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06.11.2010
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Michele Mari
I demoni e la pasta sfoglia
Cavallo di ferro -  Roma 2010
pp. 616, € 28,00

di Invito alla lettura



a cura di Gianmaria Merenda


Michele Mari è uno degli scrittori italiani tra i più interessanti e versatili: scrive romanzi, poesie, saggi. Scrive con uno stile originale e riconoscibile anche quando cambia genere letterario, una sua cifra d’eccezione che ha il suo essere nella estrema cura della parola. Questo è forse dovuto alla sua professione: insegna letteratura italiana presso l’Università di Milano; o forse la sua professione di docente è conseguente alla sua ossessione per la letteratura. La tecnicità che nasce dal suo conoscere la letteratura più che essere un pesante fardello è per Mari la possibilità di scrivere romanzi mimetici: prosa secentesca, fan accanito dei Pink Floyd, poeta dell’amor cortese adattato ai tempi moderni, pirata in preda ad allucinazioni marinare come in La stiva e l’abisso.
Nell’introduzione della raccolta di saggi I demoni e la pasta sfoglia Mari ricorda che gli scrittori prediletti dalla maggior parte dei lettori (Mari offre un lungo elenco in cui sono compresi praticamente tutti i grandi della letteratura mondiale: Poe, Melville, Tasso, Gadda, Conrad, Maupassant, Stevenson, Lovecraft, Gombrowicz, Roth, Gogol’, Céline, Benjamin, Simenon, Manganelli, King, Landolfi, Buzzati, Borges, Proust, Leopardi e moltissimi altri ancora) sono degli ossessi: "Ossessione è da assedio, ma il suo nome scientifico, anancasma, è da destino, ananke. Scrittori al servizio della propria nevrosi, pronti ad assecondarla e a celebrarla: scrittori che hanno nell’ossessione non solo il tema principale (e insieme il metodo con cui anche la più semplice esperienza è assottigliata in pasta sfoglia verbale), ma l’ispirazione stessa, sì che nessuna interpretazione mi pare fuorviante come quella che ne riconduce l’opera a un intento salvifico, quasi la scrittura sia solo un surrogato della pratica psicoanalitica" (p. 17). Essi sono delle persone che hanno delle ossessioni che si riversano nello stile, nei temi, nelle storie da loro narrate, volenti o no: la loro scrittura non è salvezza dall’assedio della vita, al contrario è il destino che si materializza. Essi sono persone che vivono e narrano le loro storie "nella loro provvidenziale presunzione di essere un mondo".
I demoni e la pasta sfoglia è lo sguardo gettato sul micro-mondo di ogni scrittore; micro-mondo che per la potenza del pensiero e della letteratura di quegli uomini s’è riversato nel corso della storia nel nostro macro-mondo di lettori accaniti. Ad ogni autore Mari dedica un saggio (qualcuno inedito e altri apparsi negli anni in riviste o altri scritti) in cui sviscera l’amore e la passione dello scrittore - e di Mari medesimo - per quel mondo ideale che solo la letteratura sa creare: Igino Ugo Tarchetti, rappresentante della Scapigliatura milanese, "era convinto che il fine dell’arte fosse svelare le «congiunzioni misteriose» fra la realtà sensibile e il sovrannaturale («Dove rintracceremo noi quella linea che separa l’immaginario dal vero? E nel mondo dello spirito, nelle sue vaste concezioni, esiste qualcosa che noi possiamo chiamare assolutamente reale o assolutamente fantastico?»)" (p. 83).
I lettori di questo mappamondo disegnato da Mari non hanno che l’imbarazzo della scelta, ognuno può trovare il suo scrittore feticcio. Gadda, ad esempio, che è talmente ossessionato dal mondo che lo circonda, dagli oggetti che lo occupano, dalle parole che servono a descrivere quegli oggetti e quel mondo, che nel momento in cui mette mano alla penna tutte le parole che lui cesella, che discrimina dal vocabolario italiano, per imbastire i suoi racconti, possono far scaturire un senso del comico anche involontario: "Votato fin da giovane al rimuginante borbottio del misantropo, questo grande introverso ci rapisce e ci spiazza in continuazione perché ogni sua parola è il trionfo di un’istrionica estroversione, e porta seco la contagiosa energia del travaglio alchemico" (pp. 246-47). Oppure si può trovare il comune motivo che ha portato Poe e Melville a scrivere, il primo Storia di Arthur Gordon Pym di Nantucket e il secondo Moby Dick, o la balena.
Jeremiah Reynolds al ritorno di una sua spedizione iniziata nel 1829 scrisse Mocha Dick: o, La balena bianca del pacifico. Oppure si può scoprire il senso dei passages parigini descritti da Céline e da Benjamin nelle rispettive opere. Oppure (da non confondere queste curiosità come esempi di un compendio di banale gossip sugli autori, prodotto dalla collezione di Mari) il saggio su Manganelli. Scrittore non ancora ‘gestito’ con sicurezza dalla critica e dai lettori, forse perché letteralmente divorato dalle proprie Furie, forse perché abilissimo gestore della lingua italiana, forse perché capace di "mettere il lettore con le spalle al vuoto" - e non al muro - forse perché: "Di lui si può ben dire ciò che egli ebbe a dire un giorno di Dante: «Era inattuale già ai suoi tempi: un dispettoso, anacronistico, chimerico scrittore; figuriamoci oggi. E avete visto come scrive?»" (p. 558).
Michele Mari, in I demoni e la pasta sfoglia, dà una sua interpretazione della letteratura che i suoi (i nostri) scrittori sono capaci di produrre: "è lusso ed è vendetta, e soprattutto non inganna mai: perché ci costringe a credere solo quello che crede l’autore, e nessun autore, come nessun uomo, crede in qualcosa come alle proprie passioni, alle proprie idiosincrasie e alle proprie ossessioni" (p. 19). 


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