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14.10.2011

Personaggi - In una raccolta di articoli la lezione del giurista che studiò le relazioni
                   tra Stato e Chiesa
 
              Jemolo, l’umiltà della virtù civile

                     Un cattolico "malpensante", irremovibile sui valori liberali

 

di Corrado Stajano

Un libro che sembra venire da tempi infinitamente lontani e fa invece lezione al nostro presente. E’ una raccolta di articoli di Arturo Carlo Jemolo usciti sulla "Stampa" nel secondo Novecento, pubblicati dall’editore Aragno nella collana dedicata ai Classici del giornalismo diretta da Alberto Sinigaglia.
Si intitola Il malpensante (pp 242, € 12), l’aggettivo caro al sommo storico e giurista, professore di diritto ecclesiastico, autore del saggio, ancora oggi fondamentale, Chiesa e Stato in Italia negli ultimi cento anni (Einaudi, 1948). Piuttosto che cattolico-liberale ama definirsi liberal-cattolico, appellativo – scrive – riservato a chi "per intensa che sia la sua fede o la sua pratica, pensi secondo schemi della società civile, dia gran posto nelle sue preoccupazioni alle strutture statali; a chi, ad esempio, riconoscesse che nella sua formazione avessero agito eminentemente uomini del mondo laico: Martinetti e Croce, Ruffini ed Einaudi".
Nella presentazione, approfondita e partecipe, Bruno Quaranta fissa con rigore i momenti della lunga vita di Jemolo (1891-1981), passata attraverso due guerre mondiali, nove pontefici – da Leone XIII a Giovanni Paolo II – e sconvolgimenti che hanno mutato gli assetti sociali del mondo intero, storia e geografia.
Jemolo nasce a Roma, da padre siciliano e da madre piemontese convertita dall’ebraismo al cattolicesimo. I dati della sua vita sono essenziali, più che per altri maestri, per capire i comportamenti, i moti dell’animo di quello che si potrebbe definire "il mite ghibellino".
Si laurea con Francesco Ruffini, grande maestro del diritto, uno dei 14 professori universitari che rifiutarono il giuramento di fedeltà al fascismo. Anche Jemolo è da subito antifascista. Firma il manifesto di Croce nel 1925, rifiuta senza tentennamenti il regime mussoliniano e lo Stato etico per ragioni morali, non soltanto politiche. Lo avversa per la sua essenza anticristiana, per il suo spirito di violenza e per il disprezzo usato nei confronti dell’umiltà evangelica.
Dalle pagine del libro affiorano frammenti autobiografici illuminanti. A celebrare le sue nozze nel 1921 è don Ernesto Bonaiuti, il sacerdote che sarebbe stato scomunicato per la sua adesione al modernismo. E’ contrario alla Grande guerra del ’15, contrario al Concordato del ’29. Nel 1948 vota per il Fronte Popolare, è vicino al Partito d’Azione e al Movimento di Unità popolare, che nel 1953 fece fallire la "legge truffa". E’ favorevole al divorzio e, più dolorosamente, all’aborto. Se fosse un legislatore - scrive – voterebbe contro la legge, se fosse un giudice assolverebbe sempre imputata e correi. La legge dello Stato deve sempre vincere sul precetto religioso.
Altri segni del suo pensiero, nel tempo: Port-Royal, l’abbazia cistercense dove nacque il giansenismo – una grande passione – è tra le pagine più belle del Malpensante. Tra i pontefici della sua esistenza è Paolo VI il più amato, il "Papa del Golgota", il Papa drammatico di quel tremendo appello: "Uomini della Brigate rosse".
Perché Malpensante? Lo spiega bene Bruno Quaranta: "Malpensante senza crisi" il cattolico Temolo. Malpensante non meno fermo, "malpensante congenito" il cittadino Jemolo".
E sempre fedele a se stesso. La grande delusione, il biblico "roveto ardente" è per lui quel che successe, anzi non successe, dopo la Liberazione: "Restò la vecchia burocrazia, che aveva profondamente assimilato dal fascismo il paternalismo, (…) una profonda sfiducia verso le iniziative, municipalizzazioni o cooperative, care ai socialisti del principio del secolo; un irridere alle "anime belle", ai moralizzatori, a chi non si rassegna al "si è sempre fatto così". E ancora: "Nel 1945 nessuno voleva ancora sangue; ma se qualche generale ch’era passato nel campo opposto a quello del suo re fosse stato degradato nel cortile di una caserma, non si sarebbe ferito il senso militare come lo si ferì riammettendo tutti nel loro grado.
(…) Penso con rossore alla epurazione; che non colpì che gli umilissimi e salvò tutti i potenti".
Il libro è ricco di ritrattini. Cadorna, un modesto generale, incurante dell’enorme perdita di uomini causata dalla sue tattiche, con un altissimo concetto di sé; De Gasperi che non gli piace, non vede in lui una riaffermazione rigorosa dell’autorità dello Stato; La Pira, un santo del Trecento, dolcemente folle.
Si batte fino all’ultimo, Arturo Carlo Jemolo, in nome dei principi. Nel 1979, quando il governatore della Banca d’Italia Paolo Baffi riceve un mandato di comparizione e Mario Sarcinelli, capo della Vigilanza dell’Istituto centrale, viene arrestato, vittime di un indecente intrigo governativo – la vicenda Sir, Sindona, Ambrosoli – Temolo scrive un appassionato articolo in difesa del governatore del tutto innocente e gli invia una lettera di solidarietà di sapore risorgimentale pubblicata poi dalla "Nuova Antologia". Paolo Baffi ne è profondamente commosso.   


                                                                         Corrado Stajano    


L’articolo sopra riprodotto è stato pubblicato il 10 agosto 2011 da Il Corriere della Sera. Ringraziamo la direzione del giornale e l’autore per la gentile concessione della replica.