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08.11.2013


A proposito di un Festival organizzato dal Conservatorio di Brescia

Celebrando il D'Annunzio (anche) musicale

di Carlo Bianchi


In occasione di questo 2013, centocinquantesimo anniversario della nascita di Gabriele D’Annunzio, la città e la provincia di Brescia sono state interessate nelle due ultime settimane di ottobre da un singolare Festival dedicato al Vate e dal sottotitolo "La musica e i musicisti del periodo dannunziano". Organizzato dal Conservatorio "Luca Marenzio" di Brescia, con l’adesione del presidente della Repubblica e i patrocini del Ministero dell’istruzione, università e ricerca e del Ministero per i beni artistici e culturali, sostenuto, fra gli altri, dal Comune e dalla Provincia di Brescia e dalla Regione Lombardia, il "Festival D’Annunzio" si è dunque svolto fra il 15 e il 28 ottobre preso la sede del Conservatorio cittadino, con appuntamenti replicati nella sede distaccata di Darfo e a Gardone Riviera, nel Vittoriale degli Italiani. Sono stati coinvolti anche il Centro Pastorale "Paolo VI" e le chiese di S. Cristo e di S. Giorgio, in città, e la chiesa di S. Maurizio e il "Teatro delle Ali" di Breno.

Qualcuno si era persino stupito, che una manifestazione dedicata all’opera e alla figura di Gabriele D’annunzio fosse stata ideata da un istituto musicale, piuttosto che da una biblioteca, un liceo o una facoltà umanistica. In realtà, questo "Festival D’Annunzio" giungeva come una conferma del crescente interesse che la letteratura sta stimolando negli ambiti musicali e musicologici italiani. Si trattava certo di una conferma ‘estrema’, dato che il rapporto fra musica e letteratura veniva indagato addirittura a partire dalla seconda, ma proprio tale spostamento di accento, evidente fin dal titolo, testimonia l’evolversi del fenomeno istituzionale e culturale in generale.

Fra concerti e guide all’ascolto, conferenze e tavole rotonde, per un numero di appuntamenti piuttosto elevato, il "Festival D’Annunzio" ha illustrato rapporti fra testi e musica come in parte viene fatto nei tradizionali corsi di Storia della musica o di Storia della poesia per musica strutturati nelle nostre scuole e università, ovvero concentrandosi sui testi musicati. Si è trattato cioè di quelle poesie o di quei testi teatrali di D’Annunzio che sono stati scelti da compositori del tempo per scrivere rispettivamente Romanze e altre forme liriche da camera (da Francesco Paolo Tosti in primis ma anche Malipiero, Pizzetti, Respighi) oppure Opere, come Fedra (Pizzetti), Parisina (Mascagni), Sogno di un tramonto d’autunno (Malipiero) o Francesca da Rimini (Riccardo Zandonai). Il testo de La figlia di Iorio è stato musicato in varie forme (come Opera, balletto o con musiche di scena) e spicca infine il Martyre de Saint Sébastien musicato da Debussy.

Le differenze e le peculiarità della manifestazione, invece, rispetto a ciò che la musicologia offre di solito quando si rivolge alla letteratura, si articolavano sostanzialmente su un doppio livello. Da un lato, un simile approccio tende ad evitare considerazioni sul "narrativismo musicale", cioè su quei rapporti fra musica e letteratura che s’innestano nella musica strumentale a prescindere dalla presenza effettiva di un testo, bensì in ragione di ideali analogie fra le strutture compositive e quelle di una narrazione letteraria (la narratologia musicale è una disciplina che affonda le radici in Adorno, codificata in seguito da vari studiosi, fra cui spicca Anthony Newcomb, e recentemente diffusa in Italia grazie ai contributi e alla curatela di Angela Carone). Per converso, l’altra peculiarità di un approccio che prende le mosse dalla produzione di un letterato è costituita dalla presenza della musica nei suoi testi anche a prescindere dalle effettive intonazioni. Nel corso del Festival dunque sono stati presi in considerazione i riferimenti alla musica che si trovano nelle poesie e nei romanzi di D’Annunzio, la musicalità dei suoi versi, nonché le ideali analogie che si possono individuare fra le strutture della prosa dannunziana e certe tecniche compositive a cui egli accenna nelle sue stesse opere e di cui si interessava a livello personale (esplicita, ad esempio, la ricerca di un parallelo con lo stile orchestrale wagneriano nella scrittura del romanzo Il trionfo della morte ispirato al Tristano e Isotta). Grazie a certi studi più o meno recenti, simili ‘presenze’ musicali sono state individuate anche in altri narratori italiani del Novecento oltre a D’Annunzio (si vedano le ricerche di Roberto Favaro citate nel corso di questo articolo) mentre in ambito poetico spicca il nome di Montale. Ultimamente la materia sta stimolando forti interessi in alcuni ricercatori fra le università di Pavia e Oxford, in merito ancora a Montale, a Umberto Saba e Amelia Rosselli (sempre per rimanere nel Novecento italiano).

La manifestazione bresciana ha trovato le proprie motivazioni in una figura, quella di D’Annunzio, che aveva contemplato la musica anche nei suoi saggi critici e giornalistici e nelle sue vicende di vita. In gioventù, egli aveva studiato pianoforte, canto e violino, aveva intessuto rapporti con vari compositori e musicisti del suo tempo. Nella sua fervida vita pubblica e culturale, dalle frequentazioni di salotti mondani alle più serie attività intellettuali, fino alle azioni e agli incarichi politici, la musica aveva costituito per lui ben più che un’abitudine e una passione generica – emblematica l’organizzazione delle attività musicali nella neonata Repubblica di Fiume, con la musica addirittura inclusa nella carta costituzionale. Inoltre, D’Annunzio aveva interferito ed esercitato un’influenza su alcune delle principali tendenze musicali del tempo, in particolare quella neoclassica. Egli la anticipò, a suo modo, in certi romanzi come Il fuoco (1900) e vi diede un impulso concreto dopo la guerra tramite la direzione della collana editoriale I classici della musica italiana, dove, in collaborazione con i compositori della generazione dell’Ottanta (Respighi, Malipiero, Pizzetti, Casella) veniva recuperato il nostro importante repertorio rinascimentale e barocco. Prima dell’avvento del Fascismo e del conseguente ritiro di D’Annunzio sul lago di Garda, nella principesca Villa del Vittoriale a Gardone, la poetica dannunziana si era mostrata affine a certe tendenze musicali simboliste (un rapporto che culmina nel Martirio di S. Sebastiano musicato da Debussy) e soprattutto con il teatro e le posizioni estetiche di Wagner – benché in seguito D’Annunzio si infervorasse per la superiorità di un teatro (anche musicale) italiano. 

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I vari appuntamenti del Festival hanno affrontato gli aspetti del D’Annunzio musicale in modo ogni volta connotato e differenziato, sia nel taglio espositivo, sia nella scelta dell’argomento, eppure denotando frequenti punti di contatto (un tema toccato diverse volte è stato proprio quello della "prosa wagneriana" di D’Annunzio tesa a richiamare l’utilizzo di Leitmotiv orchestrali tramite il ritorno degli argomenti e delle medesime frasi a distanza o con ripetizioni e piccole variazioni). Dopo il concerto inaugurale, in cui spiccava la presenza del celebre baritono Renato Bruson, impegnato in alcune Romanze di Tosti su testi di D’Annunzio, una generale panoramica divulgativa, destinata alle scuole, è stata affidata alla cura e alla conduzione di Lucia Cristina Baldo – docente di Storia ed estetica della musica al Conservatorio di Brescia (sede staccata di Darfo) nonché autrice (con Silvana Chiesa) di un libro dedicato ai rapporti fra letteratura e musica apprezzato proprio per la sua valenza didattica. L’appuntamento, della durata di circa un’ora e mezza, si configurava parzialmente come una consueta lezione scolastica, arricchita però da alcune performance. A supporto della spiegazione della Baldo, infatti, che illustrava i rapporti fra D’Annunzio e la musica alla luce della generale poetica dannunziana, dei modi in cui egli animò la vita culturale e sociale italiana e dei principali avvenimenti storici di quel periodo, interveniva l’attore Arnaldo Ragni, con la lettura-recitazione di alcuni testi di D’Annunzio, mentre i riferimenti musicali si avvalevano dell’esecuzione dal vivo della pianista Pinuccia Giarmanà e del soprano Marta Mari (dalle citate Romanze di Tosti a certi brani per tastiera di Rameau e Bach che D’Annunzio evoca nel romanzo Il piacere).

Nell’ambito delle conferenze pomeridiane, un altro appuntamento di carattere generale è stato quello inaugurale, intitolato appunto "D’Annunzio e la musica" e condotto da Giorgio Benati, docente di organo e composizione organistica presso il Conservatorio di Brescia (nonché membro del comitato promotore del Festival, insieme al direttore del Conservatorio, Ruggero Ruocco, e a Fulvia Conter, altra docente di Storia della musica). Le altre conferenze si sono concentrate invece su temi più specifici e hanno coinvolto anche relatori esterni alla struttura del Conservatorio. Accanto alla conferenza di Elisabetta Braschi, docente di Storia del teatro musicale e poesia per musica sempre al "Marenzio", che ha offerto un’ampia disamina degli aspetti musicali del romanzo Il fuoco, spiccavano per notorietà i nomi di Paolo Isotta e Quirino Principe. Isotta si è concentrato sui rapporti fra D’Annunzio e Wagner, mentre Quirino Principe ha concluso la serie parlando del Martyre de Saint Sébastien di Debussy ("un sodalizio in area religiosa fra due artisti irreligiosi").

Altro relatore esterno è stato Luigi Verdi, musicologo, docente di composizione al Conservatorio S. Cecilia di Roma e noto studioso della musica di Skrjabin, che ha dunque evidenziato alcuni rapporti fra D’Annunzio e il compositore russo. Rapporti per lo più reciprocamente non consapevoli, dati solo da affinità nelle dichiarazioni di poetica dei due artisti, che però trovano una confluenza concreta nel Notturno di D’Annunzio, scritto nel 1916, dove viene evocato un brano pianistico di Skrjabin. L’argomentazione di Luigi Verdi tesa a individuare un qualche legame fra lo stile compositivo di Skrjabin e il mondo poetico di D’Annunzio, ha trovato una conferma nel concerto serale all’auditorium S. Barnaba, in cui proprio la recitazione del Notturno di D’Annunzio da parte dell’attore Daniele Squassina veniva alternata, oltre che alle movenze dalla danzatrice Chiara Pedrini, all’esecuzione di alcuni brani di Skrjabin da parte del pianista Alberto Ranucci (docente di pianoforte principale al "Marenzio"). La proposta cronologica di alcuni brani appartenenti ai vari periodi della produzione di Skrjabin, dai Preludi op. 16 fino all’ultimo Vers La flamme composto nel 1914, suggeriva infatti uno spirito del tempo comune all’atteggiamento di D’Annunzio quando scrisse il Notturno. Le affinità fra i due trovarono un fulcro nell’esperienza della prima guerra mondiale. D’Annunzio, interventista fervente che in guerra aveva perso parzialmente la vista, continuava a percepire quel trauma bellico come un’esaltazione, nella scrittura visionaria del Notturno. L’anno prima, Skrjabin, in Russia, al termine della sua produzione e della sua vita, aveva parlato della guerra come di una salutare "scossa" che rimette a punto l’organizzazione dell’uomo rendendolo sensibile alla percezione di sensazioni più fini. Benché lui, a differenza di D’Annunzio non ne facesse un discorso di azione personale, nondimeno concepiva la guerra come opportuna cerimonia di passaggio verso la quale anche la sua musica si dirigeva tramite una radicale trasformazione dei linguaggi e delle forme del passato. Nella serata bresciana, tale idea è emersa anche grazie all’esecuzione di Ranucci che oltre a dominare tecnica e forma, ha posto in rilevo le sottili sfumature timbrico-dinamiche della scrittura skrjabiniana, sempre più carica di dissolvenze e procedimenti quasi "alchemici", ben oltre lo sganciamento dalle strutture armoniche tonali, negli effetti rumoristici di trilli e tremoli continui e ossessive dissonanze evocatrici di altri mondi. 

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Le conferenze pomeridiane hanno avuto una funzione generalmente divulgativa, pur nello specifico dei rispettivi argomenti e mantenendosi sempre su un alto livello – godibile in particolare l’erudito eloquio di Isotta e Quirino Principe nel dipingere sfondi e contesti culturali quantomai ampi e suggestivi. L’impostazione più scientifica e accademica, in linea con la recente trasformazione del Conservatorio in istituto universitario, è stata raggiunta nella tavola rotonda "D’Annunzio, la musica e le arti" organizzata presso il centro pastorale "Paolo VI" nella giornata del 24 ottobre. Vi hanno preso parte studiosi di varia provenienza che, come esige appunto l’ambito universitario dei convegni e delle conferenze, hanno portato alcuni contributi innovativi e alcune considerazioni sullo status attuale degli studi che riguardano gli argomenti trattati. Le due relazioni che hanno "centrato" il tema D’Annunzio-musica nei modi più esaurienti e rigorosi sono state quella di Roberto Favaro, Il vasto gemito della città percossa, dedicata al rapporto tra paesaggio, musica e architettura nei romanzi di D’Annunzio, e quella di Adriana Guarnieri Corazzol, dedicata al rapporto fra D’Annunzio e l’opera.

Roberto Favaro, musicologo docente all’Accademia "Brera" di Milano, da anni stretto collaboratore di Luigi Pestalozza e della rivista Musica/Realtà, nonché autore dei volumi Spazio sonoro. Musica e architettura fra analogie, riflessi e complicità; La musica nel romanzo italiano del Novecento e Musiche da leggere. Romanzi da ascoltare, ha passato in rassegna una notevole varietà di aspetti musicali e sonori della prosa dannunziana – in romanzi come Il piacere, Il trionfo della morte, Il fuoco, Forse che sì forse che no. Non si tratta solo di quei mondi strettamente musicali che D’Annunzio evoca con dovizia di particolari e con una poetica inventiva nella scelta dei vocaboli, ma anche di paesaggi sonori e rumoristici in generale, ora naturali, ora artificiali. Spazio ai suoni dell’acqua, ad esempio, nelle sue varie forme, ma anche ai nuovi rumori che allora iniziavano a scaturire dalla civiltà delle macchine, alle automobili, nonché ai versi degli animali in città e alle urla della gente, a tutta la risonanza della vita urbana, in particolare quella di Venezia e del Canal Grande evocata ne Il fuoco. L’esposizione di Favaro, data la sua preparazione filosofica, non è stata meramente catalogativa, ma ha seguito una stringente griglia concettuale che rendeva pienamente giustizia di un pensiero complessivo che lega paesaggio, musica e architettura.

Adriana Guarnieri Corazzol, musicologa attualmente docente all’università Ca’ Foscari di Venezia e autrice del volume Sensualità senza carne. La musica nella vita e nell’opera di D’Annunzio (che risale ormai al 1990), ha dapprima indicato la necessità della cooperazione fra musicologi e letterati nell’ambito degli studi dannunziani. Le edizioni dell’opera di D’Annunzio, infatti, anche quelle più recenti, complete e corredate di ampie note critiche (come la collana I meridiani o l’edizione nazionale diretta da Pietro Gibellini), mancano tuttora di apparati scientifici riguardo alle destinazioni musicali di certi testi con le relative caratteristiche – connubi che videro la diretta partecipazione dell’autore, come per le Romanze di Tosti o per la messa in musica di certi testi teatrali. Se, da un lato, queste sono considerazioni che la musicologia sta facendo ormai da tempo, poiché gli studi sui rapporti fra la musica e D’Annunzio sono ad uno stato molto avanzato, il problema, nota Guarnieri Corazzol, è che "la distanza fra l’ambito musicologico e quello letterario riguardo a questo argomento non si è ancora ridotta del tutto". Per quanto riguarda i rapporti fra D’Annunzio e l’opera, la relatrice ha sistematizzato le varie modalità in cui i testi teatrali dannunziani sono stati trasformati in libretti, ora dallo stesso autore, oppure da altri con il suo assenso e la sua collaborazione, oppure a sua insaputa, ora adattati nella forma e nel linguaggio, ora sottoposti a tagli e riduzioni ma senza intaccarne la prosa (esempio quest’ultimo di Literaturoper dove cioè l’operista adegua la musica al testo preesistente). Da un lato, questa articolata serie di tipologie di interazione fra testo e musica richiamava la distinzione fra poesia per musica e poesia pura in musica operata da Stefano La Via nel suo recente volume Poesia per musica. Musica per poesia. Dall’altro, in tal modo la figura di D’Annunzio risultava collocata nella storia della forma del libretto, fra versificazione misurata e libera, e nella storia dell’opera in generale, in bilico fra tradizione e modernità.

Di rapporti fra D’Annunzio e l’opera, sempre all’interno della tavola rotonda, ha parlato anche il noto esperto di musica operistica Sabino Lenoci ("L’opera lirica nel periodo dannunziano") seppure in termini più descrittivi e giornalistici, accennando anche alla fortuna delle opere su testi di D’Annunzio e al mercato musicale odierno. Assai circostanziati infine gli interventi del latinista e grecista bresciano Roberto Gazich, "D’Annunzio e la tragedia classica", pur senza riferimenti alla musica, e quello del giovane storico dell’arte Paolo Bolpagni, anch’egli bresciano, la cui relazione "D’Annunzio tra pittura e musica sotto il segno del wagnerismo" è stata in verità tangenziale rispetto alla musica, come ha chiosato lui stesso, ma ha comunque lasciato intravvedere intriganti legami all’interno di un mileu culturale-artistico descritto brillantemente.

Il Festival ha incluso anche una serata in cui sono state date prime esecuzioni di musiche dedicate a D’Annunzio e ai suoi versi, commissionate per l’occasione ad alcuni compositori bresciani. Altri appuntamenti non hanno dimostrato una reale attinenza con la figura e l’opera di D’Annunzio, se non la concomitanza con la sua epoca, e perciò non sono stati menzionati nella presente recensione. Delle attività svolte in provincia non si è invece riferito perché non sono state seguiti da chi scrive (meritavano attenzione in particolare la proiezione del dannunziano film muto La Nave e una performance musicale-teatrale dedicata a Luisa Bàccara, pianista che fu vicina al poeta). Nel complesso, data la quantità e la qualità della proposta e l’imponente sforzo organizzativo, che ha fatto registrare anche una buona affluenza di pubblico, la manifestazione può definirsi addirittura eccezionale, specie considerando gli attuali tempi di ristrettezze per la musica e la cultura. Al cospetto dei molti lati positivi, l’unico neo pareva la mancata partecipazione da parte degli studenti del Conservatorio cittadino alle conferenze e alla tavola rotonda. Un aspetto su cui riflettere e lavorare ancora, nella prospettiva dell’alta formazione e dell’equiparazione del Conservatorio a istituzione universitaria.

Postilla. Ricordiamo che anche nel 1988, cinquantenario della morte di D’Annunzio, l’ambiente bresciano aveva offerto originali contributi riguardo ai rapporti di D’Annunzio con la musica, in particolare il convegno internazionale di studi svoltosi a Gardone Riviera (e Milano) il 22 e 23 ottobre (atti a cura di Elena Ledda e Adriano Bassi) e la pubblicazione sulla rivista «BresciaMusica» (numeri 14 e 16) della conferenza "D’Annunzio e la musica" tenuta da Gianandrea Gavazzeni al Salone Vanvitelliano in città.
 
http://www.filarmonicacapitanio.it/articolo%20N13P23N16P14.htm 

                                                                                                    
                                                                                                    Carlo Bianchi

Carlo Bianchi è diplomato in pianoforte e laureato in musicologia presso l’Universitˆ degli Studi di Pavia, sede di Cremona. Ivi ha svolto un dottorato di ricerca e ha ricoperto diversi incarichi di insegnamento. Insignito del premio “Liszt” dall’omonimo Istituto di Bologna, ha pubblicato saggi scientifici su vari compositori e aspetti di sociologia musicale del Novecento storico (in lingua italiana, inglese e tedesca). Accanto ai repertori “colti”, ha sviluppato un personale interesse nel campo della popular music contemporanea, concretizzato in alcune pubblicazioni su riviste scientifiche e divulgative. E' stato vicedirettore del bimestrale "BresciaMusica" e collabora con la Rivista Italiana di Musicologia
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