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17.04.2011


Quando il crimine paga

Karl Marx, La concezione apologetica della produttività di tutte le occupazioni


di Gianmaria Merenda

"Un filosofo produce idee, un poeta poesie, un pastore prediche, un professore manuali ecc. Un delinquente produce delitti. Se si esamina più da vicino la connessione che esiste tra quest’ultima branca di produzione e l’insieme della società, ci si ravvede da tanti pregiudizi. Il delinquente non produce solo delitti, ma anche il diritto criminale, e con ciò produce anche il professore che tiene lezioni sul delitto criminale, e inoltre l’inevitabile manuale, in cui questo stesso professore getta i suoi discorsi in quanto "merce" sul mercato generale".
(Karl Marx, La concezione apologetica della produttività di tutte le occupazioni, in Teorie del plusvalore, Libro quarto del "Capitale", Editori Riuniti, Roma, 1961, pp. 582-84. D’ora in poi le citazioni senza specificazione si riferiranno a questa opera).

Il passo citato è tratto da un paragrafo del Libro quarto de’ Il Capitale di Karl Marx intitolato Le teorie del plusvalore. Marx in vita pubblicherà il Libro primo (1867), Friedrich Engels i libri secondo (1885) e terzo (1895) che formano il canone marxista. Karl Kautsky tra il 1905 e il 1910 curerà un’edizione del Libro quarto (l’edizione qui utilizzata in prefazione specifica le differenze filologiche adottate dal piano dell’editore al fine di restituire ai lettori una più coerente ed omogenea ‘logica‘ interna al Capitale, così come era stato pensato da Marx stesso). Scrive Engels: "Questa sezione contiene una storia critica particolareggiata del nocciolo dell’economia politica, della teoria del plusvalore, e sviluppa accanto a ciò, in polemica opposizione con i predecessori, la maggior parte dei punti più tardi esaminati in maniera particolare e in logica concatenazione nel manoscritto per i Libri II e III" (cfr. Karl Marx, Il capitale. Critica dell’economia politica, Edizioni Rinascita, Roma, 1951-1956, vol. II, 1, p.10).

Come annunciato da Engels, "in polemica opposizione", in questo brevissimo scritto, nella sua evidente ironia e paradossalità, Marx tratteggia un’interessante tesi socio-politica: il crimine è uno dei motori della società; non solo perché i cosiddetti ‘uomini per bene’ devono mettere in atto delle pratiche sociali ed etiche per differenziarsi dal malfattore, ma anche perché il criminale nella sua azione produce, di fatto, tutta una serie di apparati che servono a studiarlo, a catturarlo, a giudicarlo, a imprigionarlo, a mantenerlo a spese dello stato, ad educarlo: "la polizia e la giustizia criminale, gli sbirri, i giudici, i boia, i giurati ecc; e tutte queste differenti branche di attività, che formano altrettante categorie della divisione sociale del lavoro, sviluppano differenti facoltà dello spirito umano, creano nuovi bisogni e nuovi modi di soddisfarli" (p. 582). Il criminale inoltre, produce una serie di realtà eminentemente umanistiche come romanzi, films, manuali e discorsi di professori (Marx ricorda, per i suoi tempi, La colpa del Müllner e I masnadieri dello Schiller, ma anche l’Edipo [di Sofocle] e il Riccardo III [di Shakespeare], p. 582). Da un semplice punto di vista economico è evidente che il crimine paga: l’indotto che un criminale riesce a mettere in moto è vistosamente più complesso di quello che un buon cittadino può produrre. Nel caso particolare del criminale assassino, Marx fa notare che c’è la buona evidenza di contribuire all’abbassamento del numero dei potenziali lavoratori in cerca di lavoro, con il conseguente mantenimento dei diritti dei lavoratori e del loro salario a buoni livelli perché l’offerta di lavoro si contiene in un giusto equilibrio con la domanda delle fabbriche.
È ovvio che il testo di Marx appartiene a quell’insieme di scritti paradossali che in qualche modo hanno cercato di spiegare la società pizzicando le corde dell’assurdo: pensiamo a Voltaire, Swift, Mandeville ed altri. La cosa evidente è che, forse in netto anticipo su alcune letture sociali contemporanee, Marx intravedeva nel criminale il prototipo dell’homo oeconomicus moderno. La crisi mondiale, che da qualche anno a questa parte ha visto le economie di tutto il mondo mettersi in discussione, si può dire che nasca da un uso criminale degli strumenti economici. Se ciò fosse vero come appare, alla luce della lettura di questo scritto la domanda da farsi, senza remore, sarebbe: l’uso, o l’abuso, dell’economia per fini criminali è veramente da definire ‘criminale’ o è semplicemente il modo più ‘economico’ per sfruttare la società e per farla progredire?

Dal punto di vista marxiano [l’eminente studioso Nicolao Merker distingue il pensiero marxiano dello stesso Marx dalle numerose interpretazioni marxiste che hanno offuscato la sua limpidezza, ndr.] una società civile dovrebbe augurarsi di vedere, prima o poi, un criminale alla sua guida. Certamente egli saprebbe portare quella società ad alti livelli morali, tecnici, economici, filosofici ecc. Più di quello che si possa sperare in questo periodo di ricerca di una forte e cristallina personalità morale. 


                                                                                            Gianmaria Merenda


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