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24.07.2010

Perché anche la religione è politica

Alcune considerazioni a partire da La fede ferita di Mariano Borgognoni




di Giuseppe Moscati


Quella che il saggio di Mariano Borgognoni La fede ferita [1] intende riconquistare, anche grazie a un vero e proprio attraversamento dell’opera e in particolare dell’apocalittica di Sergio Quinzio, è una posizione di sostanziale ripensamento di ciò che è fede.
La fede di cui qui si parla è una fede ferita perché sofferta, riscoperta anche in virtù del riconoscimento delle debolezze e fragilità e vulnerabilità, una fede rimessa coraggiosamente in discussione. E la ferita della fede va pensata. Così ferita, sanguinante, la fede non può proporsi come chiusa in se stessa e priva di “timori” e “tremori” (per richiamare Kierkegaard), bensì ha da farsi fede adulta alla Dietrich Bonhoeffer, il quale è suggeritore di una straordinaria immagine di Cristo come essere-per-gli-altri. Anche perché, con ironia lo ha ricordato non molto tempo fa Paolo Flores D’Arcais [2], la pretesa di conoscere la volontà di Dio e di parlare in suo nome in psichiatria si chiama “delirio di onnipotenza”. Ripensando l’idea di fede, allora, non possiamo che ripensare anche l’immagine di Cristo. Leggendo La fede ferita mi è tornato in mente – fatto forse un po’ curioso – San Bonaventura, per il quale Cristo non è più, come invece per i Padri della Chiesa, la fine della storia, bensì il centro della storia; con Cristo e con il suo paradigma etico-religioso, ma direi anche politico-sociale, la stessa storia sembra avere un nuovo inizio. Anche la religione è politica.
In questo lavoro di ripensamento, la pagina di Quinzio, sentinella insonne, è molto ficcante. Ridando centralità al testo dell’Apocalisse, infatti, egli mette in evidenza la ferita della fede e, come dice efficacemente Borgognoni, nel bene e nel male ci obbliga a “stare nella contraddizione”.
Non è certo facile comunicarlo, questo paradosso di una fede che è abbandonarsi e insieme restare inquieti, ma è possibile.
La fede quinziana con cui Borgognoni discute, senza d’altra parte rinunciare a un serio atteggiamento critico che qua e là lo porta a rimarcare anche le distanze oltre che le vicinanze [3], non è una fede assoluta, caratterizzata da quelle che Italo Mancini chiamava “le false alture spiritualistiche”, ma piuttosto è la fede della speranza assoluta. Direi, in questo senso, che è l’esatto contrario dell’idea della fede come possesso, che fin troppo spesso abbiamo visto tradursi pericolosamente in arma. Se non si vuole che la fede rischi di diventare un oggetto contundente da brandire contro l’altro, contro il diverso, contro chiunque la pensi diversamente da se stessi e dal proprio clan, si deve essere pronti a una rinuncia e a un impegno. La rinuncia è quella, appunto, a una fede conchiusa e onnisciente, sicura di sé al punto da tapparsi le orecchie alle parole dell’alterità (ogni volta etichettata in questo o quel modo); l’impegno è quello per uno sforzo di disinnesco: dobbiamo disinnescare la fede contundente, come dicevo, ma anche la fede-bomba a orologeria. Vale a dire dobbiamo disinnescare quella fede che – allontanandosi per esempio anni luce dal cristianesimo delle origini e dal messaggio dello scándalon del Cristo che condanna il dominio e le varie forme di idolatria – scende a patti con il potere e addirittura si fa essa stessa potere nel senso deleterio del termine.
Andando al di là di Quinzio e volendo anche prestare attenzione all’attualità, mi sembra opportuno citare le parole di un potente del mondo che ha oggi nelle sue mani la preziosa possibilità di riformare il concetto stesso di potere, se davvero dovesse riuscire – come mi auguro – a declinarlo come potere dal basso, Barack Obama. Nel suo libro-raccolta di interventi intitolato La mia fede [4] leggiamo: «Ho l’impressione che noi facciamo un errore quando non vogliamo riconoscere il posto che la fede occupa nella vita della gente […]. A prescindere dal fatto che sia religiosa o meno, la gente è stanca di vedere che la fede viene usata come un’arma d’attacco […] per sminuire e per dividere» [5]. Mi ripeto: anche la religione è politica.
L’elemento del tragico è chiaramente co-essenziale al religioso e nello specifico al cristianesimo. Da una parte ricorderei Francesco con la sua “eccedenza di carità”, dall’altra – ma non certo in opposizione – Emmanuel Lévinas con la sua tematica del volto ‘ferito’ dell’atro. La croce continua del resto, fortemente, a rimanere un paradosso e un paradigma dell’etica cristiana, ma al tempo stesso continua anche a rappresentare un simbolo incarnato. La croce, di fatto e senza sosta, funge ancora oggi (e non può essere diversamente) da pungolo per i cristiani affinché non si “siedano”, non si accomodino sull’accogliente poltrona della certezza, ma sappiano assumere in pieno la difficile opzione per il dubbio e l’altrettanto scomoda sfida dell’apertura dell’ascolto reciproco e di un dialogo autenticamente interreligioso, o meglio intrareligioso come a ragione preferisce dire Raimon Panikkar. E dunque un dialogo aperto, senza più barriere confessionali e che sia veramente incontro ‘con’ e ‘fra’ le interiorità religiose dei dialoganti.
È bene tra l’altro anche interrogarsi tutti, seriamente, su una questione cruciale: a che punto siamo, oggi, rispetto a questo processo di trasformazione dell’interreligioso nella nuova prospettiva dell’intrareligioso, inteso appunto come partecipazione attiva delle interiorità religiose al dialogo?
Ripartendo da questa idea di fede in cammino, possiamo recuperare anche una piattaforma che considero imprescindibile per affrontare alcuni temi decisivi che si presentano a noi contemporanei in tutta la loro urgenza e inaggirabilità, temi quali quelli del confronto genuino con l’altro, della valorizzazione di ciò che è alterità e della stessa cooperazione interculturale. Mi riferisco alla piattaforma conoscitivo-esistenziale dell’io-tu, buberiano e prima ancora feuerbachiano, quale vero e proprio fondamento della verità. Ecco la fonte profondamente umana, esigenziale, della religione, ma ecco anche la dimensione comunitaria di quella che vorrei chiamare una laicità responsabile: siamo agli antipodi del laicismo come pure della posizione di indifferenza verso il sacro. Ma, ancora una volta, vediamo come la religione sia politica.
Proprio a proposito dell’io-tu come luogo della verità, coincidente con la verità, Leo Lestingi, scrivendo del bel classico di Lessing di Nathan il saggio [6], ha affermato: «ciascuna religione dovrebbe percepire se stessa come frammento» [7], la fede «può e deve mordere nella realtà concreta [e] può essere soggetto di produzione storica solo attraverso la mediazione dell’elemento etico») [8]; il segno religioso può così finalmente darsi al plurale nello stesso momento in cui è peraltro vivibile come unico. Nello scegliere la via del dialogo, insomma, non è necessario rinunciare all’unicità e alla peculiarità dell’intima persuasione religiosa per questa o quella fede, che non deve pertanto ridursi a identità esclusivisticamente irrigidita e chiusura dogmatica (fede autoritaria e tetragona), ma che deve continuamente riscoprirsi sentimento religioso ed esperienza religiosa, come ci suggerisce il nostro Aldo Capitini. Ed in tal senso è un peccato che non si sia mai aperto un vero dialogo tra Quinzio e Capitini, pur essendocene tutte le potenzialità.
Solo considerando il tu all’interno di una relazione orizzontale di pari diritti e di pari dignità con l’io riusciamo dunque a intendere realmente la verità nei termini dialogici dell’incontro tra alternative possibili, di collaborazione piena e soprattutto di co-evoluzione. Ovvero nei termini di una crescita comune perché comune è il bene in gioco, sia esso riconducibile alla salvezza eterna nell’ottica del credente o, laicamente, alla vita su questa Terra, pianeta in tutto e per tutto maltrattato (come tristemente ci ricorda oggi il disastro ecologico in Louisiana) per i non credenti, o comunque riconducibile in qualche modo alla nostra responsabilità verso le generazioni a venire. 


                                                                                        Giuseppe  Moscati


[1] M. Borgognoni, La fede ferita. Un confronto col pensiero apocalittico di Sergio Quinzio, Cittadella Editrice, Assisi 2009.

[2] P. Flores d’Arcais, La religione e la democrazia, La Repubblica 4 maggio 2010.
 
[3] Cfr., per esempio, M. Borgognoni, La fede ferita, cit., pp. 133-134.

[4] B. Obama, La mia fede. Come riconciliare i credenti con una politica democratica, Marsilio, Venezia 2008.

[5] Ivi, p. 29 e p. 43.

[6] Cfr. G.E. Lessing, Nathan il saggio, a cura e con traduz. di Leo Lestingi, Palòmar, Bari 2009.
 
[7] L. Lestingi, Introduzione, in G.E. Lessing, Nathan il saggio, cit., p. 22.

[8] Ivi, p. 20.


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