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31.10.2010

La crisi dell’identità comune
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Il mercato unico non basta più: l’Europa ora punti sulla cultura

di Antonio Puri Purini


Se i Paesi fondatori dell’Unione Europea – soprattutto Francia, Germania, Italia – avessero a suo tempo deciso che anche la cultura, non solo l’economia, è fondamentale per fare avanzare l’Europa, non ci troveremmo oggi di fronte a una pericolosa contraddizione: da un lato, la condivisione di una moneta unica e di uno spazio senza frontiere; dall’altro, il ritorno aggressivo di fenomeni di nazionalismo, populismo, individualismo. Questi insidiosi avversari dell’unità europea sono attivi in vari Paesi: in Ungheria, nei Paesi Bassi, in Belgio, in Italia, in Slovacchia. I problemi economici e finanziari sono prevalenti ovunque. Detto questo, se si vuole arrivare e bisogna riuscire, al sentimento di comune appartenenza necessario a far funzionare l’Europa, è essenziale spiegare perché si vive insieme e che cosa significhi vivere insieme. Questa è cultura. Altrimenti non esisterà mai un’unità europea e ogni Paese si ritroverà prigioniero di egoismi e pregiudizi.
La cultura, come desiderio di stare insieme e finezza di sentimenti, è la somma di molte componenti: da Bach a Verdi, da Raffaello a Mondrian, da Cervantes a Proust; ne fanno parte anche le voci di tanti cantautori. Ne abbiamo bisogno come antidoto agli antagonismi, riscoperta di legami comuni, strumento per sorridersi, reazione all’egoismo. Una convivenza serena non turbata da giudizi sommari e risentimenti farà alla fine funzionare meglio anche il mercato unico. Nel mondo globalizzato, costituisce inoltre una garanzia contro la perdita d’identità: l’unitarietà della cultura europea ci difende dai processi d’omologazione imperanti. L’Unione Europea viene spesso descritta come una comunità di destini basata su comuni valori. Ma quanti vi credono veramente? E’ ridicolo parlare di un destino comune se non si compie poi lo sforzo per unire gli europei nella salvaguardia della propria eredità storica e culturale. Siamo lontani da questo traguardo: abbiamo anzi fatto dei passi indietro. Alcuni decenni orsono, le televisioni europee proponevano programmi culturali di altissima qualità nella fascia oraria di maggiore ascolto (dai film storici di Roberto Rossellini alla serie televisiva Civilization di Kenneth Clark); la televisione italiana produceva anch’essa programmi eccellenti, oggi sacrificati al mercato.
Invece di spiegare alle giovani generazioni che l’unità europea è un investimento nel futuro ed un’avventura affascinante che rende consapevoli del filo rosso che ci unisce, l’Unione Europea ha trascurato tradizione umanistica e capitale umano. Ha puntato sul funzionalismo. I Paesi portatori storici del progetto europeo hanno fatto trionfare l’indifferenza. Le pur ottime stagioni musicali o esposizioni museali in tutta Europa non riescono a nascondere l’arretramento generale subito dalla cultura. Le classi dirigenti hanno dimenticato che una visione umanistica costituisce un valore aggiunto per l’Europa intera e una garanzia per la democrazia. Ognuno dovrebbe essere consapevole d’operare in un sistema unitario di valori. L’autodifesa e la chiusura che scaturiscono dall’accantonamento del capitale umano sono la sorgente dell’ignoranza, di pregiudizi, di risentimenti. I danni provocati dall’indifferenza sono molteplici. La crescente emarginazione della storia, dell’arte, della letteratura dai programmi scolastici ha portato all’esaltazione dell’apparenza, alla concentrazione sul localismo, all’accantonamento della solidarietà. I fatti perdono d’importanza perché non devono essere appresi; la scelta avviene su Internet; la memoria diventa quindi irrilevante; il passaggio all’oblio è rapido. Il mondo esterno, con cui dobbiamo confrontarci giorno dopo giorno, perde di valore. Basti vedere in quale misura – il caso dell’Italia è sintomatico – si moltiplica in Europa il trionfo della bruttezza sulla bellezza. Il patrimonio culturale di molti Paesi viene maciullato, gli interessi privati impongono sempre il proprio punto di vista. Ne consegue che la cultura, questo è il caso dell’Italia, non offre quasi più sbocchi professionali a giovani preparati ed entusiasti. Bisognerebbe mettere mano a parecchie modifiche: non solo nei programmi universitari o nella collaborazione fra i musei, ma soprattutto nella sensibilità delle persone. Serve una politica trasparente sulla difesa del paesaggio naturale e urbano europeo. Serve una televisione, certamente in Italia, capace di guardare all’Europa. Anche gli intellettuali potrebbero fare molto di più: incalzare, motivare, spiegare. Per dimostrare che l’Europa non è una nozione geografica, ma una vera comunità culturale, bisogna passare dai propositi ai fatti. Non si tratta d’indugiare nel rituale richiamo alle comuni radici della classicità, del cristianesimo, del rinascimento, dell’illuminismo, dei diritti umani. La cultura va proiettata sul presente: la cultura è vita e humanitas. Garantisce che l’Europa si sviluppi non sulla base di un’aggregazione generica ma attraverso il sapiente incastro di tasselli che formano un mosaico comune. Non siamo lontani dalla meta. Sappiamo di condividere una civiltà comune: i contrassegni – le piazze, le chiese, i palazzi – lo ricordano continuamente. Sentirsi europei significa aggiungere una dimensione alla propria città, al proprio paese: quella europea. Per riuscire, abbiamo bisogno che la politica affronti questi argomenti con determinazione e responsabilità. In Italia questo oggi è un sogno. Spetta quindi alla società civile farsi carico di responsabilità abbandonate dalla politica in attesa di tempi migliori.   


                                                                        Antonio Puri Purini    


L’articolo sopra riprodotto è stato pubblicato il 13 agosto 2010 da Il Corriere della Sera. Ringraziamo l’autore e la direzione del giornale per la gentile concessione.