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09.11.2010


L’Architettura come luogo dell’"Apertura"

Sul ruolo di Spazio e Luogo nella città contemporanea


Non si vive in uno spazio neutro e bianco;
non si vive, non si muore, non si ama
nel rettangolo di un foglio di carta.

M. Foucault


di Giovanni Mensi

Bruno Zevi, già nel 1948, notava un fatto interessante: spesso nelle illustrazioni fotografiche dei libri di architettura non compaiono figure umane, se non (sfuggite all’attenzione del fotografo) come presenza indesiderata. Trovo sia un atteggiamento comune, soprattutto tra gli architetti: si vuole catturare un’immagine il più possibile estatica; un’immagine, cioè, che sia "fuori dal corpo della vita", quasi assoluta, un’astrazione dell’architettura [1]. Spesso rappresentiamo e pensiamo l’architettura come un’immagine astratta, come vivesse di per sé; anzi: come se non-vivesse. Invece che mettere in evidenza il carattere fondamentale dell’architettura (e cioè l’abitare, l’uomo), la si snatura, tentando ossessivamente e incomprensibilmente di avvicinarla alla pittura, alla scultura, al cinema e alle arti visive in genere [2]. Ci sono diversi motivi per cui si vuol fotografare o ritrarre un’architettura vuota; ergo: ci sono diversi motivi per cui si vuol guardare allo spazio in senso newtoniano, come ad un piano astratto in cui l’architettura "domina" sul nulla. Va detto che nell’"architettura desertificata", quella spogliata della vita, si cela un "ospite inquietante", per dirla con Galimberti: vi si nasconde l’astrazione.
L’astrazione non è di per sé un concetto negativo (molte discipline ci hanno abituato alla concettualizzazione con scopi e risultati più che nobili). È pericoloso per l’architettura. È pericoloso perché l’architettura, come ha detto Espuelas, è l’arte del fattuale [3]; è un’arte che ha a che fare con lo spazio tanto quanto col tempo e col divenire. Qui l’astrazione apre un processo che toglie attenzione alle cose del luogo per portarle nello spazio assoluto dove le cose vivono di sé; come in quel "teatro dell’assenza" che è il Padiglione (d’esposizione) dove, scrive Tafuri, "l’uomo, spettatore di uno spettacolo veramente totale perché inesistente, è obbligato ad una pantomima che riproduce il vagare nel labirinto urbano di esseri-segni fra segni privi di senso, da lui quotidianamente esperito"[4]. Nel Padiglione tempo e movimento compenetrano lo spazio (ecco lo spazio-tempo), ma la loro unione si dispiega nella desertica dimensione di un mondo che non esiste. Come dire: il modello e l’ideale sono principi generatori di possibilità, non sono architettura. Gropius, in conclusione al suo Per un’architettura totale, scriveva: "Abbiamo incominciato a intendere che modellare il nostro ambiente fisico non significa applicarvi uno schema formale fisso, ma richiede piuttosto un incessante sviluppo interiore, una convinzione che va continuamente ricreando la verità al servizio dell’uomo" [5].
Dal momento che l’architettura è il prodotto di una prefigurazione di possibilità, non è "architettura" nemmeno lo stato di fatto così come ci si presenta. Modelli e preesistenze, allora, creano architettura se interpretati criticamente e trasformati in progetto [6]. Ne sono un chiaro esempio le opere di Ungers e di Kahn: per entrambi (in modo diverso e nonostante le accuse d’eccessivo concettualismo) l’astrazione delle forme non procede di per sé, ma prevede sempre, ad un certo punto del processo progettuale, quel travaso nella "Lebenswelt" che le dà motivo d’essere; l’astrazione, per avere senso come strumento di analisi e di ricerca, deve sempre trovare un’applicazione. Spesso, in varie discipline, l’astrazione è stata concepita come dimensione di verità [7]. A mio parere esistono verità specifiche all’interno di una complessità data; ma tali verità portano con sé una sola verità, lo scopo essenziale che sta al fondamento dell’architettura: l’abitare. Esiste una verità "assoluta" per l’architettura (l’abitare) ed esistono verità specifiche (legate al contingente) che portano con sé quella assoluta e la mettono in pratica, relazionandola all’esistente; quindi: portano alla presenza l’abitare, dandogli forma. L’architettura, allora, deve aprirsi ad una doppia dimensione: è un sistema abitativo che per prodursi necessita, in fase di progetto, sia dell’atto dell’astrazione che di quello della percezione [8]; trae origine cioè dall’unione degli elementi paradigmatici della disciplina (che sono uno strumento) con una situazione specifica (la realtà, che dà forma a quegli elementi). In altri termini, trae origine dalla trasformazione di una porzione di spazio in luogo [9].
É un punto delicatissimo. Spazio. Luogo. Qualche puntualizzazione al riguardo. Io credo che lo spazio sia sinteticamente rappresentato o da un tutto-pieno, o da un tutto-vuoto. Il miglior modo di guardare allo spazio, in architettura, sta nel considerarlo come estensione illimitata che accoglie la materia informe (non in-formata, cioè, da un’utilità); come ricettacolo, come "Madre", per dirla con Platone [10]. Tuttavia l’uomo, per portare lo spazio a sé e renderlo adatto all’abitare, deve possederlo ed occuparlo; per farlo deve mettere mano alla materia già da sempre data e darle forma di architettura (come ha detto Jean Nouvel, il lavoro dell’architetto si basa sul ri-trattamento della materia). L’uomo deve porre nello spazio una cosa sua, stabilendo così la presenza di un luogo [11]. L’azione dell’uomo, quindi, è determinante. In questo processo, l’architettura, in quanto cosa dell’uomo [12], non viene alla presenza per sé (ab-stracta dal mondo della vita), ma come mezzo per stare nel mondo, per abitarlo. Lo dice chiaramente Heidegger: "Solo se abbiamo la capacità di abitare, possiamo costruire" [13]; occorre "anzitutto imparare ad abitare" [14]. Nel celebre esempio del "Ponte", il filosofo tedesco intende chiarire gli effetti del costruire sull’ambiente circostante, cioè sullo spazio indifferenziato. Col costruire, l’uomo riunisce le cose e le riconosce come parte del suo ambiente. L’architettura, quindi, (in quanto prodotto del costruire) produce un luogo (che, a differenza dello spazio, è determinato dalla relazione tra pieni e vuoti). Il luogo deve la sua presenza all’architettura stessa: il luogo non c’è prima dell’architettura. Ecco perché luogo ed architettura sono inscindibili (quando sono scissi si parla di non-luogo) [15]. Il luogo limita le cose dell’uomo entro un sistema di relazioni; é un sistema di relazioni: è, allo stesso tempo, il confine ed il vuoto entro cui si dispiega un sistema di relazioni. Come direbbe Aristotele, in questo senso, il luogo è statico: il movimento (la relazione) avviene al suo interno. Quando Le Corbusier si trova alle prese con uno stato di fatto, tanto stimolante quanto disorientante, come quello di Chandigarh (in cui la tabula rasa dello spazio illimitato giocava a cavallo tra le infinite possibilità e nessuna), pronuncia una frase decisiva: "Era opportunità di occupare uno spazio" [16]. Vale a dire: di trasformare quella porzione di spazio in un luogo, attraverso l’atto dell’occupare. "Occupare" significa prendere possesso (per primi): rendere propria una porzione di spazio ed insediarvi un luogo. Parafrasando Einstein, in Le Corbusier, l’essenziale non sono le cose dell’uomo (le architetture), ma lo spazio tra loro interposto [17]. Lo spazio, in questo senso, permane nel mondo dell’uomo, ma non come entità astratta: lo spazio esiste come misura della distanza tra i luoghi.
Quindi: essenziale non è l’oggetto architettonico, ma il sistema di relazioni che produce con l’intorno. Ecco allora che l’architettura non ha a che fare soltanto con lo spazio assoluto (la Madre), ma anche e soprattutto con lo spazio umano in rapporto dialettico col luogo; questo spazio "umano" è una porzione di spazio assoluto che trova accoglienza nel luogo come misura della distanza tra i luoghi.
All’interno del concetto di luogo inteso come sistema di relazioni, però, si agitano alcune differenze che reclamano una propria specifica determinazione. Tali differenze sono frutto della sempre più crescente complessità del reale cui è soggetta la città negli ultimi secoli (e, in particolar modo, negli ultimi decenni). Michel Foucault ha parlato di una particolare tipologia di luogo, l’"eterotopia". L’eterotopia riassume i vari tipi di luogo che presentano determinate caratteristiche tali da renderli "assolutamente differenti" [18] dagli altri luoghi (cioè, da quelli che rappresentano un sistema di relazione). Si tratta di luoghi estranei al sistema di relazioni instaurato dall’architettura. Il loro essere "assolutamente altro", infatti, li pone ai margini della città, fuori dalla città, al suo limite (sia in senso metaforico che, spesso, fisico). Il luogo-altro è il luogo dell’architettura-altra che sta fuori dal sistema di relazioni; quindi: è uno spazio umano fuori dal luogo, emarginato. In questi particolari spazi umani l’uomo instaura, con lo spazio e con il tempo, un rapporto innaturale: in questi luoghi l’uomo si chiama fuori dal tempo storico e fuori dallo spazio della città (si astrae dal sistema di relazioni) per immergersi all’interno di un sistema di negazione e di esclusione, un frammento urbano separato, isolato ed indipendente dal resto. Un "luogo" che manca di identità (un luogo che è qui nello stesso modo con cui potrebbe essere altrove) non è un luogo, è un frammento di spazio adibito ad una funzione che esula dall’abitare. Il non-luogo per eccellenza è sempre un’astrazione del luogo (un luogo-comune) [19], un ritorno al modello funzionale calato (e non insediato!) all’interno dello spazio umano. In questo senso Augé ci fa notare che "la moda del termine ‘spazio’ (…) testimonia al contempo dei temi che ossessionano l’epoca contemporanea (la pubblicità, l’immagine, il tempo libero, la libertà, lo spostamento) e l’astrazione che li corrode e li minaccia, come se i consumatori di spazio contemporaneo fossero in primo luogo invitati ad appagarsi di parole" [20]. Il non-luogo è la degenerazione astratta del luogo, ma nasce sempre da quello e si distacca da esso per isolarsi e vivere di sé. L’enclave è la sua immagine. Secondo David Harvey [21], la crisi dell’urbanistica modernista deriverebbe dal processo di frammentazione della città postmoderna in enclaves. Di conseguenza, la progettazione dello spazio (sia pubblico che privato) tende al frammento isolato e, quindi, ad un sistema di relazioni sempre più chiuso in se stesso. Quando un’entità non è più parte di un sistema di relazioni chiamato ad "accudire e curare" le cose dell’uomo, decade a fondo cui attingere per il ciclo produzione-consumo (di qualsiasi cosa induca desiderio). Di seguito, il luogo decade nell’auto-referenzialità: l’indifferenza tra architetture, allora, genera la caduta di quella concezione dello spazio come misura della distanza tra luoghi [22]. Il luogo non è più da nessuna parte se non in sé. In poche parole: cade la concezione del luogo come spazio umano aperto all’altro.
L’architettura, per potersi relazionare in modo dialettico alle altre discipline artistiche e scientifiche, deve continuare a possedere un’identità e a controllarla [23]. Inoltre, occorre considerare la complessità e le contraddizioni del contemporaneo come un’occasione di progetto, come un valore da interpretare (inutile invocare un ritorno a ciò che non può più essere); occorre guardare alla progettazione dello spazio umano come apertura al dialogo tra le differenze per valorizzare l’identità del luogo.
"Apertura" e "Contestazione" sono i principi di un’architettura delle identità che sappia vivere con distanza critica il proprio presente. L’Apertura è continuità di relazioni. La chiusura del luogo è discontinuità (nelle enclaves e nei precincts [24]), è presenza fuori-luogo (nelle architetture ultra-spettacolari delle archistar), è assenza di distanza (nelle comunicazioni virtuali).
La frammentazione dello spazio non è una contestazione del sistema di relazioni, ma una rinuncia al luogo, accondiscendenza allo stato di fatto. È la rinuncia al dubbio che percorre il mondo della vita nelle sue relazioni tra identità diverse e, insieme, la "certezza" di un mondo isolato, chiamatosi fuori dal sistema di relazioni dell’architettura. La chiusura, in definitiva, dimentica una legge troppo spesso dimenticata: l’arte è contestazione.
In quanto domanda. 


                                                                                            Giovanni Mensi   


Giovanni Mensi, bresciano, architetto, è  dottorando di ricerca in Progettazione Architettonica e Urbana.


Note:

[1] Naturalmente la tecnologia, soprattutto quella relativa ai programmi di disegno 2D e soprattutto 3D, amplifica enormemente la tendenza all’astrazione in fase di progettazione e di comunicazione al pubblico. Paradigmatico, in questo senso, è lo "spazio assoluto" che ogni schermata iniziale di default dei più diffusi programmi di modellazione 3D presenta all’utente come tabula rasa (si noti che il termine "default", in informatica, sta ad indicare lo stato di un sistema in assenza di interventi); molti architetti hanno sviluppato un linguaggio di comunicazione progettuale asettico ed astratto che ne imita l’assolutizzazione. Il risultato è costituito da rappresentazioni in cui la pulizia geometrica dei volumi si spinge pericolosamente nel campo della pittura astratta. Si vedano, ad esempio, alcune presentazioni (render e disegni) dei lavori dello studio Hadid; tra le altre, in particolare: Zollhof Media Park (Dusseldorf, 1989-1993), Global Cities at the Tate Modern (Londra, 2007), Grand Building, Trafalgar Square (Londra, 1985), One North Masterplan (Singapore, 2001-2021), Bahrain International Circuit (Sakhir, 2007).

[2] Il lavoro dell’architetto, in modo particolare oggigiorno, si dispiega in un mondo di "giustapposizione degli spazi", proprio come succede nel cinema e nelle arti visive: dal mondo "3D" dell’immaginazione, a quello 2D del foglio di carta (o del foglio elettronico CAD), a quello di nuovo 3D della fase di rendering (ormai imprescindibile nel processo di progettazione). A questo si aggiunga quella dimensione a metà tra il 2D e il 3D qual è l’assonometria. È chiaro che una tale giustapposizione di spazi di lavoro e di studio debba trovare una propria gerarchia interna, un proprio ordine. Io credo che l’origine di buona parte della confusione disciplinare che investe l’architettura contemporanea vada ricercata nell’incapacità di mettere ordine all’interno di questa "giustapposizione di spazi".

[3] Si veda Espuelas, F., Il vuoto - Riflessioni sullo spazio in architettura, Christian Marinotti Edizioni, Milano, 2009.

[4] Tafuri, M., La sfera e il labirinto, Einaudi Editore, Torino, 1980, p.135. Il corsivo è mio.

[5] Gropius, W., Per un’architettura totale, Edizioni Abscondita, Milano, 2007, p.180.

[6] In questo senso, nel panorama della critica e della pratica architettoniche italiane, è fondamentale la figura di Ernesto Nathan Rogers: attento all’importanza della continuità storica e delle preesistenze (particolarmente influenzato dalla figura e dal pensiero di Enzo Paci) Rogers concepiva l’architettura come "sinonimo di vita (…): realizzare un’architettura è ‘presentificare’ il passato e ‘infuturare’ il presente". Citazione tratta da Architettura assurda, articolo apparso su "Casabella-continuità", n.257, novembre 1961.

[7] Tra gli altri Canguilhem, già nel ’43 (nel suo Il normale e il patologico), mette in discussione l’astrazione dei concetti di "media" e di "normalità" in campo medico: non terrebbero in debita considerazione la variabile particolare e soggettiva del vivente, direttamente relazionata all’ambiente in cui vive.

[8] Come sottolinea Augé, Merleau-Ponty, nella sua Fenomenologia della percezione, "distingue uno spazio ‘geometrico’ da uno spazio ‘antropologico’ inteso come spazio ‘esistenziale’, luogo di una esperienza di relazione con il mondo da parte di un essere essenzialmente situato ‘in rapporto ad un ambiente’". Citazione tratta da Augé, M., NonLuoghi - Introduzione a una antropologia della surmodernità, Elèuthera Editrice, 2005, Milano, p.75.

[9] Norberg-Schulz ha scritto: "Il luogo rappresenta quella parte di verità che appartiene all’architettura: esso è la manifestazione concreta dell’abitare dell’uomo, la cui identità dipende dall’appartenenza ai luoghi". Citazione tratta da Norberg-Schulz, C., Genius Loci - Paesaggio, Ambiente, Architettura, Electa Editore, Milano, 2009, p. 6.

[10] Sulle diverse letture dei concetti di spazio e di luogo si veda il IV capitolo Riflessioni sul luogo dello scritto di Giovanni Piana La notte dei lampi - Quattro saggi sulla filosofia dell’immaginazione, Editore Guerini e Associati, Milano, 1988.

[11] A questo proposito sarebbe utile prendere in considerazione i due concetti su cui Norberg-Schulz ha basato le proprie riflessioni in campo architettonico: il concetto di "spazio esistenziale" e di "genius-loci", trattati rispettivamente in Esistenza, spazio, architettura (1971) e in Genius Loci - Paesaggio, ambiente , architettura (il cui sottotitolo originale recita: Towards a phenomenology of architecture, 1979). Con l’espressione "spazio esistenziale" l’autore intende fare riferimento alla relazione tra "spazio" e "carattere" (tra orientamento e identificazione). Dal momento che Norberg-Schulz ritiene che il luogo sia uno spazio dotato di un carattere distintivo, ritengo plausibile tradurre il concetto di "spazio esistenziale" con luogo (come lo intendo io qui). Col concetto di "genius loci" (spirito del luogo), invece, l’autore intende mettere in evidenza che "l’identità dell’uomo presuppone l’identità del luogo" (Norberg-Schulz, op.cit., p.22). Lo spirito del luogo dev’essere parte integrante del progetto di architettura.

[12] "L’architettura é ciò che la natura non può fare" (Louis Kahn).

[13] Heidegger, M., Costruire abitare pensare, in Saggi e discorsi, Milano, Mursia Editore, 2006, p.107.

[14] Ivi, p.108.

[15] Secondo Marc Augé, "se un luogo può definirsi come identitario, relazionale, storico, uno spazio che non può definirsi né identitario né relazionale né storico, definirà un non-luogo". Citazione tratta da Augé, M., op.cit., p.73.

[16] Citazione tratta da Constant, C., From the Virgilian dream to Chandigarh: Le Corbusier and the modern landscape, in AA..VV., Denatured Visions, The Museum of Modern Art, New York, 1991, p.87.

[17] "Occorreva una potente immaginazione scientifica per discernere che nella descrizione dei fenomeni elettrici non sono né le cariche, né le particelle che costituiscono l’essenziale, bensì lo spazio interposto tra cariche e particelle". Citazione tratta da Einstein, A., Infeld, L., L’evoluzione della fisica, Universale scientifica Boringhieri, Torino, 1985, p.255.

[18] Citazione tratta da Foucault, M., Utopie Eterotopie, Edizioni Cronopio, Napoli, 2008, p.12. Secondo Foucault l’eterotopia è una sorta di "contro-spazio", si tratta di una forma di luogo che non appartiene a nessuno spazio. Alcuni esempi di eterotopia a cui si riferisce Foucault sono: il cimitero, il museo, la biblioteca, le prigioni, le fiere, i villaggi vacanza. Quando Augé parla di non-luogo si riferisce, tra gli altri, a club vacanze, aeroporti, grandi magazzini, catene alberghiere.

[19] Come il luogo-comune, il non-luogo ha un principio di verità (lo spazio umano), ma è banalizzato (perde il carattere "esistenziale").

[20] Augé, M., op.cit., p.78.

[21] Si veda a questo proposito il libro di David Harvey La crisi della modernità, Edizione EST, Milano, 1997.

[22] "Soltanto una città può essere abitata; ma non è possibile abitare la città, se essa non si dispone per l’abitare, e cioè non ‘dona’ luoghi. Il luogo è dove sostiamo: è pausa – è analogo al silenzio in una partitura. Non si dà musica senza silenzio. Il territorio post-metropolitano ignora il silenzio; non ci permette di sostare, di ‘raccoglierci’ nell’abitare. Appunto, non conosce, non può conoscere distanze. Le distanze sono il suo nemico". Citazione tratta da Cacciari, M., La città, Pazzini Editore, Villa Verucchio (RN), 2009, p.36

[23] A questo proposito si veda il libro di Vittorio Gregotti Contro la fine dell’architettura, Einaudi Editore, Torino, 2008.

[24] "I precincts [quartieri sorvegliati; zone delimitate e protette], che siano a iperinvestimento o a disinvestimento, centrali o periferici, vecchi o moderni, sono spazi controllati, protetti dalla polizia, in cui si svolge un’attività specifica e da cui gli indesiderabili vengono esclusi". Citazione tratta da "Enclaves" e recinti, di Graham Shane, articolo pubblicato su "Casabella", n.597-598, Gennaio-Febbraio, 1993, p.59.




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