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  Critica minore
  Direttore responsabile: Arnaldo Guarnieri
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02.02.2013


A che punto siamo

1 – Prima sintesi del percorso editoriale. 2 – Fedele militanza nel "terzo settore". 3 – L’esordio con gli interventi dell’on.Mino Martinazzoli. 4 – L’integralismo cattolico bresciano e i centri di potere. 5 – Dialettica e confronti reali tra diverse e opposte idee di cultura.


di Arnaldo Guarnieri


1)

Ci sembra venuto il momento di riassumere i fatti e i significati principali che hanno caratterizzato la vita e l’attività della nostra rivista "Critica minore" che, a buon diritto, può rivendicare, almeno, una coerente posizione politica e culturale ed un insieme di testimonianze "fuori dal coro".
La rivista (che è nata 10 anni fa su iniziativa di un gruppo di docenti di varie università italiane e di ricercatori operanti nelle medesime) intendeva allora - e intende tuttora -  vivere una dimensione democratica totale, enunciando principi, analizzando situazioni concrete e vivendo direttamente l’esperienza dei rapporti sociali, sempre con l’intento di arricchire l’àmbito e la condizione di una "cultura critica" aperta a tutti gli orientamenti e sensibile a tutti i messaggi, purchè significativamente argomentati e criticamente avvalorati.
E fin qui, obbiettivamente, niente di originalissimo, anche se il ribadire la preminenza assoluta della libertà, come principio vitale per l’individuo e per la società, non è mai tempo sprecato.
Ma visto che l’enunciazione teorica trova sempre adeguata credibilità solo nell’esperienza concreta e quotidiana, ecco i fatti salienti che hanno punteggiato i dieci anni di attività di "Critica minore" e i relativi 20 numeri cartacei (oltre i sei anni di contemporanea pubblicazione on line).
Intanto è significativo osservare due aspetti "quantitativi" che riguardano l’esistenza stessa della rivista. Dalle 32 pagine del primo numero (gennaio 2002), in dieci anni di pubblicazioni, si è passati gradatamente alle 220 pagine degli ultimi due numeri e dalle 500 copie di tiratura dei primi due numeri (anni 2001 e 2002) alle 2500 copie distribuite successivamente fino ad un assestamento su 1000 copie per gli ultimi due numeri cartacei.
Mentre la progressione nel numero delle pagine era la conseguenza di una necessità di arricchimento di motivazioni e spunti culturali, particolarmente sentita in ambito redazionale e anche da parte dei collaboratori esterni, l’oscillazione della tiratura era esclusivo effetto dell’oscillazione dei contributi finanziari. "Critica minore", infatti (non è mai abbastanza sufficiente ribadirlo) è un’iniziativa editoriale non - profit che impiega, nell’attività editoriale, tutte le risorse finanziarie di cui dispone e che subisce i contraccolpi delle varie spinte e mutazioni (anche umorali) della politica.
 

2)

Questa rigorosa e fedelissima militanza nel cosiddetto "terzo settore" è stato il primo e fondamentale elemento caratterizzante il profilo etico-culturale della rivista.
La sua indipendenza da condizionamenti strettamente politici e da gruppi di potere di qualsiasi appartenenza, fu garantita all’origine (e per alcuni anni), da quello che si può considerere il periodo più felice nella gestione della Fondazione ASM di Brescia (Azienda Servizi Municipalizzati).
Attualmente, "Critica minore" è affidata finanziariamente, ai contributi volontari dei suoi lettori e sostenitori.
Per quanto riguarda la quantità dei testi e il loro contenuto politico culturale, è proprio il caso di segnalare una vera sovrabbondanza di presenze che rivela una partecipazione generosa alla vita della rivista.
Per originaria e fortemente riconfermata deliberazione del primo comitato di redazione, si è deciso di mantenere aperta la rivista ai contributi di varie, grandi firme di autori che hanno accettato e accettino di replicare i loro testi già pubblicati, per esempio, su quotidiani quali: Il Corriere della Sera, Il Sole 24 Ore e, per un certo periodo, anche Repubblica, nonché alla riproposizione di testi autorevoli di varia provenienza (Presidenza della Repubblica, Corte dei Conti, ecc. ecc.).
Questa esperienza delle cosiddette repliche, di testi già comparsi su quotidiani e riviste di alto prestigio e ad opera di varie Istituzioni, ha contribuito non marginalmente alla costruzione di un chiaro profilo culturale della rivista, assieme, naturalmente, ai diretti contributi redazionali.
La ricomparsa su "Critica minore" di quegli articoli di grande spessore e di particolare significato, ha raccolto un grande consenso specialmente tra i nostri collaboratori cosiddetti esterni, che hanno contatto quotidiano con gli studenti nelle aule delle Università e dei Licei, dove, spesso capita che un problema o un’argomentazione particolarmente importante o preziosa, possa meccanicamente sfuggire all’attenzione critica, per motivi del tutto casuali.  


3)

Per ritrovare e riconoscere un clima fervido di intuizioni, sempre scambiate in una sincera propensione all’amicizia e alla stima reciproca, basta ritornare al primo numero della rivista "Critica minore" del gennaio 2002, quando un rapido scambio di lettere aperte e di note con l’onorevole Mino Martinazzoli, rivelò e, in un certo senso "costituì", le basi e le condizioni essenziali per una linea di cultura politica che la rivista rispettò e sviluppò nel corso dei successivi 19 numeri.
Quell’appello originario (presentato nell’articolo di apertura del primo numero: "Biografia degli eventi e laicità del pensiero" e successivamente ampliato e corredato da concrete circostanze nell’articolo intitolato: "Brescia: l’impossibilità di una cultura laica"), quell’appello – dicevamo – per una cultura seriamente alternativa a quella gestita dai vari poteri operanti, in un clima duramente totalizzante (rappresentato da un integralismo cattolico spesso ingeneroso, non solo a Brescia…), ci fu contestato da Mino Martinazzoli, in modo netto ma con alcune aperture e alcune sensibilità che riconobbero, con la consueta saggezza e intelligenza del personaggio, certe probabili verità nel nostro discorso introduttivo al programma generale della rivista.
Mino Martinazzoli, fu uno dei rari uomini politici cattolici bresciani, che difesero strenuamente, nella sostanza, il proprio diritto personale ad un riscatto pienamente cristiano della propria militanza cattolica. Egli raccolse sempre generosamente, proprio per questo, ogni voce che proveniva dalle aree laiche della cultura, purchè fossero espressione autentica di un’esigenza di limpidezza critica e non solo di meccanismi di potere.
E’ superfluo dire che la situazione, dieci anni dopo, è gravemente peggiorata. La "cultura politica" in generale, ha fortemente ridotto il suo tasso di dignità intellettuale a livelli inaccettabili e impraticabili.  


4)
 
Si può quasi affermare, attualmente, che il pericolo di un integralismo cattolico, sempre più accentuato soprattutto in campo culturale, non è, ora, il male peggiore, visto che cosa è affiorato in seguito, dalla politica militante, fino ai giorni nostri! Resta, comunque, una spinta arretrante e devastante nei confronti dell’evoluzione civile.
Non si può non riconoscere che Brescia è profondamente e, forse, gravemente diversa (per quanto riguarda l’idea di cultura, fin qui sviluppata nella pratica sociale e nelle istituzioni) da quella idea di cultura che si è realizzata in province limitrofe come Mantova, Cremona e Pavia (senza parlare di Milano che è un discorso a parte per la ricchezza della tradizione laica e per l’autonomia della stessa spinta cattolica, nell’azione sociale e nella elaborazione teorica). In rapporto con queste aree fortemente "propulsive" nel presentare e vivere dimensioni originali di vita culturale (il Festival della Letteratura a Mantova, la tradizione della Scuola di Musicologia a Cremona, la formazione intellettuale a Pavia garantita dai collegi universitari e da un’attentissima sensibilità critica), Brescia continua a sostenere in Lombardia una dimensione protetta e centripeta della vita culturale che, più è protetta e occhiutamente selezionata da poderose istituzioni cattoliche, più è scarsa di inseminazioni "esterne" e di originali aperture.
E così si capisce il perché di un impoverimento progressivo anche del dibattito culturale, nonostante i reiterati messaggi di ospiti illustri che, in visita quasi pastorale alla città, insistono sull’idea di una laicità del pensiero, quale modalità prioritaria per un risveglio dei valori morali e intellettuali.
E a questo punto del discorso (per una visione più ampia e generale del problema), un riferimento al Cardinale Carlo Maria Martini è opportuno; se non altro, per ricordare la sua refrattarietà naturale all’idea stessa di "potere" che a lui sembrava, dopo 2000 anni di storia e vita cristiana, un’idea goffa e primordiale.
Tornando a Brescia, nell’articolo sopra ricordato del numero 1 di "Critica Minore" intitolato: Brescia, l’impossibilità di una cultura laica, citavamo, tra l’altro, Monsignor Giacomo Canobbio "teologo di spessore" – dicevamo – non insensibile alle esigenze di una cultura laica". Ma qualche settimana fa, sulle pagine bresciane del "Corriere", Monsignor Canobbio così si esprimeva a proposito della galassia della presenza cattolica in politica: "…Legittima la richiesta [di un maggiore coordinamento se non unità tra i cattolici in politica (ndr)], ma pare dimentichi che l’identità cattolica non coincide con omogeneità di giudizio culturale, politico, economico. Se così fosse vorrebbe dire che non ci sarebbe posto per la libertà di valutazione, nella quale si evidenziano sensibilità, visioni, interessi diversi, e a volte anche ricerca di potere. Nessuna meraviglia - prosegue Monsignor Canobbio - in rapporto a quest’ultimo aspetto: la vita sociale è fatta anche di giochi di potere e non si può essere schizzinosi a tal punto da pensare che con il potere i cattolici non si dovrebbero misurare o che nella ricerca del potere i cattolici siano più puri di altri…".
Vorremmo far notare che non sembra proprio questa la direzione spirituale e la linea di pensiero della Chiesa, prima di tutto dello stesso Pontefice Benedetto XVI e poi anche di alcune tra le maggiori Diocesi italiane.
Il Pontefice non perde occasione per scoraggiare le gerarchie ecclesiastiche al fine di non dare finalistico rilievo all’aspetto del "potere" nell’esercizio delle loro funzioni e piuttosto all’urgenza di considerare esclusivamente le relative funzioni di responsabilità (includendo nell’indirizzo dell’appello il laicato cattolico).
Non è adeguato, se non addirittura pertinente, che un cattolico ambisca al potere!
E’ una regola fondamentale della morale pubblica anche della migliore tradizione laica.
Ernesto Galli Della Loggia, in un articolo di fondo del "Corriere" di domenica 24 giugno 2012, scriveva: "…Ma se il sistema politico non ha bisogno di un partito cattolico, viceversa di una voce cristiana, e dunque anche cattolica, di un’iniziativa politica alta che rechi il segno di quell’ispirazione, l’Italia ha sicuramente bisogno".
E a questo frequente riferimento da parte della pubblicistica più autorevole, ad una sempre più accentuata divaricazione tra un’idea cristiana ed un’idea cattolica nell’ambito della politica militante, si potrebbe aggiungere il notissimo episodio parlamentare nel quale il Senatore Giovanni Spadolini, in Parlamento, rivolgendosi ad un collega impegnato in una dichiarazione, lo correggeva rispettosamente, dicendo: "caro collega Le ricordo che in democrazia si va al governo, non si va al potere…".
Chi legittima, anche solo in parte, il "potere" in ogni sua forma e modalità, delegittima automaticamente e necessariamente, tra l’altro, ogni forma e modalità di meritocrazia. Non si può affermare, insomma, alcun diritto alla scalata del potere per tutti, e contemporaneamente la necessità di un sistema meritocratico. Si tratta della più evidente e stolida delle contraddizioni.
Salvo ricorrere alla più subdola delle ipocrisie allorché si dichiara che spesso il "potere" è fatto apposta per raddrizzare le ingiustizie dei meccanismi sociali, premiando quei "meritevoli" trascurati dalla fortuna: una vera e propria legittimazione a scatola chiusa di tutti i centri di potere, rappresentati dai numerosi sodalizi che in Italia pullulano e che quasi sempre assicurano, al contrario, il trionfo della mediocrità, cioè la formazione di una classe dirigente debole (intellettualmente e moralmente) e, spesso, cinica e aggressiva.
Volendo, per ora, limitarci a parlare di Brescia, bisogna rassegnarsi a riconoscere un’evidenza che nella logica del presente discorso è ineluttabile: i cattolici, al potere a Brescia, ci sono da molti anni e ci sono saldamente, senza concessioni per nessuno. Anche quando una vera dialettica con esperienze culturalmente, realmente alternative, di provenienza autenticamente laica (non si sta parlando di religione ma di cultura) avrebbe potuto e potrebbe arricchire idealmente la città di occasioni e confronti intelligenti.
Finora la reazione dei centri collaudati del potere è il rifiuto totale di ogni alterità.  


5)

Chi scrive, ricorda, invece, i rapporti quasi quotidiani che intercorrevano con il professor Cesare Musatti negli anni ’70. Il noto psicanalista era allora presidente della Casa della Cultura, a Milano.
 Egli diceva e ripeteva con appassionata ostinazione che la tradizione culturale milanese (e lombarda) era troppo impegnativa – intellettualmente e moralmente – per lasciar passare una sola giornata senza concludere qualche cosa di buono e di nuovo. E questo "qualche cosa di buono" doveva essere sempre una novità e sempre una novità "provocante", proprio per evitare le "stagnazioni" dove il potere più facilmente alligna.
E soprattutto, diceva il professore, rispettiamo gli avversari: "non c’è cosa più ottusa e vergognosa che la slealtà nei confronti dell’avversario politico e culturale", o anche del semplice concorrente. Un monito sempre più attuale, purtroppo, dove si riscopre (è superfluo sottolinearlo) la necessità del rapporto dialettico tra entità alternative, per un’evoluzione reale dell’esperienza culturale.
E sempre per risvegliare ricordi e circostanze che caratterizzavano la vita culturale milanese e forgiavano contemporaneamente il temperamento e le scelte di migliaia di giovani (anche bresciani) che partecipavano a quel tipo di richiamo e di vita intellettuale, è opportuno cogliere l’occasione recente di uno splendido ritratto letterario e umano del poeta Vittorio Sereni (a cura di Matteo Marchesini), pubblicato sul Domenicale del Sole 24Ore del 29 gennaio 2013 e che invitiamo a leggere con grande partecipazione.
Di Vittorio Sereni, in quegli anni ’70, si parlava quasi ogni sera, durante le frequenti "adunanze spontanee" offerte e distribuite (a titolo gratuito) nelle più sperdute biblioteche rionali di Milano.
Presenza fissa e imprescindibile, quella del professor Enzo Paci, sempre disponibilissimo, sempre geniale ed essenziale comunicatore.
Erano lezioni improvvisate che duravano fin oltre l’orario di chiusura e dove il noto filosofo (e cordiale amico) si accendeva di entusiasmo e di ricchezza comunicativa, ben più che durante le lezioni accademiche.
Tutta la Milano di Antonio Banfi, di Vittorio Sereni, di Antonia Pozzi e, appunto, di Enzo Paci, riviveva nella partecipazione calda e illuminata di quelle frotte di giovani convenuti ogni sera – numerosissimi – in modo così irrituale e così immediato: "…non fatemi mancare per nessuna ragione al mondo, questo tipo di esperienza – ci diceva – in macchina, al ritorno, l’illustre filosofo. E così andò, per alcuni anni, addirittura con il crisma dell’Assessorato alla Regione Lombardia (allora nascente) dove chi scrive svolgeva proprio le competenze relative all’organizzazione dei centri culturali lombardi e delle biblioteche.
Già a quei tempi, il fervore intellettuale milanese si auto-garantiva con la costituzione e la cura di strutture pubbliche diversificate e sempre attive.
Si può dire che non esisteva, a Milano, un solo centro di accoglienza pubblica che non fosse destinato (per intrinseca vocazione) al dibattito culturale.
Il resto del panorama lombardo, a questo proposito, che avevamo quotidianamente sotto gli occhi (per competenza specifica del nostro ufficio) non era comparabile, allora, con la vivace situazione milanese, salvo alcuni fermenti che si riscontravano a Pavia, nei primi anni ’70.
Milano svolgeva un ruolo di epicentro e di traino, assolutamente esemplare e regionalmente determinante.
Enzo Paci, con lo stuolo dei suoi collaboratori e discepoli, ne era perfettamente consapevole, allorché non disdegnava di calarsi senza esitazione (e, a volte con qualche imprudenza) nei fermenti giovanili di quei "….formidabili anni ‘70". Sui quali noi stessi (pur vicini a lui, per necessità anche di tipo organizzativo) suggerivamo qualche riflessione e qualche ulteriore cautela.
Ma certamente, Milano non presentò mai - e neppure adesso presenta – qualche cedimento o qualche propensione a lasciarsi imbavagliare, culturalmente, da qualsivoglia confessionalismo – laico o religioso – e da qualche integralismo.
Perfino la cultura cattolica, a Milano, si è sempre rifiutata di invadere e ridurre spazi teorici e pratici che impedissero il respiro più ampio della cultura critica, di ogni tipo e provenienza. A custodi severi e sentinelle strenue di questo "respiro", due alte figure della cultura non solo nazionale: il Cardinale Carlo Maria Martini e, tutt’ora il Cardinale - Arcivescovo Gianfranco Ravasi.
Su queste considerazioni, anche il pur recalcitrante Mino Martinazzoli, sarebbe facilmente convenuto.
Sappiamo che il suo fondamentale moroteismo (anche psicologico), oltre che un certo spiccato brescianismo del carattere, non lo rendeva generoso nei confronti di una Milano, per lui sempre troppo …da bere.
In questo momento, in cui tutto è sparigliato, tutto è sconvolto e volgarizzato, qualche ricordo di un’epoca ormai lontana (con le sue esperienze vive di confronti, anche duri ma dignitosi, e ricche di sincera passione politica) potrebbe risultare utile e significativo, se non altro per non abbandonare mai la pratica concreta e quotidiana della cultura critica, come metodo e come principio. Soprattutto in Italia, dove vari tipi di fascismo ricompaiono con insistenza sotto varie e mentitissime spoglie.
 
                                                                                                    Arnaldo Guarnieri  

Arnaldo Guarnieri è, dal 2002, il direttore responsabile della rivista "Critica minore"; giornalista pubblicista da oltre 30 anni è stato professore di filosofia e preside nei Licei di Stato. Psicologo e psicoterapeuta, ha svolto funzioni professionali in istituzioni pubbliche quali la scuola e la Corte d’Appello di Brescia.


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