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12.04.2011
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Kurt Gödel
Scritti scelti 1933-1934
a cura di Gabriele Lolli
Torino, Bollati Boringhieri, 2011
pp. 307, € 13,00
ISBN 978-88-339-2204-1

di Invito alla lettura

a cura di Gianmaria Merenda

Abbiamo già incontrato in queste pagine la figura di Kurt Gödel con l’invito alla lettura a ‘I demoni di Gödel. Logica e follia’ di Pierre Cassou-Noguès.
(http://www.criticaminore.it/pages/articoli.aspx?item_id=168)
In quel testo era sviluppato un aspetto della vita di Gödel: la sua malattia mentale. È ovvio che quello che è considerato tra i più grandi logici di tutta la storia, certamente del XX secolo, non possa essere semplicemente ridotto ad un aspetto, seppur importante, della sua personalità (come d’altronde non faceva Cassou-Nougès). Certo, l’estrema astrazione che la logica richiede può aver catalizzato alcune debolezze della personalità di Gödel verso l’insanità mentale, ma, non v’è dubbio che la produzione scientifica di Gödel sia di un livello estremamente elevato: in una parola, di portata storica. Il libro uscito da poco per i tipi della Bollati Boringhieri, casa editrice che pubblica le Opere di Gödel, è un estratto filosofico del ben più corposo materiale logico. Gödel ebbe a dire che la logica negli ultimi duemila anni aveva perso per strada la necessaria componente della filosofia, per affidarsi quasi esclusivamente alla matematica: a suo dire, un ritorno alla filosofia avrebbe avuto un effetto benefico non solo per la logica ma anche per altri campi della scienza.
Il testo è composto da una avvertenza editoriale a cura di Gabriele Lolli (docente di filosofia della matematica alla Scuola Normale Superiore di Pisa), da una biografia e da una cronologia delle pubblicazioni di Gödel, a cui seguono gli otto scritti filosofici. Ogni scritto è corredato da una nota introduttiva che contestualizza lo scritto, nella sua propria vicissitudine editoriale, l’argomento discusso ed eventualmente, i possibili sviluppi che quello scritto può produrre. Tra gli otto scritti che compongono questa collezione ci sentiamo di suggerire apertamente Alcune osservazioni sulla relazione tra la teoria della relatività e la filosofia kantiana (pp. 85-143).
Secondo lo stesso Gödel il confronto tra la filosofia kantiana e la teoria della relatività di Albert Einstein avrebbe prodotto sviluppi anche nel mondo della fisica e non solo in ambito filosofico. Lo scritto è presentato in due redazioni che permettono di vedere come il logico lavorava. Da tenere in considerazione che l’articolo definitivo, quello pubblicato, non è una elaborazione delle due stesure, ma è un nuovo scritto che prende degli spunti da queste. Gödel nel testo, in cui per prima cosa precisa di "non essere un seguace della filosofia di Kant in generale" (p. 114), vuole porre il suo sguardo sul fatto che la teoria della relatività fornisca delle conferme sulla dottrina kantiana. Punto di partenza il tempo che, in Kant, esiste in senso relativo; il tempo esiste in quanto intuizione sensibile di un soggetto percipiente, così come nella teoria della relatività, il tempo è appartenente a un ‘possibile osservatore’. Il tempo, in Kant, definisce in modo netto la relatività che il soggetto percipiente ha con le cose che lo circondano. La mera apparenza della ‘cosa in sé’ diventa intuizione sensibile proprio grazie al rapporto relativo che può stabilire con il soggetto: in questo rapporto, per utilizzare dei termini che non sono kantiani, il soggetto può vedere il mondo nel suo essere nel tempo, può elevarsi dal semplice subire il mondo come apparizione di apparenze irrelate. Gödel specifica: "noi determiniamo le posizioni spaziali e temporali e le proprietà degli oggetti per mezzo di regole ben definite sulla base delle nostre sensazioni e le sensazioni sono causate da azioni delle cose su di noi, che non hanno nulla a che fare con la nostra attività cognitiva. Quindi, in generale, differenze nello stato oggettivo delle cose devono corrispondere alle differenze nelle proprietà spaziali o temporali" (p. 116).
Se ciò che possiamo definire ‘tempo’ è in relazione con l’osservatore (e solo nel momento in cui l’osservatore è sotto l’azione sensibile della cosa in sé) bisogna anche affermare che il tempo "non ha né la struttura di un ordine lineare né il carattere di flusso o di ammissione di cambiamento" (p. 120); in poche parole, non ha più le caratteristiche che lo definiscono tempo nel senso ordinario della parola.
Questa relazione tra il tempo e il soggetto percipiente è lo scarto di maggior importanza tra la filosofia kantiana e la teoria della relatività. Per Gödel il problema principale sta nel modo in cui Kant pensa a come la scienza naturale definisce il mondo che ci circonda. La descrizione del mondo è espressa in modo che "debba necessariamente mantenere le forme della nostra percezione sensoriale e che non possa fare altro che instaurare relazioni tra fenomeni all’interno di questo quadro" (p. 128). È qui che, per Gödel, si separa la scienza moderna da quella newtoniana. La scienza newtoniana può ancora essere espressa con un linguaggio ‘da laboratorio’ che è solo una versione raffinata di quella descrizione che anche nell’antichità si poteva dare del mondo: è una scienza che ha ancora una certa idea di naturalità del mondo. La scienza che si esprime, dopo la formulazione della relatività, è una scienza sempre più teorica: "Senza dubbio l’ultima cosa che Kant avrebbe voluto sostenere era che fossa possibile uno scavalcamento del mondo dei fenomeni, sulla base di conclusioni tratte da esperimenti. Ma a questo proposito deve essere notato che, in perfetto accordo con Kant, non sono i risultati osservabili in sé che ci costringono ad abbandonare il tempo e lo spazio newtoniani come realtà oggettive, ma solo i risultati osservativi accoppiati con alcuni principi generali, in particolare il principio che due stati di cose che non possono essere distinti mediante osservazioni sono anche oggettivamente uguali. Come osservazione generale, si può dire che la teoria della relatività (specialmente la relatività generale) deve la sua origine, forse più di ogni altra teoria fisica, alla applicazione di alcuni principi e idee molto generali, e, in massima parte, solo in un secondo momento è stata verificata con l’esperienza" (p. 143).

Gödel in questo suo scritto riporta alla scienza, nella sua espressione più innovatrice, la filosofia. Egli ci fa notare gli scarti che la scienza, con il suo nuovo modo di ‘vedere’ il mondo, ha nei confronti della filosofia. Ma, ci fa anche vedere che questi scarti non sono così assoluti. Probabilmente l’intento maggiore di questo scritto è quello di far comprendere quanto la scienza possa ancora mantenere una linea di continuità con il pensiero filosofico e che con questa continuità la scienza possa mantenere uno sguardo sul mondo ancora collegato al mondo, al suo apparire a noi: l’astrattezza della scienza moderna, della fisica teoretica, appare così meno distante.   


                                                                                            Gianmaria Merenda


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