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18.03.2010


Casati d'altri tempi

Trasgressivi quei greci


La famiglia ad Atene si ispira al modello dell’Olimpo dove libertà e precarietà dominano: a Roma prevale lo stile di Romolo con le sue leggi.



di Giuseppe Zanetto

"Mio padre sei tu, Ettore, sei tu mia madre, tu mio fratello; ma soprattutto, sei mio marito, il mio fiorente marito".
Così Andromaca, quando incontra Ettore sulle mura di Troia, conclude il racconto delle sue disgrazie familiari: tutti i suoi cari sono morti, vittime dirette o indirette della violenza dei Greci, le è rimasto solo Ettore (e il tenero Astianatte, specchio vivente del padre).
Sono parole che commuovono il lettore contemporaneo dell’Iliade, come in passato commuovevano l’uditorio di aedi e rapsodi. Commuovono anche per lo sconcerto che suscitano. Sembrano contraddire, infatti, la tradizionale assegnazione dei ruoli nella famiglia mediterranea: i nomi che definiscono le parentele elementari (madre, padre, fratello, marito) sono cumulati su una stessa persona. In realtà questo splendido paradosso rivela la modernità di Omero, capace di toccare il nucleo archetipico, e quindi immutabile, del cuore umano: ciò che Andromaca vuol dire è che il suo sentimento per Ettore è molto più del "debito amore" coniugale, è un’affezione debordante, ribelle a ogni codificazione.
Sarebbe difficile trovare una formulazione equivalente (se prescindiamo da ovvi casi di imitazione letteraria) nella cultura romana, dove l’assetto ordinato del microcosmo familiare è una norma inderogabile, che trova espressione – oltre che nel vissuto quotidiano – nel diritto, nella prassi religiosa, nel linguaggio. Questo è il punto centrale attorno a cui è costruito il bel libro di Maurizio Bettini, Affari di famiglia. Nel mondo romano (che è il tema privilegiato della trattazione) la famiglia, cellula della società, è una struttura rigida, nella quale ogni individuo svolge un ruolo definito. Il lessico familiare romano è un intrico complesso, nel quale l’intera rete dei rapporti parentali, anche nei gradi più lontani, è definita da termini precisi e univoci (avunculus, per esempio, è il fratello della madre mentre lo zio paterno è chiamato patruus). A questa spiegata precisione terminologica corrisponde una codificazione dei comportamenti. Per esempio, da un avunculus (da un parente, cioè, del lato materno) è lecito attendersi una confidenza e una dolcezza che il pater severus e i parenti della linea paterna non possono accordare.
La regola è così chiara che viene applicata, con funzione paradigmatica, anche nel racconto della storia leggendaria di Roma (nell’opposizione, per esempio, tra la severità di Bruto, che fa uccidere i figli traditori, e la debolezza di Collatino, che cerca di salvare i nipoti colpevoli).
Fanno parte della famiglia anche i defunti. I genitori, in particolare, dopo la morte diventano di parentum (o divi parentes): demoni, cioè, che vegliano sul comportamento di figli e nipoti. Quello che i di parentum più aborrono è la confusione dei ruoli, il ribaltamento delle parti: un figlio che fa violenza ai suoi maggiori, o una moglie che viene meno alla fedeltà coniugale. L’adulterio della donna è per la mente romana una colpa imperdonabile: esso rischia infatti di "mescolare il sangue", intorbidando la purezza della direttrice patrilineare che assicura la procreazione di figli legittimi, e quindi l’ordinata successione delle generazioni. Un caso particolarmente grave di "mescolanza di sangue" è l’incesto, vero taboo del sistema familiare romano.
Nell’Oedipus Seneca applica al mito di Edipo gli schemi del pensiero romano; l’unione incestuosa con la madre Giocasta fa di Edipo un paradosso vivente: come definire colui che è marito e figlio della stessa donna, padre e fratello dei suoi figli, figlio e rivale di suo padre? L’incesto è disordine allo stato puro, enigma che paralizza la mente, confonde la coscienza, inceppa il linguaggio.
Se dall’attonita riflessione senecana torniamo alle palpitanti parole di Andromaca, percepiamo quanto sia diverso l’atteggiamento col quale Greci e Romani guardano al tema della famiglia.
Intendiamoci: il valore fondativo dell’istituto familiare è ben riconoscibile in entrambe le culture; alla domus latina corrisponde l’oikos greco, che è il nucleo organizzativo della sfera privata, delle attività economiche, della convivenza politica. Peraltro, la straordinaria capacità della lingua e della mente greca di problematizzare i dati, di rovesciare la realtà cogliendone la verità anche a parti invertite, si conferma anche nella trattazione della tematica familiare.
Con semplificazione forse un po’ ruvida, si può dire che dove il latino codifica, il greco dibatte.
Una ragione di ciò sta con ogni probabilità nel diverso modello familiare che è attivo nelle due culture. La famiglia romana riproduce lo stile grave e ieratico di Romolo e degli altri padri fondatori. Con una qualche spericolatezza, la si può accostare alla famiglia della tradizione ebraica: entrambe si ispirano a schemi fortemente ritualizzati, e sono regolate da norme che affondano nei libri sacri dei rispettivi popoli.
Di qui la rigidità quasi ieratica di regole e procedure: d’altra parte, è proprio questo formalismo, interpretato con totale devozione, a facilitare lo sviluppo di una piattaforma giuridica, destinata a larga fortuna. La società cristiana e poi la società moderna ereditano da Roma, insieme ai fondamenti del diritto pubblico e privato, anche i principi basilari del diritto familiare.
Il genos greco è l’omologo terreno della famiglia di Zeus. Zeus, padre degli dèi e degli uomini, è il patriarca del clan degli Olimpi, ma anche il capostipite di gran parte dei casati gentilizi greci e il modello di tutti i capofamiglia umani. Un elemento religioso dunque (almeno in senso lato) gioca anche nella definizione dell’oikos. Ma i rapporti tra gli Olimpi sono ispirati a grande libertà, tanto da risultare, di fatto, precari e mutevoli, persino confusi. Li domina infatti un’affettività vivacissima, che sovente sfonda regole e convenzioni. Per rimanere all’Iliade, la paternità di Zeus è chiamata in causa nell’episodio del duello tra Patroclo, lo scudiero di Achille, e il re dei Lici Sarpedone. Sarpedone è figlio di Zeus: il dio, che lo ama teneramente, assiste dall’alto allo scontro, ben sapendo che Sarpedone è destinato a trovarvi la morte. Straziato da questo pensiero, Zeus è sul punto di intervenire, per salvare il figliolo, opponendosi al fato stesso: solo il richiamo deciso di Era vale a ricondurlo alla ragione. Ecco: l’affettività dirompente e la propensione a pensare in termini "trasgressivi" definiscono il senso greco della famiglia. Una problematica che diventa centrale nella tragedia attica del V secolo, e che attraverso la riflessione tragica influenza in modo decisivo il sentimento moderno.   


                                                                                                Giuseppe Zanetto


Maurizio Bettini
Affari di famiglia
Il Mulino, Bologna pagg 380, € 28,00    



L’articolo sopra riprodotto è stato pubblicato il 24 gennaio 2010 da IlSole24Ore - Domenica. 
Ringraziamo la direzione del giornale e l’autore per la gentile concessione.