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21.08.2011


John R. Searle 
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di Paola Chiarella


Profili introduttivi

A partire dalla seconda metà del secolo scorso, la tendenza a considerare ed analizzare il linguaggio nella prospettiva pragmatica è stata notevolmente consolidata grazie al contributo offerto dagli strumenti concettuali del filosofo americano John Searle.
La sua teoria degli atti linguistici viene considerata l’interpretazione per eccellenza dello schema austiniano, avendo proceduto nell’elaborazione di essa proprio dall’individuazione e dalla critica dei punti deboli della costruzione di Austin, che viene considerata un’elaborazione dotata di valore programmatico più che un lavoro compiuto. Le sue riflessioni filosofiche sul linguaggio si concentrano soprattutto su due tipi di atti, quelli illocutivi e proposizionali, e sulla sostanziale revisione delle cinque classi di verbi illocutivi presentate da Austin, in quanto considerate totalmente prive di regole e principi giustificativi. Nel corso degli anni poi, Searle ha contestualizzato i suoi studi sul linguaggio ed ha analizzato il ruolo e la funzione di quest’ultimo nell’ambito della realtà sociale e istituzionale sottolineando il suo ruolo determinante nella creazione dei "fatti istituzionali", quali la politica, il denaro, la proprietà ed i governi, che non potrebbero venire ad esistenza senza lo strumento linguistico.
In tal senso Searle presenta la sostanziale differenza della realtà sociale rispetto a quella bruta, in quanto mentre per quest’ultima l’azione dell’uomo è indifferente per la prima invece essa è determinante.
Nell’indagare sul rapporto che le parole intraprendono con i fatti e nel ritenere che parlare del linguaggio sia parlare di una forma di azione, i contributi forniti dalla teoria di Searle sugli atti linguistici, sono considerati quelli che maggiormente hanno influenzato gli studi della pragmatica.
Infine i suoi recenti interessi riguardano le affascinanti questioni poste dalla filosofia della mente, ed in particolare il rapporto che la mente ha con il corpo, e che rappresentano per il filosofo americano l’occasione per confutare le due principali teorie che operano in questo settore e che sono il dualismo ed il materialismo, per assumere poi, una presa di posizione molto critica nei confronti delle forme di intelligenza artificiale, poiché ritiene infatti che in nessun modo sia possibile giungere a riprodurre meccanicamente gli stati della mente umana.  

1. La teoria degli Atti linguistici.

La teoria degli atti linguistici di Searle, si basa sul presupposto che parlare una lingua equivalga ad impegnarsi in una forma di comportamento intenzionale retto da un insieme di regole. Questa forma di comportamento si esprime attraverso gli atti linguistici, che sono le unità di base della comunicazione, le cui forme più semplici consistono nel fare delle affermazioni, porre delle domande, fare delle promesse o dare degli ordini.
Gli atti in questione rappresentano il frutto di un comportamento intenzionale di un soggetto, che attraverso il loro impiego, ha manifestato l’intenzione di voler comunicare qualcosa e, per questo motivo si distinguono dalla categoria dei fenomeni naturali, come il rumore del vento tra gli alberi o una macchia su pezzo di carta, poiché questi ultimi si verificano indipendentemente dall’intenzione comunicativa di un soggetto [1].
Searle ritiene inoltre, che gli atti linguistici siano retti dal principio dell’esprimibilità secondo cui è sempre possibile per il parlante trovare una espressione che gli permetta di dire ciò che effettivamente intende dire. In termini più generali esso assume questa configurazione: «tutto ciò che si può voler dire può essere detto», per cui «per ogni significato X e per ogni parlante Pl, ogni volta che Pl vuol dire (cioè intende trasmettere, desidera comunicare in un enunciato ecc.) X, è possibile che esista un’espressione Es tale che Es sia un’esatta espressione o formulazione di X» [2].
Il principio dell’esprimibilità, unitamente alle regole che presiedono gli atti linguistici, creano secondo l’elaborazione filosofica di Searle, un elemento di raccordo tra il significato di un enunciato e il significato del parlante, tra l’intenzione del parlante e ciò che comprende l’ascoltatore, poiché quest’ultimo grazie alla comprensione delle regole e delle convenzioni che presiedono gli atti linguistici è in grado di risalire all’intenzione del parlante e da qui a comprendere il significato di un enunciato.
Nella categoria degli atti linguistici Searle distingue tra atti enunciativi, proposizionali, illocutivi e perlocutivi e la sua analisi si concentra soprattutto su gli atti proposizionali e illocutivi.
Gli atti enunciativi consistono nell’enunciare delle parole, morfemi, o frasi. Gli atti proposizionali consistono nel riferimento e nella predicazione. Gli atti illocutivi sono gli unici atti linguistici completi, in quanto un soggetto eseguendoli, esegue contemporaneamente anche un atto enunciativo e proposizionale, e consistono nel compimento di atti quali ad esempio promettere, ordinare, domandare, affermare [3]. Gli atti perlocutivi invece, riguardano gli effetti che gli atti illocutivi possono provocare su colui che ascolta e che possono consistere in pensieri, azioni, credenze.
Gli atti enunciativi e proposizionali non possono ricorrere da soli in quanto sono normalmente contenuti in atti illocutivi, per comprendere come ciò sia possibile si consideri questo esempio "Maria gioca a tennis ogni week-end". L’enunciato in questione corrisponde all’atto illocutivo dell’affermare e contiene al suo interno l’atto enunciativo consistente nell’insieme delle parole usate e l’atto proposizionale, consistente nel riferimento e nella predicazione.
Il riferimento è rappresentato da quel componente della frase che permette di individuare o identificare in modo non ambiguo tra gli altri oggetti o entità, un oggetto, un’ entità particolare, circa il quale il parlante dice qualcosa [4]. Questo oggetto o questa entità particolare verrà identificata attraverso i nomi propri (come nel nostro esempio "Maria"), i pronomi ed i sintagmi nominali [5], che rispondono tutti alla domanda «Chi?», «Che cosa?», «Quale?». La predicazione consiste nel dire qualcosa circa il termine di riferimento e nell’esempio sopra riportato corrisponde al fatto che Maria gioca a tennis ogni week-end. Dal momento che il riferimento e la predicazione sono componenti di frasi, gli atti proposizionali possono essere eseguiti solo attraverso un atto illocutivo, poiché «non si può fare riferimento e predicare e basta, senza fare un’asserzione o porre una domanda o eseguire qualche altro atto illocutivo» [6]. Searle presenta come esempio questa serie di enunciati:

(1) Paolo fuma abitualmente.
(2) Paolo fuma abitualmente?
(3) Paolo, fuma abitualmente!
(4) Volesse il cielo che Paolo fumasse abitualmente.

In questi quattro enunciati il riferimento è dato dallo stesso soggetto "Paolo" di cui si predica il "fatto che fumi abitualmente". Come si può notare dagli esempi riportati, non è possibile predicare e fare riferimento se non attraverso un atto illocutivo che nel primo caso è un’asserzione, nel secondo è una domanda, nel terzo è dare un ordine e nel quarto è esprimere un voto o un desiderio.
Da ciò si ricava inoltre che è possibile rinvenire lo stesso riferimento e la stessa predicazione in atti linguistici diversi [7] . Gli indicatori della forza illocutiva come l’ordine delle parole, l’accento, l’intonazione, l’uso della punteggiatura, il modo del verbo permettono di comprendere quale particolare atto illocutivo il parlante stia eseguendo [8].

1.2. Le condizioni di felicità degli atti illocutivi. La proposta alternativa di Searle alle regole austiniane.

Attraverso la sua teoria degli atti linguistici, Searle ha inteso mettere a fuoco alcune debolezze dell’elaborazione austiniana. Di essa il filosofo americano contesta le condizioni di felicità degli atti illocutivi, nonché la classificazione o tassonomia dei vari tipi di atti illocutivi.
Searle ritiene non diversamente da Austin che il rispetto delle condizioni di felicità sia indispensabile ai fini della corretta esecuzione di un atto linguistico, ma ritiene che esse all’interno di una cornice comune devono essere adattate in maniera particolare all’atto che il parlante intende eseguire. Le categorie dei colpi a vuoto e degli abusi di Austin sono sostituite nell’elaborazione di Searle da quattro tipi di condizioni o regole e sono quelle del;

1) Contenuto proposizionale;
2) Condizione preparatoria;
3) Condizione di sincerità;
4) Condizione essenziale [9].
Tutte queste condizioni presuppongono che tra il parlante e l’ascoltatore sussistano normali condizioni di emissione e ricezione,consistenti nel fatto che entrambi parlano la stessa lingua, che hanno la consapevolezza di quello che stanno facendo, che non abbiano impedimenti fisici alla comunicazione e che quindi permettano, nel loro complesso, al parlante e all’ascoltatore di comprendersi [10].
La prima condizione riguardante il contenuto proposizionale dell’atto illocutivo stabilisce che il parlante nell’esecuzione dell’atto medesimo deve esprimere la proposizione che p. Il contenuto proposizionale, questo elemento p, non è lo stesso per tutti i tipi di atti illocutivi, in quanto può essere un atto futuro come nel caso di "Prometto che ti restituirò il libro" o "Ti consiglio di comprare quella macchina", dove il contenuto proposizionale p corrisponde alla "restituzione del libro", o all’ "acquisto dell’automobile". Ma il contenuto proposizionale può essere anche un evento passato come nel caso in cui si dica a qualcuno "Ti ringrazio per avermi aiutato in quella situazione" o anche una qualsiasi proposizione per esempio "Maria dice che fa freddo a Milano".
 La condizione preparatoria prevede che per ogni particolare atto illocutivo gli interlocutori debbano avere determinate credenze o desideri. Per cui nel caso in cui si ringrazi qualcuno, il parlante crede che l’atto per cui ringrazia l’interlocutore, lo abbia in qualche modo favorito e, lo stesso vale per l’atto del congratularsi con qualcuno per un determinato evento, poiché il parlante crede che l’evento in questione sia stato favorevole al suo interlocutore.
Poi, per alcuni tipi di atti, come ad esempio promettere, la condizione preparatoria prevede che non sia ovvio per entrambi gli interlocutori il fatto che il parlante farà la promessa nel normale corso degli eventi [11].
La condizione di sincerità richiede che il parlante abbia un stato psicologico conforme all’atto che intende eseguire e così attraverso l’esecuzione dell’atto egli «manifesta un certo stato psicologico circa il contenuto proposizionale dell’enunciato» [12]. L’esecuzione dell’atto in questione conta dunque come espressione di questo stato psicologico.
Per cui ad esempio, con riferimento all’atto del domandare, chiedere, ordinare, pregare l’esecuzione dell’atto conta come espressione di un desiderio o di un voto. Nell’asserire, affermare o dichiarare qualcosa l’esecuzione dell’atto conta come espressione di una credenza. Nel promettere, far voto e minacciare, l’esecuzione dell’atto conta come espressione di intenzione. [13]
La condizione di sincerità specifica dunque la «particolare relazione che deve sussistere tra lo stato mentale, psicologico del parlante e il contenuto proposizionale delle sue parole» [14].
Infine la condizione essenziale consiste nel fatto che il proferimento di un enunciato "conta come" l’esecuzione di un atto particolare, e quindi essa specifica qual è lo scopo illocutivo dell’enunciato stesso. Per cui, per esempio l’enunciato "Prometto di pagare il mio debito" conta come l’assunzione dell’obbligo di eseguire il pagamento, oppure "Ti ringrazio per avermi prestato il libro" conta come espressione di gratitudine o apprezzamento per il favore ricevuto.
Tra le condizioni di felicità presentate da Searle solo la condizione di sincerità ricalca quella austiniana degli Abusi, richiedendo infatti che il parlante nell’esecuzione dell’atto manifesti un’attitudine psicologica ed uno stato mentale conforme all’atto in questione.
Le regole sugli atti illocutivi sono secondo Searle di tipo "costitutivo", in quanto istituiscono forme linguistiche di comportamento prima inesistenti, e il cui rispetto è determinante ai fini dell’esecuzione dell’atto linguistico stesso. Le regole costitutive hanno tipicamente questa forma «X conta come Y» [15], per cui pronunciare l’enunciato (X) "Prometto di venire a trovarti" conta come "l’assunzione dell’obbligo di eseguire l’atto promesso" (Y). Per cui il fatto che da una promessa possa sorgere un obbligo, è possibile solo grazie ad una regola costitutiva del tipo «X conta come Y». Più in generale dunque si può dire che gli atti illocutivi possono essere eseguiti solo in virtù di regole costitutive presenti all’interno di una lingua [16].

1.3. La critica alla tassonomia degli atti illocutivi di Austin e la tassonomia di Searle.

Austin aveva presentato cinque classi di verbi illocutivi che indicavano la forza o la funzione dell’enunciato ed erano i verdettivi, gli esercitivi, i commissivi, i comportativi e gli espositivi. Searle ritiene che questa tassonomia presenti sei punti deboli e dopo averli messi in luce presenterà una propria classificazione degli atti illocutivi.
In primo luogo, Searle ritiene che la tassonomia austiniana non sia supportata da alcun principio che possa giustificare completamente la classificazione e, ritiene che soltanto con riferimento ai commissivi Austin abbia fatto riferimento allo scopo illocutivo come elemento per definire questa categoria [17].
Inoltre egli ritiene che Austin abbia erroneamente confuso i verbi illocutivi con gli atti illocutivi ed afferma che ci possono essere verbi illocutivi a cui non corrispondono atti illocutivi. Questo è il caso del verbo annunciare (che Austin inserisce tra i verbi esercitivi) al quale secondo Searle non corrisponde un atto illocutivo ma rappresenta piuttosto il modo con cui un atto illocutivo è eseguito. Infatti afferma Searle, si possono annunciare ordini, promesse, resoconti ma «un annuncio non può mai essere solamente un annuncio» [18]. Per cui, il verbo annunciare indica il modo con cui gli atti illocutivi dell’ordinare, del promettere e del riferire sono eseguiti.
Alcuni verbi poi, considerati illocutivi da Austin in realtà secondo Searle non lo sono e questo è il caso del verbo intendere (che per Austin è un verbo commissivo), poiché la forma verbale illocutiva che si usa per manifestare l’intenzione di fare qualcosa non è "Io intendo", ma "Io esprimo l’intenzione di" [19]. Avere l’intenzione, dice Searle, non è mai un atto linguistico , mentre esprimere un’intenzione generalmente lo è, anche se non sempre.
Continuando nella critica ad Austin, Searle ritiene che le sue categorie finiscano per sovrapporsi perché alcuni verbi, vengono inseriti in due diverse categorie, e questo è il caso del verbo descrivere che risulta sia nella categoria dei verdettivi che in quella degli espositivi, ed ancora alcuni verbi come affermare, negare, classificare, concludere, dedurre, che sono inseriti da Austin nella categoria degli espositivi, potrebbero secondo Searle appartenere alla categoria dei verdettivi. [20] 
Poi ancora, Searle nota che all’interno delle categorie austiniane ci sia troppa eterogeneità tra i verbi, per cui ad esempio nella categoria dei comportativi sono inseriti verbi molto diversi tra loro, come osare, disobbedire, sfidare e poi ringraziare, scusarsi, dare il benvenuto [21].
Infine, alcuni verbi, non corrispondono alla definizione della categoria cui appartengono come ad esempio nominare, designare o scomunicare, che inseriti da Austin nella categoria degli esercitivi non sono conformi alla definizione della stessa secondo la quale un esercitivo è «il comunicare una decisione pro o contro una certa condotta, o la difesa di questa» [22] , poiché infatti nominando o scomunicando qualcuno, non si prende una decisione a favore o contro una condotta, né tanto meno la si difende [23].
Dopo aver messo in luce le debolezze della tassonomia austiniana Searle elabora la propria classificazione degli atti illocutivi sulla base dello scopo illocutivo, che non coincide con la forza illocutiva ma è un componente di essa [24]. La forza illocutiva indica quale tipo di atto si sta compiendo, ad esempio ordinare, domandare, promettere, asserire. Lo scopo illocutivo invece corrisponde a ciò che il parlante intende fare attraverso l’atto. Attraverso un ordine il parlante intende fare in modo che l’ascoltatore faccia qualcosa, attraverso una descrizione intende rappresentare uno stato di cose, attraverso una promessa egli assume l’obbligo di fare qualcosa [25]. Per questo motivo, richiedere e comandare che hanno una forza illocutiva diversa sono collocati da Searle nella stessa categoria (dei direttivi) poiché condividono lo stesso scopo illocutivo che è quello di fare in modo che l’ascoltatore faccia qualcosa [26].
Ed in tal senso distingue tra atti rappresentativi, direttivi, commissivi, espressivi e dichiarativi [27].
I rappresentativi hanno lo scopo di rappresentare un effettivo stato di cose, impegnando il parlante alla verità della proposizione espressa e questo è il caso in cui un soggetto fa delle asserzioni, delle conclusioni, dà delle informazioni o riporta dei resoconti. Attraverso gli atti rappresentativi, il parlante tenta di fare in modo che le sue parole descrivano uno stato di cose, una porzione della realtà. In questa categoria vi rientrano molti degli espositivi di Austin come asserire, informare, dedurre e anche alcuni dei verdettivi, come potrebbero essere classificare e descrivere, dal momento che hanno lo stesso scopo illocutivo [28]. La prova più semplice per individuare un rappresentativo è chiedersi se lo si possa qualificare come vero o falso [29].
I direttivi contano come dei tentativi, da parte del parlante, di fare in modo che l’ascoltatore faccia qualcosa. Il parlante tenta di modificare una porzione della realtà attraverso le sue parole e questo è il caso delle richieste, degli ordini, delle preghiere, degli inviti, dei comandi e delle domande. In questa categoria Searle inserisce alcuni verbi che Austin aveva inserito tra i comportativi, come osare, sfidare, disobbedire [30].
I commissivi impegnano il parlante ad una futura linea di condotta e comprendono l’atto del promettere, del minacciare, dell’avvertire. Attraverso i commissivi il parlante intende apportare delle modifiche alla realtà, ed intende farlo attraverso la sua condotta futura e non attraverso il comportamento dell’ascoltatore come accade nel caso dei direttivi.La definizione data da Austin con riguardo ai commissivi, è stata accolta come si può vedere da Searle con un appunto però consistente nel fatto che molti verbi da lui annoverati tra i commissivi non lo sono come per esempio ho l’intenzione di o sono favorevole a.
Gli espressivi rappresentano gli stati psicologici del soggetto e appartengono a questa categoria i verbi come ringraziare, congratularsi, scusarsi, condolersi, dare il benvenuto. Gli espressivi non hanno lo scopo di modificare la realtà attraverso le parole, né di rappresentare la realtà attraverso le parole, ma solamente esprimere lo stato psicologico del parlante circa il contenuto proposizionale [32].
I dichiarativi contano come il tentativo di portare ad esistenza uno stato di cose. La corretta esecuzione dell’atto è essenziale affinché ciò si verifichi, e per fare in modo che il contenuto proposizionale corrisponda alla realtà. Due soggetti pertanto, diventeranno marito e moglie, solo se l’ufficiale di stato civile eseguirà con successo l’atto della celebrazione del matrimonio. I dichiarativi di Searle sono quegli atti che maggiormente presentano l’aspetto fattivo che Austin nella prima fase del suo pensiero aveva riconosciuto ai performativi, anche se occorre precisare che Searle stesso abbia condiviso l’abbandono della distinzione tra constativi e performativi, ritenendo che ogni enunciato consista nell’esecuzione di uno o più atti illocutivi [33].
Le cinque classi di atti illocutivi elencate da Searle hanno, tra le altre una importante caratteristica che li distingue al loro interno e che riguarda lo scopo illocutivo (o ragion d’essere dell’atto). Infatti lo scopo illocutivo di alcuni atti è quello di fare in modo che le parole (o più precisamente, il contenuto proposizionale) si accordino, si armonizzino con il mondo, mentre lo scopo illocutivo di altri atti è quello di far sì che il mondo sia conforme alle parole, si armonizzi con le parole. Questo è il concetto di "direzione di adattamento dalle parole al mondo e dal mondo alle parole" [34].
Per spiegare questo differente rapporto tra le parole e il mondo, Searle presenta questo esempio. "Immaginiamo che un uomo vada al supermercato con la lista delle cose da comprare che sua moglie ha compilato e sulla quale ci sono scritte le seguenti parole: fagioli, burro, pancetta e pane. Immaginiamo altresì che quest’uomo venga seguito da un detective il quale annota tutte le cose che l’uomo prende dagli scaffali del supermercato. Una volta usciti dal supermercato tutti e due gli uomini avranno liste identiche, aventi però funzioni differenti. Infatti la funzione della lista dell’acquirente, mandato dalla moglie a fare la spesa, è quella di fare in modo che il mondo combaci, si adatti con le parole, e quindi la lista ha una "direzione di adattamento dal mondo alle parole"  [35] (dal momento che egli compie azioni tali da conformarsi alla lista ). Nell’altro caso invece, lo scopo della lista del detective è quello di far sì che le parole siano conformi al mondo, la lista ha infatti una "direzione di adattamento dalle parole al mondo"[36], in quanto ciò che il detective scrive sulla lista corrisponde a quanto il compratore ha scelto di acquistare.
La differenza tra la funzione delle due liste può essere colta anche sotto un altro aspetto; immaginiamo che il detective una volta tornato a casa comprenda di aver commesso un errore scrivendo pancetta, perché l’uomo ha invece comprato costine di maiale, allora l’unica cosa che dovrà fare sarà quella di cancellare dalla lista la parola pancetta e scrivere costolette di maiale. La funzione della sua lista è quella di far sì che le parole siano conformi al mondo, ed in questo caso la parola che si conforma al mondo è costolette di maiale e non pancetta. Mentre se la moglie del compratore, una volta che questi sia tornato a casa con la spesa, nota che il marito ha per errore comprato costine di maiale invece della pancetta, certamente questi "non potrà correggere l’errore cancellando la parola pancetta e scrivendo costina di maiale" [37]. La sua lista ha una direzione di adattamento dal mondo alle parole e per questo motivo, il compratore dovrà probabilmente uscire nuovamente a comprare la pancetta.
Searle elabora questo esempio per spiegare la direzione di adattamento dei diversi atti illocutivi per cui; la classe dei rappresentativi, che ha dunque una "direzione di adattamento dalle parole al mondo" poiché le affermazioni, le descrizioni, le spiegazioni hanno la funzione di rappresentare un effettivo stato di cose esistente al mondo. Mentre le classi dei direttivi e dei commissivi condividono la stessa "direzione di adattamento dal mondo alle parole", in quanto le richieste, i comandi, le promesse rappresentato il tentativo di conformare la realtà alle parole, al contenuto proposizionale degli enunciati, poiché essi hanno rispettivamente lo scopo di fare in modo che l’ascoltatore faccia qualcosa e che il parlante si impegni una qualche condotta futura.
Gli espressivi invece, non hanno alcuna direzione di adattamento e quindi non svolgono la funzione di conformare le parole alla realtà, né la realtà alle parole in quanto, essi esprimono solamente lo stato psicologico del parlante o una sua particolare attitudine. I dichiarativi hanno una doppia funzione; quella di conformare la realtà alle parole facendo sì che un determinato stato di cose venga ad esistenza, ma anche quella di conformare le parole alla realtà attraverso la corretta esecuzione dell’atto. Per cui ad esempio, la nomina di un soggetto alla carica di presidente, ha lo scopo di fare in modo che la realtà si conformi alle parole.
Tuttavia la nomina alla presidenza si realizza solo se l’atto di nomina è eseguito con successo, in conformità per esempio, a determinate formule che affermano che il contenuto proposizionale è conforme ad uno stato di cose presenti nel mondo. In quest’ultimo caso sono le parole che si adattano alla realtà.
La tassonomia elaborata da Searle ha un carattere più sistematico rispetto a quella di Austin la quale sembra una classificazione programmatica più che di un lavoro definitivo. La classificazione degli atti illocutivi deve essere secondo Searle supportata da argomenti e principi di questo genere, altrimenti essa crolla senza una valida teoria che le funga da sostegno.

1.4. Il significato.

La teoria del significato di Searle si confronta inevitabilmente con quella elaborata in argomento dal suo maestro Paul Grice, ma non diversamente da come fece con Austin circa gli atti illocutivi, egli ne individua i punti deboli.
Grice riteneva che per comprendere il significato di un enunciato non fosse sufficiente basarsi sul significato letterale delle parole, ma occorresse piuttosto capire l’intenzione che il parlante aveva nel proferimento dell’enunciato stesso.
Searle apprezza notevolmente la prospettiva intenzionale adottata da Grice e ritiene che essa sia fondamentale per una teoria del significato, riconoscendole il merito di aver messo in evidenza che un’emissione di suoni, diventa un atto linguistico dotato di significato se essa è riconducibile all’intenzione di un soggetto che emettendola ha inteso comunicare qualcosa. Tuttavia, Searle, ritiene che la teoria di Grice abbia finito, per valorizzare eccessivamente il ruolo svolto dalle intenzioni e, abbia sottovalutato quello altrettante importante che le regole e convenzioni linguistiche svolgono nell’ambito di una conversazione. Infatti perché l’ascoltatore possa comprendere il significato dell’enunciato del parlante, non solo deve capire l’intenzione comunicativa del suo interlocutore, ma deve altresì fare ricorso alle regole e alle convenzioni linguistiche. Attraverso l’esempio del soldato americano prigioniero delle truppe italiane, Searle ha dimostrato che « [i]l significato è qualcosa di più che una questione di intenzione, è anche, almeno a volte, una questione di convenzione. [Altrimenti] sembrerebbe che si possa pronunciare qualsiasi frase con qualsiasi significato, sempre che le circostanze rendano possibili le intenzioni appropriate» [38]. E’ importante quindi che l’ascoltatore riconosca l’intenzione comunicativa del parlante, ma per farlo ha bisogno di ricorrere a ciò che l’enunciato vuol dire nella lingua impiegata. In questo modo Searle, per combinare gli aspetti intenzionali con quelli convenzionali rivisita la teoria di Grice e afferma che il parlante (Pl) enuncia la frase T e:

(a) Pl intende (i-I) che l’enunciato En di T produca in As [ascoltatore] la conoscenza (il riconoscimento, la consapevolezza) che gli stati di cose specificati da (alcune del)le regole di T sussistono (chiamiamo questo effetto l’effetto illocutivo, EI).

(b) Pl vuole che En produca EI per mezzo del riconoscimento di i-I.

(c) Pl vuole che i-I sia riconosciuto in virtù (per mezzo) della conoscenza da parte di As (di alcune) delle regole che governano (gli elementi di) T  [39].

Se l’ascoltatore non conosce le regole e le convenzioni linguistiche non potrà capire l’intenzione del parlante e quindi non potrà neanche comprendere il significato dell’enunciato.
Infine, Searle, critica la teoria di Grice per un altro aspetto che è quello connesso agli effetti dell’enunciato che per Searle nella teoria griciana sarebbero di tipo perlocutivo, dal momento che essi consistono nel far credere o far fare qualcosa all’ascoltatore mentre, in realtà egli sostiene che essi siano di tipo illocutivo e consistono semplicemente nella comprensione da parte dell’ascoltatore di ciò che il parlante vuol dire [40].

2. Il linguaggio e l’enorme ontologia invisibile della realtà sociale.

La riflessioni filosofiche sviluppate da Searle sul linguaggio non sono state impiegate esclusivamente ai fini dell’elaborazione di una teoria sugli atti linguistici, ma rappresentano i semi di un’ulteriore prospettiva d’indagine, che è quella riguardante il rapporto tra il linguaggio e la realtà sociale. Searle infatti, ha inteso scoprire in che modo la realtà in cui viviamo è condizionata dal linguaggio e quali tra gli accadimenti della vita anche quotidiana non possono venire ad esistenza senza l’intermediazione dello strumento linguistico.
Egli ritiene che siano configurabili due tipi di fatti, i fatti bruti il cui verificarsi non dipende dall’azione umana e i fatti istituzionali, che invece vengono ad esistenza solo grazie ad un accordo tra gli esseri umani e necessitano pertanto di istituzioni umane tra le quali la più importante è quella del linguaggio.
Sono fatti bruti le eruzioni periodiche dell’Etna, lo sfociare del Po nel mare Adriatico, e le migrazioni in inverno delle rondini verso paesi più caldi. Questi fatti, accadono indipendentemente dall’azione dell’uomo e con riguardo ad essi il linguaggio può solo parlarne, può cioè solo svolgere la funzione di descriverli, rappresentarli, comunicarli, ma non può ovviamente determinarne l’esistenza [41].
I fatti istituzionali presuppongono invece, l’esistenza di determinati istituti, non solo affinché si possa parlare di essi, ma soprattutto e in via prioritaria perché ad essi si possa riconoscere una qualche forma di esistenza. Gli istituti sono «sistemi di regole costitutive» [42] della forma «X conta come Y». In questo senso allora si può affermare che «regole e prassi sociali, ovvero norme e istituzioni, sono intimamente connesse» [43], poiché le regole costitutive concorrono a "costruire la realtà sociale e istituzionale".
E’ in virtù, infatti, dell’istituto della proprietà che un soggetto può godere e disporre di una cosa, è in virtù dell’istituto del matrimonio che due persone diventano marito e moglie, ed infine (ma gli esempi potrebbero continuare) è in virtù dell’istituto della moneta che una banconota da cinque euro è mezzo di acquisto.
I fatti istituzionali non sono dal punto di vista fenomenico meno reali dei fatti bruti o molto dissimili dai questi. La banconota da cinque euro ha una sua oggettiva esistenza che può essere percepita tramite la vista o il tatto. Che un uomo e una donna abbiano iniziato a vivere insieme in una abitazione è un fatto, un accadimento che ha una sua evidenza. Tuttavia è grazie all’esistenza di particolari istituti che la banconota ha un valore d’acquisto che invece lo scontrino non ha, ed è sempre in forza di particolari istituti che un uomo e una donna si possono qualificare come marito e moglie e proprietari della casa in cui vivono.
Ma i fatti bruti seppure simili dal punto di vista fenomenico si distinguono da quelli istituzionali perché è che solo riguardo a questi ultimi che si applica un complesso "apparato deontico fatto di diritti, responsabilità, doveri, obblighi e poteri collettivamente riconosciuti" [44].
Tutto ciò è connesso al fatto che gli istituti umani pur operando su una realtà oggettiva costruiscono su questa la realtà sociale che è costituita da «un’enorme ontologia invisibile» [45] pienamente operante anche se non la vediamo o se di essa non ne abbiamo la consapevolezza. Un uomo e una donna sposati, ad esempio, possono non avere la piena consapevolezza di cosa comporti l’acquisto dello status di coniuge e tuttavia vi è un complesso sistema giuridico che opera "a loro insaputa", e che resta a loro disposizione qualora decidano di ricorrervi [46].
I fatti istituzionali si costruiscono dunque sopra i fatti bruti, per cui oggi costituiscono denaro pezzi di metallo e fogli di carta, ma anche tessere magnetiche in virtù della dematerializzazione cartacea. In passato invece potevano costituire denaro le conchiglie o anche altri tipi oggetti, ma comunque il denaro allora, come oggi, deve pur assumere una qualche forma fisica [47]. A questo punto, occorre comprendere quali sono i fattori e qual è la dinamica che fa oggi di una moneta o una banconota del denaro a differenza di una conchiglia anche se molto bella e rara trovata sulla riva del mare. In tutto ciò assume un ruolo decisivo l’intenzionalità collettiva consistente nel fatto che gli uomini assegnano a degli oggetti una determinata funzione che altrimenti essi non avrebbero. La struttura di questa operazione, che poi è l’elemento fondamentale di ogni forma istituzionale è «X conta come Y in C» [48] dove X può essere ad esempio una moneta o una banconota in euro che contano come denaro (Y) nel contesto (C) della valuta corrente adottata dall’Unione Europea. L’imposizione collettiva di una funzione da parte dell’uomo ad un oggetto è dunque il passaggio fondamentale «dalla fisica alla società» [49], ovvero rappresenta il passaggio dal considerare una moneta solo un pezzo di metallo a quello in cui essa è considerata denaro. Una moneta, una banconota sono considerate denaro non in virtù di una loro caratteristica intrinseca, ma per il fatto che ad esse viene assegnata la funzione di costituire denaro. La lira italiana invece non costituisce più denaro perché l’Italia avendo aderito all’Unione Europea non le riconosce ormai da qualche anno la funzione di costituire la valuta corrente del Paese.
Ogni fatto che riguarda l’intenzionalità collettiva è qualificato da Searle come un «fatto sociale» [50] e all’interno della categoria dei fatti sociali egli pone i fatti istituzionali [51].
La creazione dei fatti istituzionali necessita di una condizione fondamentale che è quella per cui l’imposizione collettiva di funzione sia preceduta dalla «imposizione di uno status riconosciuto collettivamente a cui è connessa una funzione» [52]. Searle spiega questo passaggio ricorrendo all’evoluzione della carta moneta. Un tempo alla merce, come l’oro gli si assegnava lo status di denaro e di conseguenza gli veniva assegnata la funzione di mezzo di scambio, esclusivamente in virtù del valore della materia [53]. Con la diffusione della moneta a corso forzoso (consistente con la messa in circolazione di pezzi di carta di cui il governo o la banca centrale dichiarano che hanno valore come denaro), il processo seppur diverso ha la stessa ratio. La moneta a corso forzoso ha infatti la funzione di mezzo di scambio non per il valore della materia che la compone, ma perché una qualche agenzia ufficiale (governo o banca centrale), gli riconosce comunque valore come denaro, e gli assegna lo status di denaro. Per queste ragioni l’imposizione collettiva di funzione e il riconoscimento generale di essa, deve essere supportata dall’assegnazione dell’oggetto in questione ad uno status, in funzione del quale poi deriva il riconoscimento collettivo della funzione. Per questa ragione, riferisce Searle, a Mosca nel 1990 e nel 1991 si accettavano pagamenti in pacchetti di sigarette Marlboro in quanto avevano ottenuto lo "status di una forma di denaro", sui quali venne imposta la funzione di valere come "mezzo di scambio" [54].
 L’imposizione collettiva di funzione rientra nella più ampia categoria delle "funzioni agentive" [55], le quali comprendono, sia l’imposizione collettiva di funzione agli oggetti, sia l’imposizione di una funzione ad un oggetto da parte di un singolo soggetto. Esse sono definite agentive perché dipendono dall’azione di un agente umano.
Un singolo individuo può assegnare ad una pietra la funzione di fermacarte, come un più ampio gruppo di individui, una collettività, assegna ad una particolare tessera la funzione di patente di guida. Ci possono essere oggetti già esistenti come le pietre ai quali poi viene assegnata la funzione suddetta, ma vi possono essere oggetti che vengono costruiti appositamente per svolgere una certa funzione, come nel caso della patente di guida, o anche dice Searle nel caso delle sedie, dei cacciaviti, dei quadri ad olio [56], che nel caso dei primi due, essi vengono costruiti per fargli svolgere rispettivamente la funzione di oggetti per far sedere le persone e arnesi da lavoro, invece ai quadri ad olio viene assegnata una funzione decorativa.
Le funzione non agentive invece sono svolte da determinati oggetti indipendentemente dalle intenzioni e dalle attività umane, come avviene nel caso del cuore, la cui funzione è quella di pompare il sangue, o del riflesso vestibolare oculare, la cui funzione è quella di stabilizzare l’immagine della retina [57].
L’intenzionalità collettiva rientra dunque tra le funzioni agentive, ma essa non è il frutto della somma delle singole intenzionalità individuali poiché «l’elemento cruciale nell’intenzione collettiva è un senso del fare (volere, credere, ecc.) qualcosa insieme, e l’intenzionalità individuale che ogni persona possiede è derivata dall’intenzionalità collettiva che essi condividono» [58].

2.1. Il ruolo del linguaggio nella realtà istituzionale.
 
A questo punto si presenta il problema di vedere in che modo il linguaggio si pone nei confronti della realtà sociale, occorre dunque specificare il suo ruolo e la sua incidenza nell’ambito dei fatti sociali. Searle ritiene che il linguaggio sia "costitutivo della realtà istituzionale", in quanto non sarebbe possibile pensare alle istituzioni come ad esempio il matrimonio, il denaro, il governo, senza il linguaggio [59]. Essa sarebbe secondo Searle "l’istituzione sociale fondamentale", da cui dipendono tutte le altre forme istituzionali, in quanto «si può avere il linguaggio senza il denaro e il matrimonio, ma non il contrario» [60].
I fatti istituzionali necessitano di "dispositivi simbolici, come le parole" che siano tali da poter significare, rappresentare o simboleggiare "qualcosa al di là di loro stessi" [61].
Per cui il passaggio dalla fisica alla società, dallo status bruto a quello istituzionale è un fatto di per se stesso linguistico, che si concretizza attraverso la formula già sopra citata «X conta come Y in C», la quale permette di assegnare al termine X, la funzione di status Y. Il termine X, per sua natura non è in grado di svolgere la funzione in questione, ma è solo grazie ad una regola del genere che diventa portatore di una particolare funzione. E’ il caso della moneta o della banconota che diventano denaro in quanto gli si assegna tale funzione.
Ora, perché questa funzione sia riconosciuta occorre che essa sia "rappresentata linguisticamente o simbolicamente"[62].
La regola «X conta come Y in C» è il prototipo, come si è visto in precedenza, delle "regole costitutive" che sono quelle che consentono di creare nuovi fatti istituzionali. Le regole costitutive si distinguono dalle regole "regolative" che, come suggerisce il termine stesso, regolano forme di comportamento preesistenti e indipendenti dalla regola stessa. Sono regolative, ad esempio, le regole dell’etichetta aventi lo scopo di indirizzare, disciplinare e organizzare l’ambito delle relazioni interpersonali, le quali esistono a prescindere dalle regole stesse [63]. Normalmente le regole regolative hanno una forma imperativa del tipo «Fai X» o «Se Y, fai X». Ne sono esempi questi tipi di regole «Gli ufficiali portino la cravatta a cena» [64], oppure «Quando tagliate il cibo, tenete il coltello con la mano destra» [65].
Le regole costitutive invece istituiscono nuove forme di comportamento, ovviamente prima inesistenti. Questo, afferma Searle, è il caso delle regole del football o degli scacchi o di altri tipi di gioco, le quali istituiscono delle forme ludiche che in mancanza delle regole costitutive non esisterebbero. Così come gli atti illocutivi non possono essere eseguiti se non in virtù delle regole costitutive sopra analizzate, allo stesso modo i fatti istituzionali non vengono ad esistenza se non ci fossero altrettanti tipi di regole costitutive.
Il passaggio, afferma Searle, dalla X alla Y, dal fatto bruto al fatto istituzionale è una "mossa simbolizzante" [66], che può avvenire solo grazie al linguaggio, poiché non esiste un modo prelinguistico per esprimere che l’elemento Y venga connesso all’elemento X, poiché senza il linguaggio ciò che si può vedere è solamente l’elemento X [67]. A quest’ultimo si riconnette la funzione Y, che empiricamente, oggettivamente non è tangibile e che può essere riconosciuta solo grazie alle rappresentazioni fornite dalle forme linguistiche [68].
Inoltre, occorre tenere presente che l’imposizione di funzione è un fenomeno collettivo, che consiste nel raggiungimento di un accordo circa il fatto di assegnare la Y ad X, e dal momento che «non ci può essere nessun modo prelinguistico di formulare il contenuto dell’accordo» [69], emerge con forza il ruolo costitutivo che il linguaggio svolge nei riguardi della realtà istituzionale.
I fatti istituzionali non possono allora prescindere dal linguaggio, poiché c’è bisogno di espedienti linguistici, simbolici o per dirla più semplicemente c’è bisogno di "etichette" [70] o di "indicatori di status" [71] che diano la possibilità di avvederci che il pezzo di carta è una banconota, che l’appezzamento di terreno è di nostra proprietà, che la persona insediata al Quirinale è il Presidente della Repubblica italiana, che l’esaminatore è un professore. Lo strumento linguistico quindi può essere utilizzato per assegnare funzioni non solo alle cose ma anche alle persone, o agli eventi (elezioni, matrimoni, ricevimenti, guerre) [72]. Si pensi al matrimonio il tipo di atto linguistico consiste nel pronunciare determinate parole (X) che nel contesto (C) della cerimonia valgono come attributive dello status (Y) di marito e moglie.
Nell’esempio del matrimonio il fatto istituzionale è creato attraverso l’uso di enunciati performativi, i quali come affermava Austin "fanno" qualcosa piuttosto che "riferiscono" qualcosa, e che in particolare nella elaborazione di Searle concorrono a costruire la realtà istituzionale [73].
Le "etichette" a cui sopra ci si riferiva, altro non sono se non atti linguistici, che possono essere al loro interno tra i più vari, dagli atti notarili alle carte di circolazione, dai testamenti alle patenti di guida.
Inoltre occorre sottolineare un altro fatto importante, che è quello per cui gli indicatori di status conferiscono alle situazioni di fatto una forma giuridica di protezione, tale per cui l’appezzamento di terreno continua ad essere mio anche se non mi reco sul posto per diversi anni, due persone continuano ad essere legate nel vincolo del matrimonio anche se vivono a centinaia kilometri di distanza [74], possiamo dopo dieci anni rinnovare la patente anche se durante questi anni non abbiamo mai guidato. Gli indicatori di status se ricorrono, assegnano ad una situazione di fatto un certo volto, certe caratteristiche, che non possono essere mutate in forza di eventi e fenomeni puramente naturali, ma decretano anche se non in via irreversibile un determinato stato di cose.
Infine perché un fatto continui ad essere istituzionale è necessario che riguardo ad esso ci sia "un’accettazione continuata dello status" [75] che gli è stato attribuito, altrimenti ci si troverebbe in una situazione simile a quella accaduta in Francia al tempo della rivoluzione, che alla corona non è stato più riconosciuto il ruolo istituzionale che per secoli aveva esercitato.
Ciò trova la sua giustificazione nel fatto che così come è l’accordo umano che determina la nascita e la permanenza delle strutture istituzionali, allo stesso modo il suo venir meno ne determina l’erosione.

3. La filosofia della mente. I dibattiti sull’intelligenza artificiale.

Dalle riflessioni sul linguaggio e sul suo ruolo nell’ambito della realtà sociale, Searle passa ad affrontare, alla luce dei continui sviluppi delle ricerche sull’intelligenza artificiale, le controverse questioni della filosofia della mente. Quest’ultima, è diventata per Searle l’argomento centrale [76] della filosofia contemporanea e si preoccupa di indagare la natura della mente umana, per scoprire il modo in cui essa opera nella realtà materiale. La mente, ritiene Searle, non è soltanto un "aspetto della nostra vita" sul quale è opportuno soffermarsi, essa è in realtà "la nostra vita" [77]. Gli esseri umani, si distinguono infatti dalle altre forme di vita in quanto soggetti dotati di una mente e che in virtù delle sue proprietà, sono capaci di creare dei "ponti" di comunicazione con i loro simili e di interazione con il mondo circostante. Così, se nell’indagine sulla realtà sociale Searle aveva messo in luce la dipendenza di quest’ultima dal linguaggio, nelle recenti riflessioni sulla mente egli intende dimostrare il ruolo di assoluta centralità che quest’ultima assume nella vita di ciascun individuo e, nell’ambito più generale delle relazioni sociali ed istituzionali. Tutto quello che noi facciamo, ogni aspetto della nostra vita, dal pensiero all’azione, dal linguaggio al lavoro, è espressione delle nostre capacità mentali che non possono essere riprodotte artificialmente. Attraverso la serie numerosa delle sue elaborazioni scientifiche in materia, Searle intende dimostrare l’assurdità delle tesi dei sostenitori la cosiddetta Intelligenza artificiale (IA) forte, i quali ritengono che il computer non sia un semplice strumento che ci permette di studiare la mente umana, quanto piuttosto che esso sia a tutti gli effetti una mente, avente gli stessi processi cognitivi che operano nella mente dell’uomo [78]. Prima di scoprire attraverso quale argomentazione Searle abbia inteso confutare queste teorie, è necessario passare preliminarmente in rassegna le due teorie dominanti nell’ambito della filosofia della mente, il "dualismo" e il "materialismo", entrambe criticate da Searle.

3.1. Due teorie da abbandonare: il dualismo e il materialismo.

Il problema della relazione tra la mente e il corpo ha costituito l’oggetto di analisi di due correnti contrapposte il dualismo e il materialismo.
Il dualismo sostiene che gli stati mentali non dipendono dalla realtà materiale o fisica e che pertanto avrebbero una specie di "ontologia spirituale" ignota alla fisica, mentre il materialismo ritiene che gli stati mentali hanno un’esistenza reale solo se possono essere ricondotti a stati fisici di qualche tipo [79]. Uno dei primi sostenitori del dualismo fu Cartesio, le cui teorie hanno lasciato un profondo segno nella filosofia del xvii secolo e di quelli avvenire. Il dualismo cartesiano è noto come "dualismo delle sostanze", consistente nel distinguere tra la sostanza pensante, la "res cogitans" e la sostanza estesa "res extensa". La "res cogitans" è la mente e la sua caratteristica fondamentale, la sua essenza è il suo essere "pensante". L’uomo per Cartesio è "una sostanza la cui essenza o natura è esclusivamente quella di pensare" [80], ed è in forza del riconoscimento di questa natura il filosofo raggiunge la certezza della propria esistenza, secondo la nota formula "penso, dunque sono" [81]. Il pensiero è secondo Cartesio l’unica cosa che non può essere sottratta all’uomo e che pertanto lo qualifica. Ed infatti alla domanda che egli pone a se stesso "ma dunque cosa sono?" egli risponde "una cosa che pensa" [82]. In forza di ciò egli ritiene di non potersi sbagliare circa la propria esistenza, poiché il fatto stesso di pensare o di dubitare della propria esistenza gli offre una prova incontrovertibile. In virtù di tutto ciò egli ritiene di poter avere una conoscenza diretta della mente o dei suoi sinonimi quali anima, intelletto, ragione, spirito e che «addirittura è più facile a conoscersi del corpo» [83] poiché essa è "oggetto di indubitabile esperienza intellettuale" [84].
Oltre alla res cogitans esiste la res extensa, che è costituita dall’insieme dei corpi e delle cose che ci circondano. Dei corpi, a differenza della mente, Cartesio ritiene non si possa avere una conoscenza diretta, ma solo indiretta poiché essi necessitano dell’intervento del pensiero che riconduca ad unità i multiformi aspetti con cui essi si presentano all’individuo e che pertanto in mancanza di ciò non sarebbero riconoscibili. Egli presenta l’esempio di un pezzo di cera [85]il quale prima di essere acceso ha un determinato profumo, un determinato aspetto, una certa consistenza, una particolare temperatura e quindi più in generale esso possiede determinate caratteristiche fisiche. Una volta acceso per effetto della fiamma esso perde quasi tutte le precedenti caratteristiche e di esse resta infatti solo l’essenza materiale della cera. A questo punto Cartesio si domanda "che cos’è che ci permette di considerare questo oggetto prima e dopo l’accensione della fiamma lo stesso pezzo di cera, e quindi di conoscere in esso un pezzo di cera?". Certamente non sono i sensi, poiché se ci basassimo esclusivamente sulla vista, sull’odorato, o sul tatto, dovremmo concludere che si è in presenza di due cose diverse, né il fatto di immaginare che esso possegga le qualità dell’estensione, flessibilità e mutevolezza per cui ad esempio dallo stato solido può passare a quello liquido, poiché i mutamenti che il pezzo di cera può subire possono essere innumerevoli e che pertanto non possono essere tutti seguiti con l’immaginazione [86]. Se non sono più i sensi come riteneva l’uomo aristotelico, né è l’immaginazione ciò che rende possibile la conoscenza del pezzo di cera, allora non resta che concludere che tale funzione appartiene alla mente umana, che ha la capacità di cogliere nell’aspetto mutevole con cui ora si presenta quel corpo, l’elemento invariante dell’essere, prima e dopo, un pezzo di cera. Noi dunque, non percepiamo direttamente i corpi che sono nel mondo, ma solamente i contenuti della nostra mente circa i corpi, ovvero le idee della nostra mente circa gli oggetti del mondo.
Da ciò egli conclude che poiché i corpi «non sono colti per il fatto che vengono toccati o vengono visti, ma soltanto per il fatto che sono concepiti, riconosco che nulla può essere colto da me più facilmente o più evidentemente della mia mente» [87].
La mente per Cartesio non è riconducibile al cervello, poiché la mente ha un’esistenza indipendente dal cervello. Essa infatti non è collocata in un punto particolare del corpo, come il nocchiero nella barca, ma è piuttosto diffusa su tutto il corpo e con esso costituisce un tutt’uno, altrimenti «se così non fosse, infatti, quando il corpo viene ferito, io, che non sono altro che una cosa pensante, non perciò sentirei dolore, ma percepirei questa ferita per mezzo del solo intelletto, come il nocchiero coglie con la vista se qualcosa nella barca si rompe» [88].
L’assunto cartesiano, della irriducibilità della mente ad un qualche fattore fisico o cerebrale determinato è stato fortemente criticato dai sostenitori del materialismo, i quali ritengono che la sola realtà esistente sia quella materiale o fisica, e che gli stati mentali per essere considerati esistenti devono potersi ricondurre a stati fisici di qualche tipo" [89]. Il materialismo comprende al suo interno varie versioni e sono tutte accomunate dalla convinzione che le tesi dualiste non siano fondate scientificamente e per questo motivo non sono controllabili oggettivamente. Le principali versione del materialismo sono "il comportamentismo", "fiscalismo o teoria dell’identità", ed il "funzionalismo". Il comportamentismo, detto brevemente, sostiene che «la mente non è altro che il comportamento del corpo. Non c’è nulla al di là del comportamento del corpo che costituisca il mentale»[90]. Il comportamentismo nella sua versione metodologica si limita a studiare il rapporto tra lo stimolo in entrata in un organismo e la "risposta comportamentale" che questo dà allo stimolo [91]. I fenomeni psicologici vanno analizzati alla luce del comportamento umano e non già indagando «misteriose entità interne mentali o spirituali» [92]. Il comportamentismo logico invece afferma che uno stato mentale consiste "nell’avere una disposizione verso certi tipi di comportamento" [93]. Lo stato mentale di chi crede che stia per piovere consiste nella sua disposizione a chiudere ad esempio le finestre di casa o uscire con l’ombrello. Il comportamentismo in generale, valuta dunque gli stati mentali in termini puramente esteriori, ignorando in realtà che l’oggetto dell’indagine in questione non è il comportamento umano, ma la mente ed il rapporto causale con il corpo umano. Il "fisicalismo o teoria dell’identità" fa coincidere gli stati mentali interamente con gli stati cerebrali, la mente coincide con il cervello, gli stati mentali non sono altro che stati del sistema nervoso centrale [94]. Il "funzionalismo" invece sostiene che gli stati mentali sono quelli che hanno un certo tipo di funzione consistente nell’attuare una relazione causale tra gli stimoli esterni e il comportamento umano. Per cui ad esempio, la percezione, da parte di un soggetto, che faccia molto caldo, causa in lui la credenza che faccia molto caldo. Questa credenza che faccia molto caldo e il desiderio del soggetto di far diminuire la temperatura, causano il suo comportamento di aprire una finestra [95]. Le percezioni causano le credenze, esse unite ai desideri causano le azioni [96]. Lo stato mentale della credenza è dunque «qualsiasi cosa si trovi in questo tipo di relazioni causali» [97]. Nell’ambito del funzionalismo ha avuto un’incidenza fondamentale nella filosofia della mente, la versione "computazionale" che Searle ha definito concezione dell’"Intelligenza artificiale (IA) forte". Essa si caratterizza per il fatto di sostenere che un computer non sia uno strumento per studiare la mente umana, ma sia a tutti gli effetti una mente [98]. Attraverso questa teoria si pensò di poter risolvere l’annosa questione del rapporto tra la mente e il corpo, in quanto esso era del tutto simile al rapporto che c’è all’interno di un computer tra l’hardware ed il software. Il cervello umano funzione come l’hardware di un computer e la mente umana come i relativi programmi [99]. Searle ha profondamente criticato la teoria dell’ "Intelligenza artificiale forte" perché egli ritiene che il computer non possa essere paragonato alla mente umana e da qui quindi ha ricavato che il rapporto mente-corpo umano non può essere spiegato ricorrendo al paragone hardware/software.

3.2. L’argomento della stanza cinese: la confutazione dell’Intelligenza artificiale forte.

Per dimostrare l’assurdità delle pretese dell’Intelligenza artificiale forte, Searle elabora "l’argomento della stanza cinese" [100] che si fonda su una simulazione umana di un computer. Supponiamo di chiudere un uomo (che poi è il filosofo stesso) all’interno di una stanza (la stanza cinese) e di fornirgli dall’esterno dei fogli scritti in cinese, dei quali però non comprende nulla perché non conosce il cinese né scritto né parlato. Supponiamo poi che, in un secondo momento gli venga consegnato un secondo pacco di fogli scritti in cinese, insieme ad una serie di regole in lingua inglese (che egli comprende perfettamente) che gli consentano di collegare il secondo pacco di fogli in cinese con i primi fogli in cinese che gli sono stati consegnati. Immaginiamo ancora che gli venga fornito un terzo plico di fogli in cinese unitamente a delle altre regole in inglese, che lo istruiscano, questa volta, su come di riprodurre simboli cinesi in risposta a certi tipi di simboli cinesi dati nel terzo plico. Ora l’uomo chiuso nella stanza non sa che, il primo plico di fogli contiene gli idiogrammi della lingua cinese, che il secondo plico di fogli racconta una storia in cinese e, il terzo plico di fogli contiene le domande sulla storia scritta in cinese.
A questo punto Searle sostiene che, quando l’uomo riproduce correttamente dei simboli cinesi, in virtù delle regole che gli hanno permesso di imparare ad associare simboli ad altri simboli, non vuol dire che questi abbia compreso la storia in cinese, né che abbia imparato una sola parola di cinese, nonostante abbia risposto correttamente a delle domande in cinese. Per questo motivo egli continua supponendo si riproduca lo stesso tipo esperimento, questa volta però con fogli scritti in inglese [101] ed in questo ultimo caso, l’uomo risponde correttamente alle domande come nel caso del cinese, ma con una differenza, che egli comprende tutto quello che legge e tutto quello che fa.
Nell’esperimento cinese Searle ha simulato come opera un computer e ha dimostrato che esso pur opportunamente programmato per elaborare simboli cinesi, non capisce il cinese, in quanto si limita esclusivamente a manipolare certi simboli, e ciò vale per qualsiasi tipo di programma che un computer esegua. Tutto si fonda sul fatto che né l’uomo nell’esempio della stanza cinese, né un computer programmato in cinese, sanno che cosa significano i vari ideogrammi cinesi. L’uomo e il computer posseggono la sintassi ma non la semantica, poiché né la stanza, né il programma permettono di assegnare a certi simboli un significato. Per cui così come conoscere la sintassi di una lingua non vuol dire poterla capire e poterla parlare, allo stesso modo per un computer possedere ed usare dei simboli non vuol dire che esso capisca il loro significato. In questo modo, attraverso l’esperimento in cinese e in inglese egli ha inteso dimostrare che la nostra comprensione non ha nulla a che vedere con i programmi di un computer che associano simboli ad altri simboli, e pertanto è assurdo paragonarli al ruolo svolto dalla mente umana [103].

3.3. L’Ontologia soggettiva e il Naturalismo biologico.

Dopo aver criticato le correnti del dualismo e del materialismo, e dopo aver dimostrato come in nessun modo la mente possa essere paragonata ad un software, Searle arriva a presentare la sua teoria circa il rapporto tra le mente e il corpo e, che a ben vedere rappresenta una soluzione intermedia tra la visione del dualismo e del materialismo. Searle ritiene che per spiegare la mente ed i suoi stati coscienti ed intenzionali occorre superare la distinzione tra il mentale e il fisico ed egli lo fa attraverso il concetto di "ontologia soggettiva" degli stati mentali ed attraverso la sua teoria del "naturalismo biologico". Il concetto di "ontologia soggettiva" detto anche "ontologia di prima persona" si fonda sul fatto che per Searle gli stati mentali, in particolare "gli stati coscienti, esistono solo in quanto c’è un soggetto umano o animale che ne ha esperienza" [104]. In questo modo, fin qui Searle sembra vicino alle tesi dualiste che ponevano l’accento sul connotato soggettivo dei fenomeni mentali, tuttavia, egli ritiene che, nonostante gli stati coscienti dipendano dall’esperienza soggettiva di un individuo, essi possano ugualmente costituire oggetto di una scienza che li studi allo stesso modo con cui si studiano la digestione, la crescita, la circolazione sanguigna. Gli stati mentali sono "caratteristiche biologiche del cervello", (per questo egli definisce la sua teoria "naturalismo biologico") ed in forza di ciò "sono parte del mondo fisico" [105].
Gli stati coscienti, consistono nella consapevolezza che un soggetto ha di sé o delle cose che lo circondano, e gli stati intenzionali consistenti nella capacità della mente di riferirsi o vertere su oggetti o stati di cose diversi da sé sono causati dal comportamento dei neuroni e sono realizzati nel sistema cerebrale. Gli stati mentali, seppur causati dai neuroni, non si identificano totalmente con essi in quanto i suddetti stati mentali sono "realizzati nel cervello quali caratteristiche del sistema cerebrale, e dunque esistono ad un livello più alto di quello dei neuroni e delle sinapsi. I singoli neuroni non sono coscienti; a essere coscienti sono parti del sistema cerebrale costituito dai neuroni" [106]. Gli stati mentali con queste particolari caratteristiche, hanno una efficacia causale, in quanto sono tali da determinare il comportamento umano.
In questo modo attraverso i concetti di ontologia soggettiva e di naturalismo biologico, Searle ha inteso risolvere il problema mente-corpo, non cedendo interamente alle tesi del dualismo e del materialismo, ma cercando piuttosto una soluzione che traesse gli elementi validi di entrambe le teorie, ed ha altresì evidenziato che nessun macchina artificiale seppur ben programmata possa giungere ad eguagliare gli stati coscienti e intenzionali [unici] dell’uomo.   


                                                                                                 Paola Chiarella


Paola Chiarella è Dottore di ricerca in Teoria del diritto e ordine giuridico europeo, Università Magna Graecia di Catanzaro


Note:

[1] Searle J.R., Atti linguistici, Saggio di filosofia del linguaggio, Bollati Boringhieri, Torino, 2000, p. 40-41. (Ed. or. Speech Acts: An Essay in the Philosophy of Language, Cambridge University Press, Cambridge, 1969).
[2] Op. cit., p. 45.
[3] Op. cit., p. 49. Per gli atti illocutivi e perlocutivi Searle riprende la terminologia di Austin.
[4] Op. cit., p. 52, 119.
[5] Esempi di sintagmi nominali sono"La più alta montagna al mondo", "La battaglia di Waterloo", e i titoli come "Il primo ministro", "La nostra copia del giornale di ieri", "La costellazione di Orione", Op. cit., p.52, 118.
[6] Op. cit., p. 51.
[7] Op. cit., p. 48.
[8] Op. cit., p. 56.
[9] Op. cit., p. 88-94, 104.
[10] Op. cit., p. 88.
[11] Op. cit., p. 91.
[12] Holtgraves T., Language as Social Action: Social Psychology and Language Use, Erlbaum, Mahwah, 2002, p. 13.
[13] Searle J.R., Atti linguistici, Saggio di filosofia del linguaggio, cit., p. 98.
[14] Holtgraves T., Language as Social Action: Social Psychology and Language Use, cit., p. 14.
[15] Searle J.R., Atti linguistici, Saggio di filosofia del linguaggio, cit., p. 62.
[16] Op. cit., p. 67.
[17] Searle J.R., A classification of illocutionary acts, in Carbaugh D., (ed.) Cultural Communication and Intercultural Contact, Lawrence Erlbaum Associates, Hillsdale, 1990, p. 357.
[18] Op. cit., p. 356. (La traduzione è nostra).
[19] Ibidem.
[20] Op. cit., 357.
[21] Op. cit., 357-358.
[22] Austin J.L. Come fare cose con le parole, cit., p. 113.
[23] Searle J.R., A classification of illocutionary acts, cit., p. 358.
[24] Op. cit., p. 351.
[25] Ibidem.
[26] Ibidem.
[27] Op. cit., p. 358-364.
[28] Op. cit., 358.
[29] Sbisa’ M.,
[30] Searle J.R., A classification of illocutionary acts, cit., p. 359.
[31] Op. cit., p. 360.
[32] Ibidem.
[33] Op. cit., p. 362.
[34] Op. cit., p. 352.
[35] Ibidem.
[36] Ibidem.
[37] Op. cit., p. 351.
[38] Searle J.R., Atti linguistici, Saggio di filosofia del linguaggio, cit., p. 75. Sull’esempio del soldato di Searle si rimanda al capitolo La pragmatica intenzionale di Paul H. Grice.
[39] Op. cit., p. 80.
[40] Op. cit., p. 77.
[41] Searle J. R., La costruzione della realtà sociale, Edizioni di Comunità, Milano, 1996, p. 37 ( tit. orig.: The Construction of Social Reality)
[42] Searle J.R., Atti linguistici, Saggio di filosofia del linguaggio, cit., p. 82.
[43] La Torre M., Norme, istituzioni, valori, Laterza, Roma-Bari, 2002, p. 141.
44] Searle J. R., La costruzione della realtà sociale, cit., p. 94.
[45] Op. cit., p. 9.
[46] In regime di comunione legale per esempio i coniugi potrebbero non sapere che i beni personali non entrano a far parte della comunione e, nondimeno tutto ciò non incide sul regime della comunione stessa. In egual modo gli stessi coniugi sposati in regime di comunione potrebbero optare, qualora lo volessero, per il regime della separazione.
[47] Op. cit., p. 43.
[48] Op. cit., p. 50.
[49] Ibidem.
[50] Op. cit., p. 36.
[51] Ibidem.
[52] Op. cit., p. 51.
[53] Op. cit., p. 51, 52.
[54] Op. cit., p. 52.
[55] Op. cit., p. 29.
[56] Ibidem.
[57] Op. cit., p. 23.
[58] Op. cit., p. 34.
[59] Op. cit., p. 71.
[60] Ibidem.
[61] Ibidem.
[62] Op. cit., p. 90.
[63] Searle J.R., Atti linguistici, Saggio di filosofia del linguaggio, cit., p. 61.
[64] Ibidem.
[65] Ibidem.
[66] Searle J. R., La costruzione della realtà sociale, cit., p. 84
[67] Op. cit., p. 80.
[68] Op. cit., p. 82.
[69] Op. cit., p. 81.
[70] Op. cit., p. 90.
[71] Op. cit., p. 99.
[72] Op. cit., p. 112.
[73] Op. cit., p. 65.
[74] Op. cit., p. 99.
[75] Op. cit., p. 134.
[76] Searle J. R., La mente, Raffaello Cortina, Milano, 2005, p. 10 ( ed. orig.: Mind. A Brief Introduction, Oxford University Press, 2004).
[77] Ibidem.
[78] Searle J. R., Minds, Brains, and Programs, in Philosophy: Basic Readings, Nigel Warburton ed., Routledge, New York, 2005, p. 403.
[79] Searle J. R., La mente, cit., p. 6.
[80] Descartes R., Discorso sul metodo, Laterza, Roma-Bari, 2003, p. 45.
[81] Ibidem.
[82] Cartesio, Meditazioni metafisiche, Bompiani, Milano, 2004, (ii) p. 169.
[83] Descartes R., Discorso sul metodo, cit., p. 45.
[84] Urbani Ulivi L., Saggio introduttivo, a Cartesio, Meditazioni metafisiche, cit., p. 44.
[85] Cartesio, Meditazioni metafisiche, cit., p. 173.
[86] Op. cit., p. 175.
[87] Op. cit., p. 181.
[88] Op. cit., p. 275 (vi).
[89] Searle J. R., La mente, cit., p. 43.
[90] Op. cit., p. 45.
[91] Ibidem.
[92] Op. cit., p. 46.
[93] Op. cit., p. 47.
[94] Op. cit., p. 49.
[95] Per un esempio simile Op. cit., p. 57.
[96] Op. cit., p. 58.
[97] Op. cit., p. 57.
[98] Op. cit., p. 60.
[99] Ibidem.
[100] Searle J. R., Minds, Brains, and Programs, cit., p. 405.
[101] Ibidem.
[102] Searle J. R., La mente, cit., p. 91.
[103] Searle J. R., Minds, Brains, and Programs, cit., p. 406.
[104] Searle J. R., La mente, cit., p. 122.
[105] Op. cit., p. 104.
[106] Op. cit., p. 103.


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