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22.11.2009


Il concetto di critica in Foucault:
dalla Riforma a Kant


Niente mi è più estraneo dell’idea di un padrone
   che impone la propria legge. 

Foucault

di Antonio Coratti

                                                        
                                                        INTRODUZIONE

Come Kant, nel suo famoso articolo del 1784, Risposta alla domanda: Che cos’è l’Illuminismo, aveva incitato i suoi contemporanei al Sapere aude, al coraggio di uscire dallo stato di minorità in cui versavano, così Foucault, in una sua conferenza del 1978, Qu’est-ce que la critique? (Critique et Aufklarung), invita gli individui del XX secolo ad appropriarsi degli spazi di libertà che spettano loro di diritto, attraverso la critica, cioè attraverso un atteggiamento, una vera e propria arte dell’esistenza.
E’ in questo contesto che l’autore di Sorvegliare e punire, delinea nuove prospettive nel rapporto tra soggetto e potere.
La filosofia della cura di sé, la prova storico-pratica, l’arte di non essere eccessivamente governati, sono concetti alla base della consapevolezza che deve infondersi nel soggetto, nel singolo individuo, nell’elaborare il suo rapporto con tutte quelle forme di dominio, manifeste o latenti, che, quotidianamente, tentano di dirigere il suo corpo, la sua anima.
E’ solamente acquisendo questa consapevolezza che la critica diventa virtù, diventa lo strumento per fare dell’uomo un soggetto storico in grado di resistere, combattere, dare forma nuova al corso della storia stessa, della sua propria storia.



Oltre il dominio.
Il pensiero di Michel Foucault è stato sempre caratterizzato da un rapporto ambivalente tra le forme di potere che di volta in volta ha preso in considerazione nelle sue ricerche e il soggetto su cui il potere agisce. Sicuramente, il fatto che Foucault, soprattutto nei suoi primi scritti, si sia dedicato profondamente ad indagare i rapporti di coercizione esercitati all’interno di istituzioni totali, come carceri e case di internamento, ha contribuito a far emergere visioni pessimistiche sulle possibilità di libertà aperte agli individui, soffermandosi, come lui stesso afferma, "troppo sulle tecniche di dominio" (Archivio Foucault. Interventi, colloqui, interviste. Volume III 1978-1985, Feltrinelli, Milano 1998).
In questo contesto, sono evidenti i motivi che hanno portato Foucault a denunciare i limiti di quelle scienze, come ad esempio le scienze umane, che tendono a dominare, ad imbrigliare ogni devianza dal sistema scientifico stesso, non consentendo spazi di autonomia e libertà al di fuori dei canoni ufficiali e facendo dell’individuo, un oggetto calcolabile e descrivibile.
La conferenza tenuta da Foucault nel 1978 presso la Société Française de Philosophie, dal titolo Qu’est – ce que la critique? (Critique et Aufklarung), può essere interpretata, nel concetto di critica elaborato, come un momento di cesura nel pensiero foucaultiano, attraverso cui l’autore giungerà ai suoi ultimi scritti, incentrati, in particolar modo, su una nuova concezione dell’individuo.
Nell’ultimo Foucault, infatti, per l’individuo, inteso non più come mero prodotto, investito in tutto il suo essere da relazioni di potere che lo dominano e che, tutt’al più, egli affronta con quel minimo di resistenza (anche se solo corporea, come in Sorvegliare e punire) di cui è capace, si apre un territorio, non ancora esplorato, in cui egli instaura un certo tipo di rapporto con se stesso, che non si configura necessariamente nella forma del dominio e dell’indottrinamento. All’interno dei nuovi confini sono accessibili, per i soggetti, spazi di auto-creazione, di edificazione di se stessi, non solo attraverso codici imposti dai meccanismi sociali e culturali, ma anche, e soprattutto, attraverso regole che l’individuo sceglie, allo scopo di creare se stesso nel migliore dei modi possibili.
E’ Foucault stesso ad evidenziare questa nuova prospettiva durante un’altra conferenza, tenutasi nel 1981, dal titolo Sessualità e solitudine : "Poco a poco mi sono reso conto che in tutte le società esiste un altro tipo di tecniche: quelle che permettono agli individui di effettuare, autonomamente, alcune operazioni sui loro corpi, le loro anime, i loro pensieri, le loro condotte, e questo in modo da produrre una trasformazione di se stessi, una modificazione, e da raggiungere un certo stato di perfezione, di felicità, di purezza, di potere soprannaturale. Chiamiamo queste tecniche le tecniche del sé" (Ibidem).
Pur non cessando di essere pervasi dalle ragnatele del potere, per gli individui si aprono nuovi spazi di autonomia, di azione, di resistenza attiva e, perfino, di libertà. "Se si vuole analizzare la genealogia del soggetto nella civiltà occidentale – continua Foucault – si deve tener conto non soltanto delle tecniche di dominio, ma anche delle tecniche del sé. Si deve mostrare l’interazione che si produce tra i due tipi di tecniche" (Ibidem).

Critica come atteggiamento.
Il riferimento al termine tecnica non è casuale per introdurre il concetto foucaultiano di critica. Come l’autore afferma nella conferenza del 1978 "quel che per secoli nella Chiesa greca si è chiamata technè technòn,…era proprio la direzione di coscienza, l’arte di governare gli uomini" (M. Foucault, Illuminismo e Critica, Donzelli, Roma, 1997) e la critica si pone come éthos filosofico, come atteggiamento limite, come l’arte di non essere eccessivamente governati. "Non si tratta di un atteggiamento di rigetto. Dobbiamo sfuggire all’alternativa del fuori e del dentro; dobbiamo stare sulle frontiere… Caratterizzerò dunque l’ethos filosofico, proprio dell’ontologia critica di noi stessi, come una prova storico–pratica dei limiti che possiamo superare, e quindi come un lavoro di noi stessi su noi stessi in quanto esseri liberi" (Ibidem).
E’ da evidenziare il fatto che, all’interno della conferenza sul concetto di critica, il richiamo a Kant sia incentrato sull’analisi dell’articolo del filosofo tedesco: "Risposta alla domanda: Che cos’è l’Illuminismo?" apparso nel 1784 e non sulle sue tre opere maggiori e più note.
Foucault sottolinea come nel suo articolo Kant, da un lato, abbia caratterizzato l’Aufklarung in rapporto a uno stato di minorità nel quale sarebbe tenuta, in maniera autoritaria, l’umanità e, dall’altro, abbia definito questa minorità come l’incapacità dell’umanità di servirsi del proprio intelletto senza la direzione di un altro. Se è vero, quindi, che Kant ha effettivamente imputato la causa della minorità umana ad un’autorità che esercita il suo potere oppressivo, è altrettanto vero che ha imputato questa minorità a una mancanza di decisione e di coraggio dell’uomo stesso.
Seguendo questa interpretazione, Foucault evidenzia che, se la riflessione sui limiti, presente nella Critica della Ragion Pura di Kant, consisteva nell’indagare fin dove, attraverso la ragione, la conoscenza può legittimamente spingersi e dove, al contrario, essa non trova più fondamento di verità, il compito della critica della modernità, nel senso di Aufklarung, consiste proprio nel superamento di questi limiti.
Sarebbe importante, secondo Foucault, riproporre l’Aufklarung come questione centrale del mondo contemporaneo, proprio come fece Kant nel suo articolo, che si presentò, all’epoca, come una critica, ovvero, un atteggiamento critico, nei confronti dell’attualità che si stava vivendo in quel preciso momento storico, un’analisi di ciò che è in rapporto al presente stesso e non più in riferimento al passato, come modello da imitare o, comunque, con cui confrontarsi.
E’ in questo senso che Foucault, in un’opera successiva, dichiarerà di vedere nell’Illuminismo la prima epoca che si riconosce il nome che porta, basata su una nuova filosofia, quella dell’ontologia dell’attualità (M. Foucault, L’uso dei piaceri. Storia della sessualità 2, Feltrinelli, Milano, 1984).
Paolo Napoli, nella sua introduzione alla conferenza di Fuocault, Qu’est – ce que la critique? (Critique et Aufklarung), chiarisce il pensiero di Foucault sul concetto di ontologia dell’attualità: "L’Illuminismo instaura una presa diretta col mondo, al punto che i criteri per comprendere derivano anch’essi da quel mondo, non possono essere presupposti in maniera astratta nell’uomo. Le manifestazioni della ragione sono integralmente storiche, è questo il valore permanente dei Lumi" (M. Foucault, Illuminismo e Critica, Donzelli, Roma, 1997).
L’immersione totale nel presente fa sì che l’Illuminismo stesso diventi ethos filosofico, assuma a pieno i connotati del concetto di critica foucaultiano, diventi atteggiamento nei confronti del presente e solo di esso, senza rimandi a epoche altre.
Ma l’aspetto più rilevante del discorso di Foucault è quello di non trattare il problema della critica in termini di filosofia, ma come atteggiamento da assumere, richiamandosi fortemente all’incitamento al Sapere aude di Kant.
"La critica non appare lo strumento di un’egemonia intellettuale che segna il privilegio di una casta; … è, invece, una forma di vita che caratterizza l’autonomia etica di ogni individuo, il lavoro progettuale di un’esistenza. Sottratta alla rigidità del metodo, essa resta l’esperienza pratica in cui concepire l’esercizio della libertà" (Ibidem).    
    
Il Soggetto e la cura di sé.
L’atteggiamento critico (come l’arte di non essere eccessivamente governati) si pone alla base delle nuove forme di soggettività che Foucault spera possano affiorare sulle ceneri dell’uomo, del soggetto ermeneutico cristiano-freudiano, ormai morto. "Il problema politico, etico, sociale e filosofico oggi, non è tanto di liberare l’individuo dallo Stato e dalle sue istituzioni, quanto liberare noi stessi sia dallo Stato che dal tipo di individualizzazione che è legato allo Stato" (M. Foucault, La cura di sé. Storia della sessualità 3, Feltrinelli, Milano, 1984).
E’ in questo contesto che Foucault inserisce le tecniche del sé di cui abbiamo accennato in precedenza.
Nel terzo volume sulla Storia della sessualità, Foucault evidenzia come l’austerità nelle pratiche sessuali, o, comunque, la definizione di contesti e limiti, non siano nati con la diffusione della morale cristiana, ma siano stati presenti già nelle filosofie fondate sulla cultura di sé, sia nell’antica Grecia che nella Roma imperiale. La differenza sostanziale consiste nel fatto che, mentre la morale cristiana condannerà il sesso, il piacere, in sé, la più antica filosofia della cura di sé interpretava la resistenza ai piaceri, ai desideri, come una virtù che l’uomo voleva raggiungere per sé e solo per sé, ovvero senza il dovere di renderne conto ad alcun sistema sociale, istituzionale o legale. Essendo questo atteggiamento un elemento di scelta esclusivamente personale, uno spazio di reale autonomia in cui l’individuo decide volontariamente e razionalmente di dominare i propri istinti, le proprie pulsioni, Foucault arriva a parlarne come una vera e propria etica.
Più esattamente, Foucault parla di un’etica come estetica dell’esistenza, come lavoro su se stessi, costruzione del proprio essere del proprio stile di vita, senza costrizioni esterne, nel nome della pura libertà su se stessi, sul corpo e nell’animo. Con il Cristianesimo, la cura di sé si associa ai precetti religiosi che predicano la rinuncia a se stessi, ai desideri, ai piaceri corporei, in nome della salvezza eterna: quella che era un’estetica dell’esistenza, diventa una forma di egoismo, di amor proprio nel senso rousseauiano del termine.
La cura di sé era una forma di governo di se stessi che si poneva alla base dell’etica civile e del governo delle relazioni nella famiglia come nella comunità, " .. è il potere su se stessi che regola il potere sugli altri" (Ibidem).
"Nel nostro tempo" - sostiene Foucault - "dal momento che la maggior parte di noi non crede più che l’etica possa essere fondata sulla religione, e dato che non vogliamo un sistema legale che interferisca con la nostra vita privata, morale e personale, dovremmo riflettere sulla possibilità di promuovere nuove forme di soggettività attraverso il rifiuto di quel tipo di individualità che ci è stato imposto per così tanti secoli" (Ibidem).

Kant e Foucault.
Nonostante il fatto che per introdurre il suo discorso sull’autonomia e la libertà dell’individuo nella conferenza del 1978, Foucault abbia più volte fatto riferimento all’esortazione di Kant al Sapere aude, tuttavia, riconosce egli stesso che un’assimilazione incondizionata del concetto di Aufklarung nel senso kantiano e del concetto di critica come atteggiamento, non sarebbe corretto, in quanto "si potrebbe facilmente dimostrare che per lo stesso Kant il reale coraggio di sapere, consiste nel riconoscere i limiti della conoscenza e che per lui l’autonomia è lungi dall’essere opposta all’obbedienza ai sovrani" (M. Foucault, Illuminismo e Critica, Donzelli, Roma, 1997).
Il Kant che Foucault rimuove decisamente, è quello che concepisce l’autonomia in astratto, sulla base di canoni universali, dove, per il filosofo francese, il problema del governo di se stessi, obiettivo positivo della critica, risponde sempre a quel momento di differenza storica di cui l’idea di presente è, per sua natura, portatrice e che nessun principio normativo a priori può sopprimere.
L’uomo non deve essere pensato e la sua azione non può essere concepita al di fuori della storia attuale; immerso in una radicale condizione storica, il soggetto non ce la fa ad assumere una posizione valida a priori, all’esterno del mondo che gli sta innanzi e del tempo in cui vive.
Ma è proprio questo rapporto così stretto tra il soggetto e la sua storia che non permette di fondare l’atteggiamento critico su principi generali e universali; ciò che caratterizza in maniera radicale il concetto di critica foucaultiano è che esso, per manifestarsi, deve essere riferito a un determinato contesto storico e a determinati rapporti, relazioni, tra il potere e il soggetto su cui questo potere esercita la sua coercizione.
Ad una domanda postagli al termine della conferenza, Foucault risponde evidenziando fortemente come l’atteggiamento critico che spinge ad esprimere la volontà di non essere governati non sia una sorta di aspirazione originaria, ma risponda alla volontà di non essere governati così, in un certo modo, da questo o da quello, a un dato prezzo.      

Sapere e Potere.
Accantonata la riflessione sulla differenza tra il concetto di Aufklarung e di Critica nel pensiero kantiano, Foucault si propone di considerare l’aspetto storico della questione tra il XIX e il XX secolo, in cui lo sviluppo della scienza positivistica, di un sistema statale che si imponeva come ragione e come razionalità profonda della storia e di una scienza dello Stato stesso, avevano legittimato, di fatto, la Critica kantiana, molto più che il Sapere aude dell’Aufklarung.
La questione dell’Aufklarung a partire da Kant, "per opera sua e probabilmente in ragione di questo scarto tra Aufklarung e Critica che egli ha introdotto", è stata posta essenzialmente in termini di conoscenza, "ovverossia partendo da quello che fu il destino storico della conoscenza al momento della costituzione della scienza moderna", fino a interrogarsi sulla "legittimità dei modi storici del conoscere" (Ibidem) e della conoscenza stessa.
A questo approccio Foucault propone di sostituirne un altro che indaghi l’Aufklarung secondo il tema, non della conoscenza, ma del potere, mettendo da parte la questione della legittimità e fondandosi sulla procedura di evenemenzializzazione.
"Si tratta – dice Foucault – in questa pratica storico–filosofica, di farsi la propria storia, di fabbricare, come per finzione, la storia che sarebbe attraversata dal tema dei rapporti tra le strutture razionali che articolano il discorso vero e i correlati meccanismi di assoggettamento (…) la questione sposta gli oggetti familiari agli storici sul terreno del soggetto e della verità" (Ibidem).
 La differenza sostanziale con ogni filosofia della storia e con la storia della filosofia consiste in un "ritorno all’empiricità attraverso il contenuto storico stesso, che si sostituisce all’insieme dei contenuti storici elaborati altrove, preparati dagli storici e recepiti come meri fatti" (Ibidem).
 Partire dal contenuto storico attuale, secondo Foucault, significa innescare un genere di procedura che, "sottraendosi al criterio della legittimazione…percorre il ciclo della positività, movendo dal dato dell’accettazione per giungere al sistema dell’accettabilità, analizzato alla luce del gioco sapere-potere" (Ibidem).
Se l’interpretazione dell’Aufklarung secondo il tema della conoscenza e della legittimazione ha condotto, paradossalmente, al furore del potere, ciò è da imputare al nesso inscindibile tra i due elementi: non si forma senso se non come effetto di strutture coercitive. Già in Sorvegliare e punire (1975) Foucault aveva evidenziato come ogni sapere, ogni verità, fosse il correlato di un’applicazione coercitiva sui corpi, sulla materia, ovvero su ciò che c’è di più basso.
Allo stesso modo, nulla può funzionare come meccanismo di potere se non si afferma con procedure, strumenti, mezzi, obiettivi, che possano essere convalidati in sistemi più o meno coerenti di sapere.
Il problema da porsi, quindi, non è descrivere ciò che è sapere e ciò che è potere, ma individuarne il legame, così da cogliere le condizioni di accettabilità di un sistema.

Il concetto di Evento.
Nel primo scritto di Foucault, l’introduzione ad un trattato di psicologia di Ludwig Binswanger, Sogno ed esistenza (1954), il tema centrale è l’affermazione del sogno come simbolo, piuttosto che semplice segno, come vorrebbe l’interpretazione freudiana, che associa il sogno a una manifestazione dell’inconscio. Nel simbolo, sostiene Foucault, il significato vi è già contenuto nella sua immediatezza, senza alcuna funzione referenziale che opera, invece, nel concetto di segno. Il soggetto del sogno è il sogno stesso, inteso nella sua totalità, nel suo essere événement, e non più l’individuo, l’io che sogna. Interpretato come "la maniera radicale di fare l’esperienza del proprio mondo" (M.Foucault, Introduzione a Sogno ed esistenza, 1954) il sogno si configura, quindi, come verità autentica, assoluta.
In L’archeologia del sapere (Rizzoli, Milano, 1971), l’oggetto di studio sono i discorsi, considerati non come semplici insiemi di segni che rimandano a contenuti e rappresentazioni che esistono a prescindere dal fatto di essere nominati, ma "pratiche che formano sistematicamente gli oggetti di cui parlano".
Alla nozione di discorso Foucault preferisce, infatti, quella di enunciato, che include in sé, contemporaneamente, il soggetto che parla, il testo e l’oggetto di cui si parla, in un’immanenza che "non necessita di alcun rimando a referenti originari"(Ibidem). In questo modo l’enunciato diventa événement: "esso non viene più considerato semplicemente come la messa in opera di una struttura linguistica, né come la manifestazione episodica di un significato più profondo; viene considerato nella sua irruzione storica …Un enunciato è sempre un événement che né la lingua, né il senso possono completamente esaurire" (Ibidem).
E’ in questa prospettiva che Foucault introduce il livello archeologico di indagine nella conferenza che abbiamo analizzato, riferendolo a quei sistemi storici, caratterizzati da connessioni tra meccanismi di coercizione e contenuti di conoscenza, che vengono osservati empiricamente in quanto già accettati nel sistema, per poi analizzare e cercare di capire ciò che li rende accettabili, non in generale, ma solo là dove questo avviene storicamente.   
 
Scavo archeologico e ricerca genealogica.
Come l’enunciato ne L’archeologia del sapere costituiva una positività in sé, così l’événement qui preso in considerazione (ovvero l’insieme di elementi in cui interagiscono questo elemento di sapere, sia questo meccanismo di potere), è preso come totalità positiva reale, ma non necessaria.
E’ chiaro come l’importante, a questo punto dell’analisi, non sia la questione della legittimità, ovvero sapere quel che è vero o falso, fondato o infondato, reale o illusorio, scientifico o ideologico, legittimo o abusivo; ma indagare quali sono i legami, le connessioni che possono essere segnalati tra meccanismi di coercizione ed elementi di conoscenza, quali giochi di rimando e sostegno reciproco si instaurano.
Un aspetto che Foucault evidenzia a questo punto della conferenza è la problematicità che sorge dal momento che "queste positività non si sono rese accettabili grazie a qualche diritto originario, non si giustificano di per sé, non costituiscono un a-priori e non sono contenute in alcuna anteriorità" (M. Foucault, Illuminismo e Critica, Donzelli, Roma, 1997).
E’ evidente che l’intento del filosofo francese sia quello di evitare che si possa pensare ad un fondamento, ad un sistema alla base del suo discorso sull’événement, ovvero tornare ad una filosofia della storia, o, ancora peggio, ad un’analisi storica che tratti le sue positività come elementi da analizzare attraverso il ricorso alle classiche procedure esplicative.
A una genesi che si orienta verso l’unità di una causa principale gravida di una discendenza multipla, si tratterebbe di opporre una genealogia, vale a dire il tentativo di "restituire le condizioni dell’emergere di una singolarità a partire da fattori multipli di determinazione, di cui non sarebbe il prodotto ma l’effetto" (Ibidem).
Come Nietzsche aveva usato il concetto di genealogia per demistificare la morale e spogliarla del suo carattere assoluto, eterno, riconducendola alle sue origini umane, troppo umane, cosi Foucault, staccando l’ événement da un’origine logica, da un principio di necessità, lega la loro esistenza a semplici condizioni di accettabilità, a partire dalle quali si instaurano una serie di relazioni discontinue, di interazioni fra le diverse positività, in cui nessuna di queste relazioni, interazioni, risulti primaria o totalizzante.
"L’intento non è quello di non considerare più valido il principio di causalità, che, anzi, è chiamato molte volte ad agire in questa rete di relazioni, ma quello di evidenziare che la singolarità che emerge da questa mobilità perpetua, da questa essenziale fragilità, si configuri come mero effetto" (Ibidem). E se l’événement da prendere in considerazione in questo nuovo approccio pratico-storico non è effetto di una causa unica e necessaria, ma di una logica tipica di un gioco di interazioni, "con i suoi margini sempre variabili di incertezza, in cui confluiscono rapporti tra individui e gruppi di persone, che implicano soggetti, tipi di comportamento, decisioni, scelte, si tratta di riuscire a sviluppare nuove forme di analisi strategiche"(Ibidem). Analisi che devono tenere in forte considerazione, dunque, il potere esercitato dai singoli individui, dai singoli événements.
Il tema del potere, da cui Foucault era partito per teorizzare la sua originale interpretazione dell’Aufklarung, perde il suo carattere di unico principio esplicativo, inserendosi in un rapporto indissociabile con diverse forme di sapere e sempre inserito in un campo di possibilità e quindi di reversibilità, di possibile ribaltamento.
Il potere non si esercita mai in via esclusiva in un determinato periodo storico, per determinati obiettivi, ma i suoi dispositivi coercitivi provengono sempre da tecniche più antiche, nate, magari, in contesti e per finalità diverse.
"Quando queste tecniche riaffiorano, in corrispondenza di certe svolte locali della storia e, sempre, per un gioco di forze, il fatto di essere riadattate in altri contesti e per altre finalità, produce effetti di verità nuovi, discorsi di potere diversi, crea nuovi soggetti e nuovi oggetti"(Ibidem).
Il concetto di evenemenzializzazione risiede, essenzialmente, "nella consapevolezza di qualcosa la cui stabilità, il cui radicamento e fondamento, non sono mai tali da impedire, in qualche misura, se non di immaginarne la scomparsa, almeno di decifrare i fattori che rendono questa scomparsa possibile" (Ibidem).

Critica e governamentalizzazione: la Riforma.
Finora abbiamo, per lo più, evidenziato come nella conferenza sul concetto di critica, Foucault lo abbia interpretato come un atteggiamento a disposizione del soggetto, del singolo individuo.
E’ Foucault stesso a sostenere che "la critica, in sostanza, designa il movimento attraverso il quale il soggetto si riconosce il diritto di interrogare la verità nei suoi effetti di potere e il potere nei suoi discorsi di verità" (Ibidem).
In realtà, c’è un’altra chiave di lettura che interpreta l’atteggiamento critico in riferimento, non al soggetto storico, al singolo individuo, ma a eventi capitali della storia dell’occidente.
In particolare, l’attenzione di Foucault è incentrata sul fenomeno della Riforma, essendo la critica storicamente biblica.
Come per il fenomeno dell’Aufklarung, anche in questo contesto Foucault parte dall’articolo kantiano del 1784, in cui, riferendosi alla minorità, come incapacità dell’umanità di servirsi del proprio intelletto senza la direzione di un altro, Kant adotta il termine leiten, che "ha un senso religioso, storicamente definito" (Ibidem).
E’ dunque chiaro come la governamentalizzazione si strutturi, nel pensiero di Foucault, in modo peculiare, sulla direzione di coscienza esercitata dalla Pastorale Cristiana per molti secoli.
Ma come giunge l’autore di Sorvegliare e Punire a vedere nel governo delle anime la manifestazione più oppressiva di potere esercitato sugli uomini, tanto da far emergere la critica, intesa, ora, nel senso di fenomeno storico, culturale e sociale?
In realtà, già nell’evoluzione dei meccanismi di potere e di controllo, nel passaggio dallo splendore dei supplizi al panoptismo, si possono rintracciare le radici di questo pensiero foucaultiano.
Il momento del passaggio da punizioni corporee, che dovevano essere tanto più cruente, quanto più dovevano esaltare la potenza del re, del sovrano, a un potere esercitato silenziosamente e quotidianamente, non più per martoriare, distruggere il corpo, ma per sfruttarne le risorse fino in fondo, avviene in nome dell’acquisizione di una maggiore consapevolezza delle potenzialità del corpo. Il sapere, come abbiamo accennato precedentemente, nasce, secondo Foucault, dal potere esercitato sul corpo, perché il corpo racchiude una straordinaria capacità di resistenza, che stimola il potere alla formazione di nuove relazioni da esperire, nuove metodologie, ovvero, nuovo sapere.
Guidato dal metodo genealogico, Foucault rintraccia le modalità di funzionamento del panoptismo (trasparenza, visibilità totale, attenzione ad ogni minimo particolare negli atteggiamenti degli individui) nelle pratiche di confessione della Pastorale cristiana.
L’attività pastorale della Chiesa cristiana era basata sull’idea, completamente estranea alla cultura antica, che ogni individuo, per tutta la sua vita, deve essere governato e lasciarsi governare verso la salvezza da qualcuno al quale sia legato da un rapporto globale e, al tempo stesso, particolareggiato, articolato, di obbedienza.
Il problema è sorto quando questa attività di direzione della coscienza si è laicizzata, uscendo fuori dai conventi, dai ristretti gruppi spirituali, espandendosi nell’ambito della società civile fin da prima della Riforma.
E’ chiaro, afferma Foucault, che la critica, "in un’epoca in cui il governo degli uomini era essenzialmente un’arte spirituale, una pratica derivata dall’autorità di una Chiesa" (Ibidem), si sia manifestata in un movimento che cercasse con la Scrittura un rapporto diverso da quello legato al funzionamento della dottrina di Dio.
Se "oggi il termine riforma indica la modifica di una situazione esistente con qualcosa di nuovo e di diverso, nel linguaggio del XVI secolo, riformare voleva dire rimuovere ciò che si era aggiunto nei secoli e riportare le cose a come Dio le aveva concepite" (M.Rubboli, I protestanti, Il Mulino, Bologna, 2007).
Anche per quanto riguarda il movimento della Riforma, dunque, non si tratta di un atteggiamento critico che intenda affermare il diritto a non essere governati in assoluto, ma quello di non essere governati a determinate condizioni, di essere liberi di poter mutare il proprio rapporto con questo potere, questa verità.
In fondo "governare significa strutturare il campo di azione possibile degli altri" e non implica riferimenti a origini naturali, normali; anche "il governare appare come evento della storia, che va riportato in superficie per mostrare il limite della sua comparsa e ipotizzare la possibilità del suo mutamento" (M. Foucault, Illuminismo e Critica, Donzelli, Roma, 1997).

Il messaggio di Foucault.
Nonostante questa seconda possibile lettura interpretativa della conferenza di Foucault sul concetto di critica, riteniamo che il fatto della scelta della Riforma, come movimento storico di critica, riconduca al rapporto della critica direttamente con il soggetto, con il singolo individuo.
 Proprio ponendo il governo come arte pratica, come événement, come semplice strumento per penetrare nella storia, Foucault sottolinea il carattere occasionale anche dei movimenti, come la Riforma, che si oppongono ad un governo in un determinato periodo; come per lanciare un messaggio all’individuo, mostrandogli che, in fin dei conti, è lui stesso ad avere il potere di sottrarsi al governo (a maggior ragione della sua anima) come meglio crede, secondo le sue esigenze, i suoi desideri, le sue aspirazioni.
"Si comprende come il gioco reciproco della governamentalizzazione e della critica abbia prodotto fenomeni capitali nella storia della cultura occidentale. Ma il nucleo originario della critica rinvia a quel fascio di rapporti in cui si intessono i problemi del potere, della verità e del soggetto" (Ibidem).
Come Kant, nel suo articolo Risposta alla domanda: Che cos’è l’Illuminismo, aveva incitato al Sapere aude i suoi contemporanei, così Foucault rassicura l’uomo del XX secolo sugli spiragli di libertà che l’atteggiamento critico, come una vera e propria virtù, ancora garantisce, intatti.
 

                                                                                                    Antonio Coratti

Il dott. Antonio Coratti, laureato in Filosofia e Scienze della Comunicazione, lavora a Roma e risiede a Frosinone. Ogni comunicazione può essere indirizzata presso la sede o il sito della Rivista "Critica minore".   

                                                        
                                                        BIBLIOGRAFIA  

Archivio Foucault 2 (1971-1977); Feltrinelli, Milano 1997
Archivio Foucault 3 (1978-1985); Feltrinelli, Milano 1997
Binswanger L.(1954): Sogno ed esistenza, SE, Milano 1993
Dreyfus-Rabinow: La ricerca di Michel Foucault. Analitica della verità e storia del presente, Ponte alle Grazie Edizioni, Firenze 1989
Foucault M. (1961): Storia della follia nell’età classica, Rizzoli Editore, Milano 1994
Foucault M.(1966): Le parole e le cose. Un’archeologia delle scienze umane, Rizzoli Editore, Milano 1996
Foucault M.(1975): Sorvegliare e punire. Nascita della prigione, Einaudi, Torino 1995
Foucault M.(1976): La volontà di sapere, Feltrinelli, Milano 1996
Foucault M.(1978): Illuminismo e critica,  Donzelli Editore, Roma 1997
Kant I.(1784): Risposta alla domanda: Che cos’è l’Illuminismo?, in Bobbio-Firpo-Mathieu (a cura di): Scritti di filosofia della storia e del diritto, UTET, Torino 1965
Rubboli M.: I protestanti, Il Mulino, Bologna 2007



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