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26.01.2013

 

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George Steiner
La poesia del pensiero. Dall’ellenismo a Paul Celan
Garzanti, Milano 2012
pp. 262, € 22,00



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di Invito alla lettura

"C’è chi dice no" è il titolo di una famosa canzone di Vasco Rossi. Che c’entra con Steiner e con il suo libro sulla poesia del pensiero? Forse molto o forse nulla, forse è solo un’assonanza con quanto Steiner dice in apertura e in chiusura del suo scritto: la musica è pensiero e a volte il silenzio, un dire no al potere del linguaggio, è la miglior musica da ascoltare. Sta di fatto che la poesia del pensiero che l’autore cerca di raggiungere con una lunga rincorsa millenaria, dai primi filosofi al poeta Celan, ha il suo essere nella musica e nel ritmo, anche del linguaggio. Forse l’analogia con un testo di Vasco Rossi finisce qui, piccola fiammella destinata a spegnersi in pochi attimi. Certo è che anche nella canzone di Rossi ci si interroga dell’uomo e dell’al di là. L’accostamento tra musicale e poetico è il tratto d’apertura del testo di Steiner. Probabile che l’unione del filosofico e del musicale nasca dall’originale oralità del primo che solo in un secondo tempo s’è cristallizzata nello scritto, perdendo cosí molta della sua potenza: la settima lettera di Platone è un monito indelebile a tutti quanti abbiano un’ambizione filosofica che si sviluppi nella scrittura: una follia. L’immediatezza percettiva della musica non ha rivali, forse solo la poesia riesce ad avvicinarsi a tanta necessaria potenza e violenza. I nomi dei filosofi, ma non solo, che Steiner propone ai lettori sono quelli tra i più conosciuti: i pre-socratici, Socrate, Platone, Aristotele, Plotino, Shakespeare, Bach, Galilei, Montaigne, Cartesio, Spinoza, Leibniz, Kant, Valéry, Hegel, Nietzsche, Schopenhauer, Heidegger, Deleuze, Foucault, Sartre, Gertrude Stein, Borges, Proust, Croce, Edith Piaf, Wittgenstein, Celan, Adorno, Agamben e moltissimi altri ancora. Questi nomi sono i segnavia di un cammino verso il linguaggio che Steiner intraprende sapendo che, se non cosa vana, è cosa molto impervia. Importante in questi autori è il non detto: è ciò che sta nascosto tra le righe e oltre le righe dei testi che tutti questi pensatori hanno prodotto nel corso di millenni. L’autore di riferimento - si sente l’amore per lui - è Ludwig Wittgenstein e il suo Tractatus. Steiner sottolinea l’originalità e la particolarità della proposta filosofica di Wittgenstein: una certa solitudine ascetica dell’autore, la distanza dalla mondanità che pure la sua condizione sociale gli avrebbe concesso, una certa propensione al fallimento (le sue ‘incompiute’ e il solo Tractatus pubblicato in vita stanno lì crudeli a chiedere pegno), il suo linguaggio tecnico da una parte e ‘terra terra’ dall’altra, la totale sovrapposizione tra vita privata e opera filosofica pubblica. Forse quella di Wittgenstein è solo una delle forme della poesia del pensiero, forse solo una forma coerente e granitica di solida pazzia. Pazzia che in altri autori, filosofi, poeti o romanzieri, si mette in evidenza in modo ben più repentino e pubblico. Come accade nel Nietzsche degli Idilli di Messina (probabilmente il ‘poeta’ assoluto della filosofia). Scrive Steiner: "Nietzsche irride la propria vocazione poetica: «Tu sei un poeta? - È cosí malridotto il tuo cervello?». Ma il picchio sul cui ticchettio si è modellata la metrica di Nietzsche non sarà rinnegato: «Sì, mein Herr, voi siete un poeta!». Tre anni dopo si sarebbe capito che l’uccello aveva visto perfettamente nel giusto" (p. 139). Tra il 1883 e il 1885 Nietzsche scriverà Così parlò Zarathustra. Un libro per tutti e per nessuno, un’opera in cui poesia e filosofia si intrecciano indissolubilmente, un’opera in cui l’oltre-uomo, l’eterno ritorno, la volontà di potenza e la morte di Dio marcano il punto sulla pazzia che di lì a poco sboccerà nella mente del filosofo tedesco (è del 1888 l’episodio in cui il filosofo in piazza Carignano, a Torino, abbraccia un cavallo maltrattato dal cocchiere).

Sull’intreccio di ontologia e poesia dello Zarathustra, Steiner trova il motivo di esaurimento della sua proposta della poesia del pensiero: "E da qualche parte un cantore ribelle, un filosofo ebbro di solitudine dirà: «No». Una sillaba che è carica di una promessa di creazione" (p. 259).


                                                                                            Gianmaria Merenda


Gianmaria Merenda è dottore di ricerca in Teoria e analisi del testo e dottorando in Antropologia ed epistemologia della complessità presso l’Università di Bergamo.


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