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09.11.2013

 
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David Foster Wallace
Di carne e di nulla
traduzione di Giovanna Granato
Einaudi Torino 2013
pp. 256, € 18,00
ISBN 9788806214791

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a cura di Gianmaria Merenda



di Invito alla lettura


Di carne e di nulla è una raccolta di saggi e interviste dello scrittore americano David Forster Wallace che va a rimpolpare la breve bibliografia che purtroppo l’autore ha lasciato ai posteri dopo la sua precoce dipartita. Wallace era divenuto famoso nel 1996 con il romanzo Infinite jest ed ha accompagnato la sua carriera di scrittore di romanzi (definizione molto restrittiva in quanto è lo stesso scrittore, con questi saggi, a dirci di non essere preoccupato della differenza tra lo stile dei suoi saggi e della sua prosa) a quella di corrispondente, di saggista, di recensore e di professore universitario. Questo suo essere curioso verso i fatti della vita nasce probabilmente dal suo background filosofico: Wallace era laureato in logica modale, la comprensione e la sistematizzazzione di tutto quello che incontrava per la sua strada poteva essere un suo cruccio. I temi trattati da Wallace in questa raccolta sono i più eterogenei e ciò che li lega è una vera passione per la chiarezza e per la letteratura: un film di fantascienza popolarissimo negli anni ’90 e divenuto oggetto di culto dei romanzi sottovalutati; l’utilizzo corretto di alcune parole nella lingua inglese; l’AIDS; il divertimento dello scrivere; l’ironia; la televisione e la sua influenza nella letteratura moderna; il programma di lavoro per una recensione di mille parole su un testo di poesie in prosa. Lo stile di Wallace è inconfondibilmente presente e critico e appare in ogni scritto e nelle interviste.

Il saggio di apertura narra della necessità del ritorno del drago ancestrale che nel corso dei millenni ha erotizzato la sessualità permettendone un suo utilizzo consapevole: il timore verso qualcosa di sconosciuto come l’amore lasciava spazio ad una sua erotizzazione, ad una sua dimensione artistica, sentita e trattata con i dovuti strumenti dell’amor cortese; un amore mai banalizzato e lasciato alla mercé di un uso consumistico. Wallace crede che la rivoluzione sociale e sessuale del ’68 abbia fatto si che il drago, l’AIDS, tornasse a mietere vittime proprio per la perduta serietà con cui tutti si dovrebbero avvicinare alla sessualità. La mancanza di cura verso se stessi e verso gli altri ha contribuito alla diffusione della malattia. La sovrapposizione del mito del drago alla malattia, ci riporta alla battaglia di San Giorgio e la bestia. Certo è una metafora, ma anche in quello scontro possiamo cogliere la lucidità del cavaliere Giorgio che con la sua logica e la sua formalizzazione combatte contro la follia di un mito, di qualcosa che va al di là delle sue umane possibilità. Solo con la ferma lucidità logica si può comprendere quanto un gesto d’amore possa diventare mortale quando si mischia alla follia e all’AIDS.

Nel recupero di un romanzo che per Wallace è stato sottovalutato [David Markson, Wittgenstein’s mistress, 1988, non tradotto in italiano], si può realizzare quanto l’analogia tra mancanza di regole e di lucida follia del drago post ’68 sia il frutto di una non comprensione dei fatti che formano e dividono il mondo nella filosofia di Ludwig Wittgenstein: "Perché, ancora una volta, quali sono la provenienza e la ragione dei «fatti» importantissimi dentro i quali, sia per Wittgenstein & sia per Kate, il mondo «si divide» anche se NON li include? Sono fatti – vere entità – intrinseci all’Esterno? che dànno adito a una fisionomia solo attraverso la labilità dei dati sensori & dell’induzione? O, molto peggio, sono forse pervicacemente deduttivi, prodotti di quella stessa testa che dà loro la fisionomia di fatti Esterni & come tali genuinamente ontici?" (p. 142). Cosa viene prima? Il fatto che costituisce il mondo in Wittgenstein o la mente che crea il mondo in cui esistono i fatti? Da una parte abbiamo un mondo esclusivo perché non include i fatti che accadono e dall’altro un mondo che non esiste, escludente, se non nella finzione che una mente crea come deduzione intrinseca degli stimoli che il suo sistema percettivo crea.
David Foster Wallace racconta questi importanti fatti a noi, tra le righe, direttamente e rispondendo alle domande dei suoi intervistatori. Riesce a farci cogliere la complessità dei suoi scritti, ma non toglie l’ironia e il divertimento che sottostanno ogni sua riga. Scrive Wallace in La natura del divertimento, un saggio in cui svela la natura del suo essere scrittore: "Sotto il nuovo governo del divertimento, scrivere narrativa diventa un modo per penetrare a fondo dentro te stesso e illuminare proprio le cose che non vuoi vedere o non lasci vedere a nessuno, cose che di solito si rivelano essere (paradossalmente) proprio quelle che tutti gli scrittori e i lettori condividono e sentono, quelle a cui reagiscono. La narrativa diventa uno strano modo di tollerare te stesso e dire la verità, anziché essere un modo per sfuggire a te stesso o proporti in una maniera che secondo te sarà massima- mente apprezzabile. È un processo complicato, confuso e spaventoso, e anche questo non richiede uno sforzo da poco, ma si rivela il miglior divertimento che esista. Il fatto che ora sai reggere il divertimento di scrivere solo affrontando quelle stesse parti non divertenti di te che prima evitavi o camuffavi proprio scrivendo, è un altro paradosso, ma non è certo un vincolo. È un dono, ecco cos’è, una specie di miracolo, e il premio dell’affetto degli estranei in confronto è polvere, filaccia" (pp. 25-26).

David Foster Wallace muore suicida nel 2008 a 46 anni.


                                                                                        Gianmaria Merenda


Gianmaria Merenda è dottore di ricerca in Teoria e analisi del testo e dottorando in Antropologia ed epistemologia della complessità presso l’Università di Bergamo.


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