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13.04.2014


A colloquio con Marco Ferradini per il progetto "La mia generazione"


Ricordando Herbert Pagani

di Carlo Bianchi


Herbert Pagani fu cantante e autore di canzoni, artista eclettico e poliglotta, scrittore, intellettuale, ecologista e pacifista. Prematuramente scomparso, per un lungo periodo è stato sostanzialmente dimenticato, specie in Italia. Ultimamente, tuttavia, proprio qui da noi la sua figura sta beneficiando di una rinnovata e crescente notorietà. A livello di uscite librarie e discografiche si segnalano il volume curato da Rosanna Castellani nel 2010 per le edizioni Barbés (con un Cd allegato che contiene alcune canzoni riversate dai vecchi dischi di Pagani) e un doppio Cd di cover di Pagani intitolato La mia generazione (dall’omonima canzoni di Pagani) registrato da Marco Ferradini nel 2012 in collaborazione con altri cantanti fra cui Eugenio Finardi, Ron, Alberto Fortis, Fabio Concato e Moni Ovadia. Sono in corso di pubblicazione on-line alcuni studi accademici e diverse voci biografiche, fra cui spicca quella per il Dizionario Biografico degli Italiani (Treccani). Si contano inoltre celebrazioni di vario genere, fra spettacoli dal vivo, serate e special televisivi.

Nella seconda metà degli anni Sessanta, Herbert Pagani fu un personaggio assai popolare in Italia, come cantante, per via dei suoi frequenti passaggi televisivi e dei suoi dischi (i vari 45 giri, il long-playing Amicizia che riassumeva le sue canzoni più note, da Lombardia ad Albergo a ore), ma anche in qualità di innovativo conduttore disc-jokey per Radio Montecarlo. Dopo la sua scomparsa, avvenuta a Miami nel 1988, a soli quarantaquattro anni a causa di una leucemia fulminante, il nostro establishment musicale e culturale, dicevamo, lo ha accantonato per molto tempo, ma già nell’ultima fase della sua vita egli si era decisamente sottratto alla audience italiana. Fin dai primi anni Settanta, Pagani aveva deciso di proseguire la sua attività di cantautore principalmente in Francia, per quanto non avesse tagliato del tutto i ponti con il nostro paese. Raggiunse l’apice quasi subito, nel 1972, con l’ambizioso doppio concept-album e spettacolo multimediale Mégalopolis – che uscì come disco singolo anche in Italia l’anno dopo, senza successo, anche se la versione teatrale venne rappresentata al Festival dei due mondi di Spoleto. Il trasferimento oltralpe, che era stato dettato da incompatibilità fra i testi di certe sue canzoni e la mentalità italiana benpensante di allora, aveva rappresentato per Pagani un ritorno alle origini. Pur essendo un Ebreo nato a Tripoli, infatti, aveva trascorso la sua infanzia e adolescenza a Parigi. Nella capitale francese si era misurato con l’arte grafica (il disegno fu la sua prima passione e professione), con la letteratura romanzesca e fantastica apertagli dal suo mentore parigino, il poeta Jean Rousselot, e soprattutto con le chansons di Charles Trenet, Aznavour, Brel, Leo Ferré.

Fra gli anni Settanta e Ottanta, raggiunta la maturità del suo secondo periodo francese, Pagani aveva progressivamente abbandonato l’attività di cantante per rivestire ruoli più impegnativi e di altro spessore culturale. Portavoce degli ebrei di Libia, ambasciatore poetico di pace nel dibattito sulla questione arabo-israeliana, collaboratore di politici israeliani e nominato infine a Gerusalemme nel 1987 direttore del Museo e del Centro mondiale del Giudaismo nordafricano. Sull’onda del testo musicato Plaidoyer pour ma terreArringa per la mia terra uscito nel 1975 in risposta alla risoluzione ONU che assimilava il sionismo al razzismo, aveva preferito comunicare sempre meno con le canzoni e sempre più con la scrittura in prosa (il suo romanzo autobiografico Préhistoire d’amour, le varie lettere aperte recitate in pubblico e pubblicate su importanti testate come Le monde o Il Corriere della sera) o semmai tramite l’arte degli assemblaggi, dei collages e degli intagli nel legno. E tuttavia si trovò a scrivere ancora canzoni, rinsaldando il suo rapporto con l’Italia, quando alla fine degli anni Settanta accettò di collaborare proprio con il giovane Marco Ferradini, raccogliendo l’invito del loro comune produttore alla Ricordi di Milano, Alessandro Colombini.

"Colombini era uno di quei produttori come al giorno d’oggi non ce ne sono più – dice ora Ferradini – "di quelli che quando intravedevano del talento in un giovane, avevano la capacità e la pazienza di investire su di lui e farlo crescere". Oltre che come cantante, Pagani era sempre stato apprezzato come scrittore di testi, anche come traduttore (i suoi successi Lombardia e Albergo a ore erano adattamenti rispettivamente da Le plat pays di Brel e Les amants d’un jour cantata da Edith Piaf) e le sue capacità di paroliere lo avevano portato spesso a tradurre o scrivere testi per altri interpreti (spiccano i testi per il disco L’asse di equilibrio di Giorgo Gaber). Era ciò di cui anche Ferradini allora, musicista e vocalist da parte sua, aveva bisogno per maturare come cantautore. Pagani alla penna e Ferradini alla chitarra. La collaborazione fra i due si concretizzò nel Q-Disc di Ferradini Schiavo senza catene del 1981. Fra le varie canzoni di questo concept-album ve ne era una, Teorema, che al tempo ebbe grande successo ed è tuttora molto popolare.
 
Nel suo recente doppio cd La mia generazione, Ferradini ha reinciso una ventina di canzoni fra quelle scritte a quattro mani dai due e quelle precedenti del solo Pagani, con l’aggiunta di alcuni inediti. Il cd vede canzoni riarrangiate in chiave acustica, con l’apporto del tastierista-arrangiatore José Orlando Luciano e del violinista Simone Rossetti Bazzaro, e cantate come duetti, insieme con i citati cantanti noti, ma anche con la collaboratrice di Pagani Anna Jencek, la sorella di Pagani, Caroline, e la figlia di Ferradini, Charlotte. Il progetto La mia generazione si inserisce dunque a pieno titolo fra le varie iniziative che ultimamente stanno rivalutando la figura di Pagani in Italia, soprattutto perché ne è stato tratto anche uno spettacolo dal vivo in cui Ferradini e altri protagonisti del cd ricordano Pagani tramite testimonianze personali e recitazioni dei suoi scritti – oltre che cantando le sue canzoni. La serata del 23 gennaio 2014 al teatro PIME di Milano realizzata in collaborazione con la rivista L’isola che non c’era e ripresa da Rai2 per la trasmissione Sorgente di vita, è stata l’occasione per scambiare qualche parola proprio con Ferradini, richiamando i tratti del suo sodalizio con Pagani.


Caro Marco, all’inizio della tua carriera ti sei trovato a collaborare con uno scrittore di testi non comune. Quali erano le qualità di Pagani in quest’arte?

"La grande capacità di Herbert era di vedere ciò che succedeva intorno a lui e di interpretarlo con delle parole. Sapeva trasporre. Cioè, sapeva fare diventare lirica anche una cosa apparentemente normale, banale, che ad altri non direbbe nulla di particolare, a cui non dedicheresti più di un attimo di attenzione e non penseresti mai di farne una poesia. L’altra sua capacità era quella di racchiudere la storia di una persona in pochissime parole, nello spazio del testo di una canzone. Quello che è successo fra me e Pagani è proprio questo. Io alla fine degli anni Settanta ero un ragazzo, avevo qualche anno meno di lui, avevo fatto certe esperienze umane e scrivevo già delle canzoni. Scrivevo musica, prima la musica e poi eventualmente i testi, ma i miei testi non avevano la ‘presa’ e la capacità di sintesi che poteva darmi lui. Quindi io gli raccontavo le mie storie e lui da queste estraeva le cose che riteneva importanti, le parti che secondo lui potevano essere messe per iscritto, trascriveva. Rispetto a un romanzo, scrivere testi di canzoni può sembrare più facile, ma in realtà è il contrario. In un racconto, uno scrittore ha la possibilità di esporre con grande libertà e ricchezza di particolari quello che vuole dire. Puoi riprendere, andare in profondità, rialzarti, puoi volare tranquillamente in questo spazio libero. Invece il testo di una canzone è chiuso in uno spazio ben delimitato, anche dalla musica, con degli accenti, delle cadenze, degli obblighi, delle catene. E tu devi farci stare dentro del significato, in quegli spazi, ma anche sonorità, devi fare in modo che le parole si concretizzino mescolandosi insieme alla musica. Se questo non succede, l’alchimia della canzone non riesce. È difficile spiegarlo a chi non ha mai provato a scrivere canzoni. La capacità di un artista è quella di riuscire a cogliere la sostanza di ciò che si vuol dire, riuscire a metterlo dentro la musica, e fare in modo che quella musica che, se prima valeva cinquanta, improvvisamente diventa cento. Ripeto, è più facile scrivere un libro. Fra parole e musica io e Herbert eravamo come due pile atomiche che si scontravano, una specie di sfida, in cui però ognuno cercava di dare il meglio di se stesso, e alla fine ne usciva un risultato".

Pagani era un appassionato lettore di poesie, ma anche di romanzi. Ti parlò mai dei suoi interessi letterari?

"In genere no, anche perché dopo un week-end in montagna in cui ci trovammo a scrivere vari testi, il nostro tempo era molto delimitato dagli incontri in sala di incisione, quando non eravamo a casa sua a mettere insieme testi e musiche e fissarle su un registratore. In sala di incisione parlavamo più che altro di musica, degli artisti che ci interessavano, dei nuovi stili e dei nuovi dischi. Lui aveva una collezione di dischi impressionante, era abbonato a Billboard e così si faceva arrivare novità dall’America tutti i mesi. Io attingevo a piene mani dalla sua discoteca, mi portavo a casa i dischi e li registravo. Di letteratura non abbiamo mai parlato molto, anche perché la canzone non nasceva tanto da una ricerca culturale, ma da cose che avevamo dentro, da un presupposto istintivo, alla ricerca dell’espressività. Con Herbert cercavamo di fare canzoni con belle musiche e testi che potessero far riflettere, o che potessero servire alla gente anche solo per innamorarsi. Ci scambiavamo più che altro delle percezioni, perché poi nel fare questo lavoro si diventa sempre più sensitivi, sensibili alle cose intorno, al tempo e all’umore delle persone… ma il nostro campo in realtà era abbastanza ristretto. Sapevo bene però che Herbert era una testa gigante. Lo chiamavano ‘capoccione’ [sorride ndr] Aveva una cultura molto ampia, dovuta anche alla sua condizione ebraica, perché gli ebrei sono persone che storicamente hanno sempre dovuto difendersi, trovare delle vie di fuga, adattarsi a imparare mille lingue. Lo steso Herbert non era giunto in Italia frequentando una scuola normale. Era stato costretto a migrare da un collegio all’altro seguendo il padre che lo voleva sempre con sé e che voleva farlo diventare direttore d’azienda. In questi collegi Herbert aveva dovuto imparare una nuova lingua, trovare una nuova famiglia, nuovi amici, ricercare nuovi legami affettivi. Tutte queste cose ti costringono a ingegnarti e credo che alla fine l’artista nasca proprio da questo. Dal fatto che soffri, hai bisogno di comunicare, hai bisogno degli altri, non hai i genitori e hai bisogno di affetto, lo cerchi in altre persone. Qual è il sistema? Quello di ingegnarti a comunicare in altri modi, prima con il disegno, perché lui ha cominciato con il disegno, e poi non ha tralasciato nessuna forma di comunicazione per arrivare alla gente, per avere affetto e per darlo. Herbert in sostanza era questo. Poi della sua cultura letteraria non parlammo un granché. Semmai paravamo di problemi generali, delle nostre storie, anche di politica, della questione fra ebrei e palestinesi che lo appassionava tanto".

Ti confidò le sue convinzioni politiche?

"Era un libero pensatore, tendenzialmente di sinistra, ma ricordo bene una frase che mi disse: ‘non mi piacciono le chiese’, cioè quelle concezioni dogmatiche della vita, della cultura e dell’esistenza che sono dettate dall’alto e che devono essere seguite a tutti i costi. Herbert non si è mai legato a un partito, ha sempre voluto essere libero di pensare ed esprimersi liberamente. Anche i suoi articoli sul Corriere della sera non erano benvisti da tutti. Lui si è sempre battuto per una pacificazione fra ebrei e palestinesi e non esitava a scagliarsi anche contro la cecità di Israele. Lo diceva sempre che una nazione non può sopravvivere schiacciandone un’altra e che bisognava trovare un punto d’incontro, come moglie e marito che se vogliono mettersi d’accordo non possono continuare a rivangare quello che è successo in passato. Diceva che per costruire un futuro di pace non bisogna avere troppa memoria".

Come lo ricordi dal punto di vista del carattere?

"Un toro, in tutti i sensi, sia come segno che come personalità. Un uomo di grande energia, si spendeva in qualsiasi modo per arrivare a comunicare con gli altri e far valere le sue convinzioni, senza scendere a compromessi. Era sempre entusiasta, su di giri, non era mai tranquillo, e devo dire che questo su di me ebbe l’effetto di accendere delle scintille di creatività, quando lavoravamo insieme. Nella sua grande voglia di vita era anche molto giocoso, ma non aveva paura di litigare, non le mandava a dire, a volte era perfino irruente. E forse è anche questo il motivo per cui è stato dimenticato, messo in disparte dai media, da un mondo della musica e della televisione in cui i compromessi invece sono all’ordine del giorno. Alla fine era stato esplicito perfino sul tema dell’omosessualità, nella canzone Fratello mio".

Anche quella l’avevate scritta insieme.

"Sì, anche se lui l’aveva incisa per sé, perchè voleva cantarla lui in un suo disco in preparazione. Ho ancora a casa i suoi provini. Poi il disco non l’ha più fatto perché la malattia ce lo ha portato via. Nel cd La mia generazione ho inciso sia Fratello mio sia Un letto in riva al mare, altra canzone di cui mi sono rimasti i provini cantati da Herbert e che lui voleva mettere nel suo disco. Poi nel 1995 l’ho incisa nel mio cd Dolce piccolo mio fiore. Lui dava una mano a me per i testi, ma io la davo a lui per la musica. D’altronde, lui non era musicista, per la musica si era sempre appoggiato ad altri, a Bennato, a Ivan Graziani. La maggior parte delle canzoni di Mégalopolis le ha scritte Ivan Graziani. Così, io avevo scritto la musica per queste due canzoni e lui come al solito i testi. Doveva pubblicare questo cd per la Ricordi, ma alla fine non ne ha avuto il tempo".
 
Vi siete frequentati fino alla fine?

"Fino al maggio del 1988, lavoravamo ancora in sala di incisione. Mi ricordo che arrivò con i capelli corti ingrigiti e l’aspetto preoccupato. Diceva che aveva fatto delle analisi che davano valori sballati. I globuli bianchi erano a terra". 

                                                                                                        Carlo Bianchi


Carlo Bianchi è diplomato in pianoforte e laureato in musicologia presso l’Università degli Studi di Pavia, sede di Cremona. Ivi ha svolto un dottorato di ricerca e ha ricoperto diversi incarichi di insegnamento. Insignito del premio "Liszt" dall’omonimo Istituto di Bologna, ha pubblicato saggi scientifici su vari compositori e aspetti di sociologia musicale del Novecento storico (in lingua italiana, inglese e tedesca). Accanto ai repertori "colti", ha sviluppato un personale interesse nel campo della popular music contemporanea, concretizzato in alcune pubblicazioni su riviste scientifiche e divulgative. È stato vicedirettore del bimestrale «BresciaMusica» e collabora con la Rivista Italiana di Musicologia.  

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