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29.11.2010

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George Steiner
Heidegger 
Garzanti, Milano, 2002,
pp. 197, € 9,50

di Invito alla lettura

a cura di Gianmaria Merenda


George Steiner, nato a Parigi nel 1929, è uno dei più importanti e influenti letterati dei nostri tempi. Ha insegnato in numerose università, e tra le più prestigiose: Princeton, Stanford, Cambridge, Oxford e Ginevra. In questo suo libro su Heidegger (scritto nel 1978) Steiner fornisce una avvincente introduzione al filosofo tedesco. Non essendo un ‘filosofo di professione’ Steiner si preoccupa, fin dall’introduzione, del linguaggio di Heidegger: quindi si impegna in modo professionale sulla filosofia heideggeriana, più di quanto possa fare un approccio più tecnico-filosofico.
Immediatamente siamo messi al cospetto di un dilemma pressoché inestricabile: Heidegger è stato uno dei maestri della filosofia di tutti i tempi o "un ciarlatano prolisso"? Questa domanda nasce dall’accoglienza che gli scritti heideggeriani hanno avuto fin dal loro primo apparire. I fans più accaniti di Heidegger sostengono che il suo filosofare, compreso il personalissimo linguaggio che utilizzò per fare filosofia, è uno degli ultimi esempi di pensiero forte. Un pensiero che, anche solo per essere compreso nel suo semplice dire, richiede un certo impegno e sforzo (ed anche una certa fede). I detrattori più intransigenti invece (pensiamo ad esempio a un Bertrand Russell che nella sua Storia della filosofia occidentale non lo nomina nemmeno) sostengono che Heidegger non ha prodotto nulla di rilevante e quello che ha prodotto lo ha detto in un modo incomprensibile (pensiamo ai glossari che immancabilmente chiudono le edizioni delle sue opere). Steiner, che come abbiamo accennato poco sopra non è un ‘filosofo di professione’, propone una via differente per comprendere il personaggio Heidegger e la sua filosofia. A suo parere, egli fu l’inventore di un linguaggio tutto suo, un 'idioletto', perché doveva poter estrarre dal linguaggio la ricchezza originaria di significato che il tempo aveva sepolto e corrotto; i soliti mezzi filosofici non erano all’altezza del suo proposito. Lo stile di Heidegger, che per i più ha un’intrinseca incapacità al dialogo, è per Steiner l’urgenza fatta cosa della necessità di rallentare e trattenere il lettore al cospetto del linguaggio stesso. Solo in questo suo essere trattenuto, il lettore può essere condotto alla profondità originaria del linguaggio, e quindi dell’essere stesso. Per Steiner, Heidegger è un altro ordine e un’altra dimensione del significato e dell’essere: se potessimo cogliere Heidegger in tutta la sua estensione con un solo colpo d’occhio egli non sarebbe più il filosofo che è stato e avremmo di fatto scavalcato tutta la metafisica occidentale. Quindi, a causa dei nostri limiti intellettuali, attraverso Heidegger e attraverso sua filosofia bisogna passare. Altro aspetto indicato da Steiner: Heidegger è il filosofo del transito e del movimento verso l’Essere, basta leggere i titolo di alcuni sui fondamentali scritti per accorgersene: In cammino verso il linguaggio, Holzwege (Sentieri interrotti nella traduzione italiana), Il sentiero di campagna, Soggiorni. Viaggio in Grecia e Segnavia.
"Martin Heidegger è il grande maestro della meraviglia, l’uomo il cui stupore di fronte al semplice fatto che noi siamo invece di non essere ha posto un luminoso ostacolo sul sentiero dell’ovvio. Suo è il pensiero che rende dimenticabile un’affabile attenzione, anche momentanea, all’esistere. Nella radura del bosco, cui conducono i suoi sentieri circolari, sebbene non la raggiungano, Heidegger ha postulato l’unità di pensiero e poesia; di pensiero, di poesia e dell’atto più alto dell’orgoglio e della celebrazione umana che è il render grazie. Ci sono metafore peggiori con cui vivere" (p. 182).



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