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23.02.2010


Schieramenti politici e aree culturali

di Arnaldo Guarnieri

E’ sempre più evidente che la partita politica (e non tanto quella elettorale) si gioca sulla tenuta culturale dei vari schieramenti politici che si danno battaglia in questo periodo, nel nostro Paese. Che cosa significa: "tenuta culturale"? Significa la presenza di uno spessore storico, di una consapevolezza dei significati e delle scelte politiche da parte di generazioni di militanti, nonché di una accettabile profondità speculativa nelle elaborazioni teoriche che hanno fondato quelle scelte e quei significati.
Senza questo patrimonio ideale, morale ed intellettuale, uno schieramento politico ha un valore strettamente simbolico, addirittura il peso effimero di un gesto.
Un buon numero di osservatori e di frequentatori di questo tipo di problematiche, si spinge anche oltre, nel constatare, per esempio, il diffuso desiderio di un recupero nostalgico delle ideologie da parte soprattutto di concentrazioni partitiche nuove o seminuove.
Si pone, in questo caso, la questione se siano esse (le ideologie) recuperabili a tutti gli effetti e rilanciabili nel cuore dell’attualità e della contemporaneità più immediata, o se abbiano semplicemente il diritto di essere riconosciute come semplici coefficienti organizzativi e/o riferimenti orientativi molto generici.
Del resto la dimensione del "post-ideologico" non si è ancora guadagnata i "galloni" di una vera e propria "categoria dello spirito" a tutti gli effetti, di una esauriente e matura fenomenologia politica ed esistenziale (soprattutto in Italia). Sembra piuttosto che il vissuto un po’ schizofrenico di quei partiti che vogliono prendere le distanze dalle ideologie di provenienza, non riesca ancora a mettere a punto una convincente area culturale alternativa.
Bisogna riconoscere che non è cosa facile costruire, in uno spazio mentale nuovo, il "lessico" morale e teorico di un messaggio politico che interpreti i reali bisogni spirituali e materiali di una nuova epoca storica. Soprattutto quando questa "nuova epoca" è abitata da un popolo che si rifiuta spesso di essere tale, preferendo mettersi in pratica piuttosto come agglomerato di etnie caratterizzate da consuetudini, al posto di veri propri caratteri culturali, capaci di contributi e interpretazioni originali.
Mai come in questo momento ritorna di attualità la celebre immagine del "trovarsi in mezzo al guado". Solo che, in questo particolare momento, essa significa che le "forze politiche" sono estenuate dallo sforzo di una intensiva disintossicazione anti-ideologica, mentre non hanno ancora concluso l’auto-terapia in atto e non hanno, contemporaneamente, creato i presupposti per un futuro sufficientemente strutturato. Un futuro fondato, soprattutto, su finalità sociali che non escludano la dimensione individuale nella scelta dei principi morali, e rilancino quella collettiva, nella individuazione di regole cogenti e universalmente riconosciute.
L’attualità ci dice clamorosamente, che, in Italia, persiste una forma di isterismo generalizzato che denuncia soprattutto la mancanza di prospettive reali e stabili.
Si sprecano gli stereotipi come, per esempio: "…la navigazione a vista ", "…la flessibilità come nuova capacità di intendere la vita stessa e non solo i rapporti di lavoro…" ecc. ecc.
Se questi "princìpi" fossero stati formulati in un periodo di ridente opulenza, essi non apparirebbero gravemente sospetti come appaiono ora! Si tratta, ovviamente, di "princìpi" di una sociologia spicciola costruita su misura per certi contenitori economici che tendono a stabilizzare alcuni vecchi centri di potere, a carico di generazioni di forza-lavoro, che dovranno rassegnarsi ad essere perennemente fluttuanti e, come minimo, a vivere alla giornata, cioè, di fatto, senza le risorse psicologiche e materiali per poter formulare un libero giudizio politico sulle dinamiche sociali e sui rapporti umani.
Cioè, in sostanza, senza la possibilità di una valutazione contrassegnata dalla presenza di una cultura critica.
In un periodo di crisi gravissima dei rapporti umani (oltre che economici) dove la famiglia degrada nel familismo" e si trasforma da "punto di partenza" (per il suo approdo vero e appropriato che è la società) in "punto di arrivo", cioè cittadella fortificata nella quale trovare definitivo rifugio psicologicamente armato; per proseguire nel progressivo e consapevole impoverimento critico della scuola e dei suoi connotati culturali fondamentali (si veda in "Critica minore" sito web l’articolo di E. Galli Della Loggia dell’8 novembre scorso, dal Corriere della Sera), tutto sembra concorrere drammaticamente a privare quelle cosiddette "forze politiche" del supporto decisivo della cultura che (quando c’è davvero come insieme di valori ispiratori) diventa punto di riferimento per tutte le classi sociali che cominciano a confluire in variegate realtà di popolo e che, finalmente, si attivano nella costruzione di nuovi modelli e di nuove sintesi unitarie di bisogni e idealità.
Senza retroterra culturale (inopinatamente sepolto insieme alle ideologie), senza neppure intravedere la sponda opposta immersa nella nebbia più fitta, il "passaggio del guado" si presenta rischiosissimo.
Per restare nella metafora, prima di gettarsi nelle acque gelide del fiume, bisognerebbe organizzare sulla sponda di partenza tutta una rete di garanzie e di strutture ben studiate e collaudate per vincere ogni ostacolo e ogni imprevisto.
Per fare ciò occorrono unità di intenti, abilità tecniche, consapevolezze morali, limpide intelligenze. Ma più si elencano le risorse che sarebbero necessarie, più si allontana la fiducia nella possibilità di completare quel processo di formazione di una "italianità" che rimane ostinatamente un miraggio.
L’Italia è: " Un Paese troppo lungo" (recita il titolo di un bel libro recentissimo di Giorgio Ruffolo).
 Un Paese che per lunghissimi periodi ha subito pesanti invasioni straniere e sottomissioni che hanno lasciato segni indelebili e "veleni" come il servilismo e il ricorso all’espediente delle "vie brevi" per conseguire i risultati, (come carattere peculiare di una buona parte della penisola!)
La "vocazione europea" che ha caratterizzato molte e prestigiose testimonianze e sostanziali omogeneità di stile e di qualità morali tra gli intellettuali italiani di ogni latitudine (anche nei periodi più oscuri della nostra vita politica) è presente e viva in splendidi scritti e opere di ogni genere. Basterebbe non umiliare con il giudizio di irrilevanza la ricerca di queste risorse intellettuali e morali, per riattivare antiche e nuove energie e riversarle in un intelligente, intenso programma di recupero. Si tratta di un immenso patrimonio che, nel giro di pochi anni, porterebbe frutti abbondanti per tutta la comunità, nonostante le molte centrali di dirottamento, di travisamento e di vera e propria dequalificazione programmata, che si attivano sempre tempestivamente, in questo paese, che sembra aver dichiarato guerra all’ingegno, all’eccellenza, alla qualità e, in definitiva, alla cultura.
E non è sufficiente "voltarsi indietro" per ritrovare i connotati culturali peculiari di una forza e di una esperienza comune.
Ci sono ex esponenti politici di primo piano (soprattutto democristiani) che rievocano volentieri, in questo periodo e in ripetute occasioni pubbliche, vicende significative della vita politica italiana (a volte anche scabrose) per dimostrare, in sostanza che "governare è difficile" soprattutto quando la necessaria mediazione deve avvenire tra la moralità e il potere.
La mediazione di potere è un conto, la mediazione politica è un altro. Perfino Aldo Moro, in varie occasioni, scelse la prima delle due (benché certamente a malincuore) con grande determinazione (vedi lo scandalo Lockheed).
Questo "voltarsi indietro" nella rievocazione di dinamiche politiche trascorse (non certo limpidissime dal punto di vista della coerenza morale) può anche essere un aspetto della vita culturale di un Paese, perché rivela la consapevolezza spesso sofferta delle difficoltà, appunto, di una mediazione che dovrebbe essere sempre politica e mai di "potere".
L’azione di governo, in un paese come l’Italia, si è sempre rivelata estremamente ardua anche perché chi governa si è sempre trovato di fronte ad una diffusa indulgenza nei riguardi di un’anti-cultura militante, sensibile solo ai richiami populistici pronti a legittimare qualsiasi comportamento trasgressivo, purchè funzionale a qualche "convenienza" non solo privata.
La convivenza civile, in Italia, è il risultato residuale ed enfatico di uno scontro fisico tra esigenze individualistiche o tra clans.
Se c’è chi ritiene di "voltarsi indietro" per recuperare un po’ di spessore esperienziale collettivo e di vita almeno propedeutica alla politica, vi sono anche, al contrario, alcuni esponenti vecchi e nuovi, di altri schieramenti, che non azzardano neppure questo tipo (in fondo elementare) di scelta, nel timore di peggiorare la propria situazione. Essi preferiscono parlare avidamente di futuro perché solo guardando avanti sperano in nuovi, radicali riscatti, rispetto a tenebrosi trascorsi epocali.
In un recente convegno che ha visto riuniti i responsabili europei di periodici impegnati in argomenti di "cultura politica", il rappresentante di una rubrica radiofonica svizzera, con toni sinceramente affranti, ha dichiarato che l’Italia, spesso, impiega tesori di intelligenza per indicare la necessità di un recupero del livello culturale medio dei propri lettori. Il risultato, però, è clamorosamente insufficiente visto che i militanti dell’anti-cultura (che spesso operano in strutture criminogene istituzionalizzate) dispongono di mezzi dissuasivi di grande portata capaci di eliminare i centri di propulsione culturale più qualificati. La conclusione di quell’analisi chiara e puntuale è stata che il "caso Italia" non può avere altro che una soluzione europea.
In attesa, però, che l’Europa si coalizzi per lanciare all’Italia un buon salvagente, aprendo una solida carta di credito circa le nostre possibilità di ricostruzione civile, gli schieramenti politici dovrebbero innanzitutto accantonare definitivamente gli impulsi faziosi e le dipendenze settarie che distruggono in partenza ogni possibilità di far cultura. Essi dovrebbero, quindi, procedere ad una serena acquisizione delle testimonianze di qualità che provengono con grande generosità e ricchezza dalla società civile "pre-politica".
Questa società civile "pre-politica" è sempre più diversa da quella alla quale si fa spesso riferimento nel corso del dibattito politico in corso.
Gli esponenti dei vari partiti che si confrontano abitualmente tendono ad assimilare la società civile a quella politica, con la battuta sbrigativa: "…la società civile ha la classe politica che si merita!" Sono, per fortuna, in molti in Italia, a constatare che c’è un  abisso tra la vera società civile e la classe politica. Una profonda differenza sulla quale si fondano esplicitamente molte (e ultime) speranze concrete di rinnovamento sociale.
La vera società civile ignora, progressivamente, le varie forme di potere che la classe politica si attribuisce per rigenerare se stessa. La vera società civile si rivolge, da tempo, alla cultura, al dibattito reale, al confronto genuino tra le forze sociali per rifondare la politica sui rapporti umani autentici e dar luogo ad istituzioni e strutture finalmente non deviate e non deviabili.
Questa società civile vera, sviluppa ogni giorno di più una vita parallela a quella politica ufficiale, tanto che è sempre più intollerabile il contrasto irreversibile tra una vita civile, da una parte, e un andazzo spurio e millantatore dall’altro.
La storia ci insegna abbondantemente che il parallelismo tra società civile e società incivile non è eterno e che l’evidenza, ad un certo punto, chiama fatalmente all’impatto.
 
                                                                                       
                                                                                                Arnaldo Guarnieri






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