger than life, "più largo della vita", esagerato, straripante. Già queste caratteristiche non sono cosa da poco: averne di scrittori come lui…!

Il libro contiene un romanzo, una raccolta di poesie e un’Opera teatrale. Parleremo principalmente della sezione delle Opere. Le Opere sono uno specchiato esempio della tradizione barocca del frammento. Un barocco in cui l’alto e il basso, il colto e l’incolto si mischiano fra loro. Piccoli brani, sentenze, massime e brevissimi racconti formano il moderno corpus hermeticum di Learco Pignagnoli. Si diceva, dunque, di un insieme di frammenti che tanto ricordano Einbahnstrasse di Walter Benjamin. Anche qui, come nell’opera di Benjamin, il cumulo di macerie dei frammenti riesce a creare un senso diverso, differente, da quello che solo apparentemente si legge sulla carta. Dalla barocca tragedia e dal senso di morte che da essa scaturisce, numerose, infatti, sono le Opere che contengono riferimenti tanatologici. Si crea un incredibile spasmo all’angolo della bocca, si forma il sorriso che si beffa di tutto: vita, morte e miracoli della modernità (leggi ad esempio le Opere che criticano con insistenza Alberto Moravia, Alain Elkann e Giovanni Pascoli).
Torniamo alle Opere, sono un cumulo di frammenti, talvolta eterogenei, che permettono di vedere la realtà da un punto di vista particolare, totale e singolare ad un tempo. Pignagnoli è un "autore" arcipelago: il suo pensiero è formato da isole maggiori, pensiamo all’Opera 238, e da alcune minori, poco più che uno scoglio franto dai flutti, vedi l’Opera 191. Per chi fosse stato in navigazione nel mar Egeo, al largo della Grecia continentale, avrebbe certo notato le affinità con lo sguardo di Pignagnoli: una volta che il traghetto ha lasciato il molo e s’è diretto verso il mare aperto (la seconda navigazione platonica vorrà pur significare qualcosa) si può già intravedere la prima isola all’orizzonte. Più ci si avvicina all’isola, più si può scorgere la successiva e quelle limitrofe. Che vuol dire? Pignagnoli - usciamo dalla metafora marinara e torniamo allo scrittore - è il filosofo che riesce a trattenere (termine molto paolino, cfr. Paolo, 2 tessalonicesi 2,5-2,12) la perdita del senso causata dalle rovine barocche, e dalle macerie delle Opere. Pignagnoli mantiene vigile lo sguardo. Sa di aver abbandonato la terra ferma e di aver iniziato un viaggio periglioso. Però, mantiene la rotta guardando all’orizzonte per scorgere, prima degli altri, l’isola che verrà a posarsi sull’effimera linea geografica. Mantiene, comunque, lo sguardo sulle isole limitrofe. In questo modo Pignagnoli riesce a tenere relate fra loro le Opere che altrimenti tenderebbero allo sfilacciamento distruttivo, perché spesso sono distanti fra loro per quel che riguarda il senso.

In «Opera 119» si dichiara: «Una cosa da mettersi bene in testa è che con l’autore Learco Pignagnoli c’è poco da farsi tante idee sbagliate. Che non ci confondiamo con Moravia. Con Learco Pignagnoli voi vi mettete lì, non leggete niente, non voltate pagina, ma almeno lo sapete che non state leggendo niente e che semmai, se vi salta il ticchio di voltar pagina, lo fate solo per far piacere all’autore. Poveretto! Chissà dov’è? Chissà chi è e cosa fa? È un atteggiamento diverso, più umano. Leggerlo o non leggerlo, chi se ne importa? Ha scritto roba corta, roba lunga, chi se ne importa? Ha scritto un romanzo, non l’ha scritto, chi se ne importa? Tutto quello che ha fatto è in queste poche pagine? chi se ne importa? Non è Alessandro Manzoni? chi se ne importa? Bisogna ragionare così. Leggere, non leggere, chi se ne importa? È Alessandro Manzoni? Non lo è? Chi se ne importa? Bisogna ragionar così. È così che ci si accosta a un libro di questo genere.»

Daniele Benati è nato Reggio Emilia. Ha insegnato in università degli Stati Uniti e dell’Irlanda. Ha tradotto James Joyce, Flann O’Brien e Ring Lardner. Con Gianni Celati ha tradotto e curato Storie di solitari americani. È anche scrittore. Tra le sue opere troviamo Silenzio in Emilia, Cani dell’inferno, Un altro che non ero io e con Paolo Nori Baltica 9


                                                                                        Gianmaria Merenda  

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