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28.01.2012


I maestri del pensiero democratico
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Democristiani, non clericali

Aldo Moro affermò l'autonomia del suo partito.
Una politica indipendente dalla gerarchia cattolica.

di Luigi Accattoli

Tre sono le genialità di cui Aldo Moro (1916-1978) fu protagonista nei suoi giorni e nelle sue opere: il metodo "inclusivo e avvolgente" (definizione dello storico Giovanni Tassani) che gli permise di portare l’intera Dc prima all’incontro con i socialisti e poi a quello con i comunisti; la rivendicazione dell’autonomia politica dei cattolici dalle indicazioni degli uomini di Chiesa; l’avvertenza dei "tempi nuovi" seguiti al Sessantotto che si impegnò a interpretare nel loro lato positivo e che dieci anni dopo l’avrebbero travolto con il loro lato oscuro. Tutte e tre queste imprese sono ben documentate nell’antologia di testi morotei che ora viene pubblicata dal "Corriere" con il titolo La democrazia incompiuta. Essendo la prima e l’ultima delle "genialità" di Moro meglio note e più facilmente comprensibili, sarà bene fare un po’ di luce su quella di mezzo – la rivendicazione dell’autonomia dei laici cattolici – che allora fu gran fatto, ma che oggi può apparire incomprensibile a chi non l’ebbe a vivere.
Moro succede a Fanfani come segretario della Dc nel febbraio del 1959 e fa suo l’impegno del predecessore a portare il partito dei cattolici all’alleanza con i socialisti. La gerarchia, che si era opposta all’irruento Fanfani, si oppone anche al prudente Moro ed ecco come suona il terzo dei "punti fermi" attribuiti al cardinale Giuseppe Siri e apparsi su "L’Osservatore Romano" del 18 maggio 1960: "Sul terreno politico può presentarsi il problema di una collaborazione con quelli che non ammettono principi religiosi: spetta allora all’autorità ecclesiastica e non all’arbitrio dei singoli fedeli giudicare della liceità morale di tale collaborazione, e un conflitto tra quel giudizio e l’opinione dei fedeli stessi è inconcepibile in una coscienza veramente cristiana".Tre anni più tardi Giovanni XXIII modificherà questa posizione, scrivendo nella Pacem in terris (1963), a proposito della collaborazione con i non credenti, che la "decisione spetta in primo luogo a coloro che vivono e operano nei settori specifici della convivenza in cui quei problemi si pongono", e cioè ai laici impegnati in politica. Ma nel 1960 questa "autonomia" è rivendicata solo da una parte minoritaria della Dc.
All’intimazione del quotidiano vaticano, più che attraverso i discorsi, Moro risponde con scelte politiche graduali ma chiare, favorendo la formazione di giunte di centrosinistra nelle amministrazioni locali e moltiplicando le occasioni di parziali convergenze nei lavori parlamentari. Nel partito il monito ecclesiastico viene echeggiato dagli oppositori dell’apertura a sinistra, ma il segretario tiene ferma la sua linea anche quando, con gesto unico nella storia dei rapporti tra Dc ed episcopato, il presidente della Cei Siri lo scongiura con una lettera personale (ma pubblicata dal "Quotidiano" il 2 marzo 1961) di desistere dalla strada intrapresa: "In nome di Dio, la prego di riflettere bene sulla sua responsabilità e sulle conseguenze di quanto sta compiendo".
Fa colpo una risposta data da Moro a Eugenio Scalfari che gli chiede - durante una tribuna televisiva del gennaio del 1962, alla vigilia del congresso di Napoli della Dc – se il partito andrebbe comunque al centrosinistra in presenza di un veto ecclesiastico: "Io devo ridire", risponde Moro con insolito vigore, "che la Dc non è un partito cattolico nel senso che sia un’espressione politica della gerarchia ecclesiastica" e che "l’autorità del partito è stata rivendicata e credo che sarà confermata nel prossimo congresso".
"L’autonomia è la nostra assunzione di responsabilità, è il nostro correre da soli il nostro rischio, è il nostro modo personale di rendere un servizio e di dare, se è possibile, una testimonianza di valori cristiani nella vita sociale" afferma poco dopo Moro ad apertura del Congresso di Napoli.
Undici anni più tardi, in un contesto di galoppante secolarizzazione, intervenendo al XII Congresso della Dc, Moro afferma che il richiamo all’esperienza cristiana deve essere avvertito non come esecuzione di indicazioni ecclesiastiche, ma come "principio di non appagamento e di mutamento dell’esistente". E nel 1974, all’indomani del referendum sul divorzio, avrà parole severe contro i promotori cattolici di quella consultazione, che hanno mancato di "discrezione e prudenza" nel rivendicare la protezione della legge per "valori ideali" che in una società "in travolgente evoluzione" vanno piuttosto difesi "nel vivo, aperto e disponibile tessuto della vita sociale".
Che cosa intenda Moro per "principio di non appagamento" e di partecipazione dei cattolici al "vivo" dibattito sociale, lo si può vedere in questo appello rivolto al suo partito nel novembre 1969 perché non resti sordo alla rivolta dei giovani e alle rivendicazioni operaie: "Tempi nuovi si annunciano ed avanzano in fretta come non mai", caratterizzati dal desiderio di "affermazione di ogni persona, in ogni condizione sociale, in ogni luogo del nostro Paese, in ogni lontana e sconosciuta regione del mondo" e dall’emergere di "una legge di solidarietà, di eguaglianza, di rispetto di gran lunga più seria e cogente che non sia mai apparsa nel corso della storia".
Si sente qui l’inquietudine di un uomo che si sforzava di comprendere la contestazione giovanile – guardando anche ai propri figli – e che sperava di convincere la cattolicità italiana ad andare a una "terza fase" di impegno politico, dopo quella del centrismo e quella del centrosinistra. Una terza fase che prenderà la forma del "compromesso storico", che a Moro costerà la vita.
Il dibattito sull’autonomia del laicato dei decenni Cinquanta e Sessanta costituì il principale contributo dei cattolici italiani alla preparazione delle decisioni conciliari. Analogamente le scelte di progressivo disimpegno dalla politica del nostro paese operate dai papi Roncalli e Montini risultano pienamente comprensibili soltanto se si tiene presente la sollecitazione che ad esse veniva dalla richiesta di autonomia di cui erano portatori i cattolici democratici. E Moro fu il loro portavoce più autorevole.
 
                                                                                               Luigi Accattoli   


L’articolo sopra riprodotto è stato pubblicato il 4 gennaio 2012 dal Corriere della Sera, in occasione della pubblicazione del decimo volumetto (della serie: "I maestri del pensiero democratico") intitolato: "La democrazia incompiuta" e riguardante un’antologia di testi morotei sapientemente selezionati e presentati. .
Ringraziamo la direzione del giornale e l’autore per la gentile concessione della replica.