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11.11.2012

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Henri Michaux
Passaggi 1937-1963
Adelphi, Milano 2012
pp. 196, €14,00

di Invito alla lettura

a cura di Gianmaria Merenda

In Idee scorciatoie (pp. 11-35), questo è il titolo del primo saggio (o prosa, o poesia, o cosa altro?) che troviamo in questa raccolta di scritti di Henri Michaux pubblicata per i tipi di Adelphi, si può percepire cosa è l’opera di Michaux. Come con tutte le scorciatoie, si sa, anche in questo caso ci troviamo difronte a un percorso breve ma impegnativo. Avreste mai pensato di poter essere cuciti al vostro io, al vostro forsennato io, che sospinto dal vento può percepirsi come una piccola cosa immersa nella natura? L’uomo di Michaux, anzi, lui stesso, è questa cucitura. È un bordo visibile, un atto culturale, che si appercepisce sull’ordito naturale che lo sostiene. L’idea è che l’uomo non possa esistere se non cucito ad un fatto naturale, una percezione del mondo, che solo in un secondo momento egli stesso potrà elaborare e concretizzare nella sua umanità culturale.
Henri Michaux in Passaggi è diretto, va al dunque senza tergiversare, è scabroso: in questa raccolta di scritti vari ed eterogenei, scaturisce la sua sfuggevolezza e la quasi impossibilità a catalogarlo in un qualche ruolo definito: poeta, saggista o scrittore. La lettura è onirica e ci si può perdere facilmente tra le righe. Gli scritti sembrano essere redatti in una trance tanto sono diretti e poco mediati nella loro semplicità. Questa caratteristica è ben delineata nel testo intitolato Bambini (pp. 39-42). È in queste poche righe che possiamo ritrovare quella cucitura che fa dell’uomo un essere in balia degli eventi della natura, del vento, del suo bisogno di accorciare le distanze per comprendere il reale. È vero che crescendo l’uomo si dimentica di quanto è stato eccezionalmente vicino al respiro del mondo e della sua storia, di quanto sia riuscito ad accorciare, ad annullare, la distanza fra sé e gli altri: "A otto anni Luigi XIII fa un disegno simile a quello del figlio di un cannibale della Nuova Caledonia. A otto anni ha l’età dell’umanità, almeno duecentocinquantamila anni. Qualche anno dopo li ha perduti, ha solo trentun anni, è diventato un individuo, è solo un re di Francia, vicolo cieco dal quale non è mai uscito. Cosa c’è di peggio dell’essere compiuti?" (pp. 41-42). La cucitura dell’io è forse la fregatura più disarmante per l’uomo descritto da Michaux. Da una parte l’uomo ha naturalmente la possibilità di essere in sintonia con tutta l’umanità, al di là della storia, della cultura e della geografia. D’altra parte, egli è prigioniero di quell’io che gli serve per identificarsi in un corso storico: quindi culturale, accidentale, e temporaneo. Proprio quell’identificazione lo allontana dal suo ruolo di essere umano per relegarlo a quello di individuo. Un individuo che, a ben vedere, si autocensura, si cuce alla sua parziale idea di mondo e di umanità tagliando del tutto le possibilità di appartenere all’umanità tutta. La possibilità del bambino è persa con l’andare del tempo.
Chiude la raccolta lo scritto Le fate del reno (pp.180-185). Uno scritto in cui Michaux, abbandonata l’umanità perché essere compiuto, ritrova se stesso nel momento in cui si accorge di aver trovato le fate delle acque, forse l’ultimo conato di imberbe fanciullezza: "Avevo trovato - cosa insperata e di cui del resto non ero andato in cerca - le fate delle acque. Come i fragori e i boati, assai più degli spettacoli, hanno generato i demoni, cosí i mormorii hanno generato le ondine, le sirene. L’avevo scoperto allora. Proprio allora" (p. 185).

                                                                               Gianmaria Merenda


Gianmaria Merenda è dottore di ricerca in Teoria e analisi del testo e dottorando in Antropologia ed epistemologia della complessità presso l’Università di Bergamo.


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