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20.12.2011


Discorso su un cantautore dei giorni nostri

Il "caso" Donadio

di Carlo Bianchi

Era da parecchio tempo, fin dall’uscita del suo primo disco Merendine, nel 2006, che desideravo occuparmi in sede critica di Beppe Donadio e delle sue canzoni. Da un lato, attendevo che mettesse a fuoco definitivamente la sua poetica, musicale e testuale – maturazione confermata dai successivi lavori Houdini (2008) e Figurine (2011). D’altronde, già da quel disco d’esordio di cinque anni fa, accompagnato da una lunga conversazione svoltasi fra me e lui nel giugno 2007, emergevano i segni di un “caso” che mi pareva degno di attenzione per una serie di ragioni che vanno ben al di là dell’indubbia qualità dei lavori di Donadio, e della notorietà che poi, fino a oggi, si è procurato in modo sempre crescente.
All’epoca di Merendine, Donadio, classe 1968, non era un personaggio nuovo nel panorama musicale bresciano. Prima dell’esordio come autore, egli aveva già alle spalle una lunga esperienza come esecutore e arrangiatore di cover in vari complessi, fra cui vanno ricordati almeno il duo I favolosi becchi, in coppia con il talentuoso chitarrista Gianmarco Astori, e il nutrito gruppo Io & Annie, dedito a canzoni della West Coast americana.[1]  Questi precedenti hanno fatto sì che la pubblicazione di Merendine risultasse perfino spiazzante per coloro che, vissuti al di fuori dell’ambiente bresciano, si trovavano di fronte a un esordiente con la veste di un consumato professionista. “Questo qui ci sta prendendo in giro”, scrisse qualcuno, ritenendo a buon diritto che un disco suonato, cantato e arrangiato in quel modo non poteva essere opera di un musicista alle prime armi. Ma d’altronde era anche il disco di uno che esordiva, sul panorama nazionale, a quasi quarant’anni; ed è questo uno dei primi aspetti che devono fare riflettere su quanto e come le cose siano cambiate rispetto ai tempi andati, in cui i cantautori venivano lanciati quasi da ragazzini.
Come ha rimarcato anche Mauro Pagani, in un’intervista concessami nello stesso periodo di Merendine, “una volta i cantautori trovavano un proprio modo di scrivere canzoni e da quel solco non uscivano, mentre oggi, data la grande quantità di fenomeni letterari e musicali che si sono accumulati, non è più così facile. Per seguire questa forte evoluzione, e porsi in un modo consono, oggi bisogna studiare. E per fare questo ci vuole tempo. Il problema però è che ci deve essere anche un ambiente che lo consente. Manca lo spazio fisico, perché ci sono contenitori, radio etc. che continuano a richiedere sempre le stesse cose”.[2] E questo è un altro aspetto della questione. Il mondo della musica leggera commerciale, soprattutto italiana, sempre più dominato dall’esigenza di certi standard, poco concede a un certo modo di fare canzone, poetico e articolato, come quello che ha caratterizzato l’esordio del cantautore Donadio. Dunque egli non solo ha esordito alla soglia dei quarant’anni, ma si è anche trovato nelle condizioni di intraprendere percorsi di produzione e distribuzione alternativi a quelli delle grandi major discografiche – Merendine è stato un disco autoprodotto. Inizialmente, Donadio si è affidato ad operatori che lo hanno “distribuito” e reso noto parzialmente in Italia, soprattutto in Svizzera, fino a che si è definita stabilmente una sua etichetta, Merendinemusica, che, oltre a produrre materialmente i successivi cd, ha progressivamente assunto anche la funzione di ufficio stampa e di promozione.
“Il problema – mi raccontava Donadio in quella conversazione – è che sono scomparsi quei magnati di una volta che investivano per puro piacere della cultura, quelli che lanciavano un artista con determinate caratteristiche sue personali che non corrispondevano necessariamente a un cliché commerciale predefinito. Si puntava anche sull’imprevedibilità di un artista, che magari faceva due dischi e al terzo indovinava un capolavoro, oppure, al contrario, il capolavoro lo faceva all’inizio e poi continuava a vivere di rendita. Oggi invece quelli che investono nella musica sono professionisti che conoscono perfettamente i meccanismi del commercio musicale. Si punta su un prodotto solo se c’è l’assoluta certezza che può funzionare. È un po’ quello che succede per le squadre di calcio. Una volta si pianificava la squadra in modo che i risultati potessero arrivare anche dopo qualche tempo. Adesso invece, se il risultato non arriva subito, si cambiano giocatori o si manda via l’allenatore. È così anche per la musica, i tempi si sono abbreviati e chi investe nella musica lo fa per avere un ritorno immediato”.
Si può forse discutere sulle cause che hanno determinato questa trasformazione, se esse vadano ricercate nella presenza esclusiva di professionisti del mercato musicale, o non piuttosto in una finanziarizzazione dell’economia che non consente ai discografici di capitalizzare l’investimento su un artista quando non si sa se avrà successo.[3] Certo la politica del ritorno immediato è una conseguenza evidente in ogni caso. Donadio scriveva cose proprie fin dalla fine degli anni Novanta. Il suo Merendine, autoprodotto nel 2006, testimonia quanto un certo tipo di canzone d’autore, caratterizzata da una certa articolazione artistica, sia in contrasto con questa cultura della velocità. Sempre in quel periodo lo aveva ribadito a suo modo anche Massimo Bubola, parlando di canzoni: l’accelerazione dei tempi della società odierna legata a internet e alla televisione (a un certo tipo di televisione) sta avendo delle forti conseguenze sul linguaggio verbale, su un italiano che si sta “scaricando”, perdendo la forze espressiva delle proprie parole.[4]
Dato che invece le canzoni di Donadio richiedono un certo tipo di attenzione, il primo approccio con il mondo della discografia si era rivelato problematico. “Quando ho preso contatti con le case discografiche – affermava Beppe sempre al tempo di Merendine – ho dovuto scontrarmi con esigenze sempre più pressanti. Prima di tutto esigenze di tempo complessivo. Viene cioè richiesto che la canzone non debba durare più di tre minuti, perché tanto è il tempo che concedono poi i passaggi in radio. Ma adesso la rapidità sta anche diventando una questione di contenuto dei testi. Nel senso che quando mi presentai a una società di edizioni con una mia canzone, Subliminale, mi fu detto dal responsabile che ad arrivare al succo della canzone ci metto troppo tempo. ‘Non hai il dono della sintesi, il concetto deve arrivare subito’. Ma io dico che ci sono tanti modi di fare arrivare dei concetti, mettendola sull’assurdo, o sull’ironico come in Santi e navigatori [prima canzone di Merendine] e in generale ci sono mille modi di scrivere una canzone, partendo dalla fine, scomponendola, o partendo dal ritornello…”
Specialmente oggi che il mercato discografico è sprofondato, a causa di internet, e gli introiti che provengono dalla vendita dei dischi si sono ridotti drasticamente, le case discografiche hanno sempre più bisogno di canzoni che finiscono facilmente nelle radio, nelle pubblicità, nei film come sottofondo. Tempi stretti, testi diretti e immediati, senza troppi giri di parole, un linguaggio ridotto ai minimi termini. “Non puoi permetterti di fare il filosofo, e nemmeno troppo il poeta” – rimarcava Donadio. “Per quanto riguarda la musica, un consiglio pratico che ti danno, al di là dei tempi, è di utilizzare la stessa sequenza armonica sia per la strofa sia per il ritornello, così agli ascoltatori risulta tutto più facile”.
Per riuscire a fare un album con una casa discografica, bisognava che tutte queste cose coincidessero. Allora Donadio, per iniziare fare il cantautore, ha scelto un’altra strada. “Visto che non ci credeva nessuno, me ne sono infischiato di qualsiasi indicazione di mercato e mi sono fatto un disco da solo, esattamente come lo volevo io. Tanto non avevo l’esigenza pressante di diventare famoso. La mia esigenza è quella di suonare. Che Merendine funzionasse o meno da un punto di vista commerciale, non era poi così importante. La banca per cui lavoravo mi ha concesso di aprire una partita Iva con cui avviare una mia attività e quindi il disco me lo sono autoprodotto”. In seguito Merendine è finito nelle radio della Svizzera, quasi per caso, perché Donadio ne aveva lasciato alcune copie in un negozio di dischi nel centro di Locarno, Soldini, il quale, essendo anche un programmatore radiofonico e avendo creduto di intravedere qualcosa di valore in queste canzoni, aveva deciso di mandarle in onda. Poi una radio segue l’altra, a livello nazionale, e per Donadio la diffusione è aumentata in modo piuttosto libero, nella Svizzera italiana e tedesca. Mentre in Italia, pur trovando alcuni promoter interessati, come Sergio Mancinelli, è stato tutto più difficile, perché i network radiofonici hanno contratti in esclusiva con le case discografiche, cioè si dividono le royalties dei brani, e non hanno interesse a mandare uno sconosciuto. “Vale lo stesso discorso dei lanci discografici che facevo prima. Una volta le radio erano al servizio della diffusione, c’erano pionieri che rischiavano, e a volte azzeccavano la novità. Al giorno d’oggi invece è tutto più controllato, da professionisti del marketing. Nulla, o quasi, è lasciato al caso”.
Il caso dell’esordio di Donadio, dunque, può essere considerato emblematico di una certa condizione refrattaria in cui versa il mercato della canzone d’autore in Italia – anche in paragone con quello che succede appunto in altri paesi dell’Europa occidentale come la Svizzera dove Donadio ha avuto fortuna anche grazie a un palinsesto radio-televisivo che è di un livello culturale decisamente più alto del nostro. Tuttavia, quell’esordio “autoprodotto” a cui poi hanno fatto seguito le altre due autoproduzioni di Donadio, Houdini e il recentissimo Figurine, è emblematico anche di una novità costruttiva: proprio questa possibilità di prodursi in modo autonomo, che da un lato può essere vista negativamente come una scelta obbligata dall’asfissia dell’industria discografica, ma d’altronde è una preziosa opportunità che un tempo non esisteva (o era molto più difficile da ottenere). Adesso che Donadio dispone di una etichetta propria in grado di pubblicare e distribuire i suoi dischi, non ha più nemmeno bisogno di cercare contatti con le grandi major e di misurarsi con le loro richieste.
“Qualche anno fa – afferma ora – era un mio pensiero primario quello di bussare alle porte di una major e convincerli di quello che di buono ritenevo ci fosse nella mia musica. Oggi non lo è più. L’autoproduzione permette di saltare qualche gradino e di ottenere comunque una certa diffusione. C’è la possibilità di commercializzare il proprio prodotto in modo molto rapido. Ad esempio, iTunes e gli altri supporti affini sono una buona chance, e per quanto il download illegale di musica in Italia sia oggi praticamente al 90%, costituisce comunque una possibilità di essere nei negozi. Rispetto al passato è una rivoluzione. È vero, l’assurdo di questa rivoluzione è che avviene per mano del medesimo meccanismo, quello dei download illegali, che ha raso al suolo il mercato della musica, ma è anche vero che, ragionando da acquirente, è l’unico luogo dove si può acquistare la musica di tutti. E se ragiono da produttore, mi trovo a constatare che è l’unico luogo dove sono sicuro che il mio prodotto viene realmente distribuito. L’attenzione delle major discografiche da tempo ruota attorno ai talent show televisivi, che richiedono caratteristiche assai diverse da quelle del mio prodotto musicale. E richiedono un mercato, e lo richiedono subito, cosa che si può ottenere solo tramite la televisione. Attualmente la mia attenzione è concentrata su quello che scrivo, e se si lavora con cura e attenzione le soddisfazioni arrivano ugualmente. Anzi, da autoprodotti la soddisfazione è ancora più grande”. Peraltro ora, accanto al ruolo di cantautore, Donadio affianca anche quello di autore – scrive canzoni per altri. “Come autore ho preso atto, seppure a malincuore, delle esigenze radiofoniche in merito alle durate dei brani. I tempi sono cambiati e non adeguarsi sarebbe da sciocchi. In ogni caso, quello a cui non rinuncio è l’originalità. Continuo a pensare che la canzone, anche quando è leggera, non impegnata, deve avere un senso, un contenuto”.
Con Merendine Donadio aveva pubblicato un disco ideato, scritto, composto e prodotto da lui, come recita la copertina, in cui oltre che a cantare e suonare ha fatto da produttore artistico, curato gli arrangiamenti di base, gli arrangiamenti dei cori e l’orchestrazione. In seguito, per Houdini e Figurine, al suo ruolo da leader si sono affiancati produttori esecutivi e consulenti artistici: va menzionato in particolare Emilio Rossi, una sorta di vice-produttore. In Merendine e in Houdini, Donadio ha registrato una grande quantità di materiale – entrambi i cd durano circa un’ora e venti – e alcune tracce forse non erano strettamente necessarie (un’altra riflessione generale che si potrebbe fare dunque è che la figura del produttore artistico non corrisponde necessariamente al “cerbero” che soffoca la creatività dell’artista in nome delle esigenze commerciali, ma può essere colui che vaglia opportunamente il materiale per valorizzare appieno il lato artistico del prodotto). Il percorso delineato da questi tre album, come si diceva all’inizio, ha visto Donadio maturare sempre più la sua poetica. Houdini segna un salto in avanti rispetto a Merendine e infine l’ultimo Figurine dimostra, in undici canzoni, come la maturità di Donadio si sia concentrata anche sull’essenzialità del progetto complessivo, oltre che sulla struttura musicale delle canzoni e, soprattutto, sui testi.
Dunque, guardiamole un poco da vicino queste canzoni, e il loro autore, scrittore e musicista. Donadio canta accompagnandosi con il pianoforte. Già ispirato al côté di altri pianisti-cantanti come Elton John o Bruce Hornsby, esibisce una voce musicale, piena, riconoscibile anche solo per la “erre” arrotata – non quella di Guccini però. L’esperienza con le cover anglofone ha lasciato il segno, ma in Houdini e Figurine emerge con evidenza anche il segno musicale di certi cantautori italiani, da Umberto Tozzi a De Gregori fino a Fabio Concato. Senza scendere in minuziose analisi a individuare ogni minima derivazione con spirito da entomologi, si può dire che accanto alla musica d’oltremanica e d’oltreoceano, Donadio si pone anche come erede di una forte tradizione cantautorale italiana. C’è anche qualche ammiccamento al folk. Nel complesso, comunque, il suo stile si può definire personale.
Come si diceva, è soprattutto l’esecuzione e lo studio di una notevole quantità di repertori che ha fatto di Donadio non solo un ottimo esecutore ma un arrangiatore maturo fin da Merendine. Nei suoi pezzi è raro trovare cedimenti musicali, la vena armonica si mantiene sempre varia ed elegante anche nei pezzi di maggiore impatto ritmico. La forma sovente è articolata in modo non scontato. Sono canzoni che in genere funzionano benissimo prima di tutto per la presenza vocale e strumentale dello stesso Donadio (confermata dal vivo, quando suona e canta da solo) ma anche grazie ai musicisti di cui si è circondato fin dall’inizio. Non è il caso di citarli tutti, basti ricordare che nei tre dischi di Donadio suonano session men bresciani che si sono rivelati a vari livelli nazionali e internazionali: il bassista Franco Testa, la vocalist Stefania Martin, il chitarrista Giovanni Rovati, il violista, e recentemente anche autore, Michele Gazich. Musicisti di personalità che sono in grado di portare preziosi contributi anche agli arrangiamenti. Non solo bresciani: il batterista è Elio Rivagli (ex De Gregori e Fossati).
E veniamo finalmente ai testi. Sono testi che in Merendine e in Houdini riflettono decisamente i tratti del “caso” Donadio come lo abbiamo delineato finora. Donadio cioè assume un atteggiamento autobiografico, per narrare, in questi primi due dischi, fra canzoni e intermezzi recitati, quasi nello spirito del concept-album, le vicende di un cantatore di nome “Beppe D.” che nel cercare di proporre le sue canzoni si scontra con le regole e i personaggi del mondo della musica commerciale. Riflessioni caustiche e amare, nonsense, molta ironia. Alla fine di Houdini viene inserito addirittura un simbolico “funerale del cantautore”. Certo Donadio lo si ascolta con piacere e interesse proprio per l’evidente sincerità e l’attendibilità con cui narra il suo percorso alternativo di artista della canzone, della musica e della parola. Ma dal punto di vista della resa poetica dei testi, i risultati migliori li raggiunge quando si concentra su una sfera autobiografica che va al di là dell’esperienza della musica e si sposta sull’intimismo dei rapporti personali, sui rapporti con un mondo della vita fatto di piccole cose, ricordi di infanzia e di adolescenza, avvenimenti in cui alla fine, specie per quelli della mia generazione, è facile identificarsi.
Si tratta di una vena che emerge già parzialmente in Merendine e in Houdini. Basta ascoltare la splendida ballata Tempo al tempo con cui si apre Houdini. Nei primi due dischi, la saga del cantautore “Beppe D.” e dei suoi problemi di carriera lascia comunque spazio a riflessioni su vari temi, piccoli e grandi, sempre filtrati dalla lente personale dell’autore. Con l’ultimo disco poi, Figurine, la particolare sensibilità di Donadio alle cose della vita quotidiana emerge con rinnovata forza e consapevolezza, in canzoni come Piano piano, oppure Chips – sguardo amaro e ironico fra citazioni musicali e interventi demenziali del mago Forest a restituirci la discrepanza tutta moderna fra i rapporti umani nel mondo del web e quelli della vita reale – e soprattutto Il primo uomo sulla neve. È, quest’ultimo, un piccolo affresco dedicato alla grande nevicata che cadde su Brescia nel gennaio del 1985. Già come per Via Milano blues (su Merendine) Donadio mette in musica un pezzo della realtà bresciana, in questo caso di storia passata. A suo modo fece epoca, quella nevicata, paralizzando la città, provocando disagi e anche (io me lo ricordo bene) improperi a più non posso, scagliati da molti quasi come fosse colpa di qualcuno – e non fu forse un caso che pochi mesi dopo il sindaco Trebeschi non fu più rieletto.
Ma Donadio lascia fuori le noiose cose da adulti e ci racconta quel fatto semplicemente tramite il suo ricordo di ragazzino, fra guanti inzuppati e palle di neve, scuole che chiudono, case annegate che respirano con antenne orientate verso le stelle e strade imbiancate su cui lasciare la prima impronta. La canta in duo con Fabio Concato, giusto per tornare alla tradizione dei cantautori italiani (un’intesa artistica sancita anche da un riuscito concerto che i due hanno tenuto insieme al teatro CTM di Rezzato) e la musica si accorda con il testo anche grazie a una veste che, come in altri pezzi del disco, risulta più “raccolta”, quasi “da camera”, soprattutto grazie all’impiego di alcuni strumenti ad arco, viola, violino e violoncello (Stefano Zeni, Daniela Fusha, Daniela Savoldi). Infine, la canzone è diventata anche un videoclip, con immagini televisive di archivio.
 Non è solo Il primo uomo sulla neve ma è un po’ tutto il disco Figurine (ora accompagnato anche da un omonimo libricino di racconti, editrice Zona) a impregnarsi dei ricordi di Donadio, sul tono di una “malinconia agrodolce” – come qualcuno l’ha definita – che conduce fino al Girotondo finale, dove è cambiato il mondo, e le Figurine dei calciatori sono simbolo di quel mondo ormai perduto di trent’anni fa. C’è un avvenimento in particolare, legato al calcio, che spicca nel libro dei ricordi di Donadio: la finale del campionato del mondo del 1982 fra Italia e Germania, rievocata tramite un frammento della telecronaca originale di Nando Martellini. Il ricordo di Donadio nel disco (delineato anche più chiaramente nel suo libro) si mischia a un avvenimento che scosse tutta l’Italia, con manifestazioni festose e spontanee come non se ne erano più viste dalla fine della guerra, e che si faceva addirittura momento di storia dell’identità del nostro Paese. Fu, quello, un fenomeno “capace di riproporre l’idea e i valori di patria in termini di concordia nazionale” (Lino Cascioli) anche grazie all’identificazione con la massima carica dello Stato – Pertini in tribuna allo stadio Bernabeu di Madrid e poi capo del glorioso ritorno – tanto che qualcuno ritenne opportuno ammonire che il calcio doveva rimanere calcio, e non contaminarsi con la  politica (si legga l’editoriale di Candido Cannavò, Caro presidente… comparso sulla Gazzetta dello sport del 13 luglio 1982). Al di sopra della nostra coscienza di bambini, in quei giorni si sprigionò un senso di appartenenza collettiva quantomai necessaria, dopo che l’Italia era stata segnata da un brutto periodo di piombo, sangue e grandi compromessi politici mancati, e dunque il ricordo che Donadio ci restituisce tramite la sua musica e le sue parole concorre a delineare la caratteristica storica di “rappresentazione” di un avvenimento sportivo, dal punto di vista della storia sociale dal basso.
Questo però è un discorso molto complesso. Dovremo affrontarlo in un’altra circostanza. 

                                                                                                      
                                                                                                    Carlo Bianchi      


Note:

[1] C. Bianchi, Canzoni della “West Coast” americana. “Io & Annie”, in «BresciaMusica» n° 75, 2001, p. 17
[2] Dal “progressive” alla canzone d’autore. Lungo i sentieri di Mauro Pagani, «Musica/Realtà», 92, 2010/2, pp. 115-140.
[3] Questa è ad esempio l’interpretazione di Franco Fabbri, espostami in una recente corrispondenza, e a suo dire suffragata da colloqui con i dirigenti del settore.
[4] La poesia, fatto anche sonoro. Massimo Bubola recentemente a Brescia, «BresciaMusica» n° 101, 2006, pp. 12-13.


Carlo Bianchi è diplomato in pianoforte e laureato in musicologia presso l’Università degli Studi di Pavia, sede di Cremona. Ivi ha svolto un dottorato di ricerca e ha ricoperto diversi incarichi di insegnamento. Insignito del premio “Liszt” dall’omonimo Istituto di Bologna, ha pubblicato saggi su vari compositori e aspetti di sociologia musicale del Novecento storico (in lingua italiana, inglese e tedesca). Accanto ai repertori “colti”, ha sviluppato un personale interesse nel campo della popular music contemporanea, concretizzato in alcune pubblicazioni su riviste scientifiche e divulgative. È vicedirettore editoriale del bimestrale «BresciaMusica».  

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