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07.07.2011
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Francesca Chiarotto
Operazione Gramsci. Alla conquista degli intellettuali nell’Italia del dopoguerra
con un saggio di Angelo d’Orsi,
Bruno Mondadori, Milano, 2011
pp. 234, € 20,00

di Invito alla lettura

a cura di Gianmaria Merenda

La questione dell’egemonia culturale della sinistra italiana, dei comunisti, ritorna ciclicamente a far parlare. Anche in questo primo scorcio di secolo la presunta supremazia culturale della sinistra è utilizzata a fini politici per infervorare il dibattito che concerne ‘l’assillante presenza dei comunisti’ in ogni ganglio vitale della nostra Italia. Il testo di Francesca Chiarotto ricostruisce archeologicamente il percorso strategico cui il pensiero di Antonio Gramsci è stato sottoposto. Artefice principale di quella fortunata idea è Palmiro Togliatti, storico segretario del Partito Comunista Italiano (il Partito Comunista d’Italia venne fondato da un gruppo di politici in scissione dal Partito socialista italiano nel 1921; dal 1943 assunse la denominazione di Partito Comunista Italiano). Leggiamo un passo molto indicativo dei criteri adottati per la scelta del segretario:

"Togliatti, in un difficile equilibrio tra sforzo di autonomia rispetto alle direttive staliniane e la fedeltà all’Unione Sovietica, usò con intelligenza e spregiudicatezza la figura e l’opera di Gramsci per confermare, accanto all’identità comunista, la natura nazionale di un partito in via di profonda riorganizzazione. Nell’"Operazione Gramsci", come da più parti è stata definita, pensata da Togliatti, ma gestita da una molteplicità di orientamenti, non sempre concordi, né sempre capaci di sottrarsi allo zdanovismo [Andrej Alexandrovič Ždanov si occupò nel primo periodo stalinista di ‘conformare’ le espressioni culturali al realismo socialista, ndr.], l’opera gramsciana fu utilizzata quale mezzo per avviare un dialogo con la società italiana, riferimento imprescindibile del "partito nuovo", ossia non più classicamente leninista, ma di massa e rispettoso della Costituzione democratica, un partito nazionale, prima che internazionale, italiano oltre che comunista" (p. 49).
 
In questa che Chiarotto definisce ‘Operazione Gramsci’, Antonio Gramsci, morto in seguito alle sofferenze patite durante i dieci anni di prigionia ‘a cura’ del regime fascista, ebbe la fortuna di essere l’uomo giusto, nel momento giusto e nel posto giusto. È l’uomo giusto: è il fondatore del partito comunista tra i più importanti dell’Occidente, di un giornale (l’Unità, 1924), di un settimanale (L’Ordine Nuovo, 1921), è critico teatrale, letterario e filosofo. Si trova nel momento giusto: nel 1947 le sue ‘Lettere dal carcere’ vincono il Premio Viareggio, nel momento in cui l’Italia esce dall’incubo fascista, nel momento in cui quell’Italia sta per affrancarsi in un filone democratico che trova i comunisti da una parte e i democristiani dall’altra, nel momento in cui Gramsci stesso non c’è più e non può nemmeno opporsi alla mitizzazione della sua figura e della sua espressione teorico-politica. Nel posto giusto: in un’Italia che, suo malgrado, si trova al centro delle dinamiche belliche e quindi ha sul collo il fiato dell’Europa che tenta di ricostruirsi democraticamente, e degli Stati uniti d’America che vogliono essere primi attori della ricostruzione, in un’Italia che esprime un partito comunista di primissimo livello per numero di iscritti e per la qualità intellettuale dei suoi quadri dirigenti. Si capisce immediatamente che la portata socio-politica dell’Opera di Gramsci può e deve essere messa a frutto per connotare il PCI come partito che guarda alla ‘madre Russia’ ben consapevole che le proprie radici si ancorano nella Costituzione italiana e nel dialogo stretto con i cittadini italiani.
Chiarotto nel corso del saggio sviscera i motivi che daranno il ritmo, pluridecennale, di una operazione politico-culturale che segnerà nettamente il secolo scorso: indicare il PCI come partito di riferimento culturale, dirigente e quindi politico. Moltissimi ed eterogenei i punti affrontati: le direttive di partito; i desideri e le volontà di Togliatti; le necessità di redazione, i rapporti tra l’editore (Giulio Einaudi, ndr) e Felice Platone che ‘governa’ nel migliore dei modi le esigenze del partito; il rapporto tra Antonio Gramsci e il filosofo Benedetto Croce; i vizi e le virtù di storici, più o meno allineati con il partito comunista; l’originale punto di vista gramsciano sulla questione meridionale; le lotte fra gli intellettuali che porteranno a differenti posizioni pubbliche sulla consistenza culturale della produzione di Gramsci.

Tra le righe del saggio si capisce che l’"Operazione Gramsci" è la cartina di tornasole che permette una limpida comprensione dell’Italia dei giorni nostri. Un’Italia che forse oggi, da alcune parti anche a sinistra, subisce l’egemonia di una sinistra che sapeva essere partito dirigente ancor prima di essere partito di governo. Forse per questo, quella sinistra non si trovava in difficoltà a dialogare con gli intellettuali da una parte e con i lavoratori dall’altra. Era una sinistra che sapeva mettere a frutto le proprie peculiarità e che le inseriva nella collettività con l’intento di migliorare gli italiani. Una sinistra che non si arrendeva al fatto di essere messa in un canto, proprio perché comunista, ma che voleva comunque essere uno dei soggetti con cui dover parlare. Probabilmente la fortuna, anche all’estero, del pensiero gramsciano sta in tutto questo: diversità ed appartenenza, pensiero ‘alto’ ma concretamente inserito nella realtà di tutti i giorni. Gramsci riusciva a gestire queste polarità alte e basse ed aveva anche la capacità di dire la verità, come afferma Angelo d’Orsi in chiusura del suo saggio introduttivo:
 
"La nuova, ultima fortuna di Gramsci, davanti a un socialismo che si fondò sulla menzogna e su nuove ingiustizie, rovesciando le proprie premesse e promesse, risiede forse innanzi tutto in questa passione per la verità, che lo ricollega da un lato a un Romain Rolland e - sia pur in modo critico - a un Julien Benda, dall’altro a Edward Said, che più di ogni altro sembra aver raccolto il testimone dalle mani di Antonio Gramsci, attribuendo all’intellettuale il compito supremo di «dire la verità»" (p. 21).


                                                                                                Gianmaria Merenda


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