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15.04.2011
J.L. Austin. Dalla fallacia descrittivistica alla fallacia performativa.
di Paola Chiarella

1. Note introduttive.

Per lungo tempo, nel quadro delle elaborazioni filosofiche, si è ritenuto che il compito del linguaggio fosse essenzialmente quello di descrivere determinati stati di cose presenti in natura e che l’uso della parola fosse connaturato ad attività meramente rappresentative o ricognitive di fatti accaduti. In linea di principio, infatti, alle parole non veniva ricondotto alcun potere fattivo e tra il dire un qualcosa e poi l’agire, si riteneva esistente una soluzione di continuità, un salto logico oltre che pratico, sicché solo l’azione avrebbe permesso di concretizzare ciò che le parole attestavano. Tale orientamento asserzionale del linguaggio viene disertato nel momento in cui si acquista la consapevolezza della capacità degli enunciati linguistici di modificare e porre in essere nuovi stati di cose e non soltanto, quindi, di descrivere una certa dimensione della realtà.
Tra coloro che presero parte in modo significativo al rovesciamento del tradizionale paradigma del linguaggio e all’individuazione della fallacia dell’argomentazione descrittivistica, John L. Austin è stato certamente il filosofo più rappresentativo, avendo per primo usato il termine di «atto linguistico» nel corso delle sue lezioni tenute ad Oxford e ad Harvard nel secondo dopoguerra, con il proposito di porre al centro della sua riflessione filosofica la funzione creativa e di "prestazione" del linguaggio.
Austin si inserisce nel solco della filosofia analitica inglese che aveva riservato a tali riflessioni sul linguaggio un ruolo centrale e che, a partire degli anni ’40 del secolo passato, grazie anche alle tesi dell’ultimo Wittgenstein, di Ryle e dello stesso Austin, attenua l’interesse per i perfetti tecnicismi del linguaggio (di natura logico-simbolico-matematica), per concedere molto spazio alla «filosofia del linguaggio ordinario» che si concentra sostanzialmente sugli usi del linguaggio comune [1]. In tal modo si ripuda l’aspetto astratto, artificioso e asettico della linguistica e si valorizza quello essenzialmente pragmatico.
In tal senso, secondo Austin esistono, infatti, "cose" che si fanno solamente pronunciando determinate "parole", in contesti e circostanze particolari (o più semplicemente dicendo ciò che si fa) e, per dimostrare ciò, introduce il concetto di "atto linguistico", quale il solido fondamento su cui si erge tutta la sua costruzione teoretica espressa e compendiata nell’opera Come fare cose con le parole [2] che sviluppa la sua tesi di fondo in base alla quale ogni dire è nello stesso tempo anche un fare. [3]  

2. I diversi usi del linguaggio. La distinzione tra constativi e performativi.

Il punto di partenza di J.L. Austin è dato dalla distinzione tra enunciati «constativi» e «performativi» che corrisponde invero ed ingloba tutta la prima fase del suo pensiero.
Gli enunciati constativi sono quelle espressioni caratterizzate dalla funzione di descrivere, di trasmettere informazioni e, quindi, di far conoscere determinate realtà. Le loro caratteristiche peculiari sono date dal fatto di poter essere giudicati in termini di verità o falsità (effettuando un controllo sul mondo esterno che essi intendono descrivere) e dalla circostanza che essi non apportano alcuna modifica nel mondo dei fatti. [4]
Gli enunciati performativi invece rappresentano i casi in cui «dire» qualcosa equivale a «fare» qualcosa. Il termine performativo è un neologismo creato da Austin per rendere chiara l’idea che gli enunciati che portano questo nome hanno caratteristiche ed efficacia diverse dagli enunciati meramente descrittivi (o constativi). Tuttavia che la parola avesse potere creativo era un dato noto anche nel mondo antico. Nella Roma arcaica si soleva collegare alle parole e alle formule la capacità di creare «vincoli, poteri e qualità che erano sentiti non solo come convenzionali (…), ma come reali, ancorché sovrasensibili» [5]. Si pensi alla mancipatio attraverso la quale un soggetto acquistava uno schiavo pronunciando questa frase: «Affermo che questo schiavo è mio secondo il diritto dei Quiriti. Di conseguenza ecco ti ho imposto la bacchetta» [6]. Dopo il proferimento di queste parole l’acquirente gettava sulla bilancia un pezzo di bronzo, e così acquistava la proprietà dello schiavo, sicché tra questi e il suo padrone si creava un vincolo di schiavitù invisibile, ma al contempo molto forte giacché la vita dello schiavo era nelle mani del suo padrone. Anche nelle Sacre Scritture, vi è l’espresso riconoscimento della potenza creatrice della Parola. Nel Vangelo di Giovanni ad esempio si legge che tutte le cose esistenti nel mondo «sono state fatte attraverso di Lei, e senza di Lei nessuna delle cose fatte è stata fatta» [7]; l’importanza della parola viene riconosciuta anche nella cerimonia di investitura del Re Salomone, essendo prescritto il proferimento da parte del popolo al suono della tromba delle parole «Viva il Re Salomone», come elemento perfezionante la cerimoniale regale [8].
Austin, dunque, eredita tale consapevolezza del potere creativo della parola e tal fine introduce il concetto di enunciato performativo [9].
Sebbene talvolta i performativi possono essere in apparenza confusi con gli enunciati constativi, tuttavia essi non descrivono alcunché, non sono veri o falsi, non sono resoconti di fatti accaduti, ma la loro enunciazione è l’esecuzione stessa di un’azione che "peraltro non verrebbe normalmente descritta come, o come «soltanto» dire qualcosa" [10].
Per Austin i fattori che hanno contribuito a concludere felicemente questa grande rivoluzione filosofica sono stati il movimento «verificazionista» e quello dei «diversi usi del linguaggio» i quali hanno messo in luce il fatto che non ogni frase è usata per fare asserzioni, poiché vi possono essere in primo luogo enunciati «privi di senso» e poi anche altri tipi di enunciati che non possono essere verificati come veri o falsi in quanto ad essi si ricorre per fare delle domande, delle esclamazioni, o per emanare degli ordini, per esprimere dei desideri e delle concessioni [11].
Tra i diversi usi del linguaggio rientra dunque a pieno titolo anche quello performativo. Alcuni esempi varranno a coglierne la particolarità:
«Sì (prendo questa donna come mia legittima sposa)» - nel corso di una cerimonia nuziale; «Battezzo questa nave Stella del Sud» - pronunciato quando si rompe la bottiglia contro la prua;
«Scommetto un dollaro che il cavallo Varenne vincerà la corsa»;
«La dichiaro Dottore in Giurisprudenza» - nel corso di una seduta di laurea;
«Prometto di pagare il mio debito».
Gli enunciati appena formulati non hanno descritto nulla e non possono essere dichiarati veri o falsi, ma hanno piuttosto fatto qualcosa ed in particolare attraverso essi si è eseguito un battesimo, una scommessa, una promessa, dicendo semplicemente: «Battezzo», «Scommetto», «Prometto», ovvero dicendo ciò che si sta facendo.
Da ciò si ricava dunque che il proferimento di certe parole in determinati contesti non è un mero flatus vocis, una semplice emissione di fiato con finalità rappresentative, quanto il momento in cui si fa qualcosa e si produce una modifica sul mondo esterno.
Nel primo caso ad esempio, in presenza anche di altri elementi, si acquista lo stato civile di coniuge che apporta nella sfera giuridica della persona una serie di diritti e doveri, nel secondo si dà un nome ad una nave alla quale da quel momento in poi ci si riferirà con quel termine nei registri navali, nel terzo caso si è fatta una scommessa con le conseguenze che da essa derivano e nel quarto si è attribuito allo studente in giurisprudenza il titolo di Dottore.
Gli enunciati performativi presentano una particolare struttura grammaticale in quanto sono resi mediante l’uso della prima persona del presente indicativo attivo, come si può evincere dagli esempi sopra riportati «Io battezzo, io scommetto, io prometto». In questi verbi c’è per Austin una caratteristica asimmetria tra l’uso della prima persona singolare del presente indicativo attivo e l’uso di altre persone e tempi verbali, poiché mentre affermare «Io battezzo» è un performativo, dichiarare «Egli battezza» o «Io ho battezzato» sono enunciati meramente descrittivi di un evento [12].
Nella formula verbale di questi enunciati vi è normalmente il riferimento alla persona che effettua l’enunciazione e quindi l’azione ma, ci possono essere casi in cui tale riferimento espresso non sussiste e, tuttavia, si è ugualmente in presenza di enunciati performativi. Allora l’«io» che compie l’azione rientra così indirettamente nella scena attraverso due modi:
a) Negli enunciati verbali, per mezzo della circostanza che è la persona che effettua l’enunciazione. La regola che se ne ricava è che «qualunque enunciato che sia di fatto un performativo dovrebbe poter essere ridotto, o sviluppato, o analizzato, o riprodotto in una formula che ha un verbo alla prima persona singolare del presente indicativo attivo» [13]. Per esempio l’espressione «Colpevole» in cui non c’è il riferimento espresso del soggetto è un performativo definito da Austin «primario» e che può essere reso in una forma che ha un verbo alla prima persona singolare quale «Io ti dichiaro colpevole» che è un performativo «esplicito».
b) Nelle enunciazioni scritte mediante il fatto che egli appone la sua firma [14]. Questo è il genere di performativo che compare nei documenti ufficiali accompagnati normalmente dalla formula «con il presente atto».
Altri enunciati performativi possono essere resi in occasioni formali, anche alla seconda o alla terza persona (singolare o plurale) e il verbo nella voce passiva [15]; ad esempio «I signori pazienti sono pregati di rispettare la fila».

3. Le condizioni di felicità dei performativi.

Gli enunciati performativi che non possono essere dichiarati veri o falsi devono tuttavia rispondere ad altri criteri di giudizio che sono quelli che Austin definisce «le condizioni di felicità» dei performativi.
Alcuni esempi di performativi infelici varranno a rendere più chiaro il concetto di felicità. Se ad esempio gli sposi pronunciassero il loro «sì» davanti ad un attore vestito da sacerdote, il loro enunciato non sarebbe falso ma infelice, come accadrebbe se uno dei due coniugi dicesse «no» dinnanzi ad un vero sacerdote. Si giungerebbe allo stesso risultato anche se un soggetto dicesse ad un suo amico che lo ha invitato al suo matrimonio: «Prometto di venire» quando invece non ha alcuna intenzione di farlo e di fatto poi non ci andrà.
Appare evidente allora che contestualmente al proferimento dei performativi devono essere rispettate determinate procedure e devono altresì ricorrere delle particolari condizioni affinché l’azione performativa sia portata felicemente a termine. Il parametro della verità che si riconduce ad enunciati constativi viene sostituito da Austin col parametro di felicità nell’ambito dei performativi, che altro non è, se non un parametro di correttezza degli enunciati stessi [16].
La verità, tuttavia, non è completamente priva di operatività con riguardo agli enunciati performativi, poiché il filosofo afferma che in un certo qual senso il proferimento di un performativo implica che comunque certe cose siano vere e non false.
In tal senso, Austin utilizza il concetto di implicazione materiale per esprimere il nesso tra i performativi ed il giudizio di verità, poiché essa è uno degli operatori utilizzati nella logica preposizionale e corrisponde all’espressione: «Se (A), allora (B)».
Austin, al proposito, afferma che dire ad esempio: «Prendo questa donna come mia legittima sposa» implica la verità del non esser già sposato con moglie viva, sana, non divorziata e, quindi, non la verità del performativo in sé, quanto piuttosto la verità di altri elementi che ad esso sono logicamente connessi. Resta perciò, sostiene Austin, che implicare la verità di qualcosa è ben diverso dall’affermare la verità di qualcosa [17]. Con riguardo al contenuto tipico dei performativi, invece Austin presenta sei regole sulla «felicità».
Le prime quattro regole (A e B) costituiscono la categoria dei «colpi a vuoto», le ultime due (Γ) quella degli «abusi». Secondo Austin:
(A.1) «Deve esistere una procedura convenzionale accettata avente un certo effetto convenzionale, procedura che deve includere l’atto di pronunciare certe parole da parte di certe persone in certe circostanze, e inoltre,
(A.2) le particolari persone e circostanze in un dato caso devono essere appropriate per il richiamarsi alla particolare procedura cui ci si richiama» [18].
La prima regola richiede l’esistenza di una convenzione e che tale convenzione sia accettata, la seconda regola esige che le circostanze in cui ci appelliamo a quella procedura devono essere adeguate a quell’appello.
Se ad esempio un padre dicesse rivolgendosi al figlio: «Io ti disconosco», il proferimento di tale enunciato sarebbe nullo e non produrrebbe alcun effetto poiché la procedura a cui il padre si è rifatto non è quella convenzionalmente accettata per portare a termine il proposito in questione, essendo a tal fine necessario il rispetto dei modi e termini previsti dal codice civile agli artt. 235, 244-247, per portare fruttuosamente a termine l’azione di disconoscimento.
Oppure con riferimento alla seconda regola che esige l’appropriatezza delle persone e delle circostanze si può portare come esempio, il noto episodio di Caligola che nominò console il suo cavallo. In questo caso l’oggetto non era adeguato alla procedura di nomina a cui Caligola si appellava.
Le infelicità del tipo A sono definite da Austin «Invocazioni indebite» [19], dal momento che ci si richiama ad una procedura che non esiste o che è stata applicata in modo scorretto e l’atto è un «atto non riconosciuto». In particolare poi le fattispecie (A.2) prendono il nome di Applicazioni indebite [20].
Inoltre rientrano tra le prime quattro anche quelle in base alle quali:
(B.1) «la procedura deve essere eseguita da tutti i partecipanti sia correttamente che
(B.2) completamente».
In mancanza di questi presupposti si verificano le c.d. «Esecuzioni improprie» [21], che rendono l’atto «viziato». I casi sub B.1 prendono il nome di Difetti e i casi sub B.2 di Lacune.
Per concludere sulle infelicità vediamo le ultime due regole:
(Γ.1) «Laddove, come spesso avviene, la procedura sia destinata all’impiego da parte di persone aventi certi pensieri o sentimenti, o all’inaugurazione di un certo comportamento consequenziale da parte di qualcuno dei partecipanti, allora una persona che partecipa e quindi si richiama alla procedura deve di fatto avere quei pensieri o sentimenti, e i partecipanti devono avere intenzioni di comportarsi in tal modo, e inoltre (Γ.2) devono in seguito comportarsi effettivamente in tal modo» [22].
Da queste sei regole ricaviamo che se un enunciato non rispetta una o più delle condizioni sub A e B rappresenta un atto preteso, ma nullo o inefficace, in quanto «la procedura cui abbiamo la pretesa di richiamarci non è riconosciuta o è male eseguita» e l’atto in questione potrebbe essere considerato come una sorta di tentativo [23]. Mentre, se un enunciato è riconducibile alla categoria degli abusi ne deriva che l’atto è stato compiuto, «benché il compierlo in simili circostanze, come quando siamo, ad esempio, insinceri, costituisca un abuso della «procedura» [24], e un atto siffatto può essere considerato un atto ostentato, vacuo (o non completato o non consumato).
Alla luce delle suddette distinzioni, Austin «ripristina una teoria del linguaggio fondata su procedure o regole e, dunque, non risolvibile in una serie disordinata o pure solo statisticamente regolare di usi linguistici individuali, privi di criteri interni di correttezza e di controllo» [25]. Ciò verrà reso ancora più evidente nel momento in cui il filosofo introduce all’interno dell’atto linguistico la distinzione tra atto «locutorio», «illocutorio» e «perlocutorio».   

4. Revisione dell’originaria distinzione tra dire e fare.

Le lezioni di Austin tenute ad Harward e ad Oxford rappresentano una sorta di work in progress all’interno del suo laboratorio privato [26], come tale immune dall’ansia di cartesiane certezze e suscettibile non solo di specificazioni e modifiche, ma anche di ripensamenti e smentite.
A quest’ultimo risultato Austin giunge nel momento in cui ritiene di dover abbandonare la distinzione iniziale tra dire qualcosa e fare qualcosa per reimpostare il problema in modo nuovo e giungere alla sua tesi conclusiva, secondo la quale ogni dire è allo stesso tempo un fare (che inaugura la seconda parte del suo pensiero). Il binomio constativo/performativo non soddisfa più il filosofo ad un certo punto dell’elaborazione e questa distinzione non gli appare poi tanto chiara come all’inizio della sua indagine filosofica.
Il negare la distinzione sussistente tra constativi e performativi è apparsa ad alcuni filosofi, quale ad esempio Alf Ross, la mossa più corretta per abbandonare una differenziazione tanto insensata quanto lo è quella tra mucche e animali [27]. Austin infatti aveva avuto cura di precisare che la distinzione in questione si disponeva come quella tra fare qualcosa e riferire qualcosa, ma ad una mossa del genere il realista scandinavo lo sfidava allora a chiedere a un cronista di professione se, riferendo qualcosa, in realtà egli non facesse nulla [28].
Giunto, dunque, alla conclusione che dire qualcosa e fare qualcosa non si escludono reciprocamente, Austin ritiene di dover indirizzare il suo lavoro su rotte nuove, tenendo in considerazione «tutti i modi e i sensi nei quali dire qualcosa è fare questa o quella cosa: dal momento che, ovviamente, il dire è sempre un fare molte cose differenti» [29].
Quanto appena affermato corrisponde allora al punto di vista più generale che Austin ha adottato nel corso delle sue riflessioni (e cioè che ogni enunciazione ha un aspetto performativo [30]) e che viene accompagnato dall’importante conclusione per cui le condizioni di felicità pensate inizialmente per i performativi valgono anche per alcuni enunciati constativi (ai quali tradizionalmente venivano ricondotte le sole categorie vero/falso).
In particolare, Austin avverte che alcuni tipi di enunciati non performativi sono soggetti a delle disfunzionalità simili a quelle tipiche dei performativi, ovverosia il loro proferimento evidenzia l’esistenza di un qualcosa di fallace, di una stonatura. A tal fine, egli adduce questo esempio «Il gatto è sulla stuoia, ma io non ci credo». Questo tipo di enunciato descrive un aspetto della realtà, tuttavia in esso constatiamo l’esistenza di qualcosa di contraddittorio, rappresentato dal fatto che si afferma che ciò che si dice è falso [31].
Un tale enunciato è molto simile a «Prometto che ci sarò, ma non ho la più pallida intenzione di esserci», poiché anche in questo caso la stonatura è rappresentata dal promettere una cosa e contestualmente confessare l’insincerità della promessa.
Un altro esempio di questo genere che convince sempre più Austin della evanescenza della distinzione tra constativi e performativi è il seguente: «Tutti i figli di Giovanni sono calvi, ma Giovanni non ha figli» [32]. La disfunzione che qui appare è molto simile, sostiene Austin, alla vendita di un terreno inesistente o, potremmo aggiungere, alla nomina a console di un cavallo. L’atto di vendita in un caso del genere sarà nullo, come nulla sarà la nomina a console del nobile animale, ma nulla sarà altresì l’affermazione circa la calvizie degli inesistenti figli di Giovanni.
Inoltre, vi è ancora un altro importante elemento che avvicina i constativi ai performativi ed è dato dalla relazione che entrambi hanno col mondo dei fatti [33]. E’ evidente che per dichiarare vero o falso un enunciato constativo è sufficiente ricorrere alla prova dei fatti, per cui l’affermazione «Oggi è una bella giornata di sole» sarà smentita e dichiarata falsa se guardando dalla finestra si vedrà un cielo grigio e cupo con pioggia scrosciante. In egual modo anche con riguardo all’enunciato performativo «Io ti dichiaro colpevole» pronunciato da un giudice, il collegamento con il mondo dei fatti si concretizza qualora ad esempio si volesse verificare che il giudizio o il verdetto emanato sia giusto e bisognerà allora vedere se le circostanze e le condizioni fattuali che il giudice ha valutato erano effettivamente tali da portarlo ad emanare una sentenza di condanna.        

5. Natura polivalente dell’atto linguistico. Una nuova distinzione: atto locutorio, illocutorio e perlocutorio.

Dal momento che anche le asserzioni possono essere affette da disfunzioni simili a quelle che colpiscono i performativi e dal momento che la dicotomia performativo/constativo appare forse labile e priva di utilità, egli rinnega l’ipotesi dalla quale era partito, poiché «Dopo tutto [afferma Austin] quando si asserisce, si descrive o si riferisce qualcosa si compie un atto proprio come quando si ordina qualcosa o si prega qualcuno» [34].
Per approdare a questa conclusione, il filosofo procede dalla messa in luce dell’aspetto proteiforme dell’atto linguistico complessivamente considerato, distinguendo tra: atto locutorio, illocutorio e perlocutorio.
L’atto locutorio è l’atto di dire determinate parole ovvero corrisponde al «porre in essere la correlazione di segni linguistici e di strutture grammaticali, che è come la struttura portante e astratta dell’enunciato» [35]. L’atto locutorio ha poi tre aspetti: fonetico, fatico e retico [36].
Il primo è l’atto di emettere una successione di suoni e l’enunciato è una «fonè» [37].
Il secondo è l’atto di pronunciare certe parole e frasi in quanto appartenenti a una determinata lingua, determinata da un lessico e da una grammatica [38]. 
Il terzo è l’uso di quelle determinate parole o frasi con un determinato senso e riferimento [39].
L’atto illocutorio è l’atto che si compie nel dire quella frase (ovvero nell’effettuare un atto locutorio), ad esempio informare, ordinare, impegnarsi a fare qualcosa, consigliare.
L’atto perlocutorio è invece l’atto che si compie col dire quella frase (ovvero nell’effettuare un atto locutorio) ed è quindi ciò che riusciamo a fare col dire qualcosa come ad esempio «convincere, persuadere, trattenere, e persino (…) sorprendere o ingannare» [40].
Un esempio di questi tre differenti aspetti dell’atto linguistico varrà a coglierne la portata:
(i) Atto locutorio: Egli mi ha detto «Parla!»;
(ii) Atto illocutorio: Egli mi ha incitato a parlare e quindi nel dire «Parla!» ha fatto un incitamento;
(iii) Atto perlocutorio: Egli mi ha indotto (o persuaso) a parlare e quindi Col dire «Parla!» mi convinto a dire ciò che sapevo.
Sebbene sia propria dell’atto perlocutorio l’attitudine a produrre certi effetti, anche l’atto illocutorio è a questi ultimi legato, seppure in modi diversi.
Il primo modo (i) è quello connesso alla recezione dell’atto da parte dell’uditore.
Infatti, affinché l’atto illocutorio sia eseguito felicemente e quindi con successo occorre che esso sia recepito dall’uditore e Austin a tal fine dichiara: «Non si può dire che io abbia avvertito un uditorio a meno che questo non senta ciò che dico e lo intenda in un certo senso» [41]. Gli effetti illocutivi si otterranno nel momento in cui l’uditore comprende il contenuto dell’azione linguistica e per fare ciò non potrà fare a meno delle convenzioni linguistiche. Per questo motivo Austin afferma che gli effetti illocutori sono legati convenzionalmente al significato dell’enunciato e si trovano in un rapporto interno con l’azione linguistica, mentre gli effetti perlocutori dipendono da contesti causali e non da convenzioni [42].
Tuttavia, occorre precisare che la caratteristica della recezione è la sua non automaticità rispetto al proferimento dell’enunciato, e che il suo legame con gli effetti è dato non dal fatto che essa sia la conseguenza necessaria di ogni atto illocutorio, quanto piuttosto dall’essere una condizione indispensabile di esso [43] che si avvera e si manifesta in veste sia pure empirica e fattuale della recezione da parte dell’uditore.
Il secondo modo (ii) è quello connesso con l’ «entrata in vigore» dell’enunciato in certi modi che sono tali da qualificare certi altri atti fuori posto. Sicché, ad esempio, una volta che la nave sia stata battezzata Vento del Sud, con il rispetto delle condizioni e delle procedure di felicità, il riferirsi ad essa con l’epiteto Regina Vittoria sarà certamente un atto fuori posto e questo ci consente di «distinguere un "modo" giusto di chiamarla da altri modi sbagliati o inappropriati, l’uso dei quali condurrà a incomprensione e fallimento comunicativo, oppure a critiche o sanzioni» [44].
Infine, un ultimo senso (iii) in cui l’atto illocutorio è connesso agli effetti è quello derivante dal fatto che esso sollecita una risposta o un seguito, così «un ordine sollecita la risposta dell’obbedienza e una promessa quella del suo mantenimento» [45].
Le risposte e il seguito dell’atto illocutorio rappresentano in realtà dei veri e propri atti che cadono sotto la responsabilità di colui che risponde o dà seguito all’atto in questione e che pertanto piuttosto che essere intesi, come fa Austin, quali «effetti» dell’atto illocutorio, costituiscono invece la conseguenza di quest’ultimo [46].
L’atto perlocutorio si lega invece agli effetti in modo differente poiché la produzione di questi ultimi è la condizione affinché l’atto possa dirsi effettivamente eseguito. Non c’è atto perlocutorio senza la produzione di effetti per cui nell’esempio innanzi riportato "Egli mi ha detto «Parla!»" non potremo dichiarare eseguito un atto perlocutorio se l’enunciato non ottiene il risultato di indurmi a parlare.

5.2. Classi di verbi illocutori.

Avendo dunque accantonato ormai definitivamente la distinzione tra constativo e performativo, Austin introduce cinque classi di verbi illocutori che rendono esplicita qual è la funzione dell’enunciato [47] (Austin in particolare usa il termine forza dell’enunciato e in questo senso è stato criticato da Ross che lo ritiene un termine oscuro).
Essi hanno le stesse caratteristiche che si riconducevano agli enunciati performativi, ovvero:
1) l’essere resi attraverso la prima persona del presente indicativo attivo,
2) l’asimmetria rispetto alle altre voci, tempi e modi del verbo,
3) il fatto di compiere l’azione dicendo semplicemente ciò che si sta facendo.
I verbi che non presentano queste caratteristiche non sono illocutori e per esempio il verbo studiare non lo è. Infatti l’enunciato «Io studio», seppur presenta la prima delle tre caratteristiche appena menzionate, non possiede le altre due e quindi ad esempio dire che si studia non è studiare [48].
Le cinque classi dei verbi illocutori sono quelle dei:
i) Verdettivi (che come indica il nome si caratterizzano per l’emissione di un verdetto da parte di una giuria, di un arbitro, o di un giudice sportivo e fanno parte di questo gruppo verbi quali giudicare, condannare, assolvere, classificare, descrivere);
ii) Esercitivi (consistono nell’esercizio di poteri, diritti oppure nel comunicare una decisione presa a favore o contro una determinata condotta, o nel difendere la condotta stessa e sono ad esempio nominare, ordinare, annuncio, proclamare, votare, avvertire, licenziare, scomunicare, comandare, decretare, dichiarare aperto/chiuso);
iii) Commissivi (hanno lo scopo di impegnare il parlante a fare qualcosa e comprendono altresì le dichiarazioni circa le proprie intenzioni e sono ad esempio promettere, proporre, intendere, proporsi di, giurare, garantire);
iv) Comportativi (riguardano gli atteggiamenti e i comportamenti sociali quali ringraziare, congratularsi, applaudire, scusarsi, criticare, benedire, augurare, osare, disobbedire, sfidare);
v) Espositivi (chiariscono il modo in cui i nostri enunciati si pongono in un discorso, in un’argomentazione, o in una conversazione e sono affermare, negare, dire, descrivere, classificare, dedurre, postulare, replicare, informare, accettare) [49].
L’elemento degno di nota in questa classificazione è che Austin vi inserisce verbi quali descrivere, affermare, dire, che sono suscettibili di essere valutati alla luce del criterio vero/falso e che presentano quelle tre caratteristiche che invece erano proprie dei performativi [50].
Alf Ross ha analizzato i verbi illocutori e ritiene che essi siano la chiave di volta per comprendere le ragioni che hanno indotto Austin nella fallacia performativa.
I performativi di Austin sarebbero secondo il realista scandinavo quei verbi e locuzioni indicatori di funzione (che corrisponde alla forza di Austin) come «Ti ordino-consiglio-chiedo di chiudere la porta» [51] . La circostanza che nel discorso descrittivo l’uso di questi verbi non ricorre, avrebbe indotto Austin a credere che esista una distinzione tra dire e fare.
Inoltre Ross ha individuato nei primi tre gruppi di verbi della classificazione austiniana un’altra categoria, quella dei verbi che designano atti normativi, che sono utilizzati nel linguaggio giuridico.
Nelle norme giuridiche vi sono dei fatti condizionanti, definiti da Ross «fatti operativi», a cui si associano determinate conseguenze. Tra questi fatti operativi vi sono anche gli «atti verbali», che comprendono la categoria degli «atti giuridici», come le leggi, i provvedimenti giudiziari, i provvedimenti amministrativi, le promesse, i testamenti, i contratti che consistono in «quelle comunicazioni linguistiche il cui effetto giuridico è determinato dal contenuto della comunicazione stessa, e che sono perciò strumenti adeguati della attività consapevole, volta appunto alla creazione di regole e relazioni giuridiche» [52].
 
6. Note conclusive.

Il punto dal quale siamo partiti era l’ipotesi iniziale della differenza formale e sostanziale che Austin ravvisò tra gli enunciati constativi e performativi. I primi con le caratteristiche sopra viste, non erano ritenuti capaci di andare oltre l’aspetto linguistico fino a comprendere quello fattuale, laddove gli enunciati performativi evocavano di per sé l’idea di un fare, di una performance eseguita proprio attraverso le parole.
L’intento di tener distinti i due tipi di enunciato ha condotto Austin in un minuzioso lavoro di ricerca degli elementi e degli strumenti che permettessero di capire quando si è in presenza di un enunciato performativo al fine di distinguerlo da quello constativo. Su questo percorso vengono elaborate le condizioni di felicità dei performativi, avendo cura di precisare che le regole in questione non valgono per i constativi, ai quali invece si può ricondurre unicamente il parametro del vero/falso.
Questo laborioso disegno filosofico, tuttavia, scopre l’esistenza di una pietra angolare insidiosa che determina il vacillare della costruzione teorica. Sembra cioè che ad un certo punto le riflessioni di Austin seguano altre coordinate che finiscono per portarlo come Cristoforo Colombo da quelle che credeva fossero le sicure rotte per le Indie, a quelle invece (opposte e sconosciute) dell’America.
La distinzione tra performativi e constativi che tanto ha innovato gli studi della linguistica diventa nella teoria di Austin come il gatto di Chesbire; il corpo, a cominciare dalla punta della coda è svanito [53]. Austin non riesce a salvaguardare la "purezza" dei performativi, lasciandosi infatti condizionare da quegli elementi in comune ai constativi che ha avuto modo di percepire nel corso della riflessione e che lo hanno convinto dell’inutilità della distinzione tra i due tipi di enunciato, fino a condurlo a ritenerli l’uno l’equivalente dell’altro.
Tuttavia, in sintesi, noi tutti percepiamo che c’è una differenza notevole tra l’enunciato «Il volo per New York parte alle ore 10:00» e quest’altro «Io dichiaro aperta la seduta» detto da chi presiede un consiglio di amministrazione di una società, ed essa può essere apprezzata non solo alla luce delle caratteristiche proprie dei performativi e dei constativi, ma anche sotto almeno altre due prospettive, quella della distinzione tra atti linguistici e non linguistici (quanto a contenuto) [54] e quella dell’efficacia.
La prima prospettiva si fonda sul presupposto che la distinzione tra «dire» e «fare» non è insensata, ma mal formulata, poiché essa dovrebbe consistere nel separare da un lato gli atti linguistici che si possono compiere «mediante, e solo mediante, il linguaggio (…) e di cui il linguaggio può parlare» (quali dire, promettere, avvertire), e dall’altro gli atti non linguistici o extra-linguistici, di cui «il linguaggio può solo parlare: non può compiere», (come correre, mangiare, dormire) [55] .
In questo modo si illumina il carattere multifunzionale del linguaggio, derivante dal fatto che esso è in grado di «compiere atti linguistici, - e di - discorrere sia di atti linguistici, sia di cose non linguistiche» [56].
Da questa considerazione Guastini [54] trae una tricotomia tra enunciazioni:
I) enunciazioni che discorrono di oggetti non linguistici, come "Sono tornato alle sette";
II) enunciazioni che eseguono atti linguistici, come "Prometto di venire";
III) enunciazioni che discorrono di atti linguistici, come "Ha promesso che verrà". I
n questi termini si prospetta dunque fondato il tentativo di non accantonare frettolosamente l’anfibia distinzione austiniana, potendosi in essa rinvenire una logica ragione d’esistenza e validità.
Ciò appare evidente anche sotto l’altra prospettiva a cui si faceva riferimento, che è quella dell’efficacia in quanto gli enunciati performativi hanno una doppia efficacia consistente nel:
1) compiere l’atto che si dice di compiere e,
2) produrre una modifica nel mondo dei fatti.
Gli enunciati constativi seppure compiono l’atto di descrivere ad esempio una data realtà non sono capaci di apportare ad essa alcun cambiamento ed inoltre mentre gli enunciati performativi eseguono atti che possono essere molto diversi tra loro, come battezzare, scommettere, dichiarare, promettere, gli enunciati constativi possono invece compiere solo un certo tipo di atti, quelli aventi finalità descrittive o informative che tra loro sono simili.
Le considerazioni da ultimo compiute consentono di accreditare alla elaborazione austiniana un certo rigore logico e presentano altresì la curiosa occasione di suffragare una teoria che a un certo punto viene lasciata in sospeso (quasi in balia di se stessa) e che se fosse possibile ci chiederebbe di convincere il suo autore che in fin dei conti aveva ragione.    


                                                                                                Paola Chiarella


Paola Chiarella è Dottore di ricerca in Teoria del diritto e ordine giuridico europeo, Università Magna Graecia di Catanzaro



Note:

[1] Abbagnano N., Storia della filosofia, Gruppo editoriale L’Espresso, Bergamo, 2006, Vol. VII, p. 618.
[2] Austin J.L., Come fare cose con le parole, Marietti, Genova-Milano, 2005 (ed. originale How to Do Things with Words, Oxford - New York, Oxford University Press, 1962, 1975).
[3] Quest’opera è frutto della raccolta delle lezioni di J.L Austin tenute presso l’Università di Harvard nel 1955 e non già il frutto di un preciso disegno editoriale (si veda in tal senso la prefazione di Urmson J.O. alla prima edizione originale dell’opera che si può leggere in Austin J.L., Come fare cose con le parole, cit., 3-4).
[4] Castignone S., Introduzione alla filosofia del diritto, Laterza, Roma-Bari, 1998, p. 17.
[5] Castignone S., Diritto, linguaggio, realtà. Saggi sul realismo giuridico., Giappichelli, Torino, 1995, p. 302.
[6] Gai., Inst. 4. 16. «Hunc ego hominemex iure quiritium meum esse aio. Sicut dixi, ecce tibi vindictam imposui».
[7] Evangelo secondo Giovanni 1:3.
[8] I Re 1:34.
[9] Un termine che secondo il filosofo esprime un’idea simile a quella dei performativi è dato dal lemma «operativo», ma esso non viene utilizzato data la sua ambivalenza e il suo possibile significato tecnico anche in ambito giuridico (infatti nelle scritture legali i giuristi ad esempio distinguono il preambolo che è quella parte dell’atto in cui sono indicate le circostanze in cui il negozio viene effettuato, dalla parte operativa che è quella invece che pone in essere l’atto giuridico vero e proprio), cfr. Austin J.L., Enunciati performativi, in Diritto e analisi del linguaggio, a cura di U. Scarpelli, Edizioni di Comunità, Milano, 1976, p. 126.
[10] Austin J.L., Come fare cose con le parole, cit., p. 9.
[11] Austin J.L., Enunciati performativi, in Diritto e analisi del linguaggio, cit., p. 125.
[12] Op., cit., p. 132. «Ecco che c’è una bella differenza tra la nostra prima persona singolare del presente indicativo attivo, ed altre persone e tempi; differenza che spiega il comico di questa storia. Lo zio aveva detto a Pierino che gli avrebbe dato cinquemila lire se lui avesse promesso di non fumare fino a cinquantacinque anni. Premuroso, il padre di Pierino disse "Certo che promette, non è vero Pierino?" dandogli di gomito, ma lui non fece alcun cenno di assenso. Il punto è che era lui, Pierino, a dover fare la promessa, dicendo "Lo prometto", e troppo sollecitamente il padre disse che il figlio prometteva».
[13] Austin J.L. Come fare cose con le parole, cit., p. 49.
[14] Op. cit., p. 48.
[15] Op., cit., p. 46.
[16] La Torre M., Norme, istituzioni, valori, Laterza, Roma-Bari, 2002, p. 231.
[17] Austin J.L., Enunciati performativi, in Diritto e analisi del linguaggio, cit., p. 127.
[18] Austin J.L., Come fare cose con le parole, cit., 17.
[19] Op. cit., 18.
[20] Con riferimento alle ipotesi di infelicità di cui ai casi (A.1) e poi anche (Γ.2) Austin dichiara di non essere riuscito a trovare una definizione adeguata (cfr. Austin J.L. Come fare cose con le parole, cit., 18, 19). Tuttavia, c’è da dire che alcuni filosofi, tra i quali figura Paul Grice, hanno criticato l’eccessivo e talvolta maniacale metodo d’analisi austiniano, definendolo «linguistic botanizing», (cfr. Moro G., Introduzione all’edizione italiana di Grice H.P., Logica e conversazione, Il Mulino, Bologna, 1993, p. 10. Ed.originale: Studies in the Way of Words, Cambridge (MA)-London, Harvard University Press, 1989).
[21] Austin J.L. Come fare cose con le parole, cit., 19.
[22] Op. cit., p. 17. La prima categoria (Γ.1) è quella delle Insincerità.
[23] Op. cit., p. 18.
[24] Ibidem.
[25] La Torre M., Norme, istituzioni, valori,cit., p. 230.
[26] Ross A., Critica del diritto e analisi del linguaggio, Il Mulino, Bologna, 1982, p. 234.
[27] Op. cit., p. 239.
[28] Ibidem.
[29] Op.cit., p. 240.
[30] Marconi D., La filosofia del linguaggio, Utet, Torino, 2004, p. 81.
[31] Austin J.L., Enunciati performativi, in Diritto e analisi del linguaggio, cit., p. 138.
[32] Ibidem.
[33] Op., cit., 140.
[34] Op. cit., 138.
[35] La Torre M., Norme, istituzioni, valori,cit., p. 230.
[36] Austin J.L., Come fare cose con le parole, cit., p. 71.
[37] Ibidem.
[38] Ibidem.
[39] Marconi D., La filosofia del linguaggio, cit., p. 81.
[40] Austin J.L., Come fare cose con le parole, cit., p. 82, 91.
[41] Op., cit., p. 87.
[42] Op. cit., p. 90 (al riguardo v. Habermas J., Teoria dell’agire comunicativo, Il Mulino, Bologna, 1986, Vol I, Razionalità nell’azione e razionalizzazione sociale, p. 401. (Ed. or: Theorie des kommunikativen Handelns. Bd. I. Handlungsrationalität und gesellschaftliche Rationalisierung, Frankfurt am Main, Suhrkamp, 1981).
[43] Sbisà M., Linguaggio, ragione, interazione., Il Mulino, Milano, 1989, p. 64.
[44] Op., cit., p. 63.
[45] Austin J.L. Come fare cose con le parole, cit., p. 87.
[46] Sbisà M., Linguaggio, ragione, interazione., cit., p. 72.
[47] Castignone S., Diritto, linguaggio, realtà. Saggi sul realismo giuridico., Giappichelli, Torino, 1995, p. 299.
[48] Per un esempio simile cfr. Castignone S., Diritto, linguaggio, realtà. Saggi sul realismo giuridico., cit., 300.
[49] Austin J.L. Come fare cose con le parole, cit., p. 108-120.
[50] Castignone S., Diritto, linguaggio, realtà. Saggi sul realismo giuridico., cit., 301.
[51] Ross A., Critica del diritto e analisi del linguaggio, cit., 246.
[52] Op., cit., 252.
[53] Ma questa operazione non lascia del tutto soddisfatti, seppure ha trovato il plauso di alcuni filosofi tra i quali Alf Ross (cfr. Critica del diritto e analisi del linguaggio, cit., p. 234).
[54] Guastini R., Problemi d’analisi del linguaggio normativo, in Ross A., Critica del diritto e analisi del linguaggio, cit., 67.
[55] Ibidem.
[56] Ibidem.

 
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