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10.11.2009

Norberto Bobbio

Il maestro laico che manca all'Italia


di Claudio Magris


Se fosse vivo e in età ancor combattiva, non so se Norberto Bobbio - trovandosi in un mondo sempre più opposto al suo modo di essere, di sentire e di pensare – sarebbe più spronato a dar libero corso alla sua vena "iraconda" , come egli diceva, e polemica oppure ad abbandonarsi a una rassegnata e stoica amarezza. Bobbio incarna esattamente ciò che manca, sempre più vistosamente e volgarmente, alla nostra società: la capacità di ragionare, di distinguere, premessa fondamentale dell’onestà verso gli altri e verso se stessi. Una volta, alle scuole elementari, ci insegnavano che non si possono sommare litri a chili o a metri, cosa che ora si fa normalmente, in un coro di imbroglioni e imbrogliati che sono spesso le medesime persone. Mai come oggi è mancata la laicità e Bobbio è anzitutto un maestro di laicità, non nel senso stupido e scorretto in cui viene correntemente usata questa parola, quasi significasse l’opposto di credente, di religioso o di praticante, come credono e vogliono far credere gli ignoranti e i disonesti.
Bobbio ha insegnato che laico non indica il seguace di una specifica idea filosofica, bensì chi è capace di distinguere le sfere delle diverse competenze; distinguere ciò che è oggetto di dimostrazione razionale da ciò che è oggetto di fede, a prescindere dall’adesione o meno ad essa. Laicità: distinguere fra diritto e morale, sentimento e concetto, legge e passione; articolare le proprie idee secondo principi logici non condizionati da alcuna fede né ideologia; mettere in discussione pure le proprie certezze; sceverare l’autentico sentimento dalle incontrollate reazioni emotive, ancor più nefaste dei dogmatismi.
Oggi viviamo in una temperie culturale assai poco laica, funestata dai fondamentalisti religiosi come da quelli aggressivamente atei, entrambi capaci di ragionare solo con le viscere e con slogan orecchiati. La cronaca di ogni giorno ci mostra come si confondano e si pasticcino politica e morale, diritto e sentimentalismo, in un’allegra sgrammaticatura linguistica, concettuale ed etica che mette spesso il soggetto all’accusativo e viceversa, per scambiare i ruoli tra vittime e colpevoli e mettere in galera il derubato anziché il ladro. Il sistema politico regredisce a una barbarie premoderna, cancellando progressivamente secoli di civiltà liberale che aveva elaborato controlli e garanzie per impedire abusi di potere. Oggi c’è più che mai bisogno di intelligenza e di passione come quelle di Norberto Bobbio, che ha difeso e vissuto questi valori – i quali, prima di essere cardini della vita civile e del buon governo, sono il sale dell’esistenza quotidiana – sui fronti più diversi, dai mirabili studi filosofici e giuridici, che fanno di lui un eccezionale maestro, alla milizia etico-politica e alla presenza generosa e creativa nella vita culturale. In quel vero, sobrio capolavoro che è De Senectute, un commiato dalla vita insieme classico e cocentemente contemporaneo, Bobbio, richiamandosi al mito platonico dei due cavalli dell’anima, si duole di aver permesso al destriero irascibile di aver prevalso su quello nobilmente razionale, ma non so se sia un’autocritica giustificata. Semmai, è stato troppo mite; oggi c’è bisogno più dell’ira che della mitezza a lui cara, nel baraccone in cui ci troviamo.
La sua lucidità nasce da un cuore generoso, ricco di affetto e amicizia, di ironia e autoironia.
Bobbio ha insegnato che la battaglia del pensiero è talora pure una battaglia contro la propria passione, ma sempre nutrita di passione, anche quando deve dolorosamente dominare quest’ultima. Il cuore va sempre ascoltato, anche quando urta contro la legge, ma sapendo che spesso il cuore è pure "pasticcio e gran confusione", come ha scritto in un suo romanzo un altro grande piemontese, Stefano Jacomuzzi. La sofferta chiarezza chiamata a far rispettare l’umano, anche quando ciò – nel groviglio delle contraddizioni – può far male al cuore, affonda le proprie linfe in quest’ultimo.
Bobbio, maestro nel difendere i valori "freddi" della democrazia – l’esercizio del voto, le fondamentali garanzie giuridiche, l’osservanza delle regole e dei princìpi logici – sa che essi sono meno appassionanti dei valori "caldi" del sentimento, degli affetti, degli amori; magari pure meno appassionanti delle passeggiate nel suo amato Piemonte o nella nostra Torino, capitale di quell’Italia più civile che credevamo possibile. Ma Bobbio ci insegna che solo i valori freddi, i quali stabiliscono condizioni di partenza uguali per tutti, permettono a ognuno di coltivare i propri valori caldi, di inseguire la propria passione. La logica rende possibile l’umanità e difende la "calda vita", come direbbe Saba. Anche a rischio dell’impopolarità – la vita vera è impopolare – come quando Bobbio, da vero laico, faceva chiarezza sulla vita nascente e sui diritti del nascituro o come quando rivendicava, in certe vicende eclatanti che eccitavano l’opinione pubblica in nome di buoni sentimenti, la prosaica osservanza della legge contro l’enfasi strappalacrime pronta a calpestare il diritto, ponendo così le basi per nuove ingiustizie.
Quasi tutte le cronache quotidiane – politiche, giudiziarie, culturali – smentiscono questa liberale lucidità. Ogni riga di Bobbio è una diga contro la marea di melmosa, sordida e sentimentale pappa del cuore che avanza. Consapevole dei propri limiti, Bobbio, a differenza dei mediocri, non si sopravvalutava. Al massimo poteva ritenere di aver "travajè ben", lavorato bene, come dice un detto piemontese a lui caro. E’ andato incontro alla morte perplesso ma fermo nella propria perplessità, "credendo di non credere", come scrive, ma dubitando pure di quella sua provvisoria posizione e non ritenendola certo più evoluta di altre. La sua asciuttezza è la cifra della classicità, che consiste nella simbiosi di passione e controllo. Anche il vero poeta, diceva Saba, è insieme un bambino che piange e un adulto che non si lascia sommergere da quel pianto.   


                                                                                                    Claudio Magris   

L’articolo sopra riprodotto è stato pubblicato il 13 settembre 2009 da Il Corriere della Sera.
Ringraziamo l’autore e la direzione del giornale per la gentile concessione
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