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25.11.2012


PAOLO CONTI

Ricordi
Olii e Carte

di Gianmaria Merenda

Al di là del Reale non c’è nulla. Al di là di tutto ciò che ha a che fare con l’uso dell’intelletto e della ragione non c’è spazio sufficiente per poterlo riempire con un po’ di umanità. Forse per questo motivo Kant relegò a quell’al di là ‘la Cosa in sé’: quella cosa che non possiamo immaginare, quella cosa con cui non possiamo aver modo di interagire: una cosa vuota da poter riempire con ogni nostro timore e tremore (solitamente il feudo di miti e religioni). Il problema che la pittura ci propone è tutto al di qua del confine labile tra Reale e irreale. È un problema che si gioca esclusivamente in un corpo a corpo tra materie, tra luce ed ombra, colore ed incolore.

Pensando ai materiali utilizzati da Paolo Conti, le carte e le tele di ogni grana lavorate nelle più diverse modalità, maltrattate, tagliate, verniciate, scolorate, incollate, sovrapposte, scavate, graffiate, i colori coagulati in grande quantità materica che via via nel tempo si sono alleggeriti per velarsi nel tentativo di raggiungere un equilibrio instabile tra materiale e immateriale o le assenze di interventi in spazi più o meno consistenti delle superfici, pensando a tutto questo, ci si rende conto che la pluralità di oggetti e di atti ha un suo progetto ben definito e disteso nel corso del tempo: accumulare davanti a sé ogni piccola variazione del dipingere per abbracciare tutto l’orizzonte di una vita, non perdersene nemmeno un pezzo, per poter un giorno ricordare che tutto ciò è accaduto nella vita, quella del pittore Paolo Conti o la nostra di spettatori inermi.

L’esercizio evocativo del ricordo di Conti è un esercizio che si sviluppa sur place. Non c’è movimento fisico, le sue opere stanno di fronte a noi immobili. È l’operatività che le ha portate a compimento ad essere ancora ben visibile e percepibile nei ricordi che producono senza sosta. Esse effettuano ciò che significano, dando significato a ciò che effettuano. Esse mettono in opera la verità che noi stessi siamo. Esse sono ricordi: ci ricordano suoi attimi vissuti; ci fanno ricordare nostri momenti passati.

Ricordare è riportare al cuore qualcosa che apparentemente s’era perduta o volutamente messa in un canto per un’economia vitale. È un atto personale, privato ed intimo, ben diverso dalla memoria che è di tutti e deve essere condivisa. Ci troviamo al cospetto di qualcosa di molto personale: Paolo Conti con i suoi ricordi ci regala però un frutto amaro. È un bel gesto il suo che cela un impegno di non poca sostanza da parte nostra. Le sue opere sono i segni che egli nel corso della sua esperienza artistica ha disseminato dietro di sé. A lui basta voltarsi verso il passato per vederli, per ricordarli e riportarli al presente. Noi possiamo vivere il riflesso della sua esperienza. Nei suoi colori, nei suoi tratti, tra gli strati delle sue carte, cifra del suo essere artigiano, Conti si lascia vedere per quello che è nell’essenza.

Questo gesto, dicevamo, non è gratuito, è un gesto che ci chiede molto e per questo motivo è amaro come le medicine di una volta, difficili da ingurgitare ma necessarie a tutto l’organismo. Paolo Conti ci chiede, ci impone, di ricordare e questo ricordare è affar nostro, privatissimo anch’esso. Iniziano qui le note dolenti o quelle felici di questa rappresentazione del ricordo. Ciò è dovuto alla sua capacità di mantenersi nel figurativo anche nel suo più palese distacco, quando si esprime nel più evidente gesto anti-illustrativo. I titoli tassonomici che egli conferisce alle sue opere ci rammentano che tutto deve essere ricondotto a un visibile riconoscibile: il frutto, la cenere, il lacerto, l’acqua, il sacco, le combustioni, le maschere. Essi non rimandano a situazioni, a concetti, ad un che di trascendente, al mondo dell’inumano. La tassonomia di Conti è crudelmente reale e di disarmante semplicità. Egli non si nasconde dietro nomi e titoli che vogliono esplicare ciò che sulla tela non appare, o peggio, non c’è. Questo suo condurre al figurativo è spiazzato dall’impegnativo riconoscimento di quei titoli nelle opere messe di fronte a noi. Essi sono i segnavia che nel loro insieme ci ricordano che stiamo seguendo un sentiero, un percorso, e che presi uno ad uno quasi sfumano. Il riconoscimento è arduo ma non impossibile, se è vero che nell’atto del ricordo le sfumature si possono cristallizzare in un’immagine, pure effimera e fugace, che solo noi possiamo vedere, ognuno per sé. Quello che più aiuta a riconoscere il mondo dei fenomeni che ci circonda, più che la forma, è il colore: sono certi toni che Conti riesce a produrre a metterci nella condizione di ricordare. Non sono mai colori puri, drasticamente commerciali, ma il risultato di un lavoro continuo, dal tempo delle prime opere fino a quello presente, senza posa. Da un certo presenzialismo materico dei primi lavori (ogni tempo ha le sue esigenze) al levare, al diluire e al lasciar trasparire dei tempi più recenti (gesto tanto più critico quanto più calato in questa era postmoderna in cui spesso il narratore non lascia intravedere dietro di sé altro che il nulla, la banalità dell’apparire ad ogni costo). Proprio nelle trasparenze e nelle sovrapposizioni odierne si può ricordare nell’inganno di una libertà assoluta che solo il colore può darci.

I colori di Conti ci portano in una zona in cui ogni nostro desiderio può avverarsi proprio perché è nel particolare delle sue opere che possiamo rievocare qualcosa e non ricordare qualcosa perché lo vediamo semplicemente messo davanti ai nostri occhi. È con ricordi non nostri che Conti ci offre la possibilità di trasportarci nella zona che ci permette di desiderare ogni cosa, che ci permette di riportare al cuore, con nostalgia, cose, fatti, persone e attimi che non ci sono più o che potrebbero essere in futuro, se fosse possibile il ricordo ante litteram. Però, questo è anche il limite della proposta di Conti, un limite tutto nostro, ben inteso. Il quid che ci permette di ricordare è sostanzialmente suo: noi ci limitiamo a sognare, a riportare da un luogo indefinito e senza controllo, il suo sogno. Ma non è in quel suo sogno che possiamo dire, semplicemente, ‘bello!’, quando guardiamo una sua tela o una sua carta. Possiamo dirlo solo perché Conti ci mette direttamente in contatto con ciò che di ‘bello!’ riaffiora dal nostro passato, che aveva bisogno di un mezzo per essere ricordato, riportato al cuore.

Tornando al suo modo anti-illustrativo di presentare i ricordi, non sono le forme a dare il ritmo alle opere, ma i colori. I colori utilizzati da Conti, proprio perché artificiali in ogni loro modo di essere presenti, tanto sono lavorati dal tubetto al supporto, ci ricordano di quanto siamo umani, di quanto sia naturalmente artificiale apportare delle modifiche al mondo in cui viviamo. Slegati dalla prigione della forma, i colori che vediamo nelle sue opere possono agire nel mettere in opera ciò che di più umano ci sia: interpretare il mondo. Proprio perché mettono in opera il mondo essi sono, a loro volta, agiti dal mondo che in essi si percepisce. È questo il doppio vincolo proposto da Paolo Conti: agire sul mondo ed essere soggetti di un’azione del mondo che catalizza il nostro sguardo. Sta a noi patire o godere di questo ricordare che il pittore ci offre: siamo noi che possiamo sfruttare positivamente questa opportunità o annichilirla nella mancanza di emozioni, nel non ricordo di un mero guardare. 


                                                                                                Gianmaria Merenda


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