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25.10.2014



La fondamentalità dei diritti politici:
verso nuovi criteri di attribuzione



Abstract

I diritti politici, ritenuti dalla Corte costituzionale italiana quali diritti fondamentali ed inviolabili, sono quei diritti che per "eccellenza" costituiscono il discrimine tra cittadini e stranieri. L’inevitabile diversità di trattamento che ne scaturisce andrebbe ora reinterpretata alla luce delle trasformazioni subite nel corso del tempo dal concetto di cittadinanza e soprattutto in considerazione dell’istituzione della cittadinanza europea. Una possibile soluzione potrebbe essere quella della valorizzazione della residenza come requisito sufficiente per l’attribuzione dei diritti di partecipazione politica a tutti coloro che vivono stabilmente su un determinato territorio, e a prescindere dalle differenze etniche, religiose, linguistiche e più generalmente culturali.

Abstract

The political rights, which are considered by the Italian Constitutional Court inviolable fundamental rights, are those rights that  by "excellence" constitute the distinction between citizens and foreigners. The inevitable difference in treatment should now be reinterpreted in the light of changes  that reshaped the general perception of the concept of citizenship. The latter has been subjected to a majortransformation  due to the establishment of European citizenship. Thus, the question arises how to reconcile the old with the new and to attribute political rights to foreigners in the new context. A possible solution could be an enhancement of the residence status as a sufficient requirement for the allocation of rights of political participation to all those who live permanently in a given territory regardless of ethnic, religious, linguistic and cultural diversity.
 
Parole chiave: diritti politici, democrazia, cittadinanza, residenza, stranieri.

Keyword: political rights; democracy; citizenship, residence, foreign.


SOMMARIO: 1. Premessa. – 2. Nozione di "diritti politici" – 3. Diritti politici e democrazia
– 4. Diritti politici e loro attribuzione – 5. I diritti politici sono diritti fondamentali?
– 6. Conclusioni.  

di Rosaria Mastroianni Ianni

1. Premessa

In questo lavoro ci si propone di affrontare, seppur brevemente, un’analisi teorica dei diritti politici, esaminandone innanzitutto la natura, il contenuto ed i meccanismi di attribuzione nonché il loro rapporto con il concetto stesso di democrazia. Dopo aver analizzato la questione della loro definizione, si affronteranno le problematiche inerenti all’acquisto e alla perdita della capacità elettorale e al loro stretto legame con il possesso dello status civitatis. Si avrà altresì premura di mettere in evidenza, partendo dalle finalità insite nella natura dei diritti di partecipazione politica, la necessità di svincolarli da ogni condizionamento etnico, linguistico, religioso, o più genericamente culturale, che di fatto impedisce la realizzazione di un autentico sistema democratico, vale a dire di un sistema che anziché rendersi promotore di integrazione, consentendo al maggior numero possibile di individui di far parte di quel "popolo" che dovrebbe "governare", diviene causa di esclusione. Si argomenterà, infine, l’inclusione dei diritti politici all’interno della categoria dei diritti fondamentali, sostenendo la sufficienza del requisito della residenza all’acquisto del diritto di voto, sia attivo che passivo.  

2. Nozione di "diritti politici"

Quando si affronta l’argomento dei diritti politici, «si sconta inevitabilmente un certo livello di ambiguità» [1]. Questo, innanzitutto, perché non sussiste una "definizione" unanime sulla struttura di tale tipologia di diritti e né «della funzione della singole posizioni tutelate […] ma soprattutto perché essi, più delle altre categorie di diritti, sono strettamente legati all’evoluzione storica del sistema democratico rappresentativo e ne hanno di volta in volta segnato le tappe» [2]. Inoltre, «l’espressione non definisce accadimenti, comportamenti, rapporti o comunque fenomeni reali (nel senso di concreti, quali ad es. il diritto di proprietà, di voto o un rapporto di credito)» [3]. Si mostra, invece, come una categoria in senso kantiano del pensiero giuridico, «…una regula dalla pretesa portata universale per la definizione di determinati rapporti» [4], intendendo con questi ultimi quelli intercorrenti tra autorità e libertà. La definizione può, per di più, variare da uno Stato all’altro ed anche soprattutto a seconda del momento storico. Tale tipologia di diritti, inoltre, non è soltanto espressione dell’ordine sociale bensì ne rappresenta un elemento costitutivo. Ed oltre alla loro variabilità e consistenza, i diritti politici dipendono molto dalle "azioni" degli Stati che sono poi gli organi che li fissano definendone i limiti. Il loro conferimento, mediante appunto leggi dello Stato, pone gli individui nelle condizioni di poter vantare una serie, che può essere più o meno ampia, di situazioni soggettive nei confronti dello Stato stesso.
L’origine di tale tipologia di diritti, che assieme ai civili rientrano tra i diritti di prima generazione, risale al 1789 ovvero al termine della Rivoluzione Francese. La loro nascita è strettamente connessa alla rivendicazione di una serie di libertà fondamentali che fino a quel tempo erano state precluse a numerose classi sociali. Tali impedimenti di certo non svanirono con la rivoluzione. La legge sul conferimento della cittadinanza risalente a quel periodo, infatti, sanciva una distinzione netta tra i borghesi, considerati cittadini a pieno titolo e coloro ai quali, al contrario, per censo ed a causa della loro condizione servile, non veniva concesso di aspirare a tale status e di conseguenza ai diritti ad esso connessi. Dunque, la Dichiarazione del 1789 riconosceva i diritti politici, in particolare il diritto di voto, soltanto su base censitaria esclusivamente ai cittadini attivi. Per poter divenire cittadini attivi e dunque per poter partecipare all’elezione dei ministri occorreva inoltre versare al fisco una certa somma di denaro. Ciò rendeva assolutamente evidente il legame tra le caste. La partecipazione alla vita politica del paese, e quindi il diritto a votare e ad essere votati, ma anche il riconoscimento della libertà di pensiero e di riunione e la possibilità di accedere alle cariche pubbliche rimaneva in ogni caso retaggio di pochi. Ma ciò nonostante, rappresentavano pur sempre una conquista per l’epoca. Ai cittadini "passivi" veniva garantita uniformità di trattamento nel riconoscimento dei diritti civili, ed assicurata la stessa forma di "protezione" garantita ai cittadini attivi nonché la libertà religiosa. Già Rousseau si era fatto promotore attivo della correlazione tra il diritto di voto e le idee di volontà generale e di rappresentanza politica. Egli fece notare che il diritto di partecipazione politica era ristretto alle classi sociali più abbienti che rappresentavano tra l’altro una ristretta fascia della popolazione che aveva avuto la possibilità di studiare e sapeva pertanto quantomeno leggere, scrivere e far di conto.
Sarà necessario aspettare il 1792 perché, sotto l’egemonia politica dei giacobini, la distinzione tra cittadini attivi e cittadini passivi venga soppressa. «La nuova Convenzione, molto più della prima Assemblea costituente, avrebbe avuto quel pieno potere costituente, che nel 1789 aveva descritto l’abate Sieyès. In teoria, poteva creare liberamente gli organi del governo, non avrebbe dovuto accettare, come esecutivo, un re bell’e pronto, come nel 1789, ma avrebbe realmente rappresentato il popolo francese» [5]. Il decreto universalizzava la cittadinanza riconoscendo così il diritto di voto anche ai non abbienti. Qualche anno dopo, nel dicembre del 1793, venne emanata una Convenzione mediante la quale gli stranieri vennero espulsi; con Robespierre, infatti, non vi fu più spazio all’interno della Repubblica per coloro che non potevano definirsi cittadini repubblicani. Egli sosteneva che i controrivoluzionari dovevano necessariamente essere annientati, e considerava "stranieri" e dunque nemici anche i monarchi, ritenuti dei cospiratori. Da queste sue idee si deduce una concezione fortemente nazionalista della cittadinanza. I forestieri non venivano mandati via perché appartenevano ad una nazione diversa, bensì in quanto venivano considerati traditori della Rivoluzione.
Ad ogni modo, volendo esprimere un giudizio positivo, si potrebbe affermare che il grande merito che deve essere riconosciuto a questa delicata fase storica, consiste nell’avere innalzato gli uomini che possedevano determinati requisiti a cittadini, e come tali ad attori della vita politica [6]. Il cittadino, dunque, non è più considerato esclusivamente un individuo passivo in quanto soggetto alla potestà del sovrano, bensì quale persona dotata di dignità e protagonista attivo delle proprie scelte personali e politiche. I diritti politici hanno, pertanto, avuto origine nello stato di diritto. «Nello Stato di diritto (precipuamente nella sua rigida versione liberale) anche le libertà individuali, così come il principio di eguaglianza, si esauriscono interamente nel principio di legalità. A tutti spettano i diritti (o il quantum di libertà) concessi dalle leggi che sono eguali per tutti, sicché in definitiva la libertà si risolve nella prospettazione in termini soggettivi del principio di legalità o, secondo altra versione, di un generale diritto alla legalità» [7].
Questo breve excursus è finalizzato alla storicizzazione della questione dei diritti politici. Solo se si comprendono le ragioni che stanno alla base dell’attribuzione della sovranità al popolo si arriverà a comprendere meglio e dunque a trarre una qualche conclusione sul rapporto tra cittadinanza e appartenenza dei diritti politici. «L’idea che la titolarità dei diritti politici debba essere attribuita in base al (in quanto costituzionalmente fondata sul) criterio formale del possesso della cittadinanza giuridica, è figlia della persistente influenza della dottrina ottocentesca dei diritti pubblici soggettivi»[8]. Tale dottrina partiva dal presupposto che la sovranità appartenesse esclusivamente allo Stato, mentre il cittadino non era altro che un mero organo. In questo contesto pertanto, in cui i diritti politici non erano considerati come diritti fondamentali dell’individuo, era implicito il loro non riconoscimento alla totalità dei consociati. Come già detto in precedenza, era fondamentale possedere determinati requisiti economici e culturali nonché di genere, oltre a possedere il requisito della cittadinanza. Come sostiene Grosso: «…I diritti politici che si identificavano ed esaurivano in quelli elettorali erano riconducibili essenzialmente ad una funzione pubblica» [9]. Ciò equivale a dire che vi era un’idea dei diritti di partecipazione politica essenzialmente come diritti funzionali alla costituzione degli organi dello Stato. Ed in questo si esauriva la loro funzione. Dovette passare del tempo e dovettero combattersi numerose battaglie per giungere, gradualmente, all’abolizione delle restrizioni nella concessione dei diritti politici fondate sulle condizioni personali e sociali.
Appare utile precisare ancora una volta che quando si parla di diritti politici occorre tenere alla mente che il concetto di "diritto politico" non ha mai goduto, nel corso della storia, di piena autonomia, sin dalla nascita infatti esso si è presentato come un elemento di un sistema molto più ampio, costituito dalla categoria dei diritti pubblici soggettivi. «I diritti politici si inseriscono invece nella sfera pubblica come meccanismi funzionali ad un sistema politico ben ordinato ed assumono così il carattere di istituzioni di diritto pubblico» [10].
Lasciando da parte per un momento la storia, risulta interessante mettere in evidenza che affinché i diritti politici possano realmente essere tutelati occorre innanzitutto che vengano garantiti il diritto alla vita, alla libertà e alla sicurezza. Senza la garanzia di tali fondamentali diritti, il godimento dei connessi diritti di partecipazione politica diviene mera utopia. Nello Stato assoluto, ad esempio, l’individuo è un suddito e come tale non può vantare situazioni soggettive riconosciute dall’ordinamento giuridico nei confronti dello Stato, le sue libertà sono minime e di conseguenza egli non potrà partecipare alla vita politica. Per questa ragione, tale tipologia di diritti rappresenta più di ogni altra il lato visibile di una realtà caratterizzata dalla sproporzione dei poteri assegnati, in diversa misura, dai "più potenti" agli individui più deboli, ai gruppi ed alle istituzioni.
Ma vediamo adesso di individuarne il contenuto, che risulta fondamentale per una loro concettualizzazione. A tal riguardo E. Grosso sostiene che: «Per tentare di ricondurre a unità tale panorama variegato, e per sciogliere l’ambiguità intrinseca insita in una categoria così profondamente segnata dalle trasformazioni storico-politiche degli ultimi due secoli, sembra indispensabile provare ad individuare un minimo comune denominatore, un elemento condizionante in assenza del quale parlare di un diritto politico sarebbe del tutto fuori luogo» [11]. Lo studioso prosegue sostenendo che: «tale elemento potrebbe essere il seguente: sono "politici" quei diritti riconosciuti ai cittadini, che consentono loro una qualche forma di partecipazione alla vita politica della loro comunità […] e cioè la partecipazione alla formazione delle decisioni pubbliche assunte all’interno di quella (o di quelle) comunità» [12]. Detto in altri termini, i diritti politici, rappresenterebbero dunque tutte quelle "situazioni" che autorizzano l’intervento di chi ne è titolare, in maniera diretta o indiretta, all’esercizio del cosiddetto "potere politico". Da questo assunto si generano taluni interrogativi. Innanzitutto, una prima questione ha a che fare con la spettanza di tali diritti e con le ragioni che ne determinano l’appartenenza, mentre un’altra ha a che fare con la contraddizione della natura di diritti fondamentali ed il loro stretto legame con il possesso dello status di cittadino. La concessione dei diritti politici dipende quasi esclusivamente dalla volontà degli Stati, l’unico limite che viene loro imposto è il rispetto di un principio fondamentale consistente nella necessità per i cittadini di esprimersi in modo libero e regolare. Il diritto di voto, che ne rappresenta certamente l’esempio tipico e che inizialmente esauriva la categoria, è stato via via affiancato da altri diritti e di conseguenza da altri doveri. «Se da un lato nessuno potrebbe mettere in dubbio che il diritto di voto costituisca l’espressione più tipica e classica di tale categoria di diritti, d’altro canto l’analisi delle modalità con cui di volta in volta, nel contesto dello Stato liberale e poi dello Stato costituzionale, ne sono stati disciplinati titolarità ed esercizio, non consente di ricavare alcuna conclusione di ordine generale circa il suo significato, la sua funzione, l’oggetto specifico della garanzia cui è sottoposto» [13]. Il possesso dei diritti di partecipazione politica, normalmente, fa sorgere nei titolari un maggiore senso di appartenenza alla comunità, derivante dalla possibilità di partecipare, se non direttamente quantomeno in maniera indiretta, ossia mediante i propri rappresentanti alla effettiva gestione. Tale questione diviene di fondamentale importanza nel momento in cui bisogna valutare e successivamente decidere dell’attribuzione del diritto di voto agli stranieri.
L’allargamento del suffragio ha rappresentato nel corso della storia una conquista notevole, soprattutto con riguardo a quello femminile. Il primo paese al mondo ad introdurre il suffragio universale fu la Nuova Zelanda. Mentre in Europa i progressi furono graduali. Si passò da un suffragio universale maschile, che venne introdotto in occasione della rivoluzione francese, ad un suffragio sempre meno legato a criteri di censo e di cultura intesa come istruzione. Nel 1865, in Inghilterra John Stuart Mill prospettò l’idea del suffragio anche femminile. L’idea che la donna non godesse del diritto di partecipare agli affari pubblici di una determinata comunità non aveva destato un grande scalpore in passato. «Todos conocemos las injustas palabras de Kant para quién las mujeres eran seres que solo sabían entender el lenguaje de la belleza, pero negadas para la ley y la justicia» [14]. Ed ancora, tutti conosciamo l’opinione del già citato Rousseau che quando si occupava dell’educazione di Emilio sosteneva che il modello educativo non poteva essere lo stesso per l’uomo e per la donna e giustificava tale sua idea sostenendo che la differenza di sesso comporta altresì distinte mansioni. Inoltre, prerogativa esclusiva o quasi dei diritti in questione è il "vincolo" del raggiungimento della maggiore età. Le ragioni che giustificano tale scelta hanno a che fare con l’importanza dello sviluppo di una certa coscienza e maturità nell’esercizio di questi specifici diritti. A dimostrazione di quanto appena affermato vi è il fatto che anche l’infermità mentale ne costituisce un impedimento all’esercizio, che si estende ad ogni eventuale tutore legale o rappresentante. Altra particolarità che vale la pena menzionare ha a che fare con un’ulteriore causa di preclusione dell’esercizio dei diritti di partecipazione legata alla "condanna per gravi reati". Tutte queste caratteristiche rendono alquanto particolare e per certi aspetti anche "elitaria" la categoria dei diritti politici.
Vediamo ora di analizzare alcune teorie del potere politico che si sono susseguite e distinte nel corso della storia. Stando a quanto sostiene Ullmann [15]a tal riguardo, nel corso del tempo sono esistite due distinte teorie: quella ascendente e quella discendente, a seconda che il potere supremo derivi dal popolo e, dunque, sia rappresentativo, o derivi dal principe e dunque venga trasmesso mediante delega dal superiore all’inferiore. Precisamente, secondo la prima teoria, il sistema politico può essere concepito come una piramide alla cui base, laddove si trovano i cittadini, si concentra tutto il potere che va innalzandosi fino al vertice dove si rinviene un capo, un magistrato o un presidente. Però questo capo non dispone di poteri maggiori rispetto a quelli che gli sono stati concessi dalla comunità ed è inoltre tenuto a rendere conto della gestione dello stesso potere dinnanzi ai suoi membri. Ai cittadini è riconosciuto il diritto di resistere agli ordini di questo capo così come la possibilità di destituirlo e sostituirlo con un altro se questi ritengono che egli abbia abusato dei suoi poteri. La teoria ascendente del potere può altresì essere definita teoria della sovranità popolare, considerato che il potere in "origine" appartiene al popolo. La teoria discendente o teocratica sostiene invece che il potere originario risieda esclusivamente in Dio, il quale concederebbe le sue leggi all’umanità per mezzo del re. Stando così le cose, anche in questo caso ci ritroviamo dinnanzi ad una piramide anche se diversamente configurata. Secondo questa seconda teoria, la totalità del potere si concentra al vertice, in maniera tale che qualsiasi autorità che venga concessa a coloro che si trovano situati più in basso proceda per il tramite di una delega da coloro che si trovano situati più in alto, fermo restando che non può esistere maggior potere che quello spettante a Dio. Secondo questa teoria, al popolo è negato qualsiasi intervento nella legislazione o nell’elezione dei governanti.
Un ulteriore problema che interessa la categoria dei diritti politici, probabilmente meno teorico ma non per questo di minor rilievo, è quello inerente al rapporto tra la tipologia dei diritti in esame ed il potere, inteso come potere economico. Ebbene, risulta alquanto evidente che l’evoluzione economica avutasi successivamente al secondo dopoguerra ha influenzato la democrazia. Con questa affermazione ci si propone di sostenere che la nascita di un forte potere economico, concentrato nelle mani di una ristretta classe sociale, ha reso sempre più complessa la possibilità di mantenere un sistema che possa definirsi realmente democratico. Difatti ciò ha condotto, irrimediabilmente, ad una crisi della democrazia. Il capitalismo ha per certi versi svuotato di significato i diritti politici e ciò in quanto l’immensa forza del potere economico fa sì che si dubiti del loro potere reale. Basta riflettere sul potere "concreto" che hanno i cittadini di controllare l’andamento degli affari di una determinata comunità. Al fine di rendersi conto di quanto detto è sufficiente valutare la forte influenza di chi detiene il "potere economico". Quest’ultimo dispone generalmente dei mezzi mediante i quali, direttamente ed indirettamente, ha la possibilità di "manipolare" l’effettiva sostanza del diritto di voto, e quindi le questioni decisive della vita dei vari Stati. Viene a crearsi una situazione in cui uguaglianza e libertà vengono fortemente messe in discussione e di conseguenza si genera una democrazia poco funzionante. Non è difficile immaginare che se esiste un individuo dotato di un potere tale da poter influenzare i membri di una comunità ed indurli ad agire secondo la propria volontà, inevitabilmente viene a crearsi un forte conflitto tra il diritto di partecipazione, inteso come sopra descritto, in particolare nella sua qualità di "libero" ed il potere che sprigiona questo soggetto che normalmente è un individuo economicamente molto forte. Le sorti del potere economico derivano in larga parte dai titolari dei diritti politici e tale ragione spiega la necessità per chi detiene il potere economico di gestire, ad ogni costo ed a proprio piacimento, mediante i mezzi a sua disposizione, la volontà dei detentori dei diritti di partecipazione; com’è stato scritto, «La lotta per i diritti politici non è una lotta contro la proprietà: è una lotta contro gli effetti politicamente disabilitanti della proprietà stessa» [16].

3. Diritti politici e democrazia

Nonostante sia innegabile che la democrazia, per una serie di ragioni, appare come un sistema pieno di inconvenienti e che talvolta, in parte per i motivi sopra trattati, smette di funzionare bene, è da ritenersi pur sempre preferibile vivere in un sistema democratico che in qualunque altro sistema politico che non lo sia [17]. A questa premessa vorrei aggiungerne un’altra, ossia che ogniqualvolta si discorra di democrazia, occorre tener presente che l’essenza propria del sistema democratico si sostanzia nel mettere nelle condizioni chi è sottoposto ad una scelta politico-normativa, di poter contribuire alla sua determinazione e dunque definizione.
Ebbene, «Il termine democrazia compare per la prima volta in Erodoto e sta per dire, traducendo letteralmente dal greco, potere (kratos) del popolo (demos)» [18]. Il diritto di voto costituisce sicuramente uno dei maggiori se non il più importante segno distintivo dei cittadini rispetto agli stranieri. Il suo possesso e il concreto esercizio li abilita a partecipare, per il tramite di rappresentanti eletti, all’esercizio dei poteri politici, difatti l’elezione può essere considerata un momento cruciale della democrazia.
In Gran Bretagna, con il Reform Act del 1832 ha inizio la storia dei diritti politici, in questo periodo i diritti civili avevano già guadagnato la stabilità e l’importanza odierna. La principale differenza tra questi ultimi ed i diritti politici «non consiste nella creazione di nuovi diritti che arricchivano uno status di cui già tutti godevano, ma nella connessione di vecchi diritti a nuovi strati della popolazione» [19]. Ed è per tale ragione che Marshall, nel XIX secolo, quando affronta la questione della cittadinanza la definisce come una somma di diritti civili universalmente riconosciuti e di diritti politici, invece, potenzialmente fruibili da tutti ma in realtà goduti da una ristretta minoranza.
Alquanto interessante appare l’analisi delle differenze di quella che viene definita democrazia degli antichi e di quella che, invece, si suole definire democrazia dei moderni. «Per democrazia gli antichi intendevano la democrazia diretta, i moderni la rappresentativa» [20]. Di conseguenza, «il voto con cui si suol far coincidere l’atto rilevante della democrazia d’oggi è il voto non per decidere ma per eleggere chi dovrà decidere» [21]. Con molta probabilità, «En la representación que non hacemos de las cosas, la democracia "de ágora", o democracia "cara a cara", se non aparece más bien como utopía negativa; una experiencia remota, cargada de connotaciones poco deseables, y en la que la participación política […] es contemplada más como una pesada carga cívica que como un privilegio» [22]. Numerosi sono gli inconvenienti anche "pratici" degli istituti di democrazia diretta in sistemi che devono tenere conto della volontà politica di milioni di individui.
I "moderni" hanno preso le distanze dagli "antichi" e si sono così creati i partiti politici e all’interno di questi i rappresentanti degli elettori. Si è tentato di legittimare questo nuovo sistema democratico gradualmente, giungendo come già affermato al suffragio universale e ad un voto "uguale, libero e segreto". Accanto a tale prerogativa si è inoltre stabilito un rinnovamento periodico dei rappresentanti, fondamentale per garantire la democrazia. L’avvento delle costituzioni ha svolto un ruolo essenziale in quanto ha costituito una garanzia per i sistemi democratici: la sovranità appartiene al popolo e non più ad un unico sovrano, ad un re. Benjamin Constant nel corso del 700 aveva messo in evidenza le numerose differenze tra quella che era la concezione della democrazia per gli antichi e quella propria dei moderni. Fondamentalmente tali differenze consistono nel fatto che mentre la democrazia antica si basava su un sistema di partecipazione diretta dei cittadini mediante un meccanismo di sorteggio o rotazione, nelle moderne democrazie liberali invece tutto si fonda sulla competizione tra i diversi candidati i quali vengono delegati mediante elezioni [23]. Ben si comprende che, come già sopra detto, l’idea di una democrazia classica attualmente sarebbe vista non come un privilegio ma come un dovere civico abbastanza pesante. Nelle epoche passate, a rendere possibile tale sistema democratico, contribuiva notevolmente il fatto che la sovranità veniva solitamente esercitata su una singola città e per di più composta da un numero esiguo di abitanti e tra questi solo pochi godevano dei diritti di partecipazione politica. Ciò spiega in gran parte perché tale tipologia di democrazia ebbe la possibilità di realizzarsi in luoghi come la Roma repubblicana e le poleis greche.
Ad ogni modo sia la prima che la seconda, dunque sia quella degli antichi che quella dei moderni mostrano numerose contraddizioni che rendono il concetto stesso tipicamente imperfetto. La volontà della maggioranza potrebbe infatti far cessare lo stesso sistema democratico se soltanto tutti o la maggioranza di essi fossero d’accordo nel considerarlo come un sistema non valido, o ancora la volontà della maggioranza potrebbe anche adottare delle decisioni nettamente in contrasto con taluni principi fondamentali di una Costituzione.
«La democrazia è stata connotata e valutata negativamente dagli antichi e positivamente dai moderni» [24] e a tal riguardo Bobbio si domanda da dove ha origine questo giudizio positivo, che cerca di spiegare partendo dall’etimologia della parola "democrazia" e sostenendo che: «L’idea del demos come corpo collettivo deriva dall’immagine della piazza o dell’assemblea quando le si guardino dall’alto. Ma se ci avviciniamo, ci si accorge che la piazza o l’assemblea sono composti da tanti individui che, quando esercitano il loro diritto, approvano o disapprovano le proposte degli oratori, contano singolarmente uno per uno. Dunque anche la democrazia, non diversamente dalla monarchia e dall’aristocrazia, è composta da individui» [25]; da ciò consegue chiaramente secondo Bobbio che: «Di fatto il demos in quanto tale non decide nulla, perché i decisori sono singolarmente presi tra gli individui che lo compongono. La differenza tra aristocrazia e democrazia non sta nella differenza tra i pochi (individui) e la massa (un ente collettivo), ma fra i pochi (individui) e i molti (individui). Che in una democrazia siano in molti a decidere non trasforma questi molti in una massa che possa essere considerata globalmente perché la massa, in quanto tale, non decide nulla» [26]. Democrazia dunque per Bobbio rappresenta il governo dei molti, sono in molti infatti che decidono e non la massa, non un’élite. Nella prefazione che egli fa all’opera di Kant "Per la pace perpetua" [27], sostiene che le idee del filosofo tedesco offrono importanti spunti di riflessione in particolare sui conflitti bellici. Ogni guerra combattuta negli ultimi secoli ha avuto come "giustificazione ideologica" la difesa di un sistema democratico contro i totalitarismi. E per tale ragione, egli sostiene che solamente la democrazia può assicurare la pace.
Pure per Zagrebelsky «la democrazia è fondata sugli individui, non sulla massa» [28], egli stesso sostiene che: «la massificazione della società tramite l’uguaglianza e la spersonalizzazione dei suoi membri è un pericolo mortale per la democrazia, aprendo la strada alla tirannide (della maggioranza)» [29]. Per tale ragione, un sistema democratico che si propone di evitare di degenerare non solamente in un regime dittatoriale ma anche in una possibile demagogia deve tener cura, il più possibile, all’originalità dei propri membri combattendo anche le influenze mediatiche e i modelli culturali, talvolta, sottovalutati. L’uguaglianza su cui si fonda la democrazia infatti non deve essere confusa con una totale standardizzazione degli individui. Inoltre, nei sistemi democratici «La strada per dire: "ci siamo sbagliati" deve restare sempre aperta» [30], anzi risulta imprescindibile: «Non è privo di significato che le democrazie, al contrario delle autocrazie, siano prevalentemente orientate contro la pena di morte e contro la guerra, due decisioni dagli effetti irreversibili di cui non ci si potrà poi pentire se non, ipocritamente, solo a parole» [31]. Alla base delle democrazie moderne vi sono le Dichiarazioni dei diritti dell’uomo e del cittadino e, del resto, i diritti umani rappresentano una componente sostanziale e intrinseca della democrazia.
Quest’ultima nasce assieme ai diritti politici in un rapporto di forte connessione tanto che se non esistessero i diritti politici non si potrebbe avere democrazia e viceversa, se non esistesse la possibilità di intervenire nella gestione degli affari di una determinata comunità, i diritti di partecipazione politica non avrebbero ragione di esistere. Tuttavia, occorre tener presente che il diritto di voto è solamente uno dei diritti insisti nel concetto di democrazia, difatti, ne costituiscono parte integrante anche i diritti civili. Dunque, un sistema democratico, per potersi definire tale deve rendersi garante altresì dei diritti civili e di quelli sociali. Proviamo ad immaginare un sistema dove viene garantito il diritto di votare a tutti coloro che hanno raggiunto la maggiore età ma che proibisce il diritto all’associazionismo o il diritto di creare un partito politico. O ancora, poniamo il caso della scarsa o inesistente tutela dei diritti sociali. Uno Stato che non garantisce il diritto all’istruzione sino ad una certa età, tale da combattere l’analfabetismo non potrà definirsi democratico. Se non so né leggere né scrivere non potrò votare o comunque non potrò farlo secondo coscienza.
In buona sostanza, come ha scritto Bobbio, «Senza diritti dell’uomo riconosciuti ed effettivamente protetti non c’è democrazia; senza democrazia non ci sono le condizioni minime per la soluzione pacifica dei conflitti che sorgono tra individui, tra gruppi e tra quelle grandi collettività tradizionalmente indocili e tendenzialmente autocratiche che sono gli Stati, anche se sono democratiche coi propri cittadini» [32].  

4. Diritti politici e loro attribuzione

Oggi, dopo numerose battaglie e peripezie, si è giunti in linea di massima, perlomeno nel mondo occidentale ad un’uguaglianza formale nel riconoscimento di tale categoria di diritti. Pertanto, potenzialmente, tutti i cittadini col raggiungimento della maggiore età, se non affetti da infermità mentale, divengono automaticamente titolari dei diritti di partecipazione politica.
Gli Stati hanno stabilito un’età minima quale condizione atta a far scattare la presunzione del raggiungimento di un maturità sufficiente per poter partecipare alla gestione degli affari della comunità mediante l’espressione del diritto di voto o attivamente mediante l’espletamento di incarichi politici. Mentre, tra le cause escludenti la capacità elettorale, che così come può acquistarsi può anche perdersi, temporalmente o definitivamente, si possono ricordare gli effetti di una condanna penale irrevocabile o i casi di indegnità morale. Possono sussistere casi, quindi, in cui il godimento di questi diritti viene limitato per effetto di condanna penale irrevocabile o indegnità morale. La ratio di queste cause escludenti è, evidentemente, differente rispetto all’incapacità di intendere e di volere e per taluni aspetti criticabile a seconda del reato commesso o più generalmente delle cause che cagionano indegnità. Si viene privati della possibilità di partecipare alla gestione degli affari della comunità in quanto non si viene reputati meritevoli di tale opportunità. Il legislatore ordinario è attualmente, a seguito di delega conferitagli dalla stessa Costituzione, competente nel determinare i casi in cui il diritto di voto può essere limitato. La prima legge italiana al riguardo, risalente al 1947, si caratterizzava per essere eccessivamente rigida in quanto considerava non aventi capacità elettorale sia coloro che erano stati condannati a una pena comportante l’interdizione perpetua, sia i condannati a tutta una lunga serie di reati che la stessa legge elencava. Bastava la condanna anche per aver commesso uno solo dei reati da essa elencati per perdere definitivamente i diritti elettorali. La successiva legge, circa nove anni dopo, introdusse la possibilità di riacquisto dei diritti, prevedendo la possibilità della sospensione per soli cinque anni per una categoria di reati considerati meno gravi. Ma anche questa nuova legge suscitò notevoli critiche. Collegare, infatti, la perdita del diritto con la condanna per la commissione di un determinato reato ed escluderla invece per la commissione di un altro non comportava, certamente, uguaglianza di trattamento e dunque obbligava il legislatore a motivare ogni singolo caso in relazione alla propria maggiore o minore antigiuridicità del reato commesso. Vi sono state numerose altre modifiche alla prima legge (una si è avuta nel 1966 ed un’ulteriore nel 1980), mediante le quali il legislatore ha esercitato una continua opera di adeguamento della norma all’inevitabile cambiamento della società, fino ad approdare alla legge n. 15 del 1992 che è quella attualmente in vigore, con la quale ci si allontana definitivamente dalla originaria classificazione per reati e si passa ad una limitazione per singole cause di esclusione.
Nel tempo si sono susseguite numerose leggi e adeguamenti in questa materia a dimostrazione che quando si ha a che fare con un ambito così delicato e complesso come quello dei diritti elettorali, non è semplice stabilire delle regole che siano fisse nel tempo in una società che invece si caratterizza per la sua mutevolezza. Un ulteriore esempio di quanto appena detto si può rinvenire nella legge del 1978 n. 180 che cancellava rispettivamente l’esclusione dal diritto di voto degli interdetti e degli inabili per infermità mentale, nonché dei ricoverati negli istituti psichiatrici. Infine, nel 2006 [33], è stata disposta l’abrogazione della norma che prevedeva per i falliti la cancellazione dalle liste elettorali per cinque anni decorrenti dalla data della sentenza dichiarativa di fallimento.
L’ingresso dell’Italia nell’Unione europea ha in un certo qual modo attenuato il principio del possesso dello status civitatis necessario per il conferimento dei diritti in questione, costituendo uno di quei casi in cui si verifica il superamento dei requisiti della cittadinanza ai fini dell’esercizio dei diritti politici. Si tenterà adesso di analizzare, seppur brevemente, le differenze esistenti nelle varie legislazioni per ciò che concerne innanzitutto l’età necessaria per l’acquisizione sia dell’elettorato attivo che dell’elettorato passivo. La maggior parte degli Stati membri prevede il raggiungimento del diciottesimo anno di età per l’esercizio del diritto di voto; fanno eccezione l’Austria che anticipa il riconoscimento di tale diritto a sedici anni, e l’Italia che prevede invece il raggiungimento dei 25 anni per votare al Senato della Repubblica. Le condizioni di eleggibilità, ossia dell’elettorato passivo nei vari Parlamenti nazionali, variano da uno Stato all’altro. L’età minima è di diciotto anni in Danimarca, Germania, Spagna, Lussemburgo, Paesi Bassi, Austria, Portogallo, Finlandia e Svezia ed altresì nella maggior parte dei nuovi Stati membri, che richiedono dunque gli stessi requisiti previsti per l’elettorato attivo. Mentre è di ventuno anni in Belgio, Repubblica Ceca, Irlanda, Grecia, Lituania, Slovacchia, Regno Unito; di ventitre in Francia per l’Assemblea nazionale e di trenta per il Senato (per quest’ultimo, sino al 2004 era richiesto il compimento di 35 anni di età), ed infine di venticinque in Italia per la Camera dei deputati e quaranta per il Senato della Repubblica. Disposizioni nazionali specifiche, differenti nei vari Stati, si riscontrano pure per quanto riguarda le soglie di sbarramento per il conseguimento dei seggi. Ben 28 distinte leggi al momento vigono in Europa, sia per ciò che concerne il conferimento della cittadinanza e sia per ciò che riguarda l’attribuzione dei diritti politici e la diversità dei criteri di attribuzione, il che provoca inevitabilmente diversità di trattamento che in taluni casi vengono risolte mediante l’intervento della Corte di giustizia.
Nei paragrafi precedenti si è fatto qualche accenno storico inerente all’attribuzione dei diritti elettorali alle donne. Fu la Finlandia che per la prima volta, precisamente nel 1906, riconobbe il diritto di voto al genere femminile, seguì la Norvegia nel 1913 e più tardi si susseguirono la Danimarca e l’Irlanda, entrambe nel 1915. Così fu nel nord Europa dove, per la prima volta, venne riconosciuta alle donne una pari dignità sociale. Questi paesi anticiparono il resto d’Europa, ed ancora oggi il loro grado di civiltà risulta incomparabile. Si dovranno aspettare solo pochi anni, esattamente il 1919, affinché anche la Germania e la Svezia si adeguino. L’Austria e l’Ungheria estenderanno tale diritto, invece, nel 1920, la Cecoslovacchia nel 1921, il Regno Unito nel 1928, la Spagna nel 1931, la Turchia nel 1934 e la Francia nel 1944. L’Italia aspetterà il 1945, seguita solamente dall’Albania l’anno successivo, dalla Jugoslavia e dalla Bulgaria nel 1947. Poi Belgio e Romania nel 1948, la Grecia nel 1952, ed infine il Portogallo nel 1976.
Da questi dati si può facilmente notare che l’Italia giunse con una certa lentezza al suffragio universale. Una delle cause determinanti di questo ritardo fu sicuramente il ventennio di dittatura fascista. Inoltre, è interessante ricordare che la prima legge di conferimento del diritto di voto alle donne italiane non prevedeva l’elettorato passivo. Ciò sta a significare che le donne italiane vennero ritenute in grado soltanto di votare e non di candidarsi ed essere eventualmente elette. Occorrerà un decreto legge luogotenenziale affinché il 10 marzo del 1946, ad una sola settimana dalle elezioni amministrative, tale discriminazione venga abolita. E se il 1945 sarà l’anno in cui vengono concessi i diritti elettorali, soltanto molto più tardi si prenderà coscienza di tale attribuzione, occorrerà infatti aspettare ancora qualche anno affinché il numero delle donne candidate ed elette non sia eccessivamente esiguo. Le donne italiane elette, infatti, saranno per molto tempo «poche, selezionate, tendenzialmente emarginate» [34]. Enrico Grosso con questa semplice affermazione esprime compiutamente la condizione che venne a crearsi successivamente al 1945: «L’illusione che pervase il movimento suffragista del secolo XIX e della prima metà del secolo XX, fu che la battaglia per la conquista del diritto di voto avrebbe portato a risolvere, automaticamente, anche i problemi della rappresentanza politica femminile negli organi elettivi; che insomma, conquistato il diritto formale di voto (attivo e passivo), le donne avrebbero anche conquistato, come naturale conseguenza, un effettivo spazio nella vita politica. Ciò si rivelò un abbaglio» [35]. Occorre, inoltre, richiamare alla memoria che «Storicamente la discriminazione contro i diritti delle donne è particolarmente tenace e resistente. Si può anzi sostenere che essa sia il paradigma di ogni altra discriminazione. Allorché declina e si attenua o scompare la discriminazione giuridica per ragioni di classe o di censo, e i diritti politici sono estesi a tutti i maschi adulti in virtù del principio di suffragio universale, cosa che in Italia per esempio si dà nel 1913, le donne rimangono ancora escluse e dovranno attendere il 1946, in Italia almeno, per vederle partecipi titolari del diritto di voto» [36]. Questo diritto rappresentò per molte il raggiungimento di un obiettivo fondamentale considerato colmo di speranze che accese altri dibattiti e lotte tra cui quella per il "lavoro fuori casa". Nell’attualità molto è cambiato, il ruolo della donna nella società è sicuramente più attivo, gli Stati europei adottano varie misure al fine di garantire le pari opportunità tra i due sessi. Ma l’assenza delle donne in taluni ambiti della politica, specialmente in Italia, ed in alcune importanti istituzioni, desta una certa preoccupazione.
Ritornando alla questione della spettanza dei diritti politici, sembra opportuno ancora una volta evidenziare la loro essenzialità per la realizzazione di un sistema democratico, che è l’unico in grado di garantire maggiormente libertà ed uguaglianza tra gli individui. Anche se più che il termine "individui", quando si discorre di diritti politici è più opportuno far riferimento ai "cittadini". Diritti politici e democrazia appaiono ancora una volta concetti "escludenti" in quanto includono solo chi può "esibire" il titolo di cittadino ed escludono invece colui che è "semplicemente" una persona. Di conseguenza, i diritti politici costituiscono uno strumento per la democrazia ma soltanto per una "categoria" di cittadini, consistendo come ben sappiamo in un attributo derivante dal possesso della cittadinanza, quasi sempre legato ad un’appartenenza etnica. Ciò comporta in ultimo che, essendo i diritti politici, «…tutte quelle situazioni che in qualche modo consentono direttamente o indirettamente, in forma individuale o in forma associata, ai titolari di partecipare all’esercizio di quello che normalmente viene chiamato il potere politico» [37], la loro idoneità si consegue e realizza quando, mediante il loro esercizio, i titolari riescono ad esprimere il loro potere politico. Con quest’ultimo intendiamo la capacità di prendere decisioni collettive vincolanti mediante l’esercizio di quelli che vengono per l’appunto definiti "pubblici poteri". Ed è per tale motivo che la questione del possesso e soprattutto dell’esercizio dei diritti politici è strettamente connessa con quella della effettiva partecipazione all’esercizio del potere politico. Vale a dire strettamente collegata con la partecipazione concreta al potere di impegnarsi nell’assunzione di decisioni vincolanti per la collettività intera. Si ha perciò un’effettiva garanzia di tali diritti soltanto se questo stesso rapporto viene assicurato.
Un’ulteriore categoria di individui a cui è precluso in tutto o in parte, per i motivi che verranno di seguito esaminati, l’esercizio dei diritti di partecipazione è rappresentata dagli stranieri. Il conferimento del diritto di voto agli stranieri, riconosciuto in taluni Stati europei, rimane in Italia una questione lontana dal risolversi positivamente. Il riconoscimento del diritto di elettorato ed in generale dei diritti politici costituisce uno strumento fondamentale di integrazione ed un "segnale" di accettazione da parte dello Stato ospitante. La giurisprudenza costituzionale, avvalorata da consolidata dottrina, è unanime nel ritenere che occorre riconoscere i diritti inviolabili dell’uomo in maniera uguale a tutti i cittadini, pertanto essendo i diritti politici diritti fondamentali, questi andrebbero riconosciuti a tutti gli individui. Viene così a crearsi una situazione di ambiguità, un nodo difficile da sciogliere. Già nel 1967 la Corte costituzionale aveva emanato un’importante sentenza, precisamente la n.120, alla quale si rifarà tutta la giurisprudenza successiva, in cui riteneva applicabile l’articolo 3 della Costituzione anche agli stranieri, riconoscendo loro, innanzitutto, pari dignità sociale. Dal combinato disposto dell’articolo 3, 2 e 10 della Costituzione, la Corte ha ritenuto estendibile in tutto il suo significato il principio di uguaglianza. Mentre per ciò che concerne le altre situazioni giuridiche soggettive non riconducibili alla categoria dei diritti fondamentali, ebbene in questo caso lo straniero è sottoposto alla discrezionalità del legislatore, il quale può anche orientarsi verso una differenza di trattamento.
Ritornando al concetto di democrazia trattato precedentemente, potremmo chiederci se i diritti politici siano funzionali alla realizzazione di un sistema democratico oppure se rappresentino un attributo della cittadinanza stessa e se la democrazia esiga che i diritti di partecipazione vengano attribuiti a tutti coloro che vivono in un determinato paese, accettandone le regole, pagando le tasse e percependosi come facenti parte di quella determinata comunità. Per tentare di affrontare compiutamente tale questione, potremmo innanzitutto analizzare talune teorie sul concetto stesso di diritto politico e sulla sua titolarità, e successivamente chiederci e dunque verificare se le norme costituzionali possano essere interpretate in maniera tale da consentire il riconoscimento dei diritti politici a tutti i membri di una determinata comunità, ossia a tutti coloro che in essa realizzano la loro esistenza e alla quale si sentono di appartenere. Si badi bene che se questi risulteranno presupposti sufficienti per identificare i membri, non sarà richiesto il possesso dello status civitatis, ma semplicemente il requisito della residenza. Diversamente, se da tale analisi dovesse venir fuori che i diritti politici sono soltanto attributi della cittadinanza e che in quanto tali non possono essere "sganciati" dalla stessa, ci troveremmo dinnanzi ad una concezione meramente formale della democrazia, che non trova riscontro nella realtà e che non rispetta la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, in cui, come già precedentemente messo in evidenza, all’articolo 21 si legge che: "ogni individuo ha diritto di partecipare al governo del proprio Paese, sia direttamente, sia attraverso rappresentanti liberamente scelti". Mentre nel primo caso ci troveremmo dinnanzi ad un riconoscimento costituzionale di questi diritti che comporterebbe il superamento dell’incertezza insita nella concezione dei diritti politici come diritti universali.
Secondo la teoria dei diritti pubblici soggettivi, che costituisce la base sulla quale si fonda l’elaborazione e la concettualizzazione del periodo post-risorgimentale, il diritto politico rappresenta il «diritto di partecipare alla vita costituzionale ed amministrativa dello Stato…» [38]. Dunque vi è questo rapporto imprescindibile con il potere pubblico, con lo Stato.
Vi è chi sostiene che l’espressione "diritti politici" sarebbe solo una mera costruzione dottrinaria, «una categoria in senso kantiano del pensiero giuridico, una delle sue forme astratte e logiche, ovvero un canone dell’intelletto e della ragione giuridici, una regula dalla pretesa portata universale per la definizione di determinati rapporti (per l’esattezza quelli intercorrenti tra autorità e libertà)» [39]. Ma anche qualora fosse così, tali diritti rappresentano pur sempre una costruzione che si caratterizza per aver consentito ai sudditi di divenire cittadini, "autorizzandoli" ad interferire nella vita politica partecipando alla formazione delle decisioni pubbliche. E se nell’attualità costituiscono una concessione certa, tipica di ogni cittadino dotato di determinati requisiti, non bisogna dimenticare che il raggiungimento di tale obiettivo è frutto di numerose battaglie combattute nel corso della storia. Le stesse battaglie che dovranno essere combattute dagli stranieri residenti in quei paesi che rifiutano loro il diritto di partecipare alla vita politica.
Con l’avanzare del tempo si è determinata una perdita di interesse nei riguardi della concettualizzazione della categoria in esame, ma ciò certamente non costituisce una prova del fatto che i diritti politici rivestono ormai semplicemente un "ruolo storico". Occorre sempre guardare con l’occhio dell’aspirante destinatario. Per gli stranieri i diritti di partecipazione non rivestono certamente un semplice ruolo storico, una concessione ovvia. Al contrario, dal loro punto di vista, indiscutibilmente, si tratta di una categoria di diritti che necessita di una imprescindibile riconcettualizzazione. Tra i sostenitori dell’impossibilità di estendere i diritti politici agli stranieri vi sono coloro che ritengono che tale divieto troverebbe le proprie ragioni giustificatrici nella Carta costituzionale. Secondo questo filone di pensiero, tale impedimento non potrebbe essere superato neppure con un procedimento di revisione costituzionale in quanto le stesse ragioni giustificatrici troverebbero fondamento nei principi fondamentali della Costituzione. Considerato che i diritti politici rappresentano una manifestazione della volontà popolare e che il popolo è rappresentato dall’insieme delle persone fisiche che sono in un rapporto di cittadinanza con lo Stato, la concessione dei diritti di partecipazione politica a coloro che non posseggono lo status civitatis farebbe venir meno il concetto stesso di cittadinanza e influenzerebbe inoltre l’esercizio della sovranità popolare. A tal riguardo, Mortati individua un legame "naturale" tra i diritti politici e il possesso dello status civitatis e dunque interpreta il dettato costituzionale come un divieto inteso in senso assoluto, estendibile perciò anche allo stesso legislatore costituzionale, che non può in conseguenza di ciò orientarsi verso una potenziale concessione dei diritti politici agli stranieri. Per il giurista arbëreshë, in conclusione, coloro che non appartengono alla comunità politica devono rimanere esclusi dalla possibilità di esercitare i diritti politici [40]. «Gli stranieri non sono destinatari delle norme che attribuiscono diritti e doveri politici, vale a dire quelle situazioni giuridiche soggettive strettamente inerenti alla qualità di cittadino» [41]. Dunque, il possesso della cittadinanza e dei diritti politici ad essa connessi, stabilisce chi può far parte di una determinata comunità e chi invece deve rimanerne fuori. Il tutto sulla base di leggi e concetti vetusti, fondati su una determinata ratio in parte condivisibile probabilmente ai tempi della rivoluzione francese, ma che, evidentemente, non tengono in considerazione i mutamenti che hanno investito negli ultimi decenni le società. Così, Carl Schmitt, nella Verfassunglehre, scriveva che i diritti politici «non valgono naturalmente per gli stranieri, poiché altrimenti cesserebbe l’unità e la comunità politica e cadrebbe il presupposto essenziale dell’esistenza politica, la possibilità di distinzione tra amico e nemico» [42]. Viene spontaneo riflettere quanto oggi sia cambiato nella concezione dello straniero rispetto a quei periodi storici. Se per Schmitt, in linea col suo pensiero, occorreva assolutamente distinguere l’amico dal nemico, il cittadino dallo straniero, vietando a quest’ultimo in ogni modo di partecipare alla vita politica della comunità, per molti altri pensatori lo straniero è un uomo degno degli stessi diritti spettanti al cittadino. Nonostante le numerose dichiarazioni a tutela dei diritti dell’uomo, le battaglie per l’uguaglianza, e malgrado numerosi pensatori esprimano opinioni distanti da quelle di Schmitt, l’immigrato continua ad essere guardato con sospetto. La sola idea di affidare un ruolo politico ad un individuo che professa la religione islamica genera non poco timore. Cos’è cambiato concretamente nella percezione che si ha dello straniero rispetto ai tempi dei regimi totalitari del fascismo e del nazismo? Senz’altro, almeno in occidente, non tentiamo più di sterminarli, non li interniamo nei campi di concentramento, ma continuiamo, con un certa gelosia esasperata per tutto ciò che riteniamo debba appartenere esclusivamente a noi, a considerarli persone di serie B. Come si è già affermato, il grado di civiltà di un paese e dunque di un popolo ha molto a che fare con la maniera in cui esso tratta i propri "ospiti". Quella carità cristiana di cui tanto andiamo fieri si sostanzia anche nel "bianco Natale" di alcune città del nord Italia che in occasione del periodo natalizio prendono tutte le misure atte ad allontanare, definitivamente, gli immigrati di colore. O ancora, nelle critiche aspre dell’opinione pubblica sull’edificazione delle moschee in alcune grandi città italiane, dimenticando completamente la libertà di culto sancita nell’articolo 19 della Costituzione italiana, nella cui formula "tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata…" non fa affatto riferimento solo ai cittadini. Riflettendo su questi e su altri fatti concreti, la questione della concessione dei diritti politici agli stranieri per il tramite di una legge che sia il più possibile rispondente ai criteri della giustezza, appare una chimera. Bisognerà percorrere ancora molta strada.
Un altro filone di pensiero, invece, interpreta l’articolo 48 della Costituzione in maniera maggiormente estensiva. Pur essendo vero che tale norma riconosce esclusivamente ai cittadini l’esercizio dei diritti di partecipazione, allo stesso tempo però non esclude esplicitamente che altri individui in possesso di determinati requisiti e dunque secondo nuovi criteri di attribuzione possano divenirne titolari. I sostenitori di tale teoria, pertanto, sembrano delegare al legislatore ordinario la competenza di decidere, nella consapevolezza di non violare alcuna norma costituzionale, se ed in quale modalità ammettere gli stranieri al diritto di voto attivo e passivo. Ciò sta a significare che secondo questa corrente di pensiero non sarà necessario un procedimento aggravato, secondo quanto previsto dall’articolo 138 della Costituzione, in quanto i diritti eventualmente spettanti allo straniero deriveranno da una decisione legislativa che non sarà incostituzionale mancando un esplicito divieto al riguardo. Di conseguenza, se il legislatore riterrà opportuno che lo straniero debba godere di tale categoria di diritti potrà avanzare il riconoscimento.
Grosso prospetta una possibile soluzione a questo "dilemma" precisando che «la soluzione più equilibrata del problema» potrebbe essere quella di riconoscere i diritti politici «come diritti fondamentali per i soli cittadini, escludendo la copertura costituzionale dell’estensione di tali diritti ai non cittadini», ma ritenendo, allo stesso tempo, non vietato dalla Costituzione «il riconoscimento ai non cittadini, o a certe categorie di essi, dei diritti politici sotto l’aspetto di meri diritti legislativi, la cui opportunità, entro l’ambito del sempre possibile controllo di ragionevolezza da parte della Corte costituzionale, resta soggetta alla valutazione discrezionale del parlamento» [43]. Egli perviene a questa soluzione, come abbiamo visto, mediante l’interpretazione delle norme costituzionali quali non escludenti di una possibile concessione dei diritti politici agli stranieri. Grosso nota infatti che «dal tenore […] delle disposizioni costituzionali che tutelano i diritti politici non sembra potersi automaticamente dedurre un obbligo di esclusione dei non cittadini dall’esercizio di tali diritti» [44], difatti queste norme secondo lo studioso «sembrano limitarsi a fondare un ambito di garanzia costituzionale delle libertà politiche per i cittadini italiani (con l’eventuale estensione agli italiani non appartenenti alla Repubblica), mentre non sembrano porre alcun vincolo alla sfera della liceità costituzionale, cioè all’eventualità che il legislatore decida di estendere tali libertà ad altre categorie di individui» [45]. Inoltre, per quanto riguarda un presunto «principio costituzionale implicito o comunque non scritto» [46] in virtù del quale come egli sostiene, «l’esercizio delle libertà politiche costituirebbe un elemento qualificante e identificativo della cittadinanza dell’individuo» [47], lo studioso, prendendo le distanze anche dall’opinione predominante, mette in evidenza come «non sembra possibile identificare così strettamente e univocamente il concetto di cittadinanza con quello di partecipazione» [48], e conclude affermando che «la partecipazione alla società costituisca oggi un elemento tipico dello status di cittadino non significa che, al contrario, lo status di cittadino debba costituire il sostrato necessario al riconoscimento dei diritti di partecipazione» [49]. Da quanto affermato, si deduce che è necessario riflettere sul titolo legittimante il possesso dei diritti di partecipazione politica, e ripensare alla loro spettanza non più fondata esclusivamente sulla cittadinanza. E valutare inoltre se «…la titolarità soggettiva dei diritti politici sia da ricollegare, più che al dato giuridico-formale del possesso della cittadinanza, a quello storico-sostanziale di appartenenza ad una determinata comunità politica» [50]. Entra qui in scena l’elemento dell’appartenenza, o meglio la possibilità che lo straniero, in quanto facente parte di una determinata comunità politica può essere, appunto in quanto tale, titolare di diritti di partecipazione politica.
Ritornando ai filoni di pensiero presi in esame poco fa, ebbene, la tesi che lo straniero può divenire titolare di diritti politici senza una precedente opera di revisione costituzionale basandosi sulla presunzione che sia la stessa Costituzione a conferire, o addirittura ad imporre un’interpretazione estensiva degli articoli 48-51, trova pochi sostenitori. Si tratta, difatti, di una tesi alquanto estrema, che incorrerebbe in numerosi contrasti specialmente con la sovranità propria dello Stato. Una possibile soluzione, meno estrema, potrebbe essere quella di riconoscere i diritti di partecipazione con legge ordinaria anziché costituzionale, dunque non si tratterebbe di estendere diritti costituzionalmente garantiti ma di riconoscere, mediante un’opera di interpretazione prima e legislativa poi, i diritti politici, per l’appunto mediante legge ordinaria e non dunque con legge costituzionale.
Il riconoscimento a tutti coloro che risiedono stabilmente su un determinato territorio dei diritti di partecipazione politica risolverebbe numerose problematiche legate anche all’integrazione, che impediscono l’effettiva realizzazione di un sistema democratico. Il requisito della residenza sarebbe sufficiente, di per sé, all’acquisto del diritto di voto, sia attivo che passivo, e costituirebbe un antecedente al riconoscimento della cittadinanza, che naturalmente richiederebbe l’inevitabile adempimento di ulteriori criteri attributivi. Dunque, in questa prospettiva, più che ripensare al classico concetto di cittadinanza quale appartenenza allo Stato, valorizzando il requisito della residenza si cerca, piuttosto, di adottare una concezione che tenta il superamento della cittadinanza stessa. La residenza costituirebbe così requisito fondamentale e sufficiente. Tale tipologia di concessione dei diritti politici prima e della cittadinanza poi, potrebbe garantire il superamento delle concezioni nazionalistiche e consentire una maggiore realizzazione della democrazia.
A tal riguardo, si ricorda anche il pensiero di Michael Walzer, secondo il quale sarebbe auspicabile riconoscere i diritti che consentono la partecipazione ai «processi di autodeterminazione attraverso i quali uno Stato democratico organizza la propria vita interna a tutti gli uomini e a tutte le donne che vivono sul suo territorio, lavorano nell’economia locale e sono soggetti alla legge locale» [51]. Secondo il filosofo statunitense i diritti di partecipazione politica dovrebbero essere concessi sulla base della residenza e della concreta partecipazione ad una comunità statale. A questa idea, assolutamente condivisibile, se ne aggiunge un’altra, espressa dell’italiana Giovanna Zincone, la quale sostiene che «un sistema politico in cui larghe fasce di popolazione che risiedono, lavorano ed operano nel territorio non abbiano diritto al voto, non può definirsi democratico nel senso moderno del termine» [52]. Ecco che per l’ennesima volta viene preso in considerazione il rapporto tra diritti politici e democrazia, la mancata concessione dei primi determina la mancata realizzazione della seconda. La residenza viene considerata, anche dalla Zincone, un requisito sufficiente per la titolarità dei diritti politici. Del resto, in un ambito caratterizzato dalla persistenza di flussi migratori, al di là delle influenze ideologiche, diventa complesso opporsi agli effetti che l’usura del tempo provoca sui vetusti criteri di attribuzione della cittadinanza. Così lo jus sanguinis non può più in alcun modo essere l’unico principio su cui basarne la concessione. I teorici del diritto ed ancor di più il legislatore dovrebbero tenere in considerazione i cambiamenti radicali e la trasformazione di una società da chiusa a globalizzata ed intervenire di conseguenza per non rimanere ancorati al passato.

5. I diritti politici sono diritti fondamentali?

Infine, vorrei affrontare la questione della fondamentalità dei diritti politici partendo da una distinzione tra questa tipologia di diritti e quella dei diritti umani. Ebbene, se consideriamo i diritti politici come «diritti umani resi operativi mediante la loro istituzionalizzazione all’interno di una comunità politica concreta» [53] riteniamo, certamente, che vi sia uno stretto legame tra la prima tipologia e la seconda ma altresì che ai fini del conferimento dei diritti umani non è necessario far parte di una determinata comunità politica, vale a dire che non è necessario essere cittadini. «Un soggetto umano cui mancasse la libertà di pensiero o di espressione vedrebbe intaccata nell’essenza la propria dignità e la capacità poi di essere soggetto di diritti, sia pure distinti da quelli in oggetto» [54]. Per tale ragione i diritti umani devono necessariamente essere riconosciuti a tutti a prescindere da qualsiasi diversità, ponendosi come diritti alla base del conferimento di ulteriori diritti. Stando così le cose si potrebbe sostenere che il mancato possesso dei diritti umani comporterebbe inevitabilmente l’impossibilità del godimento di qualsivoglia altro diritto. Inoltre, «…se i diritti umani sono un valore assoluto, ciò ovviamente non può permettersi né concedersi» [55], non dovrebbe pertanto considerarsi necessario né addirittura possibile il conferimento della "dignità" agli individui essendo, essa, insita nella natura dell’uomo. Ciò di cui una comunità politica e dunque uno Stato dovrebbero occuparsi, dovrebbe essere bensì la garanzia di tali diritti innati, e dovrebbe farlo assicurando ad ogni individuo l’effettivo godimento dei diritti fondamentali. Ed è qui che entrano in gioco i diritti politici. Si è già visto come nascono e le ragioni che spinsero a considerare necessaria la partecipazione di quanti più uomini possibili alla gestione degli affari di una determinata comunità. Dunque, si potrebbe iniziare ad affrontare la questione sostenendo che vi sono diritti fondamentali di ogni uomo e diritti fondamentali dei cittadini e che i diritti politici si inquadrano tra i secondi e continuare poi chiedendosi le motivazioni che stanno alla base di tale "decisione" e se ciò garantisce l’uguaglianza tra gli individui e dunque la realizzazione della giustizia.
Innanzitutto, si può notare che tutti i diritti umani e dunque anche i diritti fondamentali, che non spettano a tutti, hanno in comune gli attributi dell’inalienabilità e dell’indisponibilità; Ferrajoli, a tal riguardo, sostiene che «sono tutelati come universali, e quindi fondamentali, la libertà personale, la libertà di pensiero, i diritti politici, i diritti sociali e simili. Ma ove tali diritti fossero alienabili e quindi virtualmente non universali, come avverrebbe per esempio in una società schiavista o interamente mercantilistica, essi non sarebbero universali né quindi fondamentali» [56]. Dunque, il primo presupposto per poter giudicare un diritto come fondamentale o meno è quello di verificare la presenza degli attributi appena elencati.
In ambito internazionale, la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e del cittadino all’articolo 21 afferma che "Ogni individuo ha il diritto di partecipare al governo del proprio paese, sia indirettamente sia attraverso rappresentanti liberamente scelti". Utilizzando il termine individuo anziché cittadino e poi il termine paese, sembra quasi che si voglia prendere in considerazione la possibilità che dovrebbe essere riconosciuta a ogni individuo, consistente nel diritto di poter divenire cittadino del paese dove egli sceglie di stabilirsi e lì godere dei diritti spettanti per l’appunto ad ogni uomo e cittadino. Obiettivo della Dichiarazione era sicuramente quello di stabilire un nesso indissolubile tra i diritti dell’uomo e la pace, per tale ragione il diritto all’integrità personale, i diritti civili e quelli politici, i diritti di libertà ecc., rientrano nella sfera dei diritti indisponibili. Anche la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione riconosce come indispensabili una serie di diritti personali, civili ed anche politici, economici e sociali ai cittadini ed ai residenti nel territorio europeo. Si potrebbero elencare numerose altre carte e numerose Costituzioni ma ai nostri fini il problema, consiste adesso, nel conferimento. Taluni diritti fondamentali, infatti, vengono conferiti a tutti, altri al contrario necessitano del possesso di determinate caratteristiche nei possessori o negli aspiranti possessori. Lo stesso Ferrajoli sostiene che «il "tutti" di cui tali diritti consentono di predicare l’uguaglianza è infatti logicamente relativo alle classi dei soggetti cui la loro titolarità è normativamente riconosciuta» [57]. I diritti politici per definizione sono quei diritti che lo Stato riconosce ai propri cittadini, dunque sono i singoli Stati che decidono i destinatari di tale categoria di diritti che in ogni caso apparterranno a quella determinata nazione. Il possesso dello status civitatis costituisce perciò un fattore distintivo tra chi potrà godere di tali diritti fondamentali e chi invece ne rimarrà escluso. Stando così le cose, i diritti politici, pur essendo diritti fondamentali, lo sono soltanto con riferimento ad una determinata cerchia di persone in un determinato luogo definito Stato, e la loro estensione dipende interamente, come abbiamo già visto in precedenza, essenzialmente dalla legge sulla cittadinanza e dal suo carattere inclusivo o escludente.
Degna di attenzione è la definizione proposta da Ferrajoli sui diritti fondamentali, secondo cui «sono fondamentali tutti quei diritti soggettivi che spettano universalmente a tutti gli esseri umani in quanto dotati dello status di persone, o di cittadini o di persone capaci d’agire» [58]. Anche la capacità di agire diviene dunque, come la cittadinanza, un fattore di differenziazione nell’attribuzione dei diritti politici e dunque se vogliamo dell’uguaglianza. Lo studioso, più nello specifico, indica quattro distinte classi di diritti: innanzitutto vi sono quei diritti che vengono definiti "umani", si tratta di diritti "primari" delle persone, riconosciuti in maniera assoluta a tutti, almeno formalmente. Rientrano in questa categoria ad esempio il diritto alla vita e all’integrità della persona e ben si comprende che nessuno può essere escluso dal riconoscimento di tale tipologia di diritti. Vi sono poi quei diritti che egli definisce "pubblici", che sono rappresentati sempre da diritti essenziali ma riconosciuti ai soli cittadini. Vi sono poi i diritti civili, diritti secondari attribuiti a tutti gli individui capaci di agire quale ad esempio la libertà contrattuale ed imprenditoriale, ed infine i diritti politici, che egli definisce diritti secondari. Infine, e riservati ai soli cittadini capaci d’agire e non a tutte le persone, vi sono i diritti politici, che comprendono il diritto di elettorato attivo e passivo ed in generale tutti i diritti che consentono la partecipazione politica.
Dunque, abbiamo dati più che sufficienti per poter sostenere con certezza che i diritti politici sono diritti fondamentali ma non di tutti. Soltanto coloro che sono cittadini di uno Stato possono godere del diritto di partecipare agli affari pubblici. Al contrario, gli altri ne rimangono esclusi. Ed in quest’ultima categoria vi rientrano, tranne talune eccezioni, anche coloro che risiedono in un dato paese e che contribuiscono quotidianamente con la loro attività all’economia dello stesso, e del quale hanno assunto usi e costumi integrandosi completamente nel tessuto sociale.
Proviamo ora ad affrontare la questione inerente alla possibilità o meno di sormontare il possesso della cittadinanza quale requisito fondamentale per il riconoscimento dei diritti politici. Ebbene, mentre l’incapacità di intendere e di volere è un requisito insuperabile data la natura assolutamente personale del diritto di voto, il requisito della cittadinanza in taluni casi viene oltrepassato. I cittadini europei ad esempio sono ammessi a votare nelle elezioni locali e del Parlamento europeo nei paesi ove risiedono stabilmente. La questione si pone per le elezioni in ambito nazionale. Taluni paesi, come ad esempio la Norvegia, concedono il voto locale a tutti gli stranieri ed in Gran Bretagna ad esempio gli irlandesi, i pakistani ed i cittadini del nuovo Commonwealth possono votare anche alle elezioni politiche mentre il Portogallo applica una clausola di reciprocità. Oltre a tali realtà, generalmente, gli altri paesi risultano essere alquanto gelosi delle loro sovranità e dunque le loro leggi di conferimento della cittadinanza si rivelano alquanto escludenti. Così, anche il tasso di naturalizzazione dipende in larga misura dal carattere liberale della legge oltre che, beninteso, dai paesi di provenienza. Dunque potremmo sostenere che vi saranno leggi più giuste e leggi meno giuste. Leggi che maggiormente garantiranno l’uguaglianza tra gli individui e, al contrario, leggi che, disponendo diversamente, produrranno diseguaglianza di trattamento; da ciò conseguirà, evidentemente, una distinta realizzazione della giustizia.
A tal riguardo, sembra utile o addirittura indispensabile ricordare quanto sostenuto da Rawls, il quale ci fornisce delle indicazioni, degli obiettivi, anche se di non semplice realizzazione, per produrre leggi giuste. Egli fa riferimento alla capacità di prendere decisioni come se non sapessimo chi siamo, né da dove proveniamo, come se non conoscessimo la classe sociale alla quale apparteniamo, o in quale sesso o gruppo etnico il destino ci ha fatti nascere, e neppure quali aspirazioni abbiamo. Dice inoltre Rawls che «la giustizia è la prima virtù delle istituzioni sociali» [59] e dunque una teoria così come un sistema di leggi e istituzioni deve essere modificato, sottoposto a riforma o addirittura eliminato nel caso in cui esso sia ingiusto. «Ogni persona possiede un’inviolabilità fondata sulla giustizia su cui neppure il benessere della società nel suo complesso può prevalere» [60]. Ed è proprio la mancanza di una teoria migliore che consente il mantenimento di una teoria "sbagliata".
Per mettersi nei panni dei migranti, occorre semplicemente pensare di trovarsi in una situazione tale che le nostre ambizioni non possono essere soddisfatte nel nostro paese di origine. Questo, beninteso, non dipenderà da noi ma sarà una circostanza assolutamente casuale. Immaginiamo per qualche minuto di avere forti difficoltà lavorative nel nostro Stato di provenienza o di vivere in un paese in cui vengono sistematicamente violati i diritti umani, nel quale viene praticata legalmente la tortura etc. etc., ma anche solo di voler inseguire i nostri sogni. Facciamo finta di essere fortunati e possedere quindi sufficiente coraggio e risorse economiche per tentare di migliorare la nostra vita o di metterla in salvo e dunque un bel giorno finalmente partiamo per un paese straniero, come del resto numerosi italiani hanno fatto tempo fa e continuano a fare tuttora. Siamo stati fortunati a trovare lavoro all’estero, tutto è stato molto complesso, la lingua, la differente cultura, l’integrazione. Dopo cinque anni di onesta permanenza, in cui abbiamo lavorato, pagato le tasse, ascoltato la cronaca locale, fatto amicizia con i vicini, ci viene ancora negata la possibilità di partecipare mediante il diritto di voto alla gestione degli affari di quella stessa comunità che sembrava averci accettato. Ebbene, il voto amministrativo viene considerato dalla maggioranza degli immigrati come un importante strumento di rappresentanza, probabilmente il più idoneo, di accettazione nella comunità politica soprattutto per il suo valore simbolico.
Rawls sostiene che tutti i valori sociali e dunque libertà, ricchezza, opportunità, rispetto di sé devono necessariamente essere distribuiti in maniera eguale tranne nel caso in cui una ineguale distribuzione sia vantaggiosa per tutti. Corrispondendo l’ingiustizia con le ineguaglianze che vanno a beneficio di pochi e dunque non di tutti. Tra le opportunità da riconoscere a tutti gli individui indistintamente, ritengo, vi rientri anche la possibilità di partecipazione politica.
In conclusione, potremmo dire che le leggi di conferimento dei diritti di partecipazione politica dovrebbero essere maggiormente inclusive e flessibili in modo tale da consentire al maggior numero di persone possibili di godere di tali diritti che, beninteso, dovranno essere concessi a prescindere dallo status civitatis.

6. Conclusioni

In definitiva, sostenere l’idea della spettanza dei diritti politici alla totalità degli individui facendoli rientrare tra i diritti fondamentali e dunque inviolabili dell’uomo, pur essendo alquanto complesso e di conseguenza difficilmente realizzabile, costituisce l’orientamento che più di ogni altro potrebbe far venir meno le numerose diseguaglianze di trattamento che al momento caratterizzano, tormentandola, la categoria dei diritti in esame. Un’idea più moderata, potrebbe essere quella di prevedere la possibilità di riconoscere agli stranieri solo un numero limitato di diritti politici, mediante un’opera graduale di concessione. Il cammino deve essere lento e l’obiettivo deve consistere nell’eliminazione o quantomeno nella diminuzione delle ambiguità che, come già detto all’inizio della trattazione, caratterizzano questa categoria di diritti a differenza di altre tra cui ad esempio quella dei diritti umani. La valorizzazione della residenza in tutti quegli Stati ove ogni giorno numerosi immigrati stabiliscono in maniera stabile la loro dimora diviene necessaria, anche in considerazione del fatto che la presenza extracomunitaria diviene sempre più evidente, tanto che alcuni quartieri di certe grandi città sono composte prevalentemente da "stranieri". Gli Stati europei, che tra l’altro si definiscono democratici, non possono non adeguarsi rettificando talune norme che risultano a questo punto alquanto anacronistiche. 

Note:

[1] Enrico Grosso, La limitata garanzia dei diritti di partecipazione politica nella «Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea» in Diritti e Costituzione nell’Unione europea a cura di Gustavo Zagrebelsky, Editori Laterza, Roma-Bari 2003, p. 172.
[2] Ibidem, p. 172.
[3] Cfr. Diritti Politici, in Enc. It., fondata da G. Treccani, vol. VI, Roma 1950.
[4] Ibidem.
[5] Robert Roswell Palmer, The Age of Democratic Revolution, Princeton University Press, 1959, trad. it. di Adriana Castelnuovo Tedesco, L’era delle Rivoluzioni democratiche, Rizzoli, Milano, 1971, p. 590.
[6] La distinzione tra le “due tipologie di cittadini” si poteva rinvenire anche nella Costituzione francese del 1791, che fu la prima Costituzione scritta d’Europa, la quale nel Titolo I proclamava il diritto dei cittadini di eleggere o di scegliere i Ministri del culto, riferendosi ai cittadini “attivi”. Tuttavia nella sezione II del medesimo testo, intitolata “Della Reggenza”, si legge altresì a chiare lettere, che il Corpo legislativo non potrà eleggere il Reggente. Era stabilito infatti che: «la reggenza appartiene al parente del re più prossimo in grado, secondo l’ordine di successione, e dell’età di venticinque anni compiuti, purchè sia francese e regnicolo, non sia erede presuntivo di un’altra corona, ed abbia prestato precedentemente il giuramento civico. Le donne sono escluse dalla reggenza».
[7] Cfr. Diritti Politici, in Enc. It., fondata da G. Treccani, vol. VI, Roma 1950.
[8] E. Grosso, Cittadinanza giuridica e partecipazione politica, in atti del IX convegno internazionale della S.I.S.E sulla cittadinanza elettorale, Firenze 14-15 dicembre 2006, p. 9.
[9] Ibidem, p. 10.
[10] Massimo La Torre, Cittadinanza e ordine politico. Diritti, crisi della sovranità e sfera pubblica: una prospettiva europea, Giappichelli, Torino 2004, p. 239.
[11] Enrico Grosso, La limitata garanzia dei diritti di partecipazione politica nella «Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea», in Diritto e Costituzione nell’Unione europea, op. cit., p. 174.
[12] Ibidem.
[13] Enrico Grosso, Cittadinanza giuridica e partecipazione politica, in atti del IX Convegno internazionale della S.I.S.E., Firenze 2006, op. cit., p. 3.
[14] Elviro Aranda Álvarez, Cuota de mujeres y régimen electoral, in Cuadernos “Bartolomè de Las Casas, n. 19, (2001), Instituto de derechos humanos Bartolomè de Las Casas, Dykinson, Madrid, p. 65.
[15] Si veda Walter Ullmann, Historia del pensamiento politico en la edad media, trad. dall’inglese al castigliano di R. Vilarò, Barcellona 1997, p. 14 e 15.
[16] Pietro Costa, Cittadinanza, Edizioni Laterza, Roma-Bari 2009, p. 107.
[17] Si veda a tal riguardo Robert Alan Dahl, La democrazia e i suoi critici (1989) trad. it. Editori Riuniti, Roma 2005.
[18] Cfr. Enciclopedia delle scienze sociali Treccani, “Democrazia”, di Giovanni Sartori, 1992, p. 2.
[19] Thomas Marshall, Citizenship and Social Class, in T. H. Marshall, Class, Citizenship and Social Development, University of Chicago Press, Chicago, 1987, p. 16.
[20] Norberto Bobbio, La democrazia dei moderni paragonata a quella degli antichi (e a quella dei posteri) in “Teoria politica” n. 3, Einaudi, Torino 1987, p. 3.
[21] Ibidem.
[22] Miguel Revenga Sánchez, La participación política en la actualidad, in Derechos y Libertades, n. 18, (2008), p. 54.
[23] Si veda Moses I. Finley, La democrazia degli antichi e dei moderni, trad. it. a cura di Di Benedetto G. e De Martino F., Laterza, Roma-Bari 2010.  
[24] Antonio Chiocchi, La concezione della democrazia di Norberto Bobbio, Speciale in onore di Norberto Bobbio (1909-2004) in Società e conflitto, rivista telematica, n. 29-32 (2005).
[25] Norberto Bobbio, La democrazia dei moderni paragonata a quella degli antichi (e a quelle dei posteri) cit., p. 8.
[26] Ibidem, pp. 8-9.
[27] Immanuel Kant, Per la pace perpetua, Editori Riuniti, Roma 1992, p. 18.
[28] Gustavo Zagrebelsky, ”Imparare democrazia”, Einaudi, Torino 2007, p. 2.
[29] Ibidem.
[30] Ibidem, p. 6
[31] Ibidem.
[32] Norberto Bobbio, L’età dei diritti, Einaudi, Torino 1992, p. 258.
[33] Abrogazione prevista dal D. lgs. del 9 gennaio del 2006 n. 5, pubblicato sulla Gazzetta ufficiale n. 12 del 16 gennaio 2006 avente ad oggetto: “Riforma organica della disciplina delle procedure concorsuali a norma dell’articolo 1, comma 5, della legge 14 maggio 2005 n. 80.
[34] Emma Mana, La rappresentanza femminile nei governi locali: il Piemonte, a cura di L. Derossi, 1945 in Il voto alle donne, Milano, Franco Angeli 1998, p. 158.
[35] Enrico Grosso, Dal diritto di votare al diritto di “contare”: la parabola della rappresentanza politica femminile in Italia. Relazione tenuta al convegno “Sessant’anni di voto alle donne”, Vercelli, 30 maggio 2006, p. 3.
[36] Massimo La Torre, Diritti Umani, in Questioni di vita o morte. Etica pratica, bioetica e filosofia del diritto, a cura di La Torre M., Scerbo A., Lalatta Costerbosa M., Giappichelli Editore, Torino 2007 p. 16.
[37] Enrico Grosso, Cittadinanza giuridica e partecipazione politica,  op. cit., p. 5.
[38] Santi Romano, La teoria dei diritti pubblici soggettivi, a cura di V. E. Orlando, in Primo trattato completo di diritto amministrativo italiano, I, Società Editrice Libraria, Milano 1900, p. 142.
[39] Cfr. Diritti Politici, in Enc. It., fondata da G. Treccani, vol. V, Roma 1950.
[40] Cfr. Costantino Mortati, Istituzioni di diritto pubblico, Cedam, Padova 1967.
[41] Temistocle Martines, Diritto costituzionale, IX ed., Giuffrè, Milano 1997, p. 756.
[42] Carl Schmitt, Dottrina della Costituzione, a cura di A. Caracciolo, Giuffrè, Milano 1984, p. 227.
[43] Enrico Grosso, Status costituzionale dello straniero in Digesto Discipline Pubblicistiche, IV ed., XV, UTET, Torino 2000, p. 175.
[44] Ibidem.
[45] Ibidem.
[46] Ibidem.
[47] Ibidem.
[48] Ibidem.
[49] Ibidem, p. 175.
[50] Enrico Grosso, La titolarità del diritto di voto, Giappichelli Editore, Torino 2001, p. 53.
[51] Michael Walzer, Spheres of justice: a defence of pluralism and equality, New York, 1983, trad. it. Sfere di giustizia, Feltrinelli, Milano 1987, p. 69.
[52] Giovanna Zincone, Da sudditi a cittadini. Le vie dello Stato e le vie della società civile, op. cit., p. 235.
[53] Massimo La Torre, Diritti Umani, in Questioni di vita o morte. Etica pratica, bioetica e filosofia del diritto, op. cit., p. 2.  
[54] Ibidem, p. 3.
[55] Ibidem.
[56] Cfr. Luigi Ferrajoli, Diritti fondamentali. Un dibattito teorico, Laterza, Roma-Bari 2002.
[57] Ibidem.
[58] Ibidem.
[59] John Rawls, A Theory of Justice, The Belknap Press of Harvard University Press, Cambridge, Mass, 1971, trad. it. Una Teoria della Giustizia, Feltrinelli, Milano 1997, p. 21.
[60] Ibidem.




                                                                                            Rosanna Mastroianni Ianni


Bibliografia

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27) Ullmann W., Historia del pensamiento politico en la edad media, trad. dall’inglese al castigliano di Vilarò R., Ariel, Barcellona 1997.
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30) Zincone G., Da sudditi a cittadini. Le vie dello Stato e le vie della società civile, Il Mulino, Bologna 1992.

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Rosaria Mastroianni Ianni è Assegnista di Ricerca presso il Dipartimento di Scienze Giuridiche, Storiche, Economiche e Sociali dell’Università degli Studi "Magna Graecia" di Catanzaro dove ha altresì conseguito il titolo di Dottore di Ricerca in "Teoria del diritto ed ordine giuridico europeo"