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28.02.2011


Simone de Beauvoir profetessa di donne future.

Un punto di vista pionieristico sulla donna d’oggi a partire da alcune considerazioni su Il secondo sesso

 

 

«[le donne], eredi di un doloroso passato,
vogliono però foggiarsi un avvenire nuovo».  

«La Rivoluzione non so, ma sono certa
che le donne alla lunga vinceranno» 
(S. de Beauvoir)



di Giuseppe Moscati

Affermando a voce alta e coraggiosa che non si nasce donna, bensì che donna lo si diventa, Simone de Beauvoir (Parigi, 1908-1986) ha sicuramente innescato una vera e propria ‘rivoluzione copernicana’ del pensiero occidentale, al pari di quella operata da Immanuel Kant riguardo alla conoscenza e al soggetto conoscente. E del resto la sua tesi è forte e radicale: non si nasce donna in quanto l’essere donna non corrisponde, non può corrispondere semplicemente a un dato di fatto naturale, a un fatto di natura appunto. Essere donna è piuttosto il "risultato di una storia", che insieme è storia collettiva delle donne e storia delle singole donne determinate – questa donna qui e ora – e ognuna irripetibile proprio in quanto essere donna rappresenta un atto libero, che non può e non dev’essere in alcuna maniera condizionato da un qualche destino bio-psicologico della volontà di dominio di turno. [1]
Il secondo sesso è molto netto su questo punto e sul fatto che lo stesso antagonismo uomo/donna non è attribuibile a un dato costitutivo dei loro corpi: leggiamo infatti, tra l’altro, che «nessun destino fisiologico impone al Maschio e alla Femmina come tali una eterna ostilità» [2]. La donna, d’altra parte, non può considerarsi vittima di alcuna "misteriosa fatalità" [3] e non viene certo definita dai suoi ormoni, sostiene energicamente la de Beauvoir, «né da istinti misteriosi, ma dal modo con cui riprende possesso, attraverso le coscienze estranee, del proprio corpo e del proprio rapporto col mondo». [4]
Una tesi, quella della donna che diventa se stessa invece di esserlo già, che torna qua e là in ogni romanzo, in ogni saggio filosofico come pure in ogni scritto autobiografico della de Beauvoir, la cui pagina nasce sempre facendo scandalo, provocando, scuotendo le coscienze soprattutto dei cosiddetti benpensanti. Puntualmente, all’uscita di un suo libro faceva seguito questa o quell’accusa moralistica, fino a parlare addirittura di "opera pornografica" come nel caso del suo capolavoro Il secondo sesso (Le duexième sexe), ampio e intenso saggio del 1949 arrivato in Italia solo dodici anni più tardi (edito da Il Saggiatore). Ma a tale moralismo la de Beauvoir risponde implicitamente già con il suo libro, anche grazie a una fine e tagliente ironia: si rilegga, per esempio, tutta la parte in cui lei ironizza sul concetto di femminilità, che poi altro non è, in definitiva, che lo specchio della percezione e della proiezione operate dal predominio dell’immaginario maschile! Il quale riduce la donna a un altro-dall’uomo, a un non-uomo, in altri termini ad un ‘essere proiettivo’ dell’uomo stesso.
Già con l’introduzione di Il secondo sesso – che sicuramente resta a tutt’oggi una delle principali chiavi interpretative del pensiero femminile contemporaneo nonché dell’immagine/percezione che l’Occidente ha dato e continua ancora a dare dell’identità della donna –, l’autrice francese lanciava un grosso sasso nello stagno della filosofia, o meglio di quella filosofia che ha sempre preteso essere filosofia asessuata e falsamente neutrale. Un lancio che appare in tutta la sua natura di rottura se ricordiamo che Simone nasce e cresce in una famiglia alto-borghese cattolica per approdare poi a quello straordinario rapporto filosofico-esistenziale con Jean-Paul Sartre (conosciuto nel 1929) che l’avrebbe portata non solo a tessere con il filosofo de L’essere e il nulla tutta una serie di intensi scambi e confronti filosofici, ma anche a condividere con lui le principali battaglie politiche di una militanza declinata in chiave anticolonialista e contro le forze del nazifascismo. Una delle differenze più evidenti con Sartre, con il quale comunque non pochi sono stati i momenti conflittuali, è che a differenza di quest’ultimo la de Beauvoir mantiene sempre un atteggiamento ottimistico di fondo, che emerge bene anche dalle stesse pagine de Il secondo sesso. Questo libro, tra l’altro, vede la luce all’indomani del dramma della Seconda guerra mondiale; poi, nel 1953, una volta tradotto nella lingua inglese, avrebbe cominciato a fare il giro del mondo senza più fermarsi, stimolando il sorgere e il diffondersi degli studi di gender [5], tanto in contesti anglosassoni che a latitudini europee.
Nella prima sezione del testo l’essere-donna è letto attraverso il punto di vista delle scienze: queste ultime, argomenta l’autrice, indicano quale sia la realtà materiale della donna, ma non possono pronunciarsi su cosa deve e cosa può essere/diventare una donna. Nella seconda parte è presentato il punto di vista della storia, che – fatta e per giunta anche scritta dagli uomini – finisce per interpretare la donna come una "presenza-assenza" in base ai capricci dell’uomo. Nella terza parte, poi, la donna è vista attraverso i miti antichi e la storia della letteratura; con la quarta parte, invece, il vissuto delle donne è seguito con taglio evolutivo attraversando le varie età della vita, dall’infanzia fino alla vecchiaia passando per i momenti salienti della sua maturazione sessuale. Questo è il percorso narrativo de Il secondo sesso, ma vediamo adesso più da vicino quali sono le implicazioni più importanti di una simile riflessione sulla condizione della donna.
Mettendo con forza in dubbio la pretesa di certi autori della tradizione filosofica occidentale (ma in verità anche di molti suoi contemporanei) di avere a che fare con la filosofia asessuata di cui dicevo, la sua pagina arriva a turbare fortemente le acque placide di un simile pensiero ‘piano’ o, meglio, ‘appianato’: il "genere" assume per la prima volta rilevanza filosofica. Stiamo parlando di oltre sessant’anni fa. Da allora tanto è stato fatto ed è stato detto, le discussioni si sono moltiplicate e non sono mancate certo le polemiche, anche interne al movimento femminista, con conseguenti spaccature, revisioni, oltrepassamenti, qualche critica fine a se stessa…[6]
Ma la voce di Simone de Beauvoir rimane ancora un faro: la stessa belga Luce Irigaray (Blaton, 1930), che pure con lei ha avuto più di un motivo di contrasto, nel 1992 con il suo Io tu noi. Per una cultura della differenza non ha potuto non riconoscere all’opera della de Beauvoir questa sorta di maternità di pensiero. Proprio ricordando il potere fortemente rivoluzionario delle pagine de Il secondo sesso, Luce Irigaray così si esprime: «Simone de Beauvoir è stata fra le prime […] a puntare il dito sullo sfruttamento delle donne e ad incoraggiare ogni donna che ha avuto la fortuna di conoscere il suo libro a sentirsi meno sola e più decisa a non sottomettersi e a non lasciarsi turlupinare».[7] E subito dopo si chiede: «Ma che cosa faceva Simone de Beauvoir? Raccontava la sua vita, con il supporto di notizie scientifiche. Non ha mai smesso di raccontare la sua vita, con coraggio, in ogni sua tappa». [8] Il lavoro di Simone de Beauvoir, però, dev’essere continuato come sforzo teorico e allo stesso tempo come prassi di vita, ispirati l’uno e l’altra a un’idea di giustizia sociale che sappia coniugare – per ricorrere a una felice espressione di Aldo Capitini – il massimo di libertà con il massimo di socialità. Ecco il cuore dell’"orizzonte di liberazione" che la stessa Irigaray sottolinea dell’opera della sua maestra: è il socialismo delle parità, dei pari diritti, delle pari opportunità e delle pari responsabilità. Ma a tale liberazione proprio e solamente le donne devono lavorare in maniera collettiva. [9]
Nel mentre confeziona una magistrale disamina storica della condizione femminile, la "progressista" Simone de Beauvoir osserva che la donna ha assunto acriticamente su di sé, sul proprio corpo e sulla propria pelle il ruolo di "seconda", di "secondo sesso" appunto, rispetto al ruolo di prim’attore del maschio. Il potere maschile che deriva da tale condizione di subalternità-inferiorità femminile, complice questa specie di accondiscendenza di una buona parte del pensare e del fare delle donne (da cui la colpa morale di queste ultime), è in realtà un dominio a tutti gli effetti; e qui si dovrebbe aprire tutto un capitolo teso a precisare le differenze specifiche e sostanziali tra potere e dominio. La supremazia del maschio si fa forte di una strutturazione sociale che impone alle donne solo ed esclusivamente determinati ruoli, e s’intende qui ruoli sociali e ruoli familiari. È più che mai urgente che le donne – insiste la de Beauvoir – prendano consapevolezza della differenza biologico-corporea, ma anche socio-economica e psichica che le costituisce, senza farne ovviamente un mero dato di fatto, da constatare e subire passivamente, ma da interpretare in chiave attiva e creativa. La donna, in un certo senso, deve ricondurre la differenza socio-familiare a differenza biologico-sessuale. È questo l’atto di nascita della prima concezione, chiara e distinta, di differenza biologico-sessuale di tutta la storia del pensiero, che poi equivale di fatto alla prima vera e propria elaborazione teorica per un maturo cammino di liberazione della donna. Qui liberazione, però, va intesa insieme come emancipazione materiale, anche economica, e come autonomizzazione della facoltà di pensare, elaborare, immaginare; non a caso, diciamo ancora con Il secondo sesso, «la nostra mancanza di immaginazione impoverisce sempre l’avvenire».[10]
Rimane ben inteso che parliamo sempre della singola donna determinata dell’hic et nunc, considerando che sarebbe impensabile parlare della donna in generale (lo stesso vale per l’uomo eterno) e che «sono oziosi tutti i confronti con cui si cerca di stabilire se la donna è superiore, inferiore o uguale all’uomo: le loro situazioni sono profondamente diverse».[11]
Per altro verso, poi, la de Beauvoir muove decise critiche contro la posizione delle mistiche, viste come soggetti operanti una cesura tra se stesse e il mondo, tra la propria individualità e quelle degli altri. Per lei, invece, è necessario fare uno sforzo di riavvicinamento della sfera privata a quella pubblica in modo che la questione dell’individualità e dell’irripetibilità del singolo possa tornare davvero risorsa preziosa per la condivisione politica di un bene comune, verso cui esprimere la propria partecipazione. Anche in questo senso la prospettiva filosofico-sociale della de Beauvoir credo abbia molto da suggerirci, in questa nostra epoca di quasi totale latitanza della partecipazione e di quasi totale assenza di luoghi-opportunità per partecipare. E dunque la categoria della differenza, attraverso l’idea della irripetibilità di ogni individuo oltre che attraverso la considerazione del molteplice e del diverso e dell’altro nella sua reale autonomia, ci permette di problematizzare l’identità e di conquistare una fuoriuscita dalla gabbia della logica del riconoscimento. Possiamo così comprendere appieno la cifra dialettica del rapporto tra diversità ed eguaglianza («coloro che parlano tanto di "eguaglianza nella differenza" non possono non concedermi che possano esistere differenze nell’eguaglianza» [12]), ma non solo: possiamo anche dedicare la giusta attenzione alla questione del potere di cui dicevamo.
Parlare della de Beauvoir, inoltre, è anche confrontarsi con tutta una serie di categorie e scuole e correnti filosofiche: accanto a lei ci sono il già ricordato Sartre e l’esistenzialismo, tutta la critica all’idealismo hegeliano, il materialismo nelle sue varie sfumature, i contributi delle scienze (biologia in primis), la psicoanalisi, la riflessione socio-antropologica… Al fondo rimane la necessità di ripensare le categorie filosofiche assunte dalla cultura cosiddetta ufficiale, che meglio faremmo a chiamare con il suo vero nome: quello di pensiero unico, quindi pensiero dominante nel senso di pensiero che esercita un dominio sulle varie forme possibili di dissenso. Tale necessità comporta, per esempio, il «ridefinire l’uguaglianza – lo diciamo con Anna Rossi-Doria – in modo che non significhi che tutti sono identici, e la differenza in modo che non significhi gerarchia, come invece ha per lungo tempo significato nella tradizione del pensiero occidentale» [13]. Lo ha significato almeno fino a Simone de Beauvoir, aggiungiamo noi.
L’elemento pionieristico che maggiormente balza agli occhi del lettore è con ogni probabilità, più che quello di una base teorica del femminismo, un vero e proprio atto di denuncia che riapre coraggiosamente una questio solo apparentemente chiusa in maniera ermetica da secoli di dominio culturale esercitato dal pensiero maschile: è la denuncia dell’io dell’in sé e per sé. Ma allora scopriamo che il messaggio profetico, laicamente profetico, di Simone de Beauvoir è rivolto sì alle donne, perché infine smettano di accogliere più o meno tacitamente quelli che definirei ‘i soprusi di pensiero’, ma al contempo anche agli uomini. Sì, agli uomini perché finalmente si facciano capaci di rivedere alla radice la realtà a loro più prossima, vale a dire quel pensiero "im-mediato" nel quale sono nati e all’interno del quale, spesso, si muovono con poca consapevolezza e lucidità poiché imbrigliati nella tendenza a produrre stereotipi ed etichette. Ovvero a produrre quanto poi passa nella morale e nell’educazione imposte alle donne: parlando in particolare dell’educazione, la de Beauvoir contesta che essa, congiurando continuamente per sbarrare alla donna la strada della ribellione e dell’avventura, non le insegna mai la necessità, in realtà imprescindibile per un cammino di autentica liberazione, di assumere su di sé la propria esistenza. [14] 
Anche per attribuire l’importanza che merita la questione dell’attualità delle basi teoriche che la nostra autrice ha posto, mi pare opportuno ricordare che di recente Franco La Cecla è ripartito proprio dalla de Beauvoir tornando anche lui a chiedersi, nel suo saggio intitolato Modi bruschi [15], come mai a un uomo non viene da scrivere un libro sull’essere maschio. Anche La Cecla, debeauvoirianamente, conclude che maschi e femmine non si nasce, ma si diventa. In virtù di questo, allora, siamo chiamati a contestare ancora una volta la tradizione di pensiero che, omologante e facente eco all’assetto della società moderno-capitalistica, pretende quella coincidenza di homo e vir in base alla quale l’humanitas diventerebbe un quid di esclusiva competenza maschile. Con tutte le perniciose conseguenze che bene si possono immaginare: la donna da riportare nell’alveo dell’esistenza e del pensiero maschili; il diverso da medicalizzare; l’altro e l’alterità da colonizzare e/o assorbire al sé medesimo, quindi in un modo o nell’altro sempre alienati; l’omosessualità non solo da condannare, ma anche da monitorare (Michel Foucault ironizzava sull’invenzione dell’omosessualità come "categoria psichiatrico-poliziesca") e così via.
Sempre per rimanere all’interno di un discorso sull’attualità di Simone de Beauvoir, va ricordato anche che tale attualità è confermata dai più recenti studi psico-sociali. Ha scritto per esempio di recente Roberta Giommi che «se non siamo attenti alla differenza di genere diventa difficile saper interpretare gli eventi e dare le indicazioni per il cambiamento. […] maschi e femmine pensano e agiscono in modo diverso e questo è sempre alla base dei conflitti e delle incomprensioni» [16]. Notando che la storia delle donne è segnata da significativi "eventi di rottura" che richiedono una costante attenzione al rapporto corpo-psiche (mestruazione, scoperta del sesso, gravidanza, parto, post-partum, menopausa…), la studiosa arriva a concludere che, se trascuriamo appunto l’elemento della differenza, «se stabiliamo solo un percorso neutro, non riusciremo mai a capire davvero i problemi e le loro diverse cause» [17].
Quel grosso sasso che Simone de Beauvoir ha lanciato nello stagno della riflessione filosofica, insomma, a distanza di oltre sessant’anni sta ancora propagando innumerevoli cerchi concentrici in quelle acque che cristalline proprio non lo sono.


                                                                                           Giuseppe Moscati

Note:

[1] Si rilegga in tal senso anche l’Intervista a Simone de Beauvoir di Jean-Louis Servan-Schreiber ("Il Mondo" 10 maggio 1975).
[2] S. de Beauvoir, Il secondo sesso, prefaz. di J. Kristeva, Il Saggiatore 2008, p. 687. Poco più avanti leggiamo anche che nessuna anatomia può dettare legge circa la lotta tra i sessi (cfr. ivi, p. 688).
[3] Cfr. ivi, p. 696.
[4] Ivi, p. 694.
[5] Tra gli altri, da vedere lo studio che Flavia Monceri ha di recente dedicato all’Oltre l’identità sessuale. Teorie queer e corpi transgender, Ets, Pisa 2010.
[6] Per un quadro generale si tenga presente F. Restaino - A. Cavarero, Le filosofie femministe, Mondadori, Milano 2002; per una lettura critica de Il secondo sesso, cfr. P. Tomacelli, La donna donna. Lettura critica del Secondo sesso di S. de Beauvoir, Iulm, Milano 1988.
[7] L. Irigaray, Io tu noi. Per una cultura della differenza, Bollati Boringhieri, Torino 2004, p. 9. La de Beauvoir aveva scritto che, se «l’uomo è roso dal pensiero di mostrarsi maschio, importante, superiore; recita una commedia perché una uguale commedia sia recitata per lui» (S. de Beauvoir, Il secondo sesso, cit., p. 690), alla donna «in cambio della sua libertà le si è fatto dono degli innumerevoli tesori della sua "femminilità"» (ibidem).
[8] Ibidem.
[9] Cfr. per es., S. de Beauvoir, Il secondo sesso, cit., p. 605, ma anche p. 694, dove si parla di "evoluzione collettiva".
[10] Ivi, p. 698.
[11] Ivi, p. 604.
[12] Ivi, p. 698.
[13] A. Rossi-Doria, Le donne nella modernità, Pazzini Editore, Villa Verrucchio (Rn) 2007, p. 7.
[14] Cfr. S. de Beauvoir, Il secondo sesso, cit., p. 691 e p. 695. Assumere su se stessa la propria esistenza equivale, per ogni donna, alla possibilità di reale superamento della condizione di essere altro esistente solo per volontà (ancora una volta volontà di dominio) del sedicente "primo sesso" (cfr. ivi, p. 699).
[15] Cfr. F. La Cecla, Modi bruschi. Antropologia del maschio, prefaz. di F. Gardaphé, Elèuthera, Milano 2010.
[16] R. Giommi, Anche nella psicoterapia l’individualità femminile va individuata e compresa, La Repubblica 15 giugno 2010.
[17] Ibidem. Ancora sull’attualità della de Beauvoir: cfr. P. Capriolo, De Beauvoir, l’utopia che non fallì, Corriere della sera 8 gennaio 2008, che tra l’altro definisce Il secondo sesso come una sorta di "Bibbia delle donne".


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