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08.07.2011

La pragmatica intenzionale di Paul H. Grice

di Paola Chiarella

1. Note introduttive

Nel fervido ambiente culturale oxoniense del secondo dopo guerra, le stimolanti riflessioni e gli importanti contributi filosofici di John L. Austin indirizzarono il pensiero di Paul H. Grice, il quale, coinvolto nel dibattito filosofico all’interno della scuola di Oxford, matura una linea di pensiero autonoma ed originale, il cui contenuto si caratterizza per il ruolo estremamente influente nel campo della filosofia del linguaggio ed in particolare della pragmatica.
Da Austin Grice eredita l’impostazione teorica che concepisce il linguaggio come una forma di azione, ma non ne segue l’approccio metodologico; infatti, pur considerando il linguaggio ordinario «uno strumento meravigliosamente complesso e intricato per mezzo del quale gli esseri umani fanno cose diverse usandolo in occasioni particolari» [1], la puntigliosa attenzione prestata alle diverse sfumature del linguaggio ordinario finisce per essere, a suo avviso un’attività defatigante e poco proficua e che egli definisce «linguistic botanizing» [2].
Oltre ad Austin alla formazione filosofico-culturale di Paul Grice contribuì W.F.R. Hardie, operante anch’egli nell’ambiente di Oxford, dal quale Grice disse di aver imparato "tutto ciò che si può imparare da qualcun altro", oltre alla convinzione che le questioni filosofiche devono essere decise con la ragione, e quindi attraverso la costruzione di argomenti [3].
Seppure, dunque, in debito per il suo bagaglio scientifico con la scuola di formazione, Grice ne innova la tradizione filosofica, nel senso che riconduce la semantica alla psicologia ed incentrando il concetto di significato dell’ enunciato sull’intenzione del parlante.
Grice ritiene, infatti, che il significato di un enunciato [4] non possa essere compreso automaticamente in virtù del suo proferimento, basandosi esclusivamente sul significato letterale delle parole e dei termini impiegati, poiché per la sua effettiva comprensione occorre scoprire quale sia stata l’intenzione comunicativa del parlante. La prospettiva intenzionalista, che rappresenta il filo conduttore di tutte le sue opere trova una compiuta espressione in alcuni suoi scritti più significativi (il saggio Meaning del 1957 e Logic and Conversation del 1975, entrambi contenuti in Studies in the Way of the Words [5] del 1989) nei quali è possibile constatare l’abbandono della tesi della priorità del linguaggio sul pensiero, e la maggiore attenzione prestata non tanto al significato delle parole e degli enunciati, quanto invece al modo in cui essi vengono utilizzati nella conversazione per esprimere l’intenzione del parlante [6].
In tal senso, Grice adotta una prospettiva a parte subiecti che, abbandonando l’aspetto oggettivo del significato, intende comprendere quest’ultimo alla luce delle intenzioni del parlante (speaker’s meaning).
Il metodo utilizzato dal filosofo per raggiungere questo scopo differisce dal "linguistic botanizing" di Austin [7], dal momento che si concentra su cosa le parole fanno e intendono significare al di là del loro significato letterale.

2. Significato naturale e non naturale.

Per mettere in luce la validità della prospettiva intenzionalista, Grice prende le mosse dall’analisi dei due diversi significati del verbo "to mean" ("significare, voler dire") il quale, egli notò, può essere usato in senso naturale e non naturale a seconda di ciò che il parlante intende comunicare. A tal fine egli adduce una serie di esempi.
Il verbo citato è usato in senso "naturale" in questi casi:
«Quelle macchie significano morbillo» [8].
«L’ultimo bilancio significa che avremo un anno difficile» [9].
«Le nuvole nere vogliono dire pioggia» [10].
Esso è usato in senso "non naturale" in questi altri casi:
«Quei tre suoni di campanello sull’autobus significano che l’autobus è pieno» [11].
«Quell’osservazione, ‘Rossi non poteva tirare avanti senza litigi’, voleva dire che Rossi considerava sua moglie indispensabile» [12].
«Il suo gesto voleva dire che non ne poteva più» [13].

Questi enunciati possono essere esemplificati attraverso le seguenti formule:
"x significa qualcosa",
"x significa che così-e-così",
"A intende (significare) qualcosa con x",
"Con x A intende che così-e-così"[14].

La differenza tra i due diversi usi consiste nel fatto che, quando il verbo significare è usato in senso "naturale", l’enunciato mette in rapporto tra loro segni linguistici e cose, secondo il principio aliquid stat pro aliquo, per cui il segno le macchie «significano, si riferiscono (al)» morbillo [15], il segno linguistico le nuvole è messo in relazione con uno stato di cose come la pioggia.
Quando il verbo significare è impiegato in senso "non naturale", esso esprime l’intenzione del parlante di comunicare qualcosa a qualcuno e, quindi, il rapporto non è tra segni linguistici e cose, ma consiste nell’intenzione comunicativa del soggetto che intende riferirsi a determinati stati di cose e si gioca interamente sul piano soggettivo e psicologico.
La differenza tra i modi di usare naturalmente e non naturalmente il verbo significare, ricalca la classificazione nota ai semiotici tra segni naturali da un lato e artificiali o intenzionali dall’altro.
I segni artificiali sono quelli prodotti ad arte per significare, quelli intenzionali sono quelli che vengono prodotti con l’intenzione di significare (di essi parlò anche Sant’Agostino [16]) e si distinguono da quelli naturali, «che invece non sono stati fatti da nessuno e che non derivano dall’intenzione di nessuno» [17].
L’uso non naturale del verbo significare viene distinto in modo più specifico da quello naturale alla luce di cinque criteri;
1) Quando il verbo significare è usato in senso naturale, come nel caso "Quelle macchie significano morbillo", il darsi del segno naturale implica il darsi dell’evento significato [18]. Non si può dire "Quelle macchie significano morbillo, ma non ha il morbillo", poiché, se il bambino ha quelle macchie, allora ha effettivamente il morbillo. Mentre nell’esempio dei tre squilli di campanello, si può dire "Quei tre suoni di campanello vogliono dire che l’autobus è pieno, ma in realtà non è pieno. Il conducente si è sbagliato" [19]. I tre squilli non implicano dunque che l’autobus sia effettivamente pieno, essendo possibile che l’autista sia incorso in un errore.
2) Quando il verbo significare è usato in senso naturale non si può giungere a nessuna conclusione su ciò che con il segno naturale si intende o si è inteso dire [20]. Pertanto non si potrà dire «Ciò che quelle macchie [ intendevano] dire era che aveva il morbillo» [21]. Mentre l’uso non naturale permette di giungere a delle conclusioni su ciò che si intende o si è inteso significare con il segno e quindi si potrà dire "Ciò che i tre suoni di campanello sono intendono dire è che l’autobus è pieno" [22].
3) Quando il verbo significare è usato in senso naturale non si può giungere a nessuna conclusione su ciò che qualcuno ha inteso significare con il senso naturale [23]. Non si potrà dire "Con quelle macchie Tizio ha inteso significare che ha il morbillo", perché quelle macchie sono un evento naturale e sono sorte indipendentemente dalla volontà del soggetto su cui sono comparse. Mentre nell’uso non naturale del verbo significare si può giungere alla conclusione di ciò che qualcuno ha inteso significare. Ad esempio si potrà dire che "attraverso i tre suoni di campanello l’autista ha inteso significare che l’autobus era pieno".
4) Nessuno degli esempi di uso naturale del verbo significare può essere riformulato in una frase in cui il verbo significare sia seguito da una frase o locuzione tra virgolette [24]. L’esempio delle macchie di morbillo non potrà formularsi in questo modo "Quelle macchie significano ‘morbillo’ ". Mentre ciò non vale per l’uso non naturale del verbo, perché si potrà dire "Quei tre suoni di campanello significano ‘L’autobus è pieno’ ".
5) Gli esempi di uso naturale possono essere riformulati attraverso frasi che iniziano con questa locuzione «Il fatto che…», e quindi con riguardo ai primi esempi si potrà dire «Il fatto che egli avesse quelle macchie voleva dire che aveva il morbillo» [25], mentre l’uso non naturale del verbo significare non ammette, per Grice, una frase del genere «Il fatto che il campanello abbia suonato tre volte vuol dire che l’autobus è pieno» [26].
Per quanto riguarda il primo punto, gli esempi di significato naturale sono esempi «fattivi» [27 in quanto chi li proferisce si impegna circa la verità del fatto espresso dal significato naturale.
Ciò invece non vale per il significato non naturale, dal momento che chi afferma "Quei tre suoni di campanello significano che l’autobus è pieno", non si impegna circa il fatto che l’autobus sia effettivamente pieno, chi si impegna semmai potrebbe essere il bigliettaio che ha suonato tre volte il campanello per far sapere all’autista che l’autobus era al completo [28].
Il secondo e il terzo criterio si caratterizzano non tanto per aver messo in evidenza la riconducibilità dei segni non naturali ad un emittente umano, quanto piuttosto per la circostanza che quei segni siano stati espressi con l’intenzione di comunicare qualcosa a qualcuno [29]. Proprio per questa ragione della riconducibilità del significato non naturale all’intenzione di un emittente umano si spiega il quarto criterio, che permette di riformulare gli esempi di uso non naturale in discorso diretto attraverso l’uso delle virgolette.
Infine anche il quinto criterio risponde alla stessa ratio, dal momento che il significato naturale esprime semplicemente un fatto involontario, mentre il significato non naturale l’«atto intenzionale» [30] di un soggetto di «comunicare proprio quel significato» [31].  

3. Il riconoscimento dell’intenzione del parlante.

L’intenzione comunicativa del parlante è, come si è visto, l’elemento che caratterizza l’uso non naturale del verbo significare, tuttavia, ai fini della comprensione del significato non naturale di un enunciato, è necessario che ricorra un altro elemento che consiste nel riconoscimento della suddetta intenzione da parte di colui a cui l’enunciato è rivolto.
L’intenzione del parlante può essere diretta ad indurre una credenza nel destinatario (nei casi informativi) o a far fare qualcosa al destinatario (nei casi imperativi), ma perché ciò avvenga occorre che il soggetto in questione la comprenda, la realizzi. "In altre parole, il riconoscimento da parte dell’ascoltatore dell’intenzione del parlante realizza l’intenzione" [32].
Allora si può dire che, affinché A voglia dire non naturalmente qualcosa con x, deve intendere indurre in D [33] una credenza o un’azione, essendo necessario a tal fine che D riconosca questa sua intenzione.
Il riconoscimento dell’intenzione è, quindi, un elemento indispensabile e viene concepito dal filosofo non come una semplice causa che induce automaticamente il destinatario a credere o a fare qualcosa, ma piuttosto come una ragione [34] per credere o per fare, dal momento che gli effetti in questione devono essere sotto il controllo dell’uditorio [35] ovvero devono essere qualcosa che il destinatario deve essere libero di credere o fare.
Tutto ciò si accompagna al particolare atteggiamento mentale del parlante, consistente nella convinzione che il riconoscimento della sua intenzione sia determinante ai fini della produzione degli effetti desiderati, senza dare per scontato che essi si possano verificare in virtù di altri fattori. [36]
La formula sopra riportata di significato non-naturale "A intende (significare) qualcosa con x" può essere a questo punto espressa nell’ equivalente: «A intendeva che l’enunciazione di x producesse qualche effetto su un uditorio attraverso il riconoscimento di quella stessa intenzione» [37]. Se gli effetti si producono per altri fattori che non siano esclusivamente il riconoscimento dell’intenzione, allora non si è in presenza di significato non naturale.
Per esplicitare questa fondamentale condizione il filosofo formula esemplificamente una serie di casi informativi.
 
1. «Erode presenta a Salomè la testa di San Giovanni Battista su di un vassoio» [38].
2. «Sentendosi svenire un bambino fa in modo che la madre veda quanto è impallidito (sperando che possa trarre la dovuta conclusione e aiutarlo) » [39].
3. «Lascio lì la tazza che mia figlia ha rotto in modo che la veda mia moglie» [40].
Il riconoscimento dell’intenzione in tutti questi casi non gioca un ruolo determinante, ma accessorio.
Infatti, apparentemente si potrebbe intravedere in questi esempi un significato non naturale, in quanto Salomè, la madre e la moglie in realtà riconoscono l’intenzione rispettivamente di Erode, del bambino e del marito di far credere qualcosa, tuttavia, essi sono indotti a credere non esclusivamente in virtù del riconoscimento dell’intenzione, ma per effetto della vista della testa mozzata, del pallore e della tazza rotta. Per chiarire ulteriormente questo profilo si hanno altri esempi:

1. «Faccio vedere al signor X una fotografia in cui il signor Y mostra un’indebita confidenza nei confronti della signora X» [41].
2. «Faccio un disegno del signor Y che si comporta in questa maniera e lo faccio vedere al signor X» [42].
Nel primo di questi casi, la fotografia non è atta a significare non naturalmente qualcosa, dal momento che il signor X si convincerà del fatto che sua moglie lo tradisce non in virtù del riconoscimento della mia intenzione di farglielo sapere, ma solo in virtù di ciò che appare con assoluta evidenza sotto ai suoi occhi. Il disegno invece significa non naturalmente qualcosa poiché produce la credenza che tra sua moglie del signor X ed il signor Y c’è una certa confidenza, proprio riconoscendo l’intenzione dell’autore di conseguire questo obiettivo. A questo punto il filosofo presenta altri esempi di casi questa volta imperativi (o semi-imperativi).
Ammettiamo di avere in casa nostra un ospite particolarmente avaro e sia nostra intenzione mandarlo via. Questo effetto può essere ottenuto gettando una banconota giù dalla finestra, o indicandogli la porta o dandogli uno spintone.
Nel primo caso il soggetto avaro se ne andrà non perché riconoscerà che è nostra intenzione mandarlo via, ma solo perché intende aggiudicarsi la banconota. Negli altri due casi invece, il gesto di indicare la porta, o lo spintone significheranno non naturalmente che egli non è gradito e che vogliamo che se ne vada e, per questa ragione, riconoscendo la nostra intenzione, sarà portato ad alzarsi e andarsene.
E’ necessario dunque alla luce di quanto visto, che l’atteggiamento di chi parla sia non solo intenzionale, ma che ai fini della produzione degli effetti desiderati il destinatario della comunicazione riconosca la nostra intenzione di indurlo a credere o fare qualcosa o a sentirsi in un particolare stato d’animo. Ammettiamo che io voglia umiliare qualcuno fingendo di non riconoscerlo quando lo incontro per strada [43].  Lo stato d’animo di umiliazione e risentimento sorgerà nell’animo del soggetto in questione solo se riconoscerà che è mia intenzione umiliarlo e non penserà che invece ero semplicemente distratta.
Si può dunque affermare che l’elaborazione filosofica di Grice conferisce al concetto di riconoscimento dell’intenzione un ruolo di raccordo tra l’intenzione di significare e quella di ottenere determinati effetti. Se l’intenzione di significare non viene riconosciuta da colui che ascolta, gli effetti che il parlante intende raggiungere non si produrranno. In questo modo si valorizza il ruolo dell’ascoltatore, che non viene visto come il mero soggetto passivo dell’attività linguistica, e il rapporto sinergico che entrambi i soggetti coinvolti nel processo comunicativo devono instaurare. La comunicazione si instaura, dunque, su un piano soggettivo e psicologico che, nei casi di uso non naturale del verbo significare, va oltre il significato letterale dell’enunciato, mentre, nei casi di uso naturale del verbo in parola, si arresta sul piano oggettivo, poiché per comprendere il significato di un enunciato non si deve e non si può risalire alle intenzioni del parlante, ma è sufficiente basarsi sul rapporto tra segni e cose (per es. le nuvole significano pioggia).
I tre elementi su cui si fonda la teoria griciana del significato sono, dunque, l’intenzione del parlante, il riconoscimento di essa da parte dell’ascoltatore e la produzione di effetti in virtù di questo riconoscimento (non già per effetto di altri fattori).

4. Dal significato del parlante al significato convenzionale.

Un’altra importante distinzione all’interno dell’elaborazione sul significato è quella contenuta nella sesta delle William James Lectures che distingue il significato del parlante dal significato convenzionale [44]. Il primo (che è quello finora considerato) è connesso a ciò che il parlante, in una determinata circostanza, ha inteso comunicare proferendo l’enunciato x, mentre il secondo è legato al concetto di regolarità tenuta all’interno di un gruppo o da un individuo. Per mostrare in cosa il secondo consista, passando dal significato del parlante a quello convenzionale, Grice ricorre al concetto di «avere una certa procedura nel proprio repertorio» [45] rispetto ad un enunciato x.
Si può parlare di procedura rispetto all’enunciato x:

1) «Quando x è comunemente usato da un certo gruppo G; ossia, il pronunciare x in date circostanze fa parte della pratica di molti componenti di G» [46]. (Per cui ad es. il Sig. X in una certa circostanza userà l’enunciato x, perché sa che anche gli altri membri del suo gruppo nella medesima circostanza sono effettivamente pronti ad enunciare x).
2) «Quando x è comunemente usato soltanto da E [Enunciatore]; è una pratica del solo E quella di enunciare x in date circostanze». [47] (E sarà dunque effettivamente pronto ad enunciare x se ricorrono quelle circostanze).
3) «Quando x non è affatto usato comunemente, ma l’enunciazione di x in date circostanze fa parte di un sistema escogitato da E, ma che non è mai stato impiegato» [48].
Il significato convenzionale di un enunciato x dipende dal modo in cui i membri di un gruppo, o anche un solo individuo sono soliti usarlo per «produrre certi effetti comunicativi su qualche destinatario» [49].
Si può dire allora che l’enunciato x ha convenzionalmente il significato q, che in determinate circostanze i componenti di un gruppo vi associano e sanno che anche gli altri vi associano un certo significato. Che all’enunciato x si associ il significato q è un fatto che accade normalmente, consuetudinariamente all’interno di un gruppo, se ricorrono particolari circostanze, e il significato dell’enunciato trascende quello occasionale del parlante e corrisponde a quello condiviso da una collettività o che rientra nell’ambito di una prassi di significazione che un soggetto è solito tenere con riguardo ad esso.
Per vedere concretamente come si possa passare dal significato del parlante al significato convenzionale, ci può venire in aiuto un episodio che ha riguardato la vita di Giulio Cesare. Questi è particolarmente noto per aver compiuto straordinarie imprese conquistando valorosamente molti territori d’oltralpe. Dopo aver assoggettato i Galli, le popolazioni germaniche e britanniche, fu richiamato in patria dal Senato, sotto la pressione di Pompeo il quale temeva che la fama di Giulio Cesare potesse oscurare la sua.
I confini dello Stato romano erano allora segnati dal corso del fiume Rubicone e in base a quanto prescritto dalla legge egli avrebbe dovuto congedare i legionari e recarsi da solo a Roma, ma avendo capito che il motivo del richiamo in patria era quello di privarlo dal potere, varcò il fiume con tutto il suo esercito e dopo essersi fermato un istante esclamò spingendo il cavallo nell’acqua: «alea iacta est» ovvero «il dado è tratto».
Questa espressione diventata ormai celebre, e che fu usata da Giulio Cesare con l’intenzione di significare che ormai la cosa era stata fatta, che non poteva più tornare sui suoi passi, si è "cristallizzata" in questo significato e viene oggi convenzionalmente utilizzata in quelle circostanze in cui non serve più indugiare sull’azione, in quanto non vi è possibilità di tornare indietro e bisogna guardare avanti. La regolarità nel modo di ricorrere a questa espressione si collega al fatto che tutti ad essa vi associano lo stesso significato.
Il linguaggio appare allora come un complesso fenomeno sociale, legato per quanto concerne la sua operatività a particolari situazioni e contesti. Questi ultimi a condizione che restino invariati nel tempo, consentono che i segni linguistici esprimano e mantengano un significato particolare per emittenti e fruitori diversi.

5. Le obiezioni di John R. Searle e di Jürgen Habermas alla teoria del significato di Grice.

La teoria del significato non naturale esposta da Grice nell’articolo Meaning ha incontrato le puntuali critiche di John R. Searle, il quale ha contestato la visione esclusivamente soggettivistica e intenzionalista del significato presente nel pensiero di Grice, dal momento che essa non evidenzierebbe il legame che c’è tra il significato, le regole e le convenzioni linguistiche, ed inoltre perché, definendo il significato come il voler conseguire dati effetti mediante il riconoscimento dell’intenzione del parlante, confonderebbe gli atti illocutivi con quelli perlocutivi [50].
Per motivare la prima delle due obiezioni, Searle ricorre alla figura del soldato americano il quale, catturato durante la Seconda guerra mondiale dalle truppe italiane, cerca di fingersi tedesco per essere rilasciato, recitando alcuni versi di una poesia del poeta Goethe («Kennst du das Land wo die Zitronen blüh’n?» [51] che significa "Conosci il paese dove fioriscono i limoni?") e sperando che i soldati italiani, non conoscendo il tedesco, pensino significhi "Sono un soldato tedesco".
In questo caso, obietta Searle, stando alla teoria di Grice, il soldato intende produrre l’effetto di far credere alle truppe italiane di essere un tedesco, in virtù del riconoscimento da parte loro della sua intenzione, tuttavia, afferma Searle, quando il soldato dice «Kennst du das Land…» non vuole dire, non ha l’intenzione di dire «Sono un soldato tedesco», perché il soldato in questione sa che le parole pronunciate vogliono dire tutt’altra cosa. La reale intenzione del soldato è quella di ingannare le truppe italiane, le quali (se l’inganno non venisse scoperto) riconoscerebbero un’intenzione diversa da quella che invece il soldato ha. In questo modo allora la necessità evidenziata da Grice che l’ascoltatore comprenda l’intenzione del parlante ai fini della comprensione del significato, verrebbe meno.
Sul punto Grice controbatte affermando che l’intenzione del soldato, supportata magari anche da gesti e da un tono solenne, non sarebbe quella di far capire di essere un soldato tedesco, ma piuttosto quella di fare in modo che le truppe italiane pensino sia un soldato tedesco, di farle ragionare cioè in modo che pensino sia un soldato tedesco [52]. «Forse in questo caso (afferma Grice) non saremmo disposti ad affermare che l’americano voleva dire di essere un ufficiale tedesco, ma soltanto che intendeva lo pensassero» [53].
Le obiezioni di Searle continuano in questa direzione, evidenziando il fatto che il «significato è qualcosa di più che una questione di intenzione, è anche, almeno a volte, una questione di convenzione», [54] altrimenti, continua Searle, si potrebbe «pronunciare qualsiasi frase con qualsiasi significato, sempre che le circostanze rendano possibili le intenzioni appropriate» [55].
Il significato di un enunciato invece, secondo Searle non può prescindere dalle regole e dalle convenzioni linguistiche e ciò viene dimostrato attraverso l’esempio considerato, dal momento che il soldato, proferendo la frase in tedesco, corretta grammaticalmente, ricorre alle regole e alle convenzioni che sono alla base della lingua tedesca. [56]
Occorrerebbe dunque, secondo Searle, riformulare la teoria di Grice in modo da combinare gli aspetti intenzionali con quelli convenzionali, sottolineando come «il fatto che si voglia dire qualcosa quando si pronuncia una frase è più che occasionalmente collegato a quel che la frase vuol dire nella lingua che si sta parlando» [57].
La seconda obiezione di Searle consiste nel fatto che secondo la teoria di Grice «dire qualcosa e volerlo dire è questione di voler eseguire un atto perlocutivo» [58],  poiché il riconoscimento dell’intenzione del parlante produrrebbe gli effetti del far credere o far fare qualcosa. Searle invece ritiene che «dire qualcosa e volerla dire è questione di voler eseguire un atto illocutivo», poiché quando l’ascoltatore riconosce l’intenzione del parlante, l’effetto che si consegue è «semplicemente il fatto che l’ascoltatore capisce l’enunciato del parlante» [59].
Per argomentare ciò egli dimostra che molti enunciati possono non avere effetti perlocutivi, e ciò accade nel caso del saluto «Buongiorno» dal momento che quando un soggetto lo dice e lo vuole dire non ha alcuna intenzione di ottenere uno stato o un’azione, se non che colui a cui è rivolto il saluto sappia che quella persona lo ha salutato [60]. La teoria di Grice avrebbe dunque il difetto di adattarsi soltanto agli enunciati che possono avere effetti perlocutivi, come l’enunciato «Vattene», il cui significato sarebbe legato all’effetto perlocutivo che il parlante intende ottenere e che consiste nel fatto che la persona a cui è rivolto se ne vada.
Inoltre Searle continua affermando che talvolta si può dire qualcosa a cui è correlato un effetto perlocutorio, ma il soggetto dice e vuole dire quella cosa senza la volontà di produrre l’effetto perlocutorio (un esempio potrebbe essere il caso in cui un soggetto si scusa pubblicamente per qualcosa perché ritiene suo dovere farlo senza stare a vedere che coloro che lo hanno ascoltato ci abbiano creduto o no) [61].
Infine Searle dichiara che non sempre la ragione o una delle ragioni per cui il destinatario di un enunciato, nei casi informativi ad esempio, si convinca di qualcosa consiste nel fatto che il parlante intende che questi ci creda ad esempio, osserva Searle, quando leggiamo un libro di filosofia non crediamo a ciò che l’autore dice solo perché ci accorgiamo che quella è la sua intenzione) [62].
Per concludere sul punto, Searle afferma che quando il parlante realizza la sua intenzione comunicativa tramite il riconoscimento di essa, l’effetto che ne deriva non è una credenza o un’azione (come riteneva Grice) ma «semplicemente il fatto che l’ascoltatore capisca l’enunciato del parlante» [63] (gli effetti allora sono di tipo illocutivo). Ma per ottenere l’effetto illocutivo della comprensione occorre combinare l’aspetto intenzionale del parlante con quello convenzionale della lingua usata e in tal modo ne deriva che:

1) «Capire una frase equivale a conoscerne il significato»,
2) «Il significato di una frase è determinato da regole, che specificano sia le condizioni di enunciazione della frase sia che cosa rappresenta l’enunciazione»,
3) «Enunciare una frase e volerla dire è questione di (a) intendere (i-i) che il parlante sappia (riconosca, si renda conto) che certi stati di cose, specificati da alcune delle regole, sussistono, (b) volere che il parlante sappia (riconosca, si renda conto di) queste cose, facendo in modo che egli si renda conto di (i-i) e (c) facendo in modo che egli si renda conto di i-i in virtù della sua conoscenza delle regole per la frase enunciata»,
4) «La frase fornisca quindi un mezzo convenzionale per attuare l’intenzione di produrre un certo effetto illocutivo nell’ascoltatore. Se un parlante enuncia la frase e la vuole dire, egli avrà le intenzioni (a), (b) e (c). La comprensione della frase da parte dell’ascoltatore consisterà semplicemente nell’attuazione di queste intenzioni. E le intenzioni saranno, in generale, attuate se l’ascoltatore capisce la frase, cioè ne conosce il significato, cioè conosce le regole che ne governano gli elementi» [64].
In tal modo Searle ritiene di essere riuscito a combinare l’aspetto intenzionale con quello (non meno importante) delle regole e delle convenzioni linguistiche.
A questo punto Grice rivede la sua teoria facendovi rientrare quell’elemento di cui Searle la accusava di essere mancante e parla al riguardo di una "caratteristica «chiave» c [65], rappresentata dal fatto che i segni utilizzati nella comunicazione verbale consistono di enunciati e parole formulati correttamente dal punto di vista sintattico, ai quali le convenzioni della lingua utilizzata attribuiscono il significato che gli emittenti vogliono sia riconosciuto dai destinatari.  [66]Grice non può fare a meno comunque di ritornare su di un piano soggettivo, quando afferma che ciò che importa è non tanto che la convenzione permetta davvero che agli enunciati ed alle parole si assegni quel significato che gli emittenti intendono comunicare ai destinatari quanto invece il fatto che «l’emittente vuole che la convenzione che lui stesso riconosce e usa per determinare certi effetti nel destinatario sia la stessa che il destinatario riconosce ed usa» [67].
L’importanza di non prescindere dalle strutture linguistiche ai fini della comprensione del significato degli enunciati è condivisa anche da Jürgen Habermas, il quale afferma che ai fini di una teoria dell’agire comunicativo sono utili solamente le teorie analitiche del significato che non prescindono dalla struttura dell’espressione linguistica e che anzi si fondano su questa, piuttosto che sulle intenzioni del parlante [68]. Le critiche che il filosofo tedesco muove alla semantica intenzionale di Grice è che essa si fonda su enunciati che, sbarrando la via diretta della comprensione [69], non trasmettono in via intuitiva il significato, ma solo in via indiretta, essendo a tal fine necessario risalire all’intenzione del parlante. Queste teorie, secondo Habermas, verrebbero a fondarsi sull’«agire strategico», piuttosto che su quello «comunicativo». Infatti, osserva il filosofo tedesco, è diverso comprendere ciò che il parlante intende proferendo l’enunciato x (e cioè comprendere il significato di x) [70], dal conoscere l’intenzione e, quindi, il fine che il parlante intende conseguire mediante esso. L’obiettivo del parlante infatti sarebbe raggiunto semplicemente nel momento in cui chi lo ascolta riconosce la sua intenzione, tuttavia questo riconoscimento non permette a colui che ascolta di comprendere che cosa il parlante effettivamente intende, «cioè su che cosa egli vuole comunicare con lui» [71].
L’«agire strategico» su cui si fonda la semantica intenzionale non intende perseguire la comprensione e l’intesa linguistica [72] tra il parlante e l’ascoltatore su di un piano paritario, dal momento che non mira ad ottenere un effettiva intesa comunicativa, ma solamente a far sì che colui che ascolta comprenda l’intenzione di chi parla (e niente di più), essendo infatti solo quest’ultimo il soggetto attivo del rapporto. Nell’agire comunicativo invece i soggetti partecipanti non sono guidati nelle loro azioni in via principale dal conseguimento del proprio successo, in quanto i loro fini vengono perseguiti essenzialmente attraverso atti dell’intendersi, sintonizzando reciprocamente i rispettivi piani di azione, al fine di giungere ad un’intesa che rappresenti il fondamento per un unanime coordinamento dei progetti di azione che saranno però conseguiti ciascuno rispettivamente in modo individuale [73] .
Questo «atteggiamento orientato all’intesa» presuppone l’esistenza di almeno due soggetti che «capaci di linguaggio e di azione comprendono in modo identico un’espressione linguistica» [74].  
Il parlante secondo Habermas, nell’esecuzione di un atto linguistico, avanzerebbe tre pretese di legittimità, verità, veridicità che consistono nel
«a) compiere un’azione linguistica corretta, in relazione al contesto normativo dato, affinché si realizzi una relazione interpersonale riconosciuta legittima fra lui e l’uditore;
b) formulare un’enunciazione vera (ovvero presupposti di esistenza appropriati) affinché l’uditore assuma e condivida il sapere del parlante;
c) esprimere le sue opinioni, intenzioni, sentimenti, desideri in modo veridico affinché l’uditore presti fede a quel che viene detto» [75].
In questo modo l’uditore sarebbe nelle condizioni di comprendere l’enunciato, prendendo posizione con un sì o con un no sulla pretesa che il parlante avanza con l’atto linguistico e una volta che l’intesa viene raggiunta indirizzando il proprio agire sulla base degli impegni d’azione fissati dalle convenzioni. [76]
 
6. Il Principio di Cooperazione e le implicature conversazionali.

Un altro dei temi centrali su cui ruota il pensiero di Grice concerne la differenza che sussiste tra «dire» e «implicare». Il filosofo evidenzia infatti, la circostanza che alcuni enunciati danno ad intendere qualcosa che va oltre il significato letterale e a tal fine introduce il concetto di "implicatura conversazionale". Se infatti diciamo «Oggi c’è troppo vento» a chi ci invita per una passeggiata, letteralmente affermiamo che la giornata di oggi è troppo ventilata, ma ciò che intendiamo dire (ovvero ciò che viene implicato dal nostro enunciato) è che non vogliamo uscire.
Il concetto di "implicatura conversazionale" è strettamente collegato, secondo Grice, al "Principio di Cooperazione", il quale, fondandosi sul presupposto che gli scambi verbali sono esempi di comportamento cooperativo, prescrive che il contributo prestato nell’ambito di una conversazione deve essere tale da favorirne una buona riuscita. Esso si esprime in questi termini: «conforma il tuo contributo conversazionale a quanto è richiesto, nel momento in cui avviene, dall’intento comune accettato o dalla direzione dello scambio verbale in cui sei impegnato» [77]. Dal Principio in parola discendono quattro categorie relative a Quantità, Qualità, Modalità e Relazione, che riecheggiano le categorie kantiane e la cui osservanza concorre a realizzare l’obiettivo sotteso al principio stesso.
La categoria della Quantità riguarda (appunto) la quantità di informazioni che deve essere trasmessa e si compone delle seguenti massime: «1. Dà un contributo tanto informativo quanto richiesto (dagli intenti dello scambio verbale in corso) 2. Non dare un contributo più informativo di quanto sia richiesto». [78]
La categoria della Qualità si riferisce al concetto di verità e comprende la supermassima «Cerca di dare un contributo che sia vero», e le due massime «1. Non dire ciò che ritieni falso 2. Non dire ciò per cui non hai prove adeguate» [79].
La categoria della Relazione si compone di un’unica massima «Sii pertinente», mentre la categoria della Modalità si compone della supermassima «Sii perspicuo» e delle sue specificazioni che sono: «1. Evita oscurità d’espressione 2. Evita ambiguità 3. Sii conciso (evita inutili prolissità) 4. Sii ordinato» [80].
Il collegamento che sussiste tra le massime in questione e l’implicatura conversazionale consiste nel fatto che la violazione o lo sfruttamento, come dice Grice, delle suddette massime dà origine ad un’implicatura conversazionale.
Nell’esempio dell’enunciato sopra riportato «Oggi c’è troppo vento», è stata violata la massima della relazione «Sii pertinente», perché dire che c’è troppo vento è una risposta per nulla attinente a ciò che è stato chiesto. Tuttavia, dal momento che rispondendo comunque alla domanda si è dimostrato di non voler uscire dalla comunicazione, colui che ascolta è in grado di comprendere che si è voluto comunicare qualcos’altro che le parole non dicono. Ammettiamo l’esempio di una lettera di presentazione per un posto da titolare in una squadra di serie A che abbia questo tenore «Il giocatore conosce le regole del gioco e frequenta con assiduità gli allenamenti». In un caso del genere è stata sfruttata la massima della quantità che prescrive di dare un contributo informativo adeguato, perché colui che scrive la lettera non dice nulla delle capacità tecniche del giocatore. Tuttavia, esprimendosi in quei termini, si è implicato di non aver nulla di elogiativo da dire sul giocatore circa le sue abilità.
Vediamo ad esempio il caso in cui venga violata la massima qualità relativa al non dire ciò che si ritiene falso. Alcuni amici si danno un appuntamento, ma uno di loro arriva come tutte le volte con mezz’ora di ritardo, e ammettiamo che appena quest’ultimo raggiunge i suoi amici, uno di loro esclami «Ecco il campione di puntualità!». In questo caso l’enunciato che l’amico rivolge al ritardatario è un’espressione ironica, e l’ironia deriva proprio dal fatto di affermare qualcosa che tutti sanno essere platealmente falso. Sebbene le implicature conversazionali vanno oltre il significato letterale degli enunciati, esse possono essere colte soltanto se non si prescinde da quest’ultimo. Infatti, l’ironia sottesa al proferimento di un enunciato non verrebbe colta se coloro che ascoltano non comprendessero che letteralmente esso vuol dire proprio un'altra cosa [81].
Una caratteristica fondamentale dell’implicatura conversazionale è la sua calcolabilità ovvero la possibilità di ricavare ciò che le parole letteralmente non dicono, attraverso l’elaborazione di un argomento deduttivo [82]. Riprendendo l’esempio dell’invito per una passeggiata ipotizziamo che A sappia che le giornate ventilate fanno venire il mal di testa a B, allora l’implicatura conversazionale è sostituibile da un argomento siffatto: Le giornate ventilate fanno venire il mal di testa a B, B ha detto che oggi c’è troppo vento, B non vuole uscire perché teme che le venga il mal di testa.
Per poter calcolare un’implicatura conversazionale, l’ascoltatore deve avere le competenze linguistiche della lingua in cui l’enunciato è espresso, deve conoscere il Principio di Cooperazione e le sue massime, deve tenere in considerazione il contesto linguistico ed extra-linguistico in cui esso viene espresso, ed inoltre deve fare affidamento sul proprio bagaglio di conoscenze di fondo, sapendo che tutto ciò vale anche per il parlante [83]. L’implicatura conversazionale è generalizzata se può essere tratta da un certo enunciato in qualsiasi contesto normale, mentre è particolare se dipende dal contesto in cui l’enunciato è proferito.
Le implicature conversazionali si contraddistinguono per il fatto di essere cancellabili, non distaccabili, non convenzionali, legate non a ciò che viene detto, ma all’atto di dirlo, indeterminate [84].
La cancellabilità riguarda la possibilità che l’implicatura sia negata, B infatti potrebbe cancellare l’implicatura del non aver voglia di uscire che A ha ricavato dalla sua espressione «Oggi c’è troppo vento», se aggiungesse «Ma mi fa comunque piacere prendere una boccata d’aria con te». La non distaccabilità consiste nel fatto che non è possibile trovare un altro modo per dire la stessa cosa, da cui non derivi l’implicatura in questione [85]. Inoltre le implicature conversazionali non sono convenzionali, quest’ultime non sono calcolabili e dipendono dalle parole utilizzate nell’enunciato, le quali permettono di determinare non solo ciò che viene detto ma anche ciò che viene implicato [86].
L’implicatura conversazionale non deriva da quanto viene detto, cioè dall’enunciato o dai termini che lo compongono, ma piuttosto dal fatto che qualcuno lo dica o la metta in quei termini, ovvero dal fatto che è «il parlante a implicare conversazionalemente qualcosa» [87], e quindi è il suo atto (piuttosto che le sue parole) a generare l’implicatura.
L’implicatura conversazionale, infine, può essere determinata ma anche indeterminata, nel senso che può essere chiaro ciò che il parlante ha inteso implicare, ma talvolta ad un enunciato sono sottese tante variabili quante sono le possibili spiegazioni che si possono dare all’enunciato stesso.
 
7. Note conclusive.

I contributi offerti da Grice, nel panorama delle riflessioni filosofiche sul linguaggio, si collegano seppur con le notevoli differenze, al ruolo fattivo che Austin aveva riconosciuto al potere delle parole. Su questa scia, infatti, attraverso la distinzione tra significato naturale e non naturale, tra il significato del parlante e quello convenzionale, ed anche attraverso il concetto di implicatura conversazionale, egli dimostra come le parole e gli enunciati siano capaci di far diventare perfettamente operanti significati e concetti sostanzialmente inespressi nell’ambito di una comunicazione.
Tutta l’elaborazione filosofica di Grice ha inoltre il pregio di aver messo la semantica nella giusta luce prospettica del ruolo fondamentale che il soggetto ha nei contesti comunicativi, poiché il significato del parlante ha un ruolo prioritario rispetto al significato linguistico. E’ infatti l’intenzione del parlante e il riconoscimento di quest’ultima da parte dell’ascoltatore la condizione essenziale per far sì che un enunciato abbia significato e sia in grado di raggiungere determinati effetti (quali la conoscenza nei casi informativi, e l’azione nei casi imperativi). In tal modo Grice conferisce a colui che ascolta un ruolo cruciale, poiché questi concorre, non meno del parlante, a determinare il significato di un enunciato. Se infatti l’ascoltatore non avesse "l’intenzione" di ricevere e di comprendere il messaggio che gli viene rivolto, tutta l’attività comunicativa del parlante verrebbe irrimediabilmente frustrata. Il riconoscimento dell’intenzione del parlante da parte dell’ascoltatore, realizza l’intenzione del primo di far credere o far fare qualcosa al secondo. In questa prospettiva qualsiasi discorso del parlante, quand’anche non fosse accompagnato da una replica verbale del destinatario, ma solamente dalla sua predisposizione ad interagire col primo, acquista una veste dialogica con riguardo all’effetto che si intende raggiungere. L’attività comunicativa del parlante si trasforma dal monologo al dialogo in quanto la risposta data dall’ascoltatore è di tipo non verbale e tuttavia realizza l’interazione tra i due soggetti sul piano della comprensione. Comprendersi equivale a comunicare circa un qualche argomento, seppure questo argomento è scelto dal parlante; due soggetti infatti che in un botta e risposta si scambiano le loro vedute, non comunicano per il semplice fatto di proferire dei suoni. Nella famosa tragedia di Sofocle, l’Antigone, la protagonista ha un acceso diverbio con suo zio Creonte circa la sepoltura che egli nega al fratello di lei Polinice per aver mosso guerra alla città. Entrambi si sforzano di far comprendere all’altro le proprie ragioni, ma a ben vedere il contatto verbale tra i due non può essere considerato un vero e proprio dialogo, ma uno scambio di battute che non si è trasformato in una effettiva comprensione della reciproche posizioni e quindi delle reciproche intenzioni comunicative.
Infine, quando il filosofo analizza il «significato convenzionale», egli presenta il linguaggio come un fenomeno di psicologia sociale i cui segni linguistici acquistano un determinato significato a seconda dei fruitori, o meglio del contesto psicologico-sociale in cui essi si collocano. Il significato degli enunciati non si dà al mondo in forma dogmaticamente pietrificata e consolidata, ma si presenta piuttosto con un contenuto strumentalmente plasmabile a seconda degli usi che i soggetti intendano farne.
Da ciò si può concludere che l’attività comunicativa non è la semplice trasmissione di segni da un soggetto parlante ad uno che passivamente si limita a riceverli e a decodificarli, ma è piuttosto una complessa attività cooperativa, nella quale i contributi sinergici di tutti i partecipanti e la ricorrenza di determinate circostanze favoriscono le condizioni essenziali per la sua felice realizzazione. 


                                                                                                    Paola Chiarella      

Paola Chiarella è Dottore di ricerca in Teoria del diritto e ordine giuridico europeo, Università Magna Graecia di Catanzaro



Note:

[1] Cosenza G., La pragmatica di Paul Grice. Intenzioni, significato,comunicazione, Bompiani, Milano, 2002, p. 272.
[2] Moro G., Introduzione all’edizione italiana di Grice H.P., Logica e conversazione. Saggi su intenzione, significato e comunicazione, Il Mulino, Bologna, 1993, p. 10 (tit. orig.: Studies in the Way of Words, Cambridge (MA) - London, Harvard University Press, 1989.
[3] Cfr. al riguardo Cosenza G., La pragmatica di Paul Grice, cit., p. 16.
[4] Occorre precisare che Grice si occupato anche del significato dei segni non linguistici come i gesti e le azioni e quindi ciò che verrà riferito per gli enunciati varrà anche per i segni non linguistici.
[5] Quest’opera (citata supra alla nota 2) presenta in modo organico il contenuto delle William James Lectures tenute presso l’Università di Harvard nel 1967.
[6] Picardi E., Le teorie del significato, Laterza, Roma-Bari, 1999, p. 95.
[7] Moro G., Introduzione all’edizione italiana di Grice H.P., Logica e conversazione, cit., p. 10.
[8] Op. cit., p. 219.
[9] Ibidem.
[10] Op.cit., 291.
[11] Op. cit., 220.
[12] Ibidem.
[13] Op. cit., 291.
[14] Con x si intende un enunciato e con A un agente umano.
[15] Meo O., Il Contesto,Osservazioni dal punto di vista filosofico, FrancoAngeli, Milano, 1991, p. 107.
[16] De Doct. chr. I, ii, 2; II, i, 1, ii, 3, citato da Fadda E., Piccolo corso di semiotica, Bonanno, Acireale-Roma, 2004, p. 26
[17] Fadda E., Piccolo corso di semiotica, cit., p. 26.
[18] Leonardi P., La filosofia del linguaggio ordinario. Significato e forza, in Introduzione alla filosofia analitica del linguaggio, a cura di Santambrogio M., Laterza, Roma-Bari, 1992, p. 158.
[19] Grice H.P., Logica e conversazione, cit., p. 220.
[20] Op. cit., 219.
[21] Ibidem.
[22] Op. cit., 220.
[23] Op. cit., 219.
[24] Ibidem.
[25] Op.cit., 220.
[26] Ibidem.
[27] Op.cit., 292.
[28] Cosenza G., La pragmatica di Paul Grice. Intenzioni, significato,comunicazione, cit., p.40.
[29] Op. cit., p.42.
[30] Op.cit., 44.
[31] Ibidem.
[32] Holtgraves T., Language as Social Action: Social Psychology and Language Use, Mahwah, N.J. Publication, 2002, p. 9 (la traduzione è nostra).
[33] Con D si intende il destinatario a cui è rivolto l’enunciato x.
[34] Grice H.P., Logica e conversazione, cit., p. 228
[35] Op.cit., 229.
[36] Op. cit., 226.
[37] Op. cit., 228.
[38] Op. cit., 224. In questi casi ricorre non ad enunciati, ma ad azioni che meglio possono far comprendere la sua tesi.
[39] Ibidem.
[40] Ibidem.
[41] Op.cit., 225.
[42] Ibidem.
[43] Op. cit., 227.
[44] Grice H.P., Logica e conversazione, cit., p. 165.
[45] Op. cit., p. 175.
[46] Op. cit., p. 177.
[47] Ibidem.
[48] Op. cit., 178.
[49] Cosenza G., La pragmatica di Paul Grice. Intenzioni, significato,comunicazione, cit., p. 144.
[50] Searle J. R. Atti linguistici, Saggio di filosofia del linguaggio, Bollati Boringhieri, Torino, 2000, p. 73 (tit. orig.: Speech Acts: An Essay in the Philosophy of Language, Cambridge, Cambridge University Press, 1969).
[51] Questo verso è l’inizio della lirica Mignon nel libro terzo dei Wilhelm Meister(s) Lehrjahre di Goethe.
[52] Grice H.P., Logica e conversazione, cit., p. 148, p.150.
[53] Op. cit., 150.
[54] Searle J. R. Atti linguistici, Saggio di filosofia del linguaggio, cit., p.75.
[55] Ibidem.
[56] Cosenza G., La pragmatica di Paul Grice. Intenzioni, significato,comunicazione, cit., p.70.
[57] Searle J. R. Atti linguistici, Saggio di filosofia del linguaggio, cit.,75.
[58] Op. cit., p.76.
[59] Op. cit., p.77.
[60] Ibidem.
[61] Ibidem.
[62] Ibidem.
[63] Op. cit., p. 77.
[64] Per tutti questi quattro punti Op. cit., p. 78-79.
[65] C sta per convenzione, cfr. sul punto Grice H.P., Logica e conversazione, cit., p. 150.
[66] Cosenza G., La pragmatica di Paul Grice. Intenzioni, significato,comunicazione, cit., p. 74.
[67] Ibidem.
[68] Habermas J., Teoria dell’agire comunicativo, Il Mulino, Bologna, 1986, Vol I, Razionalità nell’azione e razionalizzazione sociale, p. 382 (tit. orig.: Theorie des kommunikativen Handelns. Bd. I. Handlungsrationalität und gesellschaftliche Rationalisierung, Frankfurt am Main, Suhrkamp, 1981).
[69] Op. cit., 381.
[70] Ibidem.
[71] Ibidem.
[72] L’agire strategico è connesso all’uso linguistico orientato al successo invece che all’intesa, cfr. Habermas J., Teoria dell’agire comunicativo, cit., p. 395.
[73] Op. cit., 394 e 406.
[74] Op. cit., 419.
[75] Op. cit., 419, 420.
[76] Op. cit., 407.
[77] Grice H.P., Logica e conversazione, cit., p. 60.
[78] Ibidem.
[79] Op. cit., p. 61.
[80] Ibidem. Inoltre Il filosofo adduce gli esempi relativi al cambio di una ruota e alla preparazione di una torta. Il soggetto che nei casi del genere si propone dare un aiuto, dovrà rispettare i criteri contenuti nelle quattro categorie e far sì che il suo contributo sia adeguato, autentico, appropriato ed esplicito rispetto a quello richiesto, di modo che ad esempio dovrà passare quell’arnese e non un altro, quell’ingrediente invece di un altro. Op. cit., p. 62.
[81] Casalegno P., Filosofia del linguaggio, La Nuova Italia Scientifica, Roma, 1997, p. 21.
[82] Grice H.P., Logica e conversazione, cit., p. 66.
[83] Ibidem.
[84] Op. cit., p. 75-76.
[85] Ibidem.
[86] Op. cit., p. 59. Nell’enunciato «Era povera, ma onesta», il significato avversativo dell’avverbio ma implica l’idea di un contrasto, in questo caso tra l’essere poveri e l’essere onesti. Questo contrasto non è evidenziato da ciò che il parlante dice, ma viene implicato dall’uso della particella ma (op. cit, p. 239).
[87] Cosenza G., La pragmatica di Paul Grice. Intenzioni, significato,comunicazione, cit., p. 263.



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