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21.01.2010

Scuola
Così la democrazia diventa catechismo

di E. Galli Della Loggia


Non sono molti gli italiani a conoscenza del fatto che a partire da quest’anno in tutte le scuole della Repubblica, sia nel primo che nel secondo ciclo, viene insegnata per un’ora alla settimana una nuova materia: "Cittadinanza e Costituzione". Dunque d’ora in poi, dai sei ai diciotto anni, per un totale non insignificante di 429 ore, ad ogni giovane del nostro Paese saranno impartite le opportune nozioni per diventare un cittadino modello, nel senso, come vedremo, di "un perfetto democratico". E si badi: questa volta si tratta di un insegnamento a sé stante, autonomo, il cui voto ha lo stesso valore di quello di qualsiasi altro; insomma un vero e proprio salto di qualità rispetto all’"Educazione civica" o all’"Educazione alla convivenza democratica" di una volta, che erano collocate come appendici di altre materie.
Si compie così un nuovo, decisivo, passo avanti lungo quella china micidiale che sta portando la scuola italiana al disastro: cioè la sua trasformazione dal luogo di apprendimento che era un tempo a una sorta di insignificante agenzia alla socializzazione. Un mutamento genetico in atto da almeno tre decenni, che è rispecchiato nel modo più impressionante dal gergo insulso e insieme pomposo con cui è ormai redatto ogni documento ministeriale riguardante l’insegnamento, infarcito di "itinerari formativi", di "percorsi di responsabilità partecipate", di "prese di coscienza", di "mappe concettuali" e via di questo passo. Del resto in uno "Statuto delle studentesse e degli studenti", elaborato a suo tempo dal ministro Berlinguer e peraltro caduto immediatamente nel dimenticatoio, non si definiva forse la scuola, badando bene a evitare la parola tabù "studio", "una comunità di dialogo, di ricerca, di esperienza sociale, informata ai valori democratici e volta alla crescita della persona in tutte le sue dimensioni"? Definizione perspicua che potrebbe altrettanto bene attagliarsi per il Touring Club o per una colonia sansimoniana.
Il "Documento d’indirizzo" emanato dal Ministero nel marzo di quest’anno (2009 N.d.r.) per spiegare in che cosa consista l’insegnamento di "Cittadinanza e Costituzione" è per l’appunto un esempio perfetto di questo gergo pedagogico-democratico. Ed è sintomatico della vischiosità burocratica che domina nei ministeri, oltre che della grande timidezza culturale della destra italiana, il fatto che al documento stesso (beninteso non solo per come è scritto ma specialmente per quello che dice) abbia apposto la sua firma il ministro Gelmini. La quale, com’è normale per questo genere di documenti, non ne è l’autrice, ma evidentemente non ha potuto fare altro che adeguarsi alle idee e alle parole di colui che è invece il vero autore dello scritto, cioè Luciano Corradini.Vale a dire uno dei massimi esponenti di quell’oligarchia accademico-ministeriale d’ispirazione infallibilmente "progressista", in questo caso nella sua versione cattolica, accumulatrice di cariche di ogni tipo, la quale da anni gestisce a suo piacere la scuola italiana e che anche in questo caso ha puntualmente presieduto il gruppo di lavoro ministeriale per l’insegnamento di "Cittadinanza e Costituzione". Una scelta appropriata, bisogna peraltro ammettere, dal momento che il caposaldo del Corradini-pensiero e dei tanti che lo condividono è proprio l’ineluttabilità, che dico l’assoluta necessità, del passaggio dall’istruzione, tipica della vecchia scuola liberal-classista-nozionista, all’Educazione, irraggiante invece roussoiana libertà e armonia. In questa prospettiva "Cittadinanza e Costituzione" è chiamata per l’appunto a rappresentare il vertice dell’Educazione.
Il documento in parola assegna alla scuola lo scopo, in pratica, di formare nulla di meno che l’Uomo nuovo.
Stando a ciò che si legge, essa infatti dovrebbe insegnare non solo " il riconoscimento e la promozione della capacità da parte dello studente di assumersi la responsabilità cognitivo-emozionale delle proprie intenzioni e azioni" (in un ragazzo, chessò, di 15 anni?), ma altresì come "maturare la propria capacità di cercare e di dare un senso all’esistenza": sì, avete letto bene: "Dare un senso all’esistenza". Il tutto, naturalmente, sempre sotto l’etichetta di "Cittadinanza e Costituzione". Che in tal modo diviene l’insegna di un prescrittivismo buonista le cui ambizioni sembrano non conoscere limiti. In un crescendo di titanismo pedagogico quasi delirante, il documento corradiniano-ministeriale, infatti, proclama che la materia in parola dovrà insegnare a essere "solidali", "responsabili", "consapevoli", inoltre pronti al "dialogo", all’"interscambio culturale", a stare dalla parte dei "diritti umani" e "delle altre culture" ; ancora: ad essere capaci di "gestire conflittualità e incertezze" (?), "promuovere il benessere proprio e altrui" (?), "esprimere sentimenti, emozioni e attese nel rispetto di se stessi e degli altri", "esprimere autenticamente se stessi". Nient’altro. Non senza naturalmente una doverosa avvertenza finale: ognuno dei traguardi pedagogico-morali di cui sopra va inserito – e chi poteva dubitarne? – "nella prospettiva di un’etica universale" (pp. 12-15 e 18).
E’ così che si realizza, attraverso la perdita di centralità dell’Istruzione, nell’ideologia dell’istituzione scolastica prima ancora che nei programmi, attraverso l’assegnazione alla scuola di compiti educativi che ostentatamente prescindono dall’Istruzione, il distacco gravissimo tra la dimensione dell’Educazione e quella della Cultura. E’ per questa via che si compie il passaggio dalla scuola dei saperi, in cui si andava per apprendere qualcosa, a quella – come leggiamo nei documenti ufficiali – dove invece si compiono "percorsi formativi" e si acquisiscono "competenze". Ed è così che, alla fine, dalla scuola della pagella si passa a quella del certificato di civismo. Ma ciò che in questo modo si perde – che in sostanza anzi sembra essere già perduto – è qualcosa di decisivo: è né più né meno che la consapevolezza del valore moralmente educativo del sapere in quanto tale. L’idea, cioè, cara a tutta la tradizione umanistica occidentale, anzi cuore stesso di tale tradizione, che la Cultura, in quanto rivolta costitutivamente alla Bellezza e alla Verità, è in sé e per sé, in quanto tale, matrice decisiva di raffinamento etico e di crescita civile: non si può più essere barbari, insomma, una volta che si apra Virgilio o che ci si ponga a studiare l’algebra. L’insegnamento di "Cittadinanza e Costituzione" – la cui appartenenza, nel documento ufficiale che ne segna l’esordio, viene non a caso esplicitamente rivendicata al campo dell’Educazione piuttosto che della Cultura – sancisce viceversa la virtuale cessazione di questo rapporto ovvio che fino a non molto tempo fa esisteva tra i due ambiti.
Ci si può chiedere: e che male c’è? Che male c’è se l’obiettivo sacrosanto dell’Educazione viene perseguito di per sé, autonomamente, senza passare attraverso la Cultura, cioè attraverso l’Istruzione , attraverso l’apprendimento della Storia, della Letteratura, della Matematica e di quant’altro? E’ presto detto, e lo dimostra proprio il documento di cui sto dicendo. Il male è che mentre la Cultura e l’Istruzione che ne è la principale via d’accesso lasciano liberi di formarsi la propria identità, cioè di costruire come si vuole, con i materiali messi a disposizione, i propri valori e la propria personalità – sicchè l’Educazione attraverso la Cultura è realmente una educazione alla libertà per il tramite della propria liberazione dal non-sapere, dall’ignoranza – viceversa l’Educazione perseguita programmaticamente in quanto tale non può che essere prodotta in modo autoritario, adottando preliminarmente un modello di personalità, una determinata tavola di valori assunti a priori e calati dall’alto.
Quei valori, solo quelli e non altri. Nel nostro caso, ci viene per l’appunto detto, i valori della Costituzione.
Naturalmente l’istruzione, la cultura, possono anche produrre l’adesione a cattivi valori morali e civici. Un grande fisico, un valente filologo classico, possono benissimo essere dei leninisti o dei nazisti. Ma ciò non fa altro che confermare il profondo rapporto che il binomio Cultura-Istruzione ha con la libertà e con l’autonomia personale. Dal momento che i contenuti della cultura hanno spesso un volto oscuro e ambiguo è inevitabile, infatti, che nella libertà di cui stiamo parlando ci sia sempre ed anche il rischio dell’errore. Ma se non ci fosse un tale rischio, che libertà sarebbe? In realtà, quando nella scuola e poi di conseguenza anche nella società in generale, all’Istruzione si sostituisce l’Educazione, si apre una frattura gravissima: l’identità della persona e la sua costruzione si slegano dalla fruizione e dall’esperienza dei prodotti culturali, dalla loro polifonia viva ed emotivamente coinvolgente, per essere tutte affidate all’adeguamento a una norma astratta, a una "Tavola del dover essere". D’ora in poi l’esperienza personale sarà pure talora ammessa, ben che vada, ma a patto che conduca al risultato voluto: quello del Perfettismo e del Buonismo universali.
A questo punto non starò a dire, come pure mi verrebbe subito alle labbra da dire, che in tal modo, a dispetto delle rosee speranze dei novatori, è garantita solo una cosa, e cioè la produzione di analfabeti da un lato e di bulli dall’altro. M’interessa di più sottolineare come tutto l’impianto del nuovo insegnamento di "Cittadinanza e Costituzione", oltre alla frattura appena detta, produca anche un ulteriore, grave, mutamento di prospettiva nel senso comune. Quell’insegnamento, come si è visto, mira in sostanza a far introiettare "eticamente" la democrazia con l’affermarne perentoriamente la prescrittività. Ma accade così che la democrazia stessa finisca per assumere un’immagine quanto mai discutibile. Questa, infatti, non appare più tanto come una determinata organizzazione dei pubblici poteri in funzione precipua della migliore tutela di un certo numero di diritti di comune accordo stabiliti, ma come qualcosa che attiene a tutt’altro genere di ambito: come un modello di relazioni etiche tra gli individui e tra gli individui e le istituzioni. Al posto della migliore tutela dei diritti si sostituisce l’affermazione, sub specie della Cittadinanza, del Bene sul Male.
La conseguenza ultima, che a me pare di enorme importanza, è che in questo modo agli occhi dei giovani la Costituzione viene sottratta alla dimensione storico-politica, che è e dovrebbe essere propriamente l’unica sua, ma sottoposta ad un processo di eticizzazione che la trasforma nel vangelo di una vera e propria "religione politica", in linea di principio analogo ad altre religioni di questo tipo che hanno funestato il Novecento: in un paradigma protototalitario. La nostra Costituzione non è più una carta politica, dunque politicamente discutibile, di cui si possa dire per esempio che quella tedesca o quella americana le sono superiori, e che quindi magari può essere cambiata per avvicinarla, chessò all’una o all’altra. No, essa è in realtà qualcosa che trascende la mutevole realtà della storia: è la via maestra al Cittadino Perfetto, all’Uomo Nuovo Democratico. Che per il solo fatto di essere perfetto e democratico non risulta certo meno agghiacciante.
 

                                                                                  Ernesto Galli Della Loggia   



L’articolo sopra riprodotto è stato pubblicato in data 8 novembre 2009 da Il Corriere della Sera. Ringraziamo la direzione del giornale e l’autore per la gentile concessione.
 
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E’ del tutto superfluo sottolineare che l’articolo del prof. Ernesto Galli Della Loggia coglie, ancora una volta, nel segno, con un argomento di cruciale importanza nella vita pubblica del nostro Paese.
Un argomento affrontato con adeguata tensione intellettuale, grande vivacità argomentativa e senso dell’impellenza del problema. Soprattutto con irrinunciabile pessimismo dell’intelligenza, mai così ben giustificato.
L’unica piccola perplessità che ci coglie nella lettura confortevolissima (per gente di scuola soprattutto) dell’articolo (che riscatta lunghe, inconsolabili fasi della nostra comune frustrazione passata e presente), è quella di non aver deciso, da parte dell’autore, di individuare fino in fondo l’alibi di chi si nasconde dietro il modello della esibitissima "Costituzione italiana". Un alibi che intende far passare ben altre, più antiche ideologie dell’Educazione: cioè quelle che invocano l’"educativismo" come surrogato totale della Cultura.
Denunciare brillantemente (come principale responsabile), l’ideologismo progressista, scomodando anche il vecchio Rousseau, è, però, come parcheggiare un fiammante treno ad alta velocità su di un binario morto.
L’ideologismo apparentemente progressista di certi noti funzionari-consulenti del Ministero della Pubblica Istruzione, è molto meno impegnativo per tutti (compresi loro) di quanto non lo sia l’esigenza "strategica" della formazione politico-sociale cattolica che prevede e prescrive, non tanto, magari, a livello universitario, quanto (in modo massiccio) a livello di scuola (elementare, media, di ogni ordine e grado), l’educativismo al posto della cultura libera e laica fondata sull’acquisizione naturale, individuale, dei caratteri estetici e del portato morale dei vari saperi.
 Dopo una lettura vissuta, partecipata, filologicamente attenta, della poesia di Virgilio o di Leopardi, sono alte, infatti, le probabilità di uscirne migliori anche dal punto di vista etico. E senza bisogno di una martellante finalizzazione educativista e moralista che punta soprattutto alla formazione psicologica di un solido, irreversibile, spirito gregario.
Ripetiamo: quella esigenza strategica dell’educativismo, non è così esplicita in ambito universitario dove il confronto e il controllo critico è maggiormente e necessariamente sviluppato ma lo è, invece, in ambito scolastico dove il principio stesso della "cultura critica" viene pressoché dichiaratamente bandito (da molti anni ormai) e separato dalla dialettica dei saperi.
Si è preferito fare un gigantesco passo indietro nella strutturazione disciplinare delle conoscenze, piuttosto che "rischiare" attrezzature critiche precocemente evolute.
Conseguenze? Le più vistose: genericismo culturale e licealizzazione dell’università.
 L’"ideologismo progressista" c’entra sempre meno, semplicemente perché è pressoché boccheggiante e la misura del suo declino è data dai numerosi stereotipi ai quali esso è ormai affidato.
C’entra, invece, il grande, tenace disegno di estirpare le radici stesse di un pensiero rettamente laico che sarà sempre un antidoto per ogni forma di progetto dominante.

Questo importantissimo articolo del prof. Galli Della Loggia, meriterebbe un’ampia risonanza. Per quanto ci riguarda, siamo a disposizione dei nostri lettori anche con la rubrica: "Lettere in redazione". 

                                                                                                                    
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