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02.05.2010

Verso altre verità:
breve viaggio tra universi semisconosciuti


di Giuseppe Moscati


E se cominciassimo in musica? «Ogni favola è un gioco / che si fa con il tempo / ed è vera soltanto a metà. / La puoi vivere tutta / in un solo momento / è una favola e non è realtà. / […] Universi sconosciuti, anni luce da esplorare / astronavi della mente, verso altre verità…». Così canta Eugenio Bennato e con quei suoi «universi sconosciuti», quelle sue «astronavi della mente», ma direi soprattutto con quel movimento «verso altre verità» ci fa pensare all’altro, all’altro-da-me, all’alterità radicale, ovvero a ciò verso cui siamo chiamati a metterci in viaggio. Di continuo, anche se a partire da un enigma bell’e buono quale è la mente (Sergio Moravia) e anche se, spesso, in maniera inconsapevole.   

§ 1) Naturale, artificiale, altro

Se l’intelligenza artificiale, al pari dell’ingegneria genetica, è un prodotto dell’uomo, e se quest’ultimo è anche diretto responsabile del rapporto (artificioso) tra ciò che è naturale e ciò che è artificiale, allora dobbiamo necessariamente guardare – tra l’altro in virtù degli apporti dell’evoluzionismo – alla possibilità e anzi alla realtà di menti altre. L’importante, neanche a dirlo, è accordarsi su cosa effettivamente sia l’evoluzionismo, lungi dal farlo scadere a dogma, ma intendendolo piuttosto in chiave critica e dinamica.
Non solo: altro bagaglio indispensabile per affrontare questo viaggio, che giocoforza parte dalla fuoriuscita dall’egoismo della specie umana e che corre lungo universi in realtà sostanzialmente semisconosciuti, è la consapevolezza dell’inscindibilità di mente e corpo. Si tratta di una conoscenza, questa, che è maturata avendo a monte tutta una serie di battaglie contro il sempre rinascente dualismo che pretenderebbe di separare due forme della stessa sostanza: corpo e anima, carne e spirito, per rispolverare una terminologia di matrice feuerbachiano-nietzschiana.
La relazione tra menti diverse, insomma, come insegna la storia della filosofia – da Cartesio a Wittgenstein [1], dalla monadologia di Leibniz alle «other minds» di Quine [2], passando per Spinoza, Locke, Berkeley, lo stesso Kant e non tantissimi altri che hanno tematizzato la questione delle menti altre –, è tale fino a un certo punto. Ci sono infatti delle menti, aventi rispettivi stati mentali, che tra loro non vivono una relazione piena, sino in fondo, anche se sono in relazione: possiamo metterci in movimento verso una mente altra solo muovendo per analogia dal vissuto della mente. Possiamo conoscere, parzialmente, l’altro o grazie a ciò che conosciamo, altrettanto parzialmente, di noi, o attraverso il filtro della riflessione di tipo analogico, o comunque per mezzo del nostro corpo (medium).
Cosa ci dice, allora, la filosofia delle menti altre? Innanzitutto, a partire dal pensiero cartesiano e in generale con la nascita del pensiero moderno, abbiamo a che fare con una questione epistemologica allargata, la quale per esempio coinvolge la discussione sul solipsismo (l’io autosufficiente, l’«in sé e per sé» che da sé deduce l’«altro da sé») anche a prescindere dall’elemento dell’esperienza sensibile. Il paradosso è: conoscere la mente altrui senza poterne fare esperienza diretta. Significativo del resto è che Schopenhauer, nel suo fondamentale Il mondo come volontà e rappresentazione, parli dell’«egoismo teoretico» come di una mera pazzia. Tuttavia, lo conferma lo stesso pensiero filosofico contemporaneo, crediamo senza sosta, quasi senza rendercene conto, nell’alterità degli altri.  

§ 2) Menti altre, altre menti

Non si limita certo a essere un mero gioco di parole: il tandem di menti altre e altre menti credo renda bene l’idea di una realtà plurale e complessa, fatta di intelligenze multiformi e il più delle volte svincolate da rigide classificazioni di carattere piramidale.
D’altra parte lo diceva di recente, con Husserl, Stefano Cazzato che «gli uomini condividono le stesse modalità di conoscenza, modalità che scoprono analogicamente, empaticamente, trasferendo negli altri ciò che trovano in se stessi» [3].
In tal senso, avendo presente la complessità di cui sopra, abbiamo molto da imparare dal poliedrico universo della mente animale (Konrad Lorenz, Stephen Jay Gould, Jared Diamone e altri ancora). Ma allo stesso tempo più di una considerazione ce la offre la ricognizione di quelli che nella storia sono stati, e continuano a essere, gli atteggiamenti mentali, emotivi e comportamentali assunti dall’uomo di fronte alla possibilità di menti altre. Riandiamo così al portato del mito, delle grandi narrazioni, delle diverse culture religiose.
Le letterature di ogni latitudine sono ricche di topoi significativi in questa direzione: ora scopriamo l’uomo affascinato da questo o quel monstrum, ora lo vediamo investito da una metamorfosi che lo fa identificare con un animale (uno su tutti, il Gregor Samsa di kafkiana memoria) nel mentre va scavando in se stesso, ora ancora emergono in superficie le sue ataviche paure per bestie immaginarie e orrorifiche. Ma quegli universi diversi con cui l’uomo viene continuamente in contatto, in vario modo e con differenti intensità/tensioni, costituiscono pur sempre un polo della relazione tra il medesimo e l’altro, tra l’io e il tu, tra il noi e gli altri, tra il proprio clan e il mondo esterno.
Per questo fondamentale motivo, che è un motivo di relazione appunto, quegli universi più che sconosciuti sono semisconosciuti nel senso che li conosciamo solo a metà. Come la favola, ogni favola, è in un certo senso vera solo a metà. Conosciamo, a volte poco e a volte male, il punto di partenza, che siamo proprio noi, mentre non conosciamo o presumiamo di conoscere l’altro, che punto di arrivo non è, semmai è punto di passaggio obbligato per poi far ritorno a un sé finalmente trasformato, diverso, egli stesso paradossalmente altro.
Se vogliamo, il frutto di tutto ciò, vale a dire la risultante di questo viaggio relazionale, è un mirabile ibrido, un meticciato di identità e alterità. È ormai assodato, però, che siamo costretti a mettere tra parentesi un certo tipo di razionalità, cioè la razionalità tetragona di stampo positivistico che tante illusioni ha ingenerato in diverse fasi storiche. Qui sono maestri alcuni autori decisivi della psicoanalisi e il pensiero della Scuola di Francoforte, i primi mettendo in crisi quella che chiamerei la ‘recinzione ideologica’ della civilizzazione e il secondo scardinando il sistema della cosiddetta «industria culturale». Nell’uno e nell’altro caso le menti altre rappresentano la sfera della criticità che usa il piccone contro il pensiero dominante, ovvero contro la multiforme violenza del pensiero unico.
Nel momento in cui abbiamo trovato il coraggio di mettere tra parentesi quel tipo di razionalità, è allora che riemerge il sommerso, verso cui siamo peraltro morbosamente attratti: il fantastico, l’animalesco, il mostruoso, l’inaccettabile (o difficile da accettare), in breve l’altro possibile rispetto alla realtà data del «così è» [4].  

§ 3) Contro l’antropocentrismo

Concentriamoci ora sul tema del confronto mente umana/menti altre, approfondendo magari contro l’antropocentrismo ciò che consente un effettivo decentramento, cioè quell’aspetto di fondo della natura delle diverse intelligenze non umane. Va sottolineato che queste ultime traggono la loro caratterizzazione da numerosi fattori. Il discorso cambia molto, infatti, a seconda che si abbia a che fare con questa o quella funzionalità, questa o quella specificità adattiva, abilità creativa, facoltà percettiva e/o elaborativa, ma quindi anche in base alle diverse strutture mentali (strutture del pensiero) e diverse strutture del linguaggio (anche non verbale, ovvio).
Sta di fatto che «l’intelligenza è una dote flessibile, le cui radici nel regno animale sono complesse» [5]. Inaggirabile è insomma risalire alla peculiarità che contraddistingue, per esempio, uno scimpanzé che modifica un ramoscello per raccogliere termiti o formiche da mangiare piuttosto che una comunità di api nell’agire della loro vita sociale, ben consapevoli che non siamo gli unici ad avere una mente nel senso proprio della parola e, oltretutto, non possiamo dire che la nostra sia superiore.
L’uomo è stato anche capace di crearle, peraltro, alcune menti altre. In laboratorio egli ha dato vita, come ha scritto Enrico Alleva nel suo Mente animale, a tante razze «più belle e più strambe, fenotipi prostituiti all’umano diletto, esseri che nascono, vivono e muoiono semplicemente per strappare all’uomo un’occhiata ammirata o un sorriso» [6].
Va ribadito, poi, che qui siamo all’interno di un discorso di osservazione del comportamento, appunto in particolare nell’ambito dell’etologia come studio scientifico del comportamento animale che ci permette di riflettere su autonomia e diversità, peculiarità e differenze.
Proviamo a spostare l’attenzione, ma non di molto. Ai viaggiatori-conquistatori europei devono essere apparsi davvero come strani animali gli indigeni dei Caraibi e del Messico. Altri nel senso dispregiativo del termine. Oltre che vessati e schiavizzati, i nativi sono stati anche giudicati alla stregua di mezzi uomini, pertanto tacciati di minorità mentale, e gli è stata negata l’anima o qualsivoglia forma di coscienza morale. In ultima analisi gli è stato imposto con violenza un pensiero, una religione, una morale proprio in quanto li si è considerati da subito come esseri sottosviluppati, come esseri selvaggi privi tanto di capacità intellettive che di senso morale.
Ecco il cuore del «problema dell’altro» che viene tematizzato magistralmente da Tzvetan Todorov con il suo La conquista dell’America. Attraverso gli occhi e gli appunti di viaggio di un Cortés o di un Las Casas, Todorov ci racconta e l’incontro/scontro con l’altro e tutto il corollario di pregiudizi, discriminazioni, inadeguatezze che ruota attorno a un impatto così cruciale della storia dell’umanità. Il vero inadeguato non è il cosiddetto selvaggio, è in realtà l’europeo (nello specifico lo spagnolo conquistatore, appunto) che mostra tutta la propria evidente incapacità a ipotizzare un’alterità, a vedere l’altro nel suo essere diverso e tuttavia autonomo e uguale come uomo tout court. Per questo l’altro diventa facilmente l’animale, l’uomo «imbestialito» (Colombo), il sottosviluppato da manipolare (Cortés), addirittura una sorta di oggetto inanimato (Oviedo). Ancora una volta il richiamo al mondo animale, persino al mondo delle cose.
 
§ 4) La declinazione etico-politica

Sulla stessa linea todoroviana mi pare si muova anche Ryszard Kapuściński, il quale denuncia la volontà di dominio come pretesa, tutta europea, di vantare una superiorità della mente e della morale: «Una delle cause della inaudita brutalità e crudeltà che caratterizzavano i bianchi non era soltanto l’avidità d’oro e di schiavi che divorava le menti e accecava le élite europee, ma anche il livello morale e culturale incredibilmente basso di coloro che venivano mandati per il mondo in avanscoperta degli altri» [7]. Volendo attualizzare la questione, non mancano certo gli esempi in tal senso. Che inevitabilmente danno alla stessa un accento di riflessione etico-politica. L’alterità in chiave negativa la ritroviamo infatti anche in altre dinamiche, vicine a quella che Todorov denunciava, quali quelle tipiche della contrapposizione Nord/Sud del mondo, Oriente/Occidente e simili [8], dinamiche che hanno come prodotto immediato la creazione e/o la ripetizione di stereotipi duri a morire.
Genocidio ed etnocidio, la distruzione fisica e la «pressione» per inculcare pensiero e valori propri al selvaggio, se ci pensiamo bene, ritornano nella storia fino a ridiventare protagonisti tragicamente assoluti sotto il regime nazista. Ma alla radice, quasi un vero e proprio minimo comun denominatore, resiste sempre l’incrostazione di un pensiero dell’altro come minus che necessita di un intervento correttivo-distruttivo. La prima negazione è perciò proprio quella di menti altre, di altre menti, o quanto meno si attua la loro riduzione a menti insufficienti, carenti, malate (si pensi al disagio psichico, alla storia degli elettroshock…), in ogni caso inadeguate alla propria mente.
 Dietro l’angolo c’è il dominio. Fisico, materiale, economico, politico, ma anche squisitamente culturale, pseudoculturale. Sarà utile allora rileggere il Discorso sul colonialismo di Aimé Césaire, approfittando di una fresca traduzione italiana che permette di ragionare sull’intreccio tra diritto, dominio e ideologia dell’altro [9]. L’indice Césaire lo punta non su Cortés, non su Pizarro (né tanto meno su Marco Polo): a differenza di Todorov, a suo dire quegli avventurieri, per quanto spietati, non sarebbero arrivati a teorizzare una superiorità di un certo ordine su un altro (e quindi di una determinata mente rispetto ad altre menti) come è stata invece capace di fare una certa «pedanteria cristiana».
Parole forti, quelle di Césaire, che non si fermano dinanzi a nulla, fino a parlare di «pseudo-umanesimo»: la vera legge del dominio è stata l’ipocrisia, l’impostura, la cosiddetta civilizzazione che ha identificato il pagano con il selvaggio e con l’inferiore! È questo il reale fondamento, secondo Césaire, del colonialismo e dello stesso razzismo come forme di chiusura di una civiltà che si fa violenta, di una visione del mondo che tende a marcire, di un punto di vista che rischia di diventare cieco.
Poi sarebbe arrivata l’idea della negritudine a tentare il recupero di un’idea diversa di alterità. E con essa – su altri versanti e tuttavia sempre con l’intento di decolonizzare un falso immaginario – è arrivata anche la rivoluzionaria filosofia del dialogo che ha decostruito il già citato solipsismo; è arrivato il moderno pensiero antropologico che ha superato l’esotismo e i miti classici del «buon» e del «cattivo selvaggio»; è arrivata la matura intercultura che ha sgretolato i muri identitari delle culture. A riprova del fatto che quello delle menti altre è essenzialmente un problema di percezione e di rappresentazione dell’altro, come pure di percezione e rappresentazione di se stessi.


                                                                                                 Giuseppe Moscati  


Note:

[1] Cfr. R. Egidi, Wittgenstein e il problema epistemologico delle ‘altre menti’, in Id. (a cura di), Wittgenstein e il Novecento. Tra filosofia e psicologia, Donzelli, Roma 1996, pp. 117-127 (ivi, 2002).

[2] Si veda almeno W.V.O. Quine, La relatività ontologica e altri saggi, Armando, Roma 1986.

[3] S. Cazzato, Edmund Husserl. Quel che resta del mondo, in "Rocca" n. 9/2010, p. 44.

[4] A tal proposito si è pronunciato Luciano Canfora in un’intervista di Arminio Savioli: I nuovi negromanti, L’Unità 13 maggio 1987, p. 19.

[5] L. Bignami, Pensieri e parole, se l’animale è intelligente, La Repubblica, 5 marzo 2008.

[6] E. Alleva, Mente animale, Einaudi, Torino 2008; ma cfr. anche M.D. Hauser, Menti selvagge. Cosa veramente pensano gli animali, Newton Compton, Roma 2002.

[7] R. Kapuściński, L’altro, Feltrinelli, Milano 2007, p. 17.

]8] Si veda, per esempio, il testo di Roger Scruton West and the Rest del 2002 (L’Occidente e gli altri. La globalizzazione e la minaccia terroristica, presentaz. di K. Fouad Allam, Vita & Pensiero, Milano 2004).

[9] A. Césaire, Discorso sul colonialismo, a cura di M. Mellino, postfaz. di B.B. Diop, Ed. Ombre Corte, Verona 2010.
  


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