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01.05.2012


Aggiornamento dei docenti

Dai Lincei si riprende l'argomentazione

di Romano Luperini


Secondo De Mauro, due italiani su tre non sanno comprendere uno scritto mediamente complesso. Ovviamente non è una constatazione priva di conseguenze: investe la responsabilità della scuola, e soprattutto della scuola pubblica, e dei governi nazionali che l’hanno lasciata senza indirizzi e senza finanziamenti. Gli insegnanti italiani sono i peggio pagati in Europa, e quelli di lettere sono particolarmente depressi e frustrati: si trovano infatti a vivere in una società che considera l’umanesimo sorpassato dalle moderne tecnologie, non pratica la lettura, disprezza i libri e la cultura, considera l’insegnamento (anche della lingua e della letteratura italiana) solo in termini burocratici e quantitativi.
E’ presumibile che numeri in parte simili a quelli denunciati da De Mauro riguardino la capacità di elaborare un discorso argomentativi articolato. Ciò è non meno grave, perché un cittadino consapevole – scrive Luca Serianni nella sua introduzione per gli incontri con gli insegnanti organizzati dall’Accademia dei Lincei – "dovrà maneggiare la propria lingua materna non solo per la contingenza quotidiana, ma per impostare un discorso astratto" (astratto, ma non certo avulso dalle esigenze della vita quotidiana).
In questo caso la scuola – o una parte notevole di essa -, mancando al compito di portare alla piena comprensione di un testo complesso, manca anche a quello di dotare i giovani di strumenti logici di persuasione e di discussione che sono indispensabili nella moderna vita delle democrazie. I problemi di lessico, che in questo caso esige una sua dimensione intellettuale, e di articolazione del discorso, che nel corso di una argomentazione reclama un uso oculato dei connettivi, restano irrisolti.
Ho citato Serianni. E’ uno dei due studiosi di lingua italiana (l’altro è Francesco Bruni) che curano il Corso per la scrittura argomentativa promosso dall’Accademia dei Lincei e iniziato a Roma il 7 ottobre scorso (altri corsi, con altri curatori, riguarderanno la matematica e le scienze). Si tratta di un corso di aggiornamento per gli insegnanti del Lazio, al termine del quale essi stessi diventeranno tutor in grado di fare corsi per i loro colleghi, con un effetto moltiplicatore che dovrebbe coinvolgere tutto il tessuto scolastico. Corsi simili si terranno anche nelle altre regioni in modo che l’iniziativa abbia una dimensione nazionale. L’iniziativa dell’Accademia dei Lincei solleva, fra gli altri, un problema pratico e organizzativo rimasto sinora irrisolto: l’aggiornamento degli insegnanti. Questi reagiscono sempre molto positivamente a iniziative del genere. In quella tenuta dal professor Serianni, per esempio, hanno partecipato 180 docenti provenienti da tutto il Lazio. Il problema è che questi corsi non sono istituzionalizzati, si sviluppano casualmente e spontaneamente senza un piano preordinato, gli insegnanti devono parteciparvi a loro spese e senza sicuro riconoscimento effettivo (oggettivamente quantificabile, voglio dire) per quanto riguarda le loro carriere. Inoltre i dirigenti scolastici, costantemente alle prese con la organizzazione della didattica all’interno delle loro scuole, tendono a ostacolare la partecipazione dei loro docenti a questi corsi, in quanto l’assenza dalle lezioni di uno o più insegnanti e l’impossibilità di ricorrere a supplenti per brevi periodi possono determinare spesso un disturbo alla ordinata successione delle lezioni. C’è stato un periodo, diversi anni fa, in cui la partecipazione documentata a corsi di aggiornamento tenuti da enti o associazioni autorizzati dal ministero era riconosciuta attraverso la concessione di un adeguato punteggio, ma quella stagione si è ormai chiusa, cosicché attualmente gli insegnanti non hanno alcuno stimolo oggettivo per migliorare la loro preparazione.
La questione è più seria di quanto si possa pensare. In certi Paesi europei l’aggiornamento degli insegnanti è organizzato dallo Stato e viene riconosciuto il diritto dei docenti a periodi di sabbatico dedicati a questo scopo. In Italia nulla di tutto questo. Eppure l’Università potrebbe intervenire organizzandosi a livello regionale, come è già accaduto negli anni in cui sorsero le Siss (scuole di specializzazione per la formazione degli insegnanti). Quella esperienza potrebbe risultare utile ora per un intervento sul piano dell’aggiornamento. Sembra infatti controproducente e addirittura assurdo che lo Stato si occupi della formazione degli insegnanti solo sino al momento in cui li ha posti in cattedra in una scuola e poi si disinteressi della loro preparazione successiva. Si può dare il caso di un docente che comincia a insegnare a ventisette-ventotto anni e poi viene abbandonato a se stesso sino al momento della pensione, quarant’anni dopo. Nel frattempo cambiano i programmi, il progresso elettronico entra nelle scuole (per esempio, oggi attraverso le lavagne multimediali), ma il docente deve far fronte da solo a questi cambiamenti. Chi informerà il professore di letteratura degli sviluppi della poesia e della narrativa italiana negli ultimi cinquant’anni? Chi gli insegnerà a usare in modo critico e creativo le nuove lavagne multimediali? In quest’ultimo caso, il pericolo di un loro impiego non solo timido e impacciato ma del tutto meccanico e passivo è molto alto, e fra l’altro espone il docente al ludibrio di una classe di giovani spontaneamente molto più attrezzati sul piano delle conoscenze e della manipolazione di materiali multimediali ed elettronici.    


                                                                            Romano Luperini   


L’articolo sopra riprodotto è stato pubblicato il 1 aprile 2012 da Il Sole 24Ore. Ringraziamo la direzione del giornale e l’autore per la gentile concessione della replica.