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17.05.2011



Assetti costituzionali e problemi economici

Il bilancio della Seconda Repubblica è negativo comunque lo si guardi.


di Michele Salvati

Sono passati quasi vent’anni dalla crisi della Prima Repubblica, dalla fatale legislatura (1992-1994) che vide la distruzione del vecchio sistema politico. E’ tempo di redigere un bilancio. Comunque lo si rediga, è un bilancio negativo. La Seconda Repubblica doveva affrontare due problemi fondamentali. Il primo era quello di darsi un assetto costituzionale e istituzionale che le consentisse di funzionare in modo efficace e democratico, che consentisse ai suoi governi di agire e alle opposizioni di controllare la loro azione. Il secondo era quello di avviare a soluzione i problemi economici lasciati in eredità dalla Prima Repubblica, in un contesto internazionale che la globalizzazione avrebbe reso sempre più difficile. Nessuno dei due compiti è stato assolto.
Non il primo. Quando prendiamo a prestito dall’esperienza francese la numerazione delle Repubbliche (Prima, Seconda…) sappiamo di fare una forzatura: la numerazione dovrebbe dipendere da riforme costituzionali che alterino in modo significativo la forma di governo e ne regolino le principali conseguenze. Da noi il passaggio tra le due repubbliche è segnato soltanto da un mutamento della legge elettorale, nel 1993. Un mutamento importante, che ha alterato in profondità la vita politica del Paese, ma che è avvenuto a Costituzione invariata. Una Costituzione adatta a regolare la vecchia "democrazia dei partiti", basata su un sistema elettorale proporzionale, non idonea a regolare un conflitto politico bipolare e fortemente personalizzato, una "democrazia del pubblico", per usare ancora un’espressione di Bernard Manin. Della necessità di "completare la transizione" mediante una riforma costituzionale il ceto politico era consapevole e non c’è costituzionalista o scienziato politico che in quegli anni non abbia detto la sua: da una scelta costituzionale chiara, meglio se largamente condivisa, dipende il buon funzionamento del governo e di tutte le istituzioni. Non se ne è fatto niente e a "completare la transizione" non pensa più nessuno, tanto essa sembra impossibile in un bipolarismo che si è sempre più incattivito. Con la Commissione bicamerale (1996-1998) s’era fatto un serio tentativo consensuale. Nella legislatura successiva se ne fece un altro da parte del solo centrodestra. Entrambi falliti. Nel frattempo era passata una riforma costituzionale importante, ma che riguarda la forma dello Stato, non del governo: la riforma del Titolo V, il cosiddetto federalismo. Oggi il centrodestra, sempre in via unilaterale, cerca di attuare un’altra riforma importante, quella della giustizia. Neppure questa riguarda la forma di governo e comunque dubito possa avere buon esito nel clima che oggi prevale. Insomma, la transizione non è stata "completata", non siamo passati ad una vera Seconda Repubblica. E il conflitto politico estremo in cui viviamo è insieme causa e conseguenza di questo mancato "completamento", del fallimento del primo grande compito che la Seconda Repubblica doveva assolvere.
Un cittadino comune non misura direttamente le conseguenze di questo primo fallimento, ma sente sulla propria pelle le conseguenze del secondo: quello di adattare l’economia italiana, appesantita dall’eredità della Prima Repubblica, alle difficili circostanze economiche che stavano per sopraggiungere. Di nuovo, gran parte del ceto politico era consapevole del problema e i governi tra il 1992 e il 1998, fino all’entrata nell’euro, si mossero in modo efficace, se si tiene conto delle circostanze drammatiche di allora: l’inflazione venne domata, si cominciò a ridurre il debito pubblico mediante forti avanzi primari, vennero prese importanti misure di privatizzazione e attuate significative riforme strutturali. Poi lo sforzo riformatore si affievolì. Eppure si sapeva che la Prima Repubblica non soltanto ci aveva lasciato in eredità una pesante situazione macroeconomica, un’inflazione e un debito pubblico insostenibili, ma anche una struttura economica ed istituzionale compromessa da anni di mancata manutenzione. Entrati nel sistema monetario europeo, venuto meno l’effetto dell’ultima grande svalutazione, esclusa la possibilità d’ulteriori disavanzi pubblici, la crescita poteva solo provenire da una maggiore efficienza e produttività in gran parte dei pezzi di quella struttura, privati e pubblici. In piccola parte ciò è avvenuto, soprattutto nel settore manifatturiero esposto alla concorrenza internazionale, ma nell’insieme esso è stato insufficiente. E soprattutto non è stato sostenuto da un impegno riformistico continuo e tenace da parte dei governi: l’esito è la situazione di ristagno nella quale ci troviamo da un decennio, una situazione anomala tra i grandi Paesi europei. Ma le riforme costano e anche quelle a costo economico zero hanno spesso un costo politico notevole, perché implicano la rottura d’abitudini consolidate, l’eliminazione di rendite e privilegi, lavorare di più e soprattutto in modo diverso: le riforme sono impopolari. E hanno un rendimento differito, non generano rapidamente una maggior crescita e un maggior benessere che il governo possa vantare al momento delle elezioni: affinché i loro effetti maturino possono essere necessari più cicli elettorali. Questo rende difficile per i politici sostenere uno sforzo riformatore, in tutti i Paesi. Nel nostro di più. In parte perché lo sforzo è più gravoso e impopolare, a seguito della mancata manutenzione del passato: quella che un tempo sarebbe stata manutenzione ordinaria, ora è straordinaria. Ma soprattutto perché il bipolarismo feroce che caratterizza il nostro sistema politico impedisce la formazione di un ceto di governo, nei due campi opposti, che condivida un orientamento riformatore analogo nei suoi tratti di fondo e sia disposto a correre il rischio dell’impopolarità.
Siamo così tornati alla politica e qui i due fallimenti della Seconda Repubblica si congiungono. La politica, con tutta evidenza, è oggi parte del problema, non della soluzione. Eppure è impossibile sfuggire alla morsa del ristagno, evitare una lunga fase di declino, senza un indirizzo riformatore mantenuto con coerenza e per un tempo sufficientemente lungo da una élite politica lungimirante, da una classe dirigente di qualità "adeguata", avrebbe detto Raffaele Mattioli. Come questa élite possa emergere dalla rissa continua del nostro bipolarismo, come la qualità media dei suoi membri possa migliorare (e dovrebbe migliorare di molto), non lo so. So soltanto che il problema di una revisione costituzionale della forma di governo, da molti anni abbandonato per sfiducia nella sua praticabilità, è tornato all’ordine del giorno. E’ imposto dalla situazione economica in cui ci troviamo.
 
                                                                                               Michele Salvati  


L’articolo sopra riprodotto è stato pubblicato il 7 aprile 2011 da Il Corriere della Sera. Ringraziamo l’autore e la direzione del giornale per la gentile concessione.