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22.08.2012
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Michael O'Shea
Il cervello
Codice Edizioni, Torino 2012
pp. 158, € 15,00
di Invito alla lettura

a cura di Gianmaria Merenda



Il cervello umano è un "organo di appena 1,2 chili contenente 100 miliardi di neuroni, nessuno dei quali, preso singolarmente, ha la minima idea di chi o cosa siete" (p. 3). Con questa frase inizia la succinta guida sul cervello di Michael O’Shea (direttore del Center for Neuroscience e codirettore del Centre for Computational Neuroscience and Robotics dell’università del Sussex). I neuroni non sanno chi siamo. La materia e la mente sono distinte ma correlate poiché è dalla fisicità dei neuroni e nella loro relazione con l’ambiente che si genera il sé di ognuno di noi. 100 miliardi di singoli neuroni non bastano per dire cos’è la coscienza, ma tutti noi abbiamo quella sensazione discreta di un io pensante nella nostra testa. O’Shea affronta il problema cervello dal punto di vista fisiologico, ma non dimentica mai di far presente la particolarità paradossale di un organo che può pensare a se stesso.

Molti filosofi, pensatori e scienziati, nel corso di millenni si sono interrogati sul rapporto mente/corpo. Quante volte essi si sono domandati come potesse funzionare una discreta massa fisica - "medium umido, salino e gelatinoso" (p. 38) - e come essa potesse produrre un pensiero, cioè qualcosa che di fisico non ha proprio nulla? Due scuole di pensiero hanno contraddistinto le teorie dell’interazione mente/corpo: quella dualistica e quella monista. Cartesio è certamente il filosofo più rappresentativo e famoso della prima scuola. Egli tenne nettamente separati la mente dal corpo, dando la precedenza alla mente: "Penso, dunque sono". Dovette però inventarsi un link per mettere in relazione due condizioni cosí eterogenee del vivere umano, il corpo doveva pur essere governato: la ghiandola pineale. Spinoza, per la scuola monista, pensò alla mente e al corpo come gli attributi di un’unica sostanza che si esprime. Per lui il cervello e il pensiero erano la stessa cosa: uno è l’aspetto fisico e l’altro quello teoretico.

Se è vero che dal punto di vista del pensiero abbiamo da millenni degli esempi di quanto e come esso possa svilupparsi ed esprimersi (pensiamo alla letteratura, alla pittura, alla scultura, al teatro, alla geometria, alla matematica, all’astronomia, alla politica, ecc.), dal punto di vista del cervello solo nel Novecento si sono avute le prime immagini del suo funzionamento (cfr. pp. 31-33, dagli anni Settanta possiamo sfruttare le immagini della TAC, alla più raffinata risonanza magnetica funzionale). Non mancano da parte di O’Shea gli esempi di quanto il cervello sia stato a lungo un mistero fisico, da Pitagora in poi gli esempi sono molti: fra tutti valgano Leonardo da Vinci e la sua errata ipotesi di funzionamento del sistema visivo (cfr. pp. 19-21); o l’idea che il cerebro potesse essere un sistema di raffreddamento del sangue, non essendo visibili parti in movimento che ne giustificassero un qualche particolare impiego.

Oggi, grazie alle tecniche di diagnostica per immagini è possibile vedere come mente e corpo siano realmente l’una dipendente dell’altro: l’interconnessione di mente e corpo si spinge a livelli impensabili fino a non molto tempo fa. Ad esempio: i nostri ricordi sono più fisici di quello che si possa pensare, ovvero, producono delle modificazioni plastiche della struttura delle sinapsi neurali. Il processo che produce la memoria, sia essa a breve o a lungo termine, implica delle modificazioni nelle sinapsi dei neuroni. Tanto più un evento si ripropone e tanto più un certo percorso sinaptico si attiverà e si rinforzerà a discapito di altri. Il rammemorare porta a delle reali modificazioni dei percorsi e dei neuroni che si attivano per quel particolare ricordo: è il vecchio adagio in cui si afferma che la ripetizione aiuta a ricordare; ripetere non è altro che stimolare la meccanica neurale a riprodurre connessioni più forti e durature. I neuroni e le cellule della glia sono la base fisica che non può mancare per far emergere una mente. Essi esprimono particolari situazioni fisiche che si adattano di continuo alla pressione degli eventi esterni che interagiscono con il sistema nervoso: "[…] la distinzione tra natura e cultura sia un modo particolarmente inappropriato di pensare al funzionamento del cervello. Sentiamo spesso porre questa domanda: le nostre capacità mentali sono determinate dai nostri geni o dal nostro ambiente? Dalla nostra natura o dalla cultura? Tuttavia è proprio nella natura stessa del cervello che troviamo il meccanismo che ci permettere di rispondere in maniera adattiva alla cultura: la nostra capacità di imparare dagli episodi passati, di trarre beneficio dalla cultura, è possibile grazie al modo in cui i nostri geni sono predisposti a rispondere all’esperienza" (p. 120-21).

A quanto asserisce O’Shea, non c’è alcun bisogno di differenziare l’agire umano in naturale e culturale: sono modificazioni di un’unica sostanza, per utilizzare la terminologia spinoziana, che esprimono la propensione umana a sezionare un problema per meglio affrontarlo e superarlo. L’evoluzione del cervello umano è andata di pari passo con l’evoluzione della cultura e viceversa.
Sul finire del saggio O’Shea affronta la problematicità dell’Intelligenza Artificiale. Egli chiarisce immediatamente che cedere alle lusinghe del paragone tra cervello e computer è un errore da non compiere: analogie possono esserci, soprattutto per quel che concerne lo sviluppo di computer sempre più capaci di sostituire alcune funzioni del sistema nervoso che possono essere state danneggiate: ad esempio, protesi in grado di funzionare solo con il ‘pensiero’ come un braccio artificiale. La grande differenza tra un cervello umano e un computer sta nella possibilità creativa del primo che è preclusa per ora al secondo. È fuori da ogni dubbio che un computer possa elaborare calcoli in quantità e velocità superiori a quelle umane, ma difficilmente quei calcoli potranno produrre un surrogato del pensiero umano. L’emergere della mente umana va al di là della complessità e del numero di componenti che si possono stipare in un computer. A questo si aggiunge la grande quantità di energia che una macchina richiede per funzionare e il relativo sistema di raffreddamento necessario per non farla surriscaldare: un consumo senza paragoni rispetto all’energia che un cervello umano impiega per produrre un’emozione, a trentasei gradi centigradi costanti.

Se da un punto di vista ingegneristico non possiamo che attendere gli sviluppi dell’Intelligenza Artificiale e la sua ibridazione con quella naturale (cfr. p. 132-33), il saggio di O’Shea ci mette di fronte al dilemma che molto probabilmente non risolveremo mai: come scaturisce l’io da un "medium umido, salino e gelatinoso"? Chissà come avrebbero affrontato il dilemma i pensatori del passato avendo a disposizione i nostri strumenti d’indagine diagnostica e le nostre conoscenze fisiologiche. Cartesio forse non avrebbe inventato la sua ghiandola pineale, ma avrebbe sfruttato al meglio la sua idea di connettere la mente al corpo: "gli scienziati del futuro potranno dire di avere raggiunto la completa comprensione dell’organo, ma sembra improbabile che il resto di noi accetterà di considerare il pensiero, i sogni, la poesia e la bellezza di un tramonto come impressionanti manifestazioni del cervello in azione e fonti di modeste riflessioni filosofiche" (p. 151).


                                                                                              Gianmaria Merenda


Gianmaria Merenda è dottore di ricerca in Teoria e analisi del testo e dottorando in Antropologia ed epistemologia della complessità presso l’Università di Bergamo.


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