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09.07.2011

I contesti dell'architettura

(…) le cose diventarono più importanti del loro rapporto,
e nella stessa città non fu più possibile creare qualcosa
che esprimesse chiaramente il valore della relazione.

Jacob Berend Bakema


di Giovanni Mensi

Il mondo dell’architettura, oggi, vive una strana contraddizione: da un lato sembra comprendere l’importanza capitale (mai come ora) di uno sguardo che travalichi l’oggett(in)o architettonico, per allargarsi ad una scala urbana, se non territoriale; dall’altro, per lo più, rifiuta il dialogo tra le cose, decretando il trionfo dell’auto-nomia, della tabula rasa, della prestazione individuale [1]. E ancora: da un lato pretende (a ragione) un’apertura della disciplina verso altri orizzonti (qualcuno direbbe, l’"ibridazione" con altre arti), dall’altro dimentica che "aprirsi" non significa "dimenticare se stessi". Il germe di queste pericolose contraddizioni sta in uno strafalcione teorico dilagante: nel credere, cioè, che la libertà dell’architettura coincida con la libertà artistica in genere; con la caduta di ogni impedimento, con l’assenza di vincoli. L’architettura (ahinoi?) è l’arte del muoversi tra i vincoli. Il vincolo è un qualcosa di ambiguo: è insieme cosa esterna e cosa interna all’oggetto; non è propriamente l’oggetto, ma è ciò senza cui l’oggetto non può esserci. Quel che spesso si dimentica è che l’architettura con i vincoli deve farci i conti: la sua è una libertà condizionata. È questo uno dei principi a cui Hegel fa riferimento nell’Estetica: il grado di condizionamento al materiale, al reale. Alla materia, quindi, ma anche e soprattutto alle condizioni economiche, tecniche, sociali. In questo costante ed imprescindibile confronto con i vincoli sta il continuo lavoro di precisione, di affinamento e di correzione che allontana l’identità dell’architettura da quella dell’arte più istintiva, improvvisa, autonoma. L’architettura non è gesto, è organizzazione, ordinamento. E se le "altre arti" mirano a proporre frammenti di verità, se le tecno-scienze intendono continuamente superare se stesse, occorre ricordare che l’architetto ha la responsabilità di concretizzare la propria ricerca progettuale via via in una soluzione specifica per uno scopo collettivo.
Ultimamente mi sto sempre più persuadendo che il punto focale da cui guardare alle attuali problematiche della disciplina architettonica sia il tema del "contesto". Premetto che con questo concetto intendo riferirmi ad una dimensione enormemente complessa che va ben oltre l’accezione fisica del termine. Ritengo tanto importante questo concetto perché racchiude in sé (già nella sua etimologia) alcuni degli aspetti più determinanti per l’architettura, intesa come pratica millenaria di ordinamento dell’abitare.
Intanto, occorre ricordare che l’etimologia della parola "contesto" chiama in causa l’atto dell’intreccio, del tessere insieme [2]; significa connesso, intrecciato. E, soprattutto, richiama il concetto di "continuità" (senza interruzione); quindi, come direbbe Rogers, di permanenza e di mutazione. Ma ciò che è intrecciato a livello spaziale lo è anche a livello temporale. Tutto allora diviene parte di un processo. Il contesto, in quest’ottica, è il prodotto di un processo continuo che, per dirla con Paci, trova forma nella permanenza (firmitas e durata) e nell’emergenza (rinnovamento, modificazione e trasformazione). [3]
Come accennato, uno dei problemi dell’architettura contemporanea, a mio parere, ruota intorno alla semplificazione del concetto di contesto a "insieme delle circostanze di sfondo"[4]. Il contesto è molto di più: intanto, ancor prima di quello fisico, esiste un contesto socio-filosofico dell’architettura. Insisto da tempo su questo punto, perché ritengo che le possibilità dell’architettura risiedano, oltre che nella proposta di una risoluzione spazio-funzionale (e quindi fisica ed utilitaria), anche e soprattutto in una sua integrazione nel processo storico-temporale (storico, filosofico e sociale). Il che presuppone, da parte dell’architetto, una profonda comprensione del proprio presente storico (in relazione alla tradizione e alla possibilità di ordini altri): presuppone la "sintonizzazione critica" con lo spirito della propria epoca. Soltanto con questi presupposti l’architettura può venire alla presenza come risultato di un processo di conoscenza e come dispositivo di apertura a possibilità altre [5]. La responsabilità dell’architetto deve fare i conti proprio con l’enorme influenza che un’architettura può esercitare (in positivo o in negativo) sul reale, sul suo contesto: l’architettura va sempre oltre se stessa, viene alla presenza in un contesto, prende distanza da quello, vi si relaziona e ne influenza le dinamiche. "Ed è qui che si rivela - come sostiene Gregotti - l’affascinante sostanza dell’architettura di avere un’immagine ma di non essere solo un’immagine" [6]. In altre parole: l’architettura, in quanto modificazione concreta di uno stato di fatto, prende parte alle dinamiche del proprio contesto spazio-temporale. Per questo motivo l’architetto non può permettersi gesti artistici chiusi in se stessi, performance autoreferenziali. Ma, parlare di contesto in questo senso significa concepire l’architettura come risultato della messa in discussione di una situazione specifica (in senso fisico) e dell’elaborazione di una dimensione collettiva generale, complessa e contraddittoria (in senso sociale). La questione del "sociale", della relazione tra le differenze, in architettura, è tanto imprescindibile quanto quella del "fisico", ed è bene ricordarsene. Questo intende dire Bakema quando denuncia la prevaricazione della cosa sulla relazione tra le cose. Ecco perché risulta decisivo indagare il ruolo dell’astrazione (intesa come atteggiamento speculativo) in rapporto a quello della relazione con il reale specifico [7]. Le vere possibilità dell’architettura si giocano nella risoluzione tra l’artificio dell’astrazione (il pensiero) e la contingenza del dato (il reale) attraverso un processo di risignificazione e, quindi, di trasformazione dei materiali della tradizione in base alle esigenze del proprio presente storico (interpretate in modo critico).
"Contesto"  è prima di tutto tradizione; dove con tradizione intendo riferirmi non già ad un corpo morto su cui restano impressi i segni di ciò che è stato, quanto ad un corpo perennemente sospeso tra vita e morte: i segni che la tradizione ci mette a disposizione non hanno più motivo d’essere in rapporto al presente se non trovano un nuovo senso; se non sono, cioè, oggetto di risignificazione. Sta qui il non-sense del Postmoderno, nel pretendere di utilizzare quei segni (come fossero morti) senza elaborare un sistema che li rivitalizzi attraverso un nuovo senso: preso di per sé, il significante non trasmette alcun messaggio. Come dire, significanti decontestualizzati sono mera tettonica: in questo non-sense l’architettura perde la relazione inscindibile tra arché e tèkton (i due concetti che compongono la parola originaria "architetto"). L’etimologia della parola ci dice che l’archi-tettura non è la costruzione semplicemente costruita, così come l’archi-tetto non è un semplice tecnico: quell’"arché" (principio, fondamento) dà un qualcosa di più, trasforma la tettonica in architettura. "(…) in questo senso il nostro compito non è solo quello del costruire, ma del progettare e costruire per abitare" [8]. L’arché così inteso (come principio del costruire, come scopo comune della progettazione e della costruzione dell’abitare) va sempre messo in relazione con una situazione specifica. Io credo che la relazione principio/tettonica stia ad indicare ciò che più comunemente chiamiamo teoria/prassi. L’architettura, allora, trova costituzione come altro rispetto ad un contesto (in relazione a, distanziandosi da quello, riconoscendosi tramite quello) [9] soltanto se, a partire dal materiale dato in sospensione, sa produrre continuamente un nuovo senso messo a sistema attraverso una speculazione teorica indirizzata al fare. "Continuamente" perché la costruzione di un nuovo senso dev’essere continua, ogni volta ne è ridato uno nuovo ed unico [10]. Il senso di un’architettura esiste soltanto una volta per quell’architettura ed è inscindibilmente legato al suo particolare contesto (sia a quello fisico, del luogo, che a quello personale, dell’architetto). Come dire: il capolavoro del Guggenheim di Bilbao è ac-caduto e può accadere una sola volta: è caduto giusto e soltanto lì può cadere in quel modo [11]. Il senso dell’architettura sta nelle sue relazioni con le cose: tali relazioni non sono date una volta per tutte; vanno ricercate, ritrovate, riverificate. La tradizione vive se è continuamente "domandata". Ecco perché non ha senso la volontà di ricerca del Nuovo a prescindere da ciò che è stato, come sembra pensare Zaha Hadid quando dichiara: "non credo che per andare avanti si debba guardare indietro" [12]. Come se la capacità di pensare e costruire architettura nascesse da sé, crescesse di sé e si proiettasse per sé. Il talento (di cui Hadid abbonda) non basta per fare "buona architettura". Forse ci si dimentica che ognuno di noi è a suo modo il risultato e la rielaborazione di sforzi collettivi che confluiscono, col nostro tramite e la nostra re-interpretazione, in altro: la conoscenza è un percorso che non conosce fine, ma "soltanto" espressioni il meno possibile imperfette. Il perfezionamento continuo è un processo di affinamento, di correzione; non è immediato. Credere all’astratta perfezione, al gettarsi verso il nuovo in modo non-mediato, in architettura, è un errore in cui un buon architetto non dovrebbe cadere. La teoria in architettura, infatti, ha senso se intesa come costruzione, meglio, come ordinamento di un saper-fare: non esiste astrazione pura, se non come esercizio mentale (che non è architettura); la speculazione teorica diviene architettura quando cade, anzi, quando ac-cade nella contingenza del reale. Il processo di progettazione consiste nel difficile compito di far confluire gli elementi (risultati da differenti pratiche) in una nuova pratica, per portare alla presenza un elemento altro, come prodotto di un nuovo senso. L’architettura allora è esperienza di un particolare tipo di pensiero: il pensiero ordinatore del proprio fare (il progetto). Nel pensare il suo fare, però, l’architetto ha bisogno di un contesto, di un àncoramento: il progetto come "modo di essere dell’esperienza", per dirla con Gregotti. Ecco che l’esperienza diviene essa stessa "contesto" dell’architettura.
Va precisato che, nel fare i conti col contesto così inteso (con gli elementi dati, con la tradizione, con le contingenze, con il proprio vissuto), si presuppone la capacità di controllarlo e di saperlo dominare, per ordinarlo: si presuppongono volontà e capacità di assumere su di sé l’"orizzonte di realtà indeterminata offerta alla coscienza in maniera oscura" [13] con l’intenzione di chiarificarla, il più possibile, invece di imitarla. Occorre assumere su di sé la Negatività (elaborando lo stato di crisi della sospensione) per comprenderne il significato. Imitare ciò che è dato significa rinunciare alla domanda (per Husserl, in filosofia, è "stanchezza"; per Gregotti, in architettura, è "controutopia") [14]. L’architettura deve continuare a pensare il proprio senso. Può apparire un’affermazione scontata; ma scontata non è, oggi. È occultata, invece, dal dare per scontato, questo sì, che il fare contenga già in sé il senso dell’architettura. Non si tratta soltanto di interrogare la cosa in sé; si tratta di capire come produrre architettura tra le cose del mondo, interrogandone i contesti (che significa produrre la cosa in sé in mezzo alle altre cose con distanza critica da quelle). Si chiede di riconoscere l’architettura tra le altre cose; quindi non in senso generico (come astratto artificio umano), ma come ciò che, con le cose del mondo, si pone in relazione, come ciò che si determina attraverso la distanza dalle altre cose. Come dire: in gioco sono i contesti che contengono l’architettura: ciò da cui l’architettura prende distanza, ma a cui è indissolubilmente legata, pena l’indeterminazione. 


                                                                                                    Giovanni Mensi


Giovanni Mensi, bresciano, architetto, è  dottore di ricerca in Progettazione Architettonica e Urbana.


Note:

[1] “La (…) forza di immaginazione figurativa e metaforica (delle archistar) sostituisce qualsiasi riflessione intelligente e razionale. Il territorio urbano diventa l’oggetto di speculazioni soggettive e della capacità figurativa di intuizioni casuali, che non hanno bisogno di spiegazione né di giustificazione e che dipendono esclusivamente dalla forza creativa del genio in voga”. Citazione tratta da Ungers, O.M., La città dialettica, Skira Editore, Milano, 1997, pp.14-15.  
[2] Il termine “contesto” deriva dal latino contéxtus, participio passato di con-téxere, tessere insieme, intrecciare.  
[3] Il mondo delle arti (e non solo) avanza in direzione opposta a tutto ciò: dall’intrecciato all’autonomo (ovviamente la “connessione virtuale” tipica del mondo di internet è del tutto fittizia, giocata com’è nell’individualità della propria cellula trasmettente), dal continuo all’isolato, dalla permanenza alla transitorietà, dal processo al fatto, dalla trasformazione all’illusione della creazione ex nihilo, dal contesto alla tabula rasa.  
[4] Com’è noto, molti casi architettonici (spesso riconducibili ad alcune delle archistar più in voga) tradiscono, più che una semplificazione, addirittura la rimozione del concetto di contesto. Sia che si tratti di rimozione conscia o, viceversa, inconscia (problema che meriterebbe una riflessione a parte), l’effetto è la produzione di architettura indifferente al contesto.  
[5] Si consideri a questo proposito la questione sollevata da Nicola Emery nel paragrafo Architettura come dispositivo sociale, contenuto nel suo Progettare, costruire, curare, Per una deontologia dell’architettura, Edizioni Casagrande, Bellinzona, 2010. Emery sottolinea come l’architettura non sia soltanto l’espressione di una società, ma agisca anche in senso retroattivo, condizionando la vita della società stessa; l’architettura, quindi, è un dispositivo che sia può “mescolare in modo proporzionale i diversi (…) per far crescere universali legami fraterni” (p.23), sia “può essere una trappola, un dispositivo di separazione” (p.24).  
[6] Gregotti, V., Tre forme di architettura mancata, Einaudi Editore, Torino, 2010, p.9.  
[7] A questo proposito, rimando al mio articolo L'Architettura come luogo dell'”Apertura” - Sul ruolo di Spazio e Luogo nella città contemporanea, apparso sul n. di Novembre 2010 di “Critica Minore”.  
[8] Gregotti, V., Il territorio dell’architettura, Edizioni Feltrinelli, Milano, 2008, p.44. Il corsivo è mio.  
[9] Madrid ospita un caso esemplare che ci aiuta a chiarire questo punto. Chi si recherà sulla sommità del Parque de Oeste, a nord-ovest del centro città, farà un curioso incontro: si tratta del Tempio egiziano di Debod, risalente al II secolo A.C.. Ciò che mi interessa, qui, è l’impressione che suscita la vista del tempio in relazione al contesto in cui ci si trova; oserei dire, “nella consapevolezza” di trovarsi a Madrid. Il primo effetto, se si arriva dando le spalle alla cortina dei palazzi, consta in uno strano sentimento di spaesamento (direi quasi, forzando, di “perturbante”): il salto stilistico (storico, temporale, spaziale, culturale) è enorme. La vista chiama l’antico Egitto. La coscienza Madrid. La familiarità improvvisa per le forme egizie  e l’estraneità altrettanto fulminea del sentirsi (e del sentirle) fuori posto. Salvo poi riconoscere che è l’oggetto ad essere “fuori posto”. Ma quale, Madrid rispetto al tempietto o il tempietto rispetto a Madrid? Sono le rapide sensazioni di chi cade vittima dell’effetto sorpresa.  
[10] Sta qui il senso del titolo della rivista fondata da Enzo Paci, “Aut Aut”: la scelta non è già presa una volta per tutte; l’“Aut Aut” sta ad indicare una situazione di libertà entro cui, però, una scelta va presa: la scelta non esclude la libertà e la libertà non esclude la scelta.  
[11] A mio parere dopo Bilbao Gehry ha perso di incisività perché ha smesso di domandare, perché ha rinunciato alla domanda che il contesto attira su di sé. Dopo Bilbao Gehry si è per lo più “condannato” (o, meglio, abbandonato) alla ripetizione di un capolavoro, perché la logica capitalistica chiede la ripetizione di quel capolavoro ovunque; chiede l’occultamento della domanda.  
[12] La dichiarazione è tratta da un articolo di Armando Stella dal titolo La lezione di Zaha Hadid “I designer ascoltino la città”, apparso sul “Corriere della sera” il 13 Aprile 2011, p.6.  
[13] Citazione di Jean-Francois Lyotard tratta da Husserl, E., Idee per una fenomenologia pura e per una filosofia fenomenologica, e contenuta in Lyotard, J.F., La Fenomenologia, Mimesis Edizioni, Milano - Udine,  2008, p. 24.  
[14]  Cfr. Gregotti, V., Architettura e Postmetropoli, Einaudi Editore, Torino, 2011.  



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