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15.12.2012


Croce insegnante


Abbiamo chiesto
al prof Natalino Irti (emerito di Diritto Civile nell'Università di Roma "La Sapienza"
 
, socio nazionale dell'Accademia dei Lincei, Presidente dell'Istituto Italiano per gli Studi Storici) il testo integrale del suo recente intervento tenuto a Napoli in occasione del sessantesimo anniversario della morte di Benedetto Croce e del sessantacinquesimo anniversario della fondazione dell'Istituto.
Il prof Irti ci ha fornito, con la consueta squisita gentilezza, il testo richiesto.
Lo pubblichiamo con piacere, per la particolarità, tra l'altro, dei riferimenti biografici e la pregnanza tematica.




di Natalino Irti


                                                                                            Napoli, 20 novembre 2012


        1. 
        Benedetto Croce (che mai conseguì laurea e mai aspirò a cattedre universitarie) non ebbe in istima i ‘professori’, cioè coloro che, per scelta di mestiere o vincolo d’impiego, si fanno filosofi storici critici letterarî, e tengono tutti gli altri per scolari, a cui si debba, in ogni tempo e caso, elargire un sapere nascosto ed esclusivo. 
        Ma Croce invece assai pregiò gli ‘insegnanti’, i quali – come già si coglie nell’ètimo della parola – recano il segno dei maestri e lasciano il segno negli allievi. L’insegnante non passa, inutile e inavvertito, nella formazione di un giovane, ma vi imprime, appunto, un segno, una traccia indelebile. 
        Non tutti i professori sono insegnanti, come non tutti gli insegnanti sono professori. Altro sono i professori ‘fortuiti’, aggirantisi come per caso nelle aule scolastiche, e non difficili a immaginare in altri luoghi e opere; altro, i professori ‘insegnanti’, pochi e rari, capaci di esprimere seria e autentica dedizione agli allievi. 
        E proprio questo ‘insegnare’ riceveva stima e ammirazione di Croce. Basterà rammentare un episodio. Quando Giovanni Gentile, ministro per la Pubblica Istruzione, metteva mano alla grande riforma della scuola italiana, e da taluni si proponeva di ridurre il limite di età dei professori universitari da 75 a 70 anni, Croce scriveva all’amico di quel tempo la propria contrarietà: "A 70 anni – spiega in una lettera del 1° gennaio 1923 – un provetto insegnante continua a fare il suo dovere, e supplisce a quel tanto di forza fisica scemata con la lunga esperienza e con l’autorità che gli viene dalla lunga vita nella scuola"; e poi – in altra lettera dello stesso giorno – "Insegna ancora a Napoli, a 92 anni, il Cardarelli [il celebre clinico Antonio Cardarelli]: e la sua parola è circondata di religiosa reverenza. Pensa un po’ che con la legge disegnata sarebbe dovuto andar via 22 anni fa!". 

        2. 
        La considerazione dell’‘insegnare’, come di un impegno integrale in cui il sapere deve congiungersi con talento espositivo e afflato umano, era in Croce così alta che, scomparso l’Omodeo già divisato per la direzione di questo Istituto, e negata la disponibilità dall’Antoni e dal Momigliano, egli annotava in una pagina dei Taccuini di lavoro (21 luglio 1946): "E io sono nell’81° anno, e non solo non ho il tempo e le forze, ma non sono preparato all’opera didascalica e pedagogica di dirigere una scuola e insegnare". 
        Ed invece egli si fece ‘insegnante’, e, negli anni accademici 1948-49 e 1949-50, tenne conferenze introduttive ai regolari corsi di lezioni, e questa sua opera poi chiamò ‘molto ... cara consuetudine’, si dolse di interromperla per la gravità dell’età, e raccolse, egli stesso, nelle dieci conversazioni del volume Storiografia e idealità morale
        Perché la confessata impreparazione all’insegnare gli si era cangiata, nel giro di due anni, in ‘cara consuetudine’? 
        Premeva a Croce di fissare, per il lavoro dei giovani allievi, indirizzi di metodo, e di raccogliere, come in un lascito estremo, i concetti elaborati e affinati nel lungo corso della vita. Ma dentro gli parlava anche la tradizione napoletana delle scuole private e del magistero domestico: non a caso l’incipit del discorso inaugurale, tenuto proprio qui il 16 febbraio 1947, le evocava con parole di lirica commozione che vogliamo riascoltare: "In un giorno dell’anno 1722 saliva le scale che voi avete salite, ed entrava in una delle sale di questa casa in cui voi siete ora raccolti, Giovan Battista Vico, che dei signori che vi dimoravano, i principi Filomarino della Rocca d’Aspide, era da più tempo familiare ...". E quello stesso giorno così annotava nei ‘Taccuini di lavoro’: "E’ stato giudizio generale che di rado si era assistito a cerimonia altrettanto decorosa e anche commovente, per quel riattacco che con essa si faceva a una alta tradizione di pensiero nella città e nella casa stessa in cui si era primamente manifestato". 
        Certo, nel 1947, la scuola privata non era più di quelle di abati teologi o letterati puristi, che erano fiorite in Napoli borbonica, fuori dalle istituzioni pubbliche, con qualche larghezza e serietà di studi (celebre la descrizione che ne fa Francesco De Sanctis nelle memorie di giovinezza), ma una scuola eretta in ente morale e amministrata con i rigorosi criterî, mai traditi e mai violati, di un banchiere come Raffaele Mattioli. Ma scuola privata era ancora per la libera e spontanea fondazione, il disegno culturale impressovi da Croce, l’assenza di vincoli burocratici e diplomi carrieristici. 
        L’Istituto – va pur rammentato – nasceva nella Napoli del dopoguerra, ferita bensì nelle cose e negli animi, ma fervida e vivace di cultura per la ritrovata libertà: dove associazioni studentesche, e circoli universitarî, e gruppi di studio – in tutto quel vario movimento, che si adunò intorno alla figura del grande matematico Renato Caccioppoli - allargavano, anche per strade discordi da Croce, l’orizzonte dei problemi e delle idee.
 
        3. 
        E così Croce, sorretto dalla tradizione napoletana e sollecito di consegnare ai giovani un’eredità di pensieri, si fece insegnante. Nel 1947, quando ormai l’Italia non è più ‘tagliata in due’, e il referendum ha dato risposta al quesito sulla forma di Stato, e l’assemblea costituente va elaborando le nuove regole della convivenza nazionale (l’assemblea, in cui Croce pronuncia il nobile e dignitoso discorso contro la ratifica del trattato di pace); in quel 1947, dicevamo, Croce torna a mano a mano ai vecchî studî e affronta l’‘opera didascalica e pedagogica’ dell’insegnare.
        A quest’opera appartiene, oltre la decade delle conferenze, anche il discorso inaugurale, di cui sopra si è rammentato il poetico incipit, e che Croce volle dedicare a ‘Il concetto moderno della storia’. Qui si annunciano già i tre ‘autori’, i maestri del passato, che campeggiano in tutte, o quasi tutte, le conferenze: Vico, Hegel, Goethe. Vico ed Hegel gli forniscono i concetti fondamentali della storia e della dialettica; Goethe gli porge parole di umana saggezza e serena distanza dalle cose. 

        4. 
        Nelle conversazioni con gli allievi, Croce, stretto dal vincolo della prosa didascalica, dà forma breve e incisiva a premesse e corollarî essenziali del suo sistema: la conversione vichiana del vero e del certo, cioè di filosofia e filologia; l’unità di universale e particolare; la dialettica, che riconosce l’ufficio essenziale del momento negativo; il senso preciso e concreto della distinzione, sicché pensare è distinguere; l’antitesi fra liberalismo etico-politico e liberismo economico, il quale ultimo è soltanto una fra le molteplici forme dell’economia, applicabile secondo le circostanze e le situazioni storiche. "I problemi economici – torna ad ammonire Croce, memore del lungo dialogo con Luigi Einaudi – hanno dinanzi una scala di soluzioni che vanno da un estremo di liberismo a un estremo di autoritarismo o statalismo; e la libertà morale non solo non parteggia per alcuno dei due estremi, ma neppure per una o altra delle formule intermedie, e non conosce se non problemi particolari che si debbono risolvere secondo luogo e tempo con soluzioni ad essi appropriate ...".
        Già nel discorso inaugurale affiora, accanto alle solenni verità della filosofia, la coscienza dolorosa dei tempi, e quasi l’attesa di aspre e dure traversie, attestate, fra altro, dalla poesia moderna che – scrive Croce – "è uno dei segni più gravi della presente deficienza e crisi morale della società, resa incapace della passione che s’imprime dantescamente nel bronzo delle parole e del verso, e ridotta a vagamente suggerire e a balbettare". Quella coscienza dolorosa dei tempi è propriamente l’angoscia, che Gennaro Sasso ha colto nell’ultimo Croce, e che trova toni cupi e sofferti segnatamente nell’ottava conversazione dedicata a L’utopia della forma sociale perfetta. Il mondo – medita Croce – è da circa un quarantennio entrato in un disordine affannoso, e non c’è scienza o regime che possa risparmiarci l’andamento consueto delle società umane e assicurarci "quella pace e quella felicità che ai nostri antenati non fu concessa". La vita, insomma, ha da sempre e per sempre un’intima e inesauribile tragicità, sicché felici e beati non erano, e non sono, se non gli stolti e gli sciocchi.
 
        5. 
        Il timbro della tragicità imerge le pagine delle dieci lezioni in un’atmosfera, che, fuori da schemi classificatorî ed angustie di scuole, si può definire di inatteso esistenzialismo. Sono gli anni in cui Croce indaga e definisce la categoria della ‘vitalità’, questa ‘terribile forza’ – scrive il filosofo - che sta prima di ogni altra, e con impeto incessante "genera o asservisce o divora gli individui", e li riconduce al loro destino di finitezza. Si spiegano così le notazioni, diffuse qua e là nelle dieci conferenze, sulla morte, la noia, la felicità, la tenerezza degli affetti, il dolore delle assenze. Sembra che il filosofo, nel dialogo con gli allievi (come pure accade nelle notazioni di diario), si sciolga dal pudore dei sentimenti, e prenda un tono più libero e arioso. Conversare con i giovani è sempre un conversare con se stessi. 
        Il lettore, che, come pur deve, si faccia allievo fra gli allievi dell’Istituto, e ascolti dentro di sé la voce del filosofo, si trova dinanzi a una duplicità di piani, a un intrecciarsi di registri intellettuali, che segnano la modernità di queste lezioni. Da un lato, si allarga l’universalità della storia, che agisce e scorre al di sopra di individui e generazioni, e si compie nella concretezza delle opere, le quali sono una conquista perenne e non tramontano nel tempo; dall’altro, stanno i poveri e nudi individui, ciascuno con le proprie disposizioni mentali e la propria indole, ciascuno avvinto al destino del nascere e morire. Questa duplicità di piani richiama alla memoria – e la citazione vuol farsi in omaggio all’ospite illustre, il presidente Komorowski – un famoso ‘sonetto di Crimea’, dove il grande Adam Mickiewicz lascia vedere come le opere dello spirito, che pur nascono dove la "passione agita tempeste minacciose", si levino poi alte e limpide nell’intreccio dei secoli. 
        Nelle dieci lezioni la particolarità dell’individuo, che sarebbe sovrastato dall’universale umanità e messo al servizio di un compito che gli viene soltanto assegnato, acquista un forte rilievo e detta al Croce pagine di squisita analisi esistenziale. Dove, per esempio, egli descrive, in don Quijote e in Falstaff, "lo schianto della creatura umana nel deluso suo affetto e il suo scendere silenzioso verso la morte"; dove si fa sottile indagatore della noia e dell’amore; e dove soprattutto si vale, con gusto tra curioso e affettuoso, dell’aneddotica napoletana, e rievoca figure e detti di vecchi personaggi. 
        Il lettore è quasi mosso a notare : sì, i tempi nostri sono aspri e angosciosi, di poesia estetizzante e di malcerto vigore, ma pur capaci – e capaci proprio per questa debolezza – di allargare la tastiera del filosofo e di suggerirgli il fascino di sottili e sinuose analisi. Questo arricchimento e affinamento di temi anche si deve al conversare con i giovani, che è il vero ed unico privilegio dell’insegnare: ed agli allievi, in più luoghi delle lezioni, il Croce si rivolge invitandoli a ricevere le sue parole come ‘abbozzi e stimoli’ al loro personale pensiero e ‘inizio di collaborazione e continuazione e correzione’. 

        6. 
        L’essenziale modernità delle dieci lezioni è, non soltanto in quel duplice piano che di sopra si segnalava (di universalità e particolarità, di opere sovrapersonali e esistenze individuali), ma anche nel tono di saggezza, di compiuta e serena umanità, che tutti i vecchi insegnanti sogliono avere nel colloquio con i giovani. E qui è la ragione, confessata dallo stesso Croce, dell’assiduo richiamo a detti e aforismi del grande saggio di Weimar, Volfango Goethe. In questa piena umanità, esperta in luci ed ombre della vita, è la traccia più profonda lasciata nel nostro animo dalle dieci lezioni, è quel ‘segno’ che costituisce, appunto, il frutto prezioso dell’‘insegnare’. 
        Nella terza lezione Croce, anche qui delizioso narratore di aneddoti, scrive di "un chirurgo napoletano, ..., il quale, sentendosi a un tratto colpito da malore mentre conduceva un’operazione, passò, morente, il bisturi a un compagno, dicendogli: continua tu". Questo Istituto – che considera la napoletaneità come metafora dell’intera civiltà europea - ha cercato di raccogliere il bisturi dell’aneddoto, cioè gli strumenti filosofici e metodici di Croce, e di continuarne l’alta lezione nei sessantacinque anni della propria storia. 


                                                                                                        Natalino Irti